Gli Uomini del Fuhrer: Quando il Male assume sembianze umane


Io non ho nessuna coscienza: la mia coscienza è Adolf Hitler” Queste parole, che era solito ripetere Hermann Goring, il delfino di Hitler, esprimono in modo singolarmente eloquente il senso del nazionalsocialismo: una religione del sangue nella quale la moralità delle azioni anziché essere dettata dall’imperativo categorico del Maestro Interiore, è tale solo se conforme alla volontà dissennata del “capo carismatico”, il fuhrer. L’esperienza totalitaria in Germania fu soprattutto questo: una negazione di quei valori che attraverso i millenni il Cristianesimo aveva sedimentato in Europa, con il concetto di uguaglianza di tutti gli uomini in virtù del possesso da parte di ciascuno, dell’anima. Il nazionalsocialismo fu il trionfo del materialismo, negare l’esistenza dello spirito, fa si che gli uomini non possano essere considerati nulla più che la propria carne, il proprio sangue, e dunque anche il concetto di una razza superiore, quella ariana, non deve più fare i conti con quell’elemento immortale, l’anima, che rende tutti uguali, indipendentemente dalle differenze riscontrabili in un elemento perituro quale il corpo.  La massima di Don Sturzo, “Quando manca il senso del Divino, la scienza si applica ai forni di Dachau”, esprime perfettamente che il Nazismo rappresenta proprio l’estrema conseguenza, il punto più basso e abominevole nel quale l’uomo possa spingersi nel trionfo di quel materialismo, cui nemmeno la società contemporanea sembra tanto immune.
Goring
Passando in rassegna i ritratti dei maggiori collaboratori di Hitler, coloro cioè che uniformarono a tal punto la propria volontà ai suoi intenti, da accattivarsene la simpatia e la fiducia, si ha davvero l’impressione di essere dinanzi dei dèmoni i cui sguardi tradiscono la follia delle menti e ne suggeriscono le macchinazioni luciferine. Impossibile d’altro canto, non cogliere questi elementi nell’espressione esaltata di Hermann Goring che sin dall’infanzia, come raccontò la sorella, era solito esternare la violenza della propria indole, giocando a far la guerra nel castello in cui crebbe. Aviere medagliato della I Guerra Mondiale, nella quale combattè al fianco del leggendario Barone Rosso, fu poi il più stretto collaboratore di Hitler, del quale ammirava il cameratismo e l’antisemitismo: al suo fianco sin dal ’22, ne divenne il braccio destro nonché l’erede designato. Goring, ancor prima che la responsabilità politica, vide nella propria posizione di plenipotenziario dell’industria tedesca, un mezzo di arricchimento personale, e, nell’esperienza nazionalsocialista, la possibilità di vivere come un moderno Lorenzo il Magnifico, circondandosi delle più belle opere d’arte del mondo. Ma il Male non sempre assume i gusti eccentrici di Goring, spesso ama nascondersi laddove a nessuno verrebbe in mente di cercarlo: nella banalità. 
Himmler
In questi termini la filosofa Hannah Arendt parlò di Heinrich Himmler, il capo delle SS e della Gestapo. Questo marito così devoto e scrupoloso da poter essere considerato un capo-famiglia modello, utilizzò tutta la propria diligenza nella pianificazione dello sterminio sistematico di milioni di persone, mostrando quale effetto raccapricciante può avere coniugare la follia, di per sé irrazionale ed istintiva, con la meticolosa freddezza di un burocrate. Anche Himmler così come Hitler, il quale, da buon salutista, era immune dalla maggior parte dei vizi che affliggono l’umanità, celava dietro questa continenza, una morbosa attrazione per l’occulto, espressa nella devozione a pratiche pagane e nell’ossessione per le forme perfette caratteristiche della razza ariana, in nome della quale predispose la morte di milioni di Ebrei.
Mengele
Questa dialettica tra follia e ordine, propria di un regime autoritario (l’ordine) fondato sul mito di una fantomatica razza superiore (la follia), è espressa dal sorriso del dottor Josef Mengele, “l’angelo della morte”. Le testimonianze raccontano che al campo di Auschwitz, nel quale il piacente medico di regime aveva la possibilità di condurre i propri esperimenti di genetica, spesso conversasse amabilmente con i prigionieri, sempre elegante e profumato tanto che molte donne nel campo se ne invaghirono. Tuttavia a questo lato affabile, si accompagnavano spesso momenti di pura malvagità nei quali era capace di lasciarsi andare a scatti d’ira anche con i suoi collaboratori tedeschi e di uccidere decine di cavie umane a colpi di rivoltella. Aneddoti che bene tratteggiano l’indole di un uomo tanto spietato da condurre gli esperimenti che Gregor Mendel aveva fatto su piante di pisello, su gemelli omozigoti ebrei e slavi, considerati nulla più di cavie.
Goebbels
Nessuna possibilità di fraintendere invece il volto da becchino di Joseph Goebbels, l’uomo della propaganda di Hitler con il quale condivise la tragica fine nel buncher di Berlino, non facendosi scrupolo di uccidere con sé e la moglie, anche i sei figli. L’efferatezza di quest’uomo, tanto cieco alla morale quanto sordo alla verità, come dimostra il suo motto, “Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà verità”, mostra come il regime nazista piuttosto che dalle idee, fu animato dall’emozione suscitata da una propaganda, tanto più in grado di coinvolgere le masse quanto più capace di cogliere le spinte della primordiale volontà di autoaffermazione presenti nel cuore di ogni uomo. Per poter comprendere, dunque, il nazionalsocialismo non si può non guardare agli uomini che di tale regime furono i massimi esponenti, riuscendo a uniformare alla propria volontà un popolo intero, grazie all’abilità di leggere la segreta seduzione della volontà di potenza, prima di tutto negli squilibri della propria mente.


