Cristoforo Colombo ed il "miracolo" della luce



Domani 12 ottobre ricorre il 520° anniversario della scoperta dell’America, di cui abbiamo sentito parlare fino alla nausea sin dalle scuole elementari; se tuttavia tutti conoscono gli avvenimenti di quel venerdì 12 ottobre, forse non tutti sanno degli avvistamenti del giorno precedente, di cui rimane traccia indelebile nei diari di bordo, soprattutto nel Journal di Cristoforo Colombo. In questi scritti si afferma che nella serata dell’11 ottobre furono viste delle luci, “come una piccola candela che si levava e si agitava, sembrando una sorta di indicazione di terra". Poco più avanti Colombo definisce quel segno “un segno di Dio e prima, vera e positiva indicazione di una terra”: dopo meno di 24 ore le tre caravelle raggiungeranno il Nuovo Continente.
Sull’origine di tale inspiegabili luci che ondeggiavano all’orizzonte si sono espressi i più esperti uomini di mare ed astrologi di ogni tempo, a partire dal vescovo Bartolomè de las Casas, secondo il quale i bagliori di cui si parla nei diari di bordo non sono altro che la luce proveniente dai falò accesi dagli indigeni per necessità di calore o luce. E tuttavia si scoprì poi che alle 22, l’orario degli avvistamenti, le navi erano a ben 35 miglia da terra, una distanza che non consentiva assolutamente di vedere alcunché sulla terra.
La risposta più recente al mistero degli avvistamenti dell’11 ottobre consiste nella bioluminescenza di alcuni protozoi presenti sulle rocce delle isole di uno degli arcipelaghi dell’Atlantico piuttosto vicini alla rotta seguita dalle tre caravelle, quello delle isole Caicos. Alcuni recenti studi hanno evidenziato come questi protozoi possano avere una luminosità varia, a tratti molto intensa e a tratti piuttosto debole, così da giustificare l’effetto “candela” di cui si parla nei diari. È comunque appurato che gli avvistamenti della sera dell’11 ottobre furono i primi avvistamenti dell’America, sebbene lo sbarco effettivo avvenne - come tutti sappiamo - il 12 ottobre.

Lepanto e Poitiers, la vittoria di Roma cristiana



Domenica scorsa - 7 settembre - ricorreva il 441° anniversario della Battaglia di Lepanto (1571), che non segnò un grande cambiamento negli equilibri europei, ma ciò nonostante è sempre rimaste nella storia del Vecchio Continente come una battaglia di primaria importanza per la sopravvivenza della nostra stessa cultura. Ricorre oggi invece il 1280° anniversario della Battaglia di Poitiers (732), una battaglia lontana quasi un millennio dalla precedente, e che tuttavia è spesso avvicinata nell’ideale collettivo a quest’ultima: insieme all’assedio di Vienna del 1529 rappresentano senza dubbio i momenti cruciali dello scontro fra Cristianesimo ed Islam che ha caratterizzato molti secoli della nostra storia.
La bellicosità e l’aggressività dei musulmani - che ha spesso messo a repentaglio anche le più solide istituzioni europee - trae inevitabilmente origine dall’originaria organizzazione della società araba, un’organizzazione tribale: le necessità di prevalere sulle vicine tribù era un necessario istinto di sopravvivenza, dal momento che soccombere ad un’altra tribù poteva significare perdere ogni potere e ricchezza. Quando Maometto morì nel 632, lasciò nel Corano una serie di precetti sulla vita sociale, politica e civile che invitava caldamente ogni musulmano ad adoperarsi affinchè il mondo intero professasse la religione isalmica.
L’espansione islamica dei primi secoli ebbe ben pochi avversari, complice una grande partecipazione popolare a tali azioni, la debolezza militare - non culturale!- delle civiltà insediatasi nelle zone conquistate ed un intelligente sistema di amministrazione che esentava da alcune tasse tutti coloro si dicessero credenti in Allah. Il nord-Africa in pochi decenni cadde completamente in mano araba: la terra che fu di Tertulliano e Sant’Agostino divenne nel 709 sotto il controllo completo degli arabi, grazie alla conquista da parte della dinastia omayyade.
Le battaglie di Poitiers e Lepanto dunque non ebbero grande rilievo a livello storico - in particolare la seconda, che ripresentò dopo pochi mesi un ritorno allo status quo - ma hanno rappresentato a livello culturale la vittoria della tradizione cattolica sugli infedeli islamici, a rassicurare l’Europa intera che Roma avrebbe avuto sorte migliore di Bisanzio.

