Quello che la politica non dice


​A meno di un mese dalle elezioni politiche, la moltiplicazione delle polemiche incrociate che alimentano la campagna elettorale è inversamente proporzionale al rilievo offerto a temi che invece occupano la quotidianità degli italiani, dalla famiglia alla scuola, dal lavoro alla sanità, all’impegno sociale. Per restituire a queste e altre grandi questioni pressoché rimosse nella contesa pre-elettorale il peso e la centralità che gli spetta e che hanno nella vita della gente avviamo, da oggi, una ricognizione critica delle posizioni (esplicitate o taciute) di aggregazioni e partiti che si candidano a ottenere il consenso dei cittadini e a guidare il Paese nella prossima legislatura. Il primo tema dell’«Agenda Italia» è naturalmente quello che sta a fondamento di tutto l’edificio sociale: la tutela della vita umana.

Il diritto alla vita è il primo e fondamentale diritto umano, condizione per l’esistenza stessa di tutti gli altri e per il godimento di qualsiasi libertà. Per questo la tutela della vita umana è un dovere inderogabile della società e dello Stato, e non può essere assoggetata ad alcun altro principio. La politica dovrebbe riconoscere questa come la piattaforma elementare condivisa su cui costruire qualsiasi scelta, anche perché il diritto alla vita è garantito da tutte le costituzioni e i codici internazionali.

Eppure la storia recente documenta una sequenza di eccezioni a questo primato che per natura sarebbe indiscusso e che invece – per effetto di leggi e sentenze – non lo è più quasi ovunque, Italia inclusa. Dall’aborto all’eutanasia, il diritto alla vita sta perdendo la sua funzione di fondamento di ogni affidabile etica sociale per diventare una variabile condizionata da altre libertà e altri diritti, resa funzionale e strumentale, in balia di forze, interessi, richieste, desideri. I programmi di coalizioni e partiti risentono di questa drammatica frana culturale: e a fronte di (pochi) programmi nei quali il diritto alla vita è ancora riconosciuto, prevalgono le dichiarazioni elettorali che non spendono una sola parola su questioni come l’applicazione delle leggi 194 e 40, le scelte di fine vita e le gravi disabilità – limitandosi a una neutralità rispettosa di posizioni anche antitetiche all’interno dello stesso cartello di formazioni politiche –, oppure avversano apertamente ogni limite puntando sulla deregulation nel nome dell’individualismo e della piena autodeterminazione. Opzioni politiche a favore o contro il diritto alla vita, così come i silenzi nei programmi, sono materia nevralgica per la formazione di una scelta elettorale informata.

Anche perché – che le coalizioni si pronuncino o meno – le questioni in tema di tutela della vita sono urgenti e decisive, e sarà inevitabile che Parlamento e governo usciti dalle urne si pronuncino su molti nodi tuttora irrisolti. A cominciare dal fenomeno degli aborti, che per quanto in progressivo calo è ancora attestato attorno alle 110mila interruzioni di gravidanza l’anno – un numero enorme, se si pensa a cos’è un aborto –, con una quota di donne straniere in forte crescita. Di fronte a questo silenziato mare di dolore si intende lasciar fare nel nome di un asserito "diritto" oppure si vuole valorizzare e imitare il lavoro dei Centri di aiuto alla vita, che si mettono accanto alla donna per aiutarla a scegliere senza pressioni (ambientali, economiche, culturali) improprie, cioè con piena ed effettiva libertà da bisogni indotti? La pillola abortiva, che si vorrebbe "liberante", è invece un ingannevole trucco per relegare l’aborto nel buio e nella solitudine, che può essere parzialmente risparmiato dall’obbligo di legge (eluso in vari ospedali) del ricovero fino al completamento dell’aborto. Le stesse pillole del giorno dopo e dei cinque giorni meritano uno stringente controllo per evitare che diventino la facile anticamera per il nuovo dilagare degli aborti (perlopiù assai precoci) cui si è assistito in altri Paesi. Problemi lancinanti sono anche agli aborti selettivi, l’ossessiva diagnostica prenatale a caccia di imperfezioni presunte, il numero abnorme di parti cesarei, mentre continua l’assalto contro l’essenziale e costituzionalissimo diritto all’obiezione di coscienza.

Uno dei punti più controversi è l’applicazione della legge 40, che si vorrebbe piegare fino a svellerne le regole (tuttora, checché se ne dica, quasi integralmente in piedi nonostante le spallate per via giudiziaria), per legittimare la selezione degli embrioni e la libertà di scartare gli esemplari difettosi. L’eugenetica, liquidata tra gli orrori della storia, sta rientrando dalla finestra per effetto di pratiche selettive che si pretenderebbero legali, finendo così per uccidere il malato anziché impegnare la ricerca scientifica nella strenua lotta alla malattia. La produzione e il congelamento incontrollato degli embrioni (per ogni bimbo nato ci sono dieci embrioni creati: una distorsione clamorosa e censurata) pone il problema della spinta culturale a preferire la provetta all’adozione. Per tutelare la vita umana più fragile occorre proteggere l’embrione con uno scudo legale quale quello proposto dalla mozione europea "Uno di noi", animata dalla stessa cultura che vorrebbe una legge umana sul fine vita capace di proteggere dalla solitudine e da pulsioni autodistruttive le persone nel tratto più vulnerabile della vita, risparmiando loro l’impressione di sentirsi "di troppo". Magari perché assai costosi per la collettività. Stati vegetativi, Sla, malattie neurodegenerative, gravi disabilità, malattie rare meritano la massima e incondizionata protezione dello Stato. Ma chi si espone a parlarne in campagna elettorale?


da Avvenire.it

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