Ombre Olimpiche


"Volevo essere il più forte per questaq Olimpiade, ho sbagliato". Con questa candida ammissione Alex Schwazer ha fatto piombare  di nuovo l'Italia nell'incubo doping, rendendosi protagonista della più triste storia azzurra di queste Olimpiadi prima ancora di arrivare a Londra. Sì tratta di un atleta che si era sinora dimostrato di spessore internazionale indiscutibile e sul quale si puntava per una medaglia londinese, che diviene l'obiettivo dei media per motivi ben diversi dalle prestazioni sportive, allo stesso modo di quanto fatto per gli altri partecipanti a Londra 2012 che hanno oscurato lo spirito olimpicilo che doveva alimentare queste uggiose settimane oltremanica.
Una settimana fa è giunta la notizia della richiesta da parte del Comitato Olimpico Cinese alle proprie atlete del badminton di scuse ufficiali per le vicende che le hanno viste protagoniste nelle settimane precedenti. La coppia cinese è stata squalificata insieme a quella indonesiana per quello che nel gergo calcistico è definito 'biscotto', ovvero per aver aggiustato il risultato della partita per ottenere al termine del girone degli incroci più favorevoli. Se il badminton ha avuto il suo momento di notorietà per queste infelici circostanze, pur rimanendo a 'semplici' scorrettezze fra i giocatori, il nuoto si presenta ancora una volta agli appuntamenti di rilievo interazionale come il re delle polemiche: a Roma 2009 aveva tenuto banco la questione dei costumi non omologati, quest'anno si è confermato con la polemica - tutta italiana - delle cuffie e con quella ben più preoccupante della cinese Ye Shiwen, per la quale si è profilato il sospetto di un tanto fantascientifico quanto inquietante 'doping genetico', richiamando alla mente il celebre caso nell'attuale portabandiera sudafricano Caster Semenya.
Londra 2012 verrà sicuramente ricordata per le medaglie di Phelps, per l'ennesima impresa di Bolt, per l'immensa scherma azzurra, ma anche per questi tristi fatti; ma d'altronde le grandi vetrine internazionali sono per lo sport una triste cartina tornasole del livello dell'etica e di sincerità delle parole dei vari atleti che parlano di spirito olimpico.