Quando a scuola insegnano l'azzardo



"Il gioco è in grado di equilibrare la bilancia di istinto e ragione, permette all'uomo di essere libero". Qualora per gioco si intendesse l'attività ludica, questa frase non ci sconvolgerebbe più di tanto, per quanto comunque ci lascerebbe un po' interdetti; se invece per gioco si intende l'azzardo, il nostro commento sarà unanime circa l'incredibile contraddizione contenuta nella frase stessa.
La frase in questione non è altro che un passo della campagna di prevenzione somministrata dall'Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato a decine di migliaia di studenti ed adolescenti italiani; appare dunque ancor più assurdo il senso di queste parole, il cui fine sarebbe quello di prevenire ogni forma di rischio di dipendenza e problemi legati al gioco d'azzardo. Il progetto - finanziato ovviamente con i soldi dei contribuenti - è stato presentato nel 2009 ed è proseguito sino al 2011 con il titolo "Giovani e Gioco": il danno culturale che può aver provocato va indubbiamente associato - tanto come causa quanto come effetto - al proliferare di videolottery, slot machine, siti di poker e scommesse che invade quotidianamente le nostre case tramite televisione e giornali.
Un recente studio ha dimostrato che il 34% delle scommesse è fatto da minorenni, ma - si sa - "ci si attacca alla rete, al cellulare, alle slot machine e ai videopoker nei bar per sale risposta al primordiale bisogno di Concita che l'essere umano ha in sé", come recita perentoria la scioccante campagna.
Il pericolo maggiore si questa sciagurata iniziativa che per tre anni ha imperversato nelle nostre scuole è che vengono proposte due strade: la scommessa legale e quella illegale. Non è minimamente contemplata la possibilità di non scommettere e non giocare d'azzardo. Già, l'azzardo. Una parola assente nella campagna, che parla solamente di gioco è divertimento, raramente di rischio, mai di quello di cui tratta veramente, l'azzardo.
Ed infine la degna conclusione di una tale iniziativa è la definizione che la campagna attribuisce a chi sciaguratamente non è solito frequentare sale da gioco né siti si scommesse: "il gioco è rischio e a te i rischi non piacciono, meglio aggirare gli ostacoli. Così facendo, però, perdi tutte le sfumature della vita. Integerrimo... o semplicemente rigido come un ghiaccioli appena tolto dal freezer?"

Falcone morì nel 1988



È il 25 giugno 1992, sono trascorsi 33 giorni dalla strage di Capaci e ne mancano 24 a quella di via D'Amelio: Paolo Borsellino tiene il suo ultimo discorso pubblico, nella Biblioteca Comunale di Palermo, in memoria di Falcone. Il discorso dura mezz'ora, la tensione nella sala è tanta, l'aspettativa per le parole del giudice - quasi il suo testamento pubblico - è altissima: dopo essersi scusato per il ritardo e aver chiarito di non essere intenzionato a parlare di ciò di cui deve tener conto in primis alla magistratura, Borsellino inizia il suo discorso, un discorso che denuncerà l'abbandono che portò alla morte tanto Falcone quanto Borsellino stesso.