La Storia mai scritta


Marzo 1940. Foresta di Katyn, al confine fra Russia e Bielorussia. 25 421 ufficiali e sottoufficiali po- lacchi vengono fucilati per or- dine del Polit- buro. Viene fisi- camente cancel- lata l’intera classe dirigente polacca. Ma i libri non ne parlano. 
Triennio 1936-1939. La Spagna è sconvolta dalla Guerra Civile; tre anni di durissime persecuzioni per la Chiesa spagnola: almeno 6 845 persone fra vescovi, sacerdoti, seminaristi, religiosi e religiose perdono la vita. In una diocesi della Spagna Settentrionale sopravvivono alla guerra solo 17 sacerdoti su 140. A Toledo viene ucciso il 48% del clero. Ma i libri non ne parlano.
Maggio 1942. Tripoli. Vengono rinchiusi nel vicino campo di concentramento di Giado 2 597 ebrei; oltre 600 di loro trovano la morte in patria, gli altri nel lager di Bergen-Belsen. Viene completamente eliminata l’intera comunità ebrea in Libia. Ma i libri non ne parlano.
Stavolta non c’entrano niente i tagli all’istruzione né quelli alla ricerca. Le cose si sanno. Ma non si vogliono dire. Le responsabilità del massacro di Katyn sono state in parte ammesse anche da Putin l’anno scorso. Ma all’evento non è stato dato alcun risalto. Nel 2007 è uscito un film sulla strage, girato dal figlio di una delle vittime. Ha ottenuto diverse nomination all’Oscar. Ma è uscito in pochissime sale.
La storia dell’ultimo secolo è piena di episodi cancellati dai libri, che si fa di tutto per non far conoscere. E ancora prima, il XIX secolo è narrato dai nostri libri con una serie di leggende e luoghi comuni che non fanno altro che nascondere la storia. “Prima dell’Unità d’Italia il Nord era ricco e il Sud era povero”. I titoli del Regno Sabaudo quotate intorno al 1850 alla borsa di Parigi perdevano in media il 30% sul valore nominale ogni anno; quelle del Regno Borbonico guadagnavano circa il 20% annuo. Al momento dell’introduzione della lira la grandissima maggioranza di monete vennero ritirate dal Meridione, nonostante quest’ultimo avesse meno della metà della popolazione del primo: il 65,7% di tutte le monete circolanti nella penisola provenivano dalle Due Sicilie. Ma oggi si legge che il Sud è sempre stato povero e che non è altro che un peso per l’Italia.
Non si tratta di errori, ma di scelte. Scelte su cosa possiamo studiare. Scelte ben precise che non ci vogliono far sapere nulla delle stragi partigiane, né della strage di Ustica, né di chi ha ucciso Aldo Moro né di tantissimi tasselli fondamentali che costituiscono la storia dell’Italia e dell’Europa.
Alla luce dell’analisi di pochi dati risulta quindi evidente quanto la nostra informazione e la nostra istruzione sia oggetto di speculazioni da parte di chi ha interesse a tenerci all’oscuro della storia tramite ogni mezzo: istruzione, media, comunicazione. Inoltre rientrano in questa azione disinformativa anche racconti e romanzi che presentano come vera una storia falsata nel proprio corso per dare adito ai propri ideali, formando quindi fra i lettori un’idea distorta del susseguirsi degli eventi. Facile vittima di questi tentativi di stravolgimenti della storia -spesso con fini ideologici- è stato il Medioevo. Anche in questo caso i libri che popolano le nostre aule riportano solo una parte degli eventi di questi secoli e li presentano molto spesso in maniera tale da indurre il lettore ad un determinato giudizio. Correndo il rischio di cadere nel banale si possono portare come esempi il mito della caccia alle streghe e dell’Inquisizione, oltre alla favolistica concezione di Medioevo come periodo morto per l’arte e la cultura.
L’Italia ricopre il 75° posto nella classifica mondiale per la libertà di stampa, dietro paesi come il Benin, le Isole Samoa ed il Ghana. Libertà di stampa, libertà di sapere e di studiare. Ecco cosa manca alla nostra scuola e al nostro paese.

L'oro di Dongo: il peccato originale del PCI



Dongo, 27 Aprile 1945. A queste coordinate spazio-temporali è impossibile non associare istantaneamente la cattura di Mussolini, in ritirata verso il ridotto della Valtellina - o piuttosto in fuga verso la Svizzera – e la sua barbara uccisione il giorno successivo. Di inchiostro sull’argomento ne è scorso e ne scorre a fiumi, ad esempio riguardo l’inspiegabile decisione di Hans Fallmeyer, designato da Hitler “angelo custode del duce”, di arrestare l’avanzata della colonna, comprendente oltre a 200 soldati tedeschi, armati fino ai denti, anche Mussolini e la Petacci, dinanzi una timida resistenza dei partigiani, facilmente forzabile, e di scendere a patti con essi, rivelando la presenza dell’ex duce. In quella data di 67 anni or sono, giace la verità su molte vicende, tramandate in modo menzognero per troppo tempo. 
Potremmo trovarvi prove del vergognoso tradimento di Mussolini da parte dei Tedeschi, i quali non hanno mai nascosto di considerare noi Italiani  dei traditori, forse ignorando che a Dongo, quel giorno, a consegnar il duce ai partigiani non fu soltanto il tenente Fallmeyer ma gli stessi soldati teutonici, che lo smascherarono durante il controllo che stava eludendo, travestito proprio da uno di loro. Si potrebbe inoltre far luce sulla reale morte di Mussolini, non fucilato da regolare plotone come vorrebbero le fonti ufficiali, ma massacrato da un gruppo di partigiani in seguito al suo rifiuto di consegnar loro una fantomatica lista contenente l’elenco dei beni trafugati dai nazifascisti in ritirata. Al pittoresco paesino sul Lago di Como è, ancora, legato il misterioso carteggio della corrispondenza tra Churchill e Mussolini il quale svelerebbe importanti retroscena sui piani che il duce aveva, opportunamente, escogitato per mettersi in salvo. Ma insieme a Mussolini, alla Petacci, agli altri gerarchi fascisti con famiglie e amanti al seguito e ai documenti Top Secret del duce, a Dongo il 27 aprile giunge anche il Tesoro del Fascismo. Si tratta, secondo le testimonianze e i verbali partigiani di 30 chili delle fedi in oro donate alla patria nel 1935, 70 chili di gioielli e lingotti e ben 475 kg di oro posto in 5 damigiane da 48 lt ciascuna (per un totale dunque di oltre mezza tonnellata di metallo prezioso); inoltre un valore stimato attorno ai 600 milioni di Euro in banconote, pellicce ed altri beni. Sulla scomparsa di questo patrimonio immenso, alla quale sono legati anche molti omicidi nella zona nell’immediato Dopoguerra, si cercò di fare chiarezza ben 12 anni dopo con un processo istituito contro 37 partigiani accusati dell’appropriazione di tale denaro: l’azione giudiziaria non ebbe seguito a causa del suicidio di uno dei giurati dopo 4 mesi e dell’intercorsa prescrizione per molti imputati. E’ stato però dimostrato che parte del tesoro di Dongo venne usato dal PCI per l’acquisto della propria sede in Via delle Botteghe Oscure e della tipografia per stampare “l’Unità” a Roma, nonché per il finanziamento delle proprie campagne elettorali nel Dopoguerra, con buona pace delle matrone che il 18 dicembre ’35 donarono le fedi alla patria, difficilmente immaginando che sarebbero servite per la propaganda del Partito Comunista, anziché per la Guerra Abissina.
Qualcuno, volendo dimostrare la normalità di tale furto, ricorrendo ad un noto precedente letterario, potrebbe osservare che anche nei poemi omerici il vincitore di un duello era legittimato a depredare le ricchezze sottratte all’avversario sconfitto (basti ricordare Ettore con Patroclo): tuttavia, posto che il duello con il Fascismo non lo vinse il solo PCI, ma tutte le forze democratiche del CLN, il ladrocinio di Dongo non può essere considerato altrimenti che una delle tante ruberie cui i partigiani rossi, spesso e volentieri, si abbandonarono durante la Guerra Civile. Rimanendo nel genere epico, sarebbe più appropriato associare questa vicenda alla maledizione del Tesoro dei Nibelunghi, l’anatema che condannò il più grande Partito Comunista d’Europa, quello Italiano, a non vincere nemmeno una di quelle campagne elettorali, pagate con l’oro nero del Fascismo.