Re Umberto, gli Italiani nel cuore


Per 22 lunghi anni fu l’Italia, come Mussolini, e, come per lo statista di Predappio, la sua intensa esistenza venne caratterizzata da segreti, contraddizioni, scandali, attentati, belle donne e un’enorme popolarità, accompagnata da giudizi e sentimenti contrastanti espressi, emblematicamente, dai bagni di folla che ne acclamavano il passaggio ma che, spesso, nascondevano la mano assassina di qualche anarchico: questo, in estrema sintesi, il ritratto del secondo Re d’Italia, Umberto I.
Nato quando l’Italia era ancora un’espressione puramente geografica come aveva ironizzato il Principe Metternich, architetto dell’Europa post-napoleonica, Umberto ebbe la duplice responsabilità di portare il nome del fondatore della casa Savoia e di succedere ad un re, quale Vittorio Emanuele II, la cui figura, amatissima, era stata edulcorata dalla retorica unitaria e la cui memoria era ancora vivissima nel momento in cui salì al trono.
Re Umberto I
Sin dalla tenera età, Umberto, mostrò di essere degno erede del padre, come evidenziò non solo nell’attiva partecipazione alla II Guerra d’Indipendenza, ma anche e soprattutto nella pari passione per le avventure galanti, prima tra tutte quella con Eugenia Bolognini Litta, con la quale, una volta, venne trovato a letto dalla stessa moglie, la regina Margherita. L’aveva sposata nel 1868, in quelle che vennero definite “nozze del secolo”, alle quali, peraltro, è legata anche la nascita del Corpo dei Corazzieri (predisposti da Vittorio Emanuele II per scortare il corteo nuziale). I due consorti erano cugini, come era stato anche per i genitori di Umberto I, e, benché, si trattasse di un matrimonio di convenienza, la Regina Margherita, con la sua eleganza e il suo fascino magnetico, contribuì, non poco, alla popolarità del Re, non solo presso il popolo, ma anche presso le altre corone europee, come dimostrò l’incontro, nel 1881, con l’Imperatore Asburgico, Francesco Giuseppe, il quale rivide nella regina, la sua Sissi, e, di conseguenza, avallò l’entrata dell’Italia nella Triplice Alleanza, nominando, contestualmente, Umberto I, colonnello onorario del 28° reggimento dell’esercito austriaco. Quello a Vienna fu soltanto uno dei tanti viaggi compiuti insieme dai due coniugi che, sia in occasione del viaggio di nozze che della salita al trono, fecero tappa nelle città di tutta la penisola per conoscere meglio l’Italia e, soprattutto, gli Italiani.
La regina Margherita
La città a cui il Re era maggiormente legato, dopo Torino, città natale, e Roma, sua sede, fu, sicuramente, Napoli nella quale Margherita dette alla luce il principino Vittorio (il futuro re), benché una leggenda voglia che la regina avesse partorito una bambina, subito sostituita, nella culla, da un maschio, in modo tale da garantire la linea di successione, data l’impossibilità della regina di avere altri figli. Nella città partenopea, Umberto I tornò nel 1872 in occasione dell’eruzione del Vesuvio e nel 1884 per sostenere la popolazione afflitta da un’epidemia di colera, scelte dovute, in buona parte, alla volontà dei Savoia di smorzare il nostalgico ricordo dei Borboni nel Meridione. Tuttavia, proprio nell’amata Napoli, Umberto I subì il primo dei tre attentati che dovette patire durante il proprio regno: il 17 novembre 1878, l’anarchico lucano Giovanni Passanante si avventò sulla sua carrozza reale, armato di un coltello, urlando “Viva Orsini, Viva la Repubblica universale!”. Il re riuscì a difendersi con la propria spada, riportando solo una ferita al braccio, peggio andò al primo ministro Benedetto Cairoli, il quale, per salvare il re, guadagnò una medaglia al valore e una ferita alla coscia. Passanante, al quale Pascoli dedicò un componimento di cui fece pubblica lettura, venendo per questo arrestato, prima condannato a morte, e poi graziato, finirà i suoi giorni in galera in pessime condizioni.