OLIMPIADI AZZURRE - Settimana 1

Daniele Molmenti, oro nel kayak a slalom

È trascorsa una settimana dall'inizio della 30a Olimpiade dell'età moderna e per la spedizione azzurra, come d'altronde per tutte le squadre, è già tempo di bilanci: come sempre le prime medaglie assegnate sono quelle della scherma, del nuoto e dei cosiddetti sport minori che vivono il loro momento di gloria proprio durante le due-tre settimane olimpiche. Il primo giorno ha consegnato all'Italia un'impresa storica, un podio tutto tricolore nel fioretto femminile con l'oro della Di Francesca, l'argento della Errigo e il meraviglioso bronzo della sempreverde Vezzali: la nostra portabandiera si è dimostrata la grandissima campionessa che è fulminando la coreana Nam con 4 stoccate in appena 13 secondi.  Se la scherma è ormai da tempo un pozzo di medaglie per l'Italia e tale si è dimostrata vincendo l’oro anche nella gara a squadre del fioretto femminile, non possiamo dire altrettanto del nuoto: la delusione maggiore, complici probabilmente le grandi - forse eccessive - attenzioni mediatiche, risponde certamente al nome di Federica Pellegrini. La veneta, per la prima volta senza medaglie all'Olimpiade, come Scozzoli, Magnini e il resto degli azzurri. La Pellegrini e Magnini hanno denunciato immediatamente un'errata preparazione in vista di Londra, dando adito ad una polemica che rischia di spaccare la nazionale del nuoto: l'allenatore Rossetto spedisce al mittente le critiche, invitando a considerare che i grandi successi del passato sono stati frutto della stessa preparazione.


Se le dichiarazioni dei nuotatori nel post-gara rischiano di fare più male delle gare stesse, quelle di Mauro Nespoli, oro a squadre nel tiro con l'arco, hanno fatto piacere più della medaglia stessa: l'arciere azzurro ha dedicato la vittoria a Giorgio Napolitano, ricambiando così gli incoraggiamenti e le attenzioni che il Presidente riserva per le 'sue' nazionali: un bel modo per dichiarare ancora una volta la coesione e l'unione di intenti fra il Paese, nella persona del Presidente, e tutti gli atleti che difendono nel mondo il nostro tricolore.


Calciomercato da crisi


Mattia Destro
Per anni il mondo del calcio viveva freneticamente la giornata del primo di agosto, inizio ufficiale del Calciomercato, in attesa di contratti che concretizzassero le infinite voci del mese di luglio. Da quest’anno, complici i campionati Europei che hanno obbligato la Lega a concludere i campionati prima del solito, a partire dal 1° luglio è stato possibile depositare i contratti in Lega ed ufficializzare le compravendite. La giornata di ieri ha rappresentato dunque il giro di boa del Calciomercato estivo 2012, durante il quale alcune società hanno già operato attivamente, altre attendono i Saldi di fine agosto. Sicuramente si è trattato di un mercato all’insegna del fair-play finanziario e della tanto declamata austerity: basti considerare che Destro, che rappresenta indubbiamente il colpo del mercato sinora, costerà in totale alla Roma appena 16 milioni di euro. La Juventus si conferma fra le squadre più attive, con ben 18 trattative concluse sinora, 12 in entrata e 6 in uscita. Agli addii di Del Piero, Manninger e Grosso si sono aggiunti Borriello (fine prestito) ed Elia, mai entrato nell’ottica Juve. In entrata la Vecchia Signora ha fatto rientrare a Vinovo dai rispettivi prestiti Motta, Iaquinta, Martinez e Pazienza, ma soprattutto è riuscita a risolvere a proprio favore la comproprietà di Giovinco. I veri acquisti sono stati Isla ed Asamoah dall’Udinese e la promessa Pogba dal Manchester United. Il Milan è stata sicuramente la squadra oggetto del maggior numero di voci e notizie, più o meno ufficiali, non per roboanti acquisti, bensì per clamorose cessioni che hanno incrinato sensibilmente il rapporto fra la dirigenza e la tifoseria. Gli acquisti sono stati sinora 8, ma l’unico nome noto è quello di Montolivo, prelevato a parametro 0 dalla Fiorentina; gli altri acquisti rispondono ai nomi di Di Gennaro, Oduamadi, Gabriel, Acerbi, Pazzagli, Constant e Traorè: sicuramente non sono nomi da far impazzire la curva, e le rispettive provenienze ne sono una conferma. Se in entrata il Milan instaura trattative con società del calibro del Modena e del Torino, in uscita trae non pochi profitti dai rapporti con gli arabi del PSG, ma anche dalle conclusioni dei contratti di Seedorf, Nesta, Gattuso, Van Bommel, Zambrotta ed Inzaghi, che, oltre ad abbassare notevolmente l’età media in squadra, fanno risparmiare a Berlusconi fior di quattrini in lista paga. 
Ibra passato al PSG di Ancelotti e Leonardo
L’Udinese rivelazione degli ultimi anni sembra stia continuando nella sua politica di valorizzazione di giovani per poi rivenderli ottenendo grandi plusvalenze: alle già citate cessioni alla Juventus di Isla e Asamoah si aggiungono quelle di Floro Flores al Granada, Handanovic all’Inter e Cuadrado alla Fiorentina. Inutile dire che dei nomi in entrata nella squadra di Guidolin sono ben pochi quelli noti al grande pubblico, eccezion fatta per Muriel, di ritorno dalla positiva esperienza leccese, e Faraoni, rientrato nell’operazione Handanovic con l’Inter. Nonostante l’Udinese continui con la politica che le ha permesso di raggiungere grandi risultati, la tifoseria si dimostra tutt’altro che contenta e si aspetta che questo rimanente mese di mercato possa riservargli qualche piacevole sorpresa. La Lazio di mister Petkovic si presenta attualmente con ben poche novità rispetto a quella di Reja, eccezion fatta per la maglia Macron. Dei 7 giocatori arrivati a Formello solamente Ederson è un vero acquisto, seppur a parametro 0: gli altri 6 giocatori sono tutti di ritorno da vari prestiti, dimostrazione delle difficoltà che incontra la dirigenza Lotito-Tare a portare a termine trattative degne di questo nome. Ne è una conferma la considerazione che la squadra con la quale ha intessuto maggiori rapporti è la Salernitana, di proprietà dello stesso Lotito. 
Lorenzo Insigne
 A Napoli si alternano i rimpianti per la partenza di Lavezzi e i sempre più frequenti elogi di Insigne, uno dei grandi eroi di Zemanlandia a Pescara. De Laurentis non si è dimostrato particolarmente attivo quest’anno, con solo 10 trattative, fra cui i pezzi pregiati Behrami e Gamberini dalla Fiorentina.  La Roma a stelle e strisce dopo un solo mese di mercato si è dimostrata la società più attiva, con la bellezza di 19 acquisti e 13 cessioni. La telenovela del Calciomercato 2012 è stata sicuramente quella relativa a Mattia Destro, litigato fra Milan, Inter e Juventus che alla fine ha preferito sposare il progetto Roma. La prima operazione è stato il riscatto di Marquinho, conteso alla Lazio, ma che ha preferito rimanere fedele ai colori giallorossi. Di ieri è l’ufficialità di Federico Balzaretti, che si aggiunge sulla fascia sinistra a Dodò, promessa del Corinthians, in sostituzione del probabile partente Josè Angel. Dal club brasiliano è arrivato anche il centrale Castan, dal Chievo Bradley, dal Verona il greco Tachtsidis. Sono rientrati i vari prestiti, sono stati promossi diversi Primavera in prima quadra, su tutti il centrale Romagnoli, e altri ancora sono stati girati in varie trattative. In uscita sono da segnalare gli addii di Juan e Cassetti in difesa, Greco e Simplicio a centrocampo e, unica cessione economicamente consistente, Borini ceduto al Liverpool.