L'attentato di Capannelle
Nonostante l’irrigidimento delle disposizioni per la sicurezza del sovrano da parte del Parlamento, Umberto I non schivò mai i bagni di folle dai quali era accolto nelle varie città italiane in virtù del suo impegno per la riduzione della tassa sul macinato, l’abolizione della pena capitale e l’estensione del suffraggio. Una scelta, quella di non sottrarsi all’abbraccio del suo popolo, che, nel 1897, quasi 20 anni dopo il primo, gli cagionò un secondo attentato. Nel frattempo il re aveva riscosso la simpatia del poeta vate dell’Italia Risorgimentale, Giosuè Carducci, il quale, in occasione della visita dei regnanti a Bologna, catturato dalla bellezza della Regina Margherita, si era convertito, da convinto repubblicano, in fervido monarchico e poeta personale della sovrana. Ai successi in politica interna, tuttavia, vanno aggiunti i disastri coloniali e lo Scandalo della Banca Romana, il quale fece vacillare le gracili istituzioni del neonato Regno e vide coinvolto lo stesso Umberto I, il quale aveva ricevuto alcuni prestiti dall’istituto di credito. Queste ed altre rivendicazioni di natura sociale, furono alla base dell’attentato dell’ippodromo Capannelle, a Roma, nel quale Pietro Acciarito tentò, invano di pugnalare il re, rapido, come nella prima occasione, a schivare il colpo. Anche Acciarito, come Passanante, subì una pena carceraria durissima con gravi ripercussioni sulla sua salute mentale, nell’occasione, inoltre, venne arrestato anche un suo amico, Romeo Frezzi, ucciso, in un paio di giorni, dagli agenti nel tentativo di estorcergli una confessione di complicità.
Il fatale attentato di Monza da un'illustrazione dell'epoca
Il carattere rigido ed autoritario del Re, l’anno dopo, lo portò ad insignire della Gran Croce dei Savoia il generale Bava Beccaris, per aver cannoneggiato, il 7 maggio ’98, la folla che protestava a Milano per il costo del pane. Fu, senz’altro, una delle pagine più nere di un periodo buio della storia unitaria, caratterizzato da fallimentari campagne coloniali, conclusesi in carneficine di soldati italiani, una pressione fiscale capace di affamare il popolo, la crisi della politica dei notabili e l’inizio delle prime rivendicazioni sociali, con la nascita del movimento operaio (diretta conseguenza dell’industrializzazione italiana) e del Socialismo (il PSI sorse nel 1892).
Re Umberto I non avvertì a pieno il carattere rivoluzionario di quest’epoca di profonde trasformazioni e pagò, con il proprio sangue, una crisi delle stantie istituzioni ereditate dal modello Cavour, nell’epilogo del 29 luglio 1900. Il re era a Monza per presenziare alla conclusione del concorso ginnico “Forti e Liberi”. Dopo cena si avviò verso il padiglione, sprovvisto, a causa del caldo, della cotta di maglia che era solito indossare sotto la camicia. Alle 22:30, contento di essersi sentito ringiovanire in compagnia di tanti atleti, si riavviò verso la propria carrozza, mentre la folla intonava la Marcia Reale. Ad attendere il passaggio della sua carrozza, tuttavia, c’era Gaetano Bresci con un revolver 5 colpi: ne esplose tre, colpendo il re alla spalla, al polmone e al cuore. Quando la carrozza arrivò alla reggia di Monza, il sovrano era già spirato.
Si spegneva così il secondo re d’Italia, il primo re degli Italiani, che, con il proprio sangue, battezzò un secolo di cui il suo regno, caratterizzato da contraddizioni politiche, tensione sociale, crescente bisogno del consenso popolare e un culto della personalità a metà tra mito e dramma, fu emblematico preludio.

Le memoria di Adriano



Nel dicembre 1951 Marguerite Yourcenar pubblicò Memorie di Adriano dopo anni di lunga gestazione; nei Taccuini di appunti allegati alla fine del libro, l’autore esordisce datando la stesura del libro fra il 1924 e il 1929, quando aveva fra i 20 e i 25 anni.
Il libro presenta un incipit tipico del romanzo epistolare - Mio caro Marco,... - e più volte Adriano si rivolge  direttamente al destinatario, Marco Aurelio, al quale narra, prendendo spunto da una visita medica durante la quale il suo medico Ermogene aveva constatato l’inevitabile peggiorare della sua malattia, gli eventi sella sua vita. L’opera non è però un’autobiografia composta da una semplice successione di fatti, bensì è espressione dell’evoluzione del pensiero e della filosofia dell’uomo, accompagnata dagli eventi che l’hanno inevitabilmente influenzata. L’autrice riesce magistralmente a descrivere Adriano allo stesso tempo sotto vari punti di vista, realizzando così un personaggio che ancora oggi, dopo quasi duemila anni, risulta estremamente attuale. Adriano è un uomo molto combattuto, che vive fra la gloria passata di Roma e il lento ma inevitabile declino del tardo impero, vive la decadenza della religione tradizionale e la prima affermazione del Cristianesimo e delle religioni orientali, alle quali si avvicina con interesse e sincera religiosità. Adriano, forse costretto dai tempi e dalle circostanze, inaugura una nuova figura di imperatore, non più spietato conquistatore, ma oculato difensore della patria, abile stratega, che alla guerra preferisce la pace, alle lance i libri e ai campi di battaglia le biblioteche.
Adriano descrive i suoi rapporti con Traiano, che vivono alti e bassi, e con Plotina, moglie di Traiano, che sembra l’unica figura, insieme ad Antinoo, che gli è sempre vicina. Quando gli dei non c'erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio, c'è stato un momento unico in cui è esistito l'uomo, solo. L’autrice nei Taccuini di Appunti definisce così Adriano, vissuto in un momento unico, senza dèi né Dio, e, in un certo senso, senza gli uomini; Adriano non ha un solido riferimento negli dèi, né riconosce la divinità di Cristo, e allo stesso tempo vive un periodo di trapasso, fra la grandezza della Roma Repubblicana e l’oblio del Tardo Impero.
Gli unici rapporti veramente profondi che l’imperatore descrive sono, come detto, quelli con Plotina ed Antinoo, che però muoiono entrambi prima dell’imperatore. Il legame più stretto che l’imperatore riesce a stringere è quello con il giovane Antinoo, con il quale instaura un rapporto ben più forte di qualunque altro, compreso quello con la moglie; l’affetto e l’amore che egli nutre per il giovane raggiunge il suo apice alla morte di Antinoo, assurto a divinità, per volere dell’imperatore.
Adriano è passato alla storia non per le sue gesta militari, sebbene si sia distinto anche sul campo di battaglia, ma per la sua sconfinata passione per la cultura, per tutto ciò che è all’infuori di Roma, senza tralasciare un’indubbia venerazione dell’Urbe e della sua storia. Adriano ricoprì a lungo il ruolo di Pontifex Maximus, mantenendo sempre il dovuto rispetto nei confronti della religione tradizionale, ma non disdegnò di accostarsi al culto del dio Mitra, dopo esserne venuto a contatto durante una campagna militare in Oriente. Egli riconosce la cultura greca come genitrice indiscussa di quella romana, ne rispetta la storia passata e le espressioni presenti; aderisce infatti alla corrente del neo-stoicismo, sulla scia di Seneca, come farà in seguito anche Marco Aurelio. Nell’evoluzione del pensiero dell’imperatore si afferma sempre più la presa di coscienza delle proprie responsabilità, non solo dell’impero che era nelle sue mani, ma anche della bellezza del mondo, presentandosi apertamente come amante del bello, dell’arte e di tutta la cultura. Adriano sopporta queste enormi responsabilità con freddezza, con il raziocinio di chi si rende conto di dover mettere le proprie virtù al servizio di tutti, perché l’uomo saggio sia funzionale alla politica. Adriano infatti, convinto dell’utilità delle proprie virtù per il buon governo di Roma, si comporta come grande imperatore, sollecito e allo stesso tempo riflessivo su ogni questione; egli afferma di gestire l’Impero in maniera tale che questo non risenta della sua assenza quando sarà morto e tento di riorganizzarlo secondo i tre principi che fa incidere sulle monete del suo impero: Humanitas, Libertas, Felicitas.
La sesta e ultima parte del libro presenta interessanti riflessioni sulla fine della vita, frutto dell’intensa meditazione di Adriano sul letto di morte; emerge in queste ultime pagine il carattere stoico del pensiero dell’imperatore. ..E cerchiamo di entrare nella morta a occhi aperti. Nonostante la malinconia che permea tutte le pagine, Adriano ha la forza di affrontare quasi impassibile la morte, rimanendo fedele ai propri ideali stoici; l’imperatore accetta inoltre serenamente la malattia, attendendo con tranquillità il fatidico momento del trapasso e rifiutando, dopo averne vagheggiato l’idea, il suicidio.
Il romanzo della Yourcenar nella forma è chiaramente un romanzo epistolare, ma in relazione al contenuto l’opera non appartiene ad alcun genere preciso; Adriano scrive sì una lettera, ma le sue parole, talvolta molto vicine alla poesia, esprimono tutta la sua interiorità, creando una sorta di flusso di coscienza, o, meglio, di monologo interiore.