Salvare la patria, pedalando


 14 luglio 1948, l’Italia tutta è in subbuglio per l’attentato a Palmiro Togliatti, colpito dalla mano fascista di Antonio Pallante, alle 11:30 del mattino in Piazza Montecitorio. Nonostante la notizia del buon esito dell’intervento chirurgico cui è stato sottoposto il leader del PCI, la folla è insorta: per le strade e nelle piazze infuria lo scontro tra il popolo e le forze dell’ordine. Sembra di rivivere la guerriglia urbana tra partigiani e tedeschi: l’Italia è sull’orlo della Guerra Civile. Sono trascorsi appena 3 mesi dalla bruciante sconfitta elettorale delle Sinistre alle prime elezioni repubblicane della storia italiana, che hanno visto la netta vittoria della DC di Alcide De Gasperi, con il Fronte Democratico del PSI e del PCI confinato all’opposizione. Gli uomini che hanno combattuto per la Liberazione del Paese, frustrati dalla debacle delle urne, ritenendo l’attentato un attacco alla democrazia da parte delle forze reazionarie, incarnate dalla DC, scendono in piazza, occupano le fabbriche, la CGIL indice lo sciopero generale, il Ministro degli Interni, Mario Scelba, organizza la repressione: è Guerra. E si vive il terrore della Guerra: negozi chiusi, comunicazione radio saltata, la gente si aggira per le strade con facce stravolte e poco rassicuranti, intanto gli ex partigiani ritirano fuori le armi, mai riconsegnate dopo il 25 aprile, sull’altro fronte interi reparti dell’esercito vengono trattenuti in caserma pronti ad intervenire, mentre gli scontri con le Forze dell’Ordine cominciano a contare le prime vittime: 30 morti e 800 feriti. Nel frattempo in Francia, dove si festeggia la ricorrenza della “presa della Bastiglia”, si corre la 35° edizione del Tour de France e, approfittando della giornata di riposo prima delle Alpi, i giornalisti italiani ritornano in patria, allarmati dai fatti di cronaca e ormai convinti,sebbene manchi ancora metà giro, che la spedizione della squadra azzurra sia stato un fallimento. Partita senza Coppi e Magni, a guidare questa presunta “Armata Brancaleone”, c’è il 34enne Gino Bartali, troppo vecchio per il Tour, come dicono gli stessi giornalisti nostrani. “Ginettaccio” è staccato, in classifica, di 21 minuti dalla maglia gialla Bobet, per la gioia dei Francesi che hanno ancora il dente avvelenato per la pugnalata alle spalle della II Guerra Mondiale. Quella sera, il premier Alcide de Gasperi, chiama al telefono proprio Bartali e lo prega di vincere “perché qua c’è grande confusione”, rassicurando l’intera squadra circa le sorti dei loro familiari, per i quali i corridori azzurri erano a tal punto preoccupati da aver ponderato il ritiro dalla corsa. Il giorno successivo, nella frazione di 274 km, da Cannes a Brianzon, il Gino nazionale, dopo aver controllato la corsa, scatta sull’ultima salita: il leggendario Izoard la cui vetta è posta a 2361 metri. E’ un trionfo, sui 16 km di tornanti, il corridore di Firenze guadagna 19’ dalla maglia gialla. All’indomani ripete l’impresa: altro tappone alpino di 264 km con 4 montagne da scalare e nessuno che riesce a tenere la sua ruota.
La sera, nelle case italiane, la radio annuncia che Gino Bartali ha riconquistato la maglia gialla al Tour. La notizia passa più rapida di un fulmine, lega i gruppi dei cittadini in allarme con un nastro tricolore, ricordandogli che sono tutti italiani. I volti, cupi di paura e odio nei giorni precedenti, sono di nuovo illuminati dai sorrisi: dalle città, dalle campagne si leva, come un grande sospiro di liberazione. La segreta virtù delle imprese sportive, capaci di far sentire, nella gioia, gli italiani tutti uguali e tutti fratelli (come testimoniano i bagni di folla nelle strade cui assistiamo dopo i successi della Nazionale di Calcio), ci è restituita dal volto sorridente di Gino Bartali, l’uomo che, pedalando, salvò il Paese dalla Guerra Civile.