Marguerite Yourcenar riesce nella mirabile impresa di descrivere fedelmente un imperatore, e, soprattutto, un uomo; riesce a mettere a nudo la sua personalità, realizzando a tratti un vero e proprio poema d’amore alla vita, che Adriano accetta in ogni sua forma e rispetta sino all’ultimo respiro.

XX secolo: davvero breve?


How to change the world ("Come cambiare il mondo", Rizzoli 2011): questo il titolo dell’ultima opera di Eric Hobsbawm, all’apparenza quasi ottimistico per i tempi che attraversiamo e per l’età dell’autore, che aveva 94 anni al tempo della pubblicazione; a ben guardare, invece, un’opera di coraggiosa sintesi rispetto al proprio pensiero politico e alla realtà del secolo nel quale aveva vissuto e al quale aveva dedicato tanti scritti, così come mostra il sottotitolo inglese: Tales of Marx and Marxism. Scomparso ieri a Londra, era nato nel 1917 ad Alessandria d’Egitto, allora protettorato inglese. Figlio di un ebreo inglese di origini polacche, Leopold Hobsbawm, e di una viennese, Nelly Gruen. Rimasto orfano, era stato adottato da uno zio con la famiglia del quale si era trasferito a Berlino dove rimase fino al 1933, quando per ragioni politiche gli Hobsbawm tornarono in Inghilterra.

L’impegno marxista per Eric era già cominciato in Germania e continuò in Inghilterra, dove nel 1946 (dopo aver fatto la guerra) entrò a far parte del "Communist Party Historians Group": il gruppo si divise nel 1956 sulla questione dell’Ungheria, ma al contrario di chi scelse di uscire dal "British Communist Party", Hobsbawm decise di non abbandonarlo, nonostante fosse critico sulla gestione sovietica della crisi. Solo anni dopo dichiarerà di non aver voluto sminuire quanto accadeva in Urss, ma che aveva creduto che «un nuovo mondo stava nascendo tra il sangue e l’orrore della rivoluzione... Grazie al collasso dell’Occidente, avevamo l’illusione che anche questo sistema brutale e sperimentale fosse destinato a funzionare meglio dell’Occidente». Hobsbawm seguì l’evolversi della situazione politica inglese (e in genere occidentale), affermando già negli anni Settanta che la sinistra europea non poteva più eleggere la classe operaia quale ceto di riferimento, perché i processi di deindustrializzazione lo rendevano impossibile. Anche questo ha fatto sì che lo storico si sia molto avvicinato alla fine di quel decennio alle politiche Labour di Neil Kinnock. E questo nonostante le lotte operaie contro le politiche della Thatcher avessero fatto intravedere a molti la possibilità di una classe operaia ancora protagonista.

Un’illusione, come i tempi a venire avrebbero dimostrato. L’avvicinamento al Labour Party e le riconsiderazioni critiche delle scelte del passato non hanno mai significato per Eric Hobsbawm, al contrario di quanto avvenuto per tanti, un’abdicazione dei propri principi e degli ideali socialisti. In questa prospettiva Come cambiare il mondo è un libro significativo perché rappresenta la riflessione di uno storico (che ha attraversato il Novecento e che ha visto fallire il progetto marxista) su come questi ultimi anni ci dicano che anche il trionfo del capitalismo è solo apparente. In una delle sue ultime interviste al <+corsivo>Guardian<+tondo> nel gennaio 2011, lo storico inglese concludeva: «I problemi di fondo del XXI secolo richiederanno soluzioni che né il puro mercato, né la pura democrazia liberale posso affrontare adeguatamente. E per farlo dovrà essere elaborata una differente combinazione di pubblico e privato, di azione dello Stato, di rapporto tra controllo e libertà. Come lo chiamerete non lo so. Ma potrebbe non esser più il capitalismo, certamente non nel senso in cui l’abbiamo conosciuto in questo Paese o negli Stati Uniti».

Per gli italiani, Hobsbawm è comunque due cose: lo storico del "mito" di Robin Hood, inventore della geniale definizione di "banditismo sociale" e il teorizzatore del XX secolo come "secolo breve" (nel volume The Age of Extremes: The Short Twentieth Century 1914-1991, uscito nel 1994 e tradotto in Italia da Rizzoli nel ’95). Per lui, dopo il "lungo" Ottocento, il Novecento era anzitutto, se non esclusivamente, l’età dei due grandi totalitarismi e del loro esito, tragico per il nazionalsocialismo e laborioso, faticoso, drammatico per il comunismo. Ma oggi, questo suo secolo cominciato con la prima guerra mondiale e terminato nel 1991 col crollo dell’impero sovietico, ci lascia perplessi. Evidente la copia di un altro secolo breve, quello tale per eccellenza, il Settecento, cominciato, com’è stato detto, con la morte del Re Sole nel 1715 e terminato con la presa della Bastiglia. Analizzando gli anni tra il 1914 e il 1991, lo storico scrisse: «Il secolo breve è stato un’epoca di guerre religiose, anche se le religioni più militanti e assetate di sangue sono state le ideologie laiche affermatesi nell’Ottocento, cioè il socialismo e il nazionalismo, i cui idoli erano astrazioni oppure uomini politici venerati come divinità».

Oggi però ci chiediamo se il Novecento non sia stato un secolo lungo se non lunghissimo, già avviato con il 1870 (l’anno della débacle della Francia dinanzi alla Germania, avvìo di una lunga révanche) e con il 1878, l’anno del Congresso di Berlino che s’illuse di sistemare le questioni balcanica e orientale (le medesime che ci troviamo dinanzi oggi) per finire ben oltre il fatidico 11 settembre del 2001, nella crisi ormai avviata.
Novecento come ultimo secolo di quella che Zygmunt Bauman ha definito «Modernità solida», come avvio del mondo postmoderno. A esso Eric Hobsbawm ha fornito un contributo essenziale, insegnandoci con L’invenzione della tradizione che le tradizioni non sono arcaiche, metastoriche ed eterne, ma si rinnovano e si ridefiniscono di continuo. L’uomo non ricorda, ricostruisce. Una lezione forse da non accettare integralmente, certo però da meditare.


Franco Cardini
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Avvenire, 3/X/2012