È il 25 giugno 1992, sono trascorsi 33 giorni dalla strage di Capaci e ne mancano 24 a quella di via D'Amelio: Paolo Borsellino tiene il suo ultimo discorso pubblico, nella Biblioteca Comunale di Palermo, in memoria di Falcone. Il discorso dura mezz'ora, la tensione nella sala è tanta, l'aspettativa per le parole del giudice - quasi il suo testamento pubblico - è altissima: dopo essersi scusato per il ritardo e aver chiarito di non essere intenzionato a parlare di ciò di cui deve tener conto in primis alla magistratura, Borsellino inizia il suo discorso, un discorso che denuncerà l'abbandono che portò alla morte tanto Falcone quanto Borsellino stesso.
Re Umberto, gli Italiani nel cuore
Per
22 lunghi anni fu l’Italia, come Mussolini, e, come per lo statista di
Predappio, la sua intensa esistenza venne caratterizzata da segreti,
contraddizioni, scandali, attentati, belle donne e un’enorme popolarità, accompagnata
da giudizi e sentimenti contrastanti espressi, emblematicamente, dai bagni di
folla che ne acclamavano il passaggio ma che, spesso, nascondevano la mano
assassina di qualche anarchico: questo, in estrema sintesi, il ritratto del
secondo Re d’Italia, Umberto I.
Nato
quando l’Italia era ancora un’espressione puramente geografica come aveva
ironizzato il Principe Metternich, architetto dell’Europa post-napoleonica, Umberto
ebbe la duplice responsabilità di portare il nome del fondatore della casa Savoia
e di succedere ad un re, quale Vittorio Emanuele II, la cui figura, amatissima,
era stata edulcorata dalla retorica unitaria e la cui memoria era ancora
vivissima nel momento in cui salì al trono.
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| Re Umberto I |
Sin
dalla tenera età, Umberto, mostrò di essere degno erede del padre, come
evidenziò non solo nell’attiva partecipazione alla II Guerra d’Indipendenza, ma
anche e soprattutto nella pari passione per le avventure galanti, prima tra
tutte quella con Eugenia Bolognini Litta, con la quale, una volta, venne trovato
a letto dalla stessa moglie, la regina Margherita. L’aveva sposata nel 1868, in
quelle che vennero definite “nozze del secolo”, alle quali, peraltro, è legata
anche la nascita del Corpo dei Corazzieri (predisposti da Vittorio Emanuele II
per scortare il corteo nuziale). I due consorti erano cugini, come era stato
anche per i genitori di Umberto I, e, benché, si trattasse di un matrimonio di
convenienza, la Regina Margherita, con la sua eleganza e il suo fascino
magnetico, contribuì, non poco, alla popolarità del Re, non solo presso il
popolo, ma anche presso le altre corone europee, come dimostrò l’incontro, nel
1881, con l’Imperatore Asburgico, Francesco Giuseppe, il quale rivide nella
regina, la sua Sissi, e, di conseguenza, avallò l’entrata dell’Italia nella
Triplice Alleanza, nominando, contestualmente, Umberto I, colonnello onorario
del 28° reggimento dell’esercito austriaco. Quello a Vienna fu soltanto uno dei
tanti viaggi compiuti insieme dai due coniugi che, sia in occasione del viaggio
di nozze che della salita al trono, fecero tappa nelle città di tutta la
penisola per conoscere meglio l’Italia e, soprattutto, gli Italiani.
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| La regina Margherita |
La
città a cui il Re era maggiormente legato, dopo Torino, città natale, e Roma,
sua sede, fu, sicuramente, Napoli nella quale Margherita dette alla luce il
principino Vittorio (il futuro re), benché una leggenda voglia che la regina
avesse partorito una bambina, subito sostituita, nella culla, da un maschio, in
modo tale da garantire la linea di successione, data l’impossibilità della
regina di avere altri figli. Nella città partenopea, Umberto I tornò nel 1872
in occasione dell’eruzione del Vesuvio e nel 1884 per sostenere la popolazione
afflitta da un’epidemia di colera, scelte dovute, in buona parte, alla volontà
dei Savoia di smorzare il nostalgico ricordo dei Borboni nel Meridione.
Tuttavia, proprio nell’amata Napoli, Umberto I subì il primo dei tre attentati
che dovette patire durante il proprio regno: il 17 novembre 1878, l’anarchico
lucano Giovanni Passanante si avventò sulla sua carrozza reale, armato di un
coltello, urlando “Viva Orsini, Viva la Repubblica universale!”. Il re riuscì a
difendersi con la propria spada, riportando solo una ferita al braccio, peggio
andò al primo ministro Benedetto Cairoli, il quale, per salvare il re, guadagnò
una medaglia al valore e una ferita alla coscia. Passanante, al quale Pascoli
dedicò un componimento di cui fece pubblica lettura, venendo per questo
arrestato, prima condannato a morte, e poi graziato, finirà i suoi giorni in
galera in pessime condizioni.
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| L'attentato di Capannelle |
Nonostante
l’irrigidimento delle disposizioni per la sicurezza del sovrano da parte del
Parlamento, Umberto I non schivò mai i bagni di folle dai quali era accolto
nelle varie città italiane in virtù del suo impegno per la riduzione della
tassa sul macinato, l’abolizione della pena capitale e l’estensione del
suffraggio. Una scelta, quella di non sottrarsi all’abbraccio del suo popolo,
che, nel 1897, quasi 20 anni dopo il primo, gli cagionò un secondo attentato. Nel
frattempo il re aveva riscosso la simpatia del poeta vate dell’Italia
Risorgimentale, Giosuè Carducci, il quale, in occasione della visita dei
regnanti a Bologna, catturato dalla bellezza della Regina Margherita, si era
convertito, da convinto repubblicano, in fervido monarchico e poeta personale
della sovrana. Ai successi in politica interna, tuttavia, vanno aggiunti i
disastri coloniali e lo Scandalo della Banca Romana, il quale fece vacillare le
gracili istituzioni del neonato Regno e vide coinvolto lo stesso Umberto I, il
quale aveva ricevuto alcuni prestiti dall’istituto di credito. Queste
ed altre rivendicazioni di natura sociale, furono alla base dell’attentato
dell’ippodromo Capannelle, a Roma, nel quale Pietro Acciarito tentò, invano di
pugnalare il re, rapido, come nella prima occasione, a schivare il colpo. Anche
Acciarito, come Passanante, subì una pena carceraria durissima con gravi
ripercussioni sulla sua salute mentale, nell’occasione, inoltre, venne
arrestato anche un suo amico, Romeo Frezzi, ucciso, in un paio di giorni, dagli
agenti nel tentativo di estorcergli una confessione di complicità.
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| Il fatale attentato di Monza da un'illustrazione dell'epoca |
Il
carattere rigido ed autoritario del Re, l’anno dopo, lo portò ad insignire
della Gran Croce dei Savoia il generale Bava Beccaris, per aver cannoneggiato,
il 7 maggio ’98, la folla che protestava a Milano per il costo del pane. Fu,
senz’altro, una delle pagine più nere di un periodo buio della storia unitaria,
caratterizzato da fallimentari campagne coloniali, conclusesi in carneficine di
soldati italiani, una pressione fiscale capace di affamare il popolo, la crisi
della politica dei notabili e l’inizio delle prime rivendicazioni sociali, con
la nascita del movimento operaio (diretta conseguenza dell’industrializzazione
italiana) e del Socialismo (il PSI sorse nel 1892).
Re
Umberto I non avvertì a pieno il carattere rivoluzionario di quest’epoca di
profonde trasformazioni e pagò, con il proprio sangue, una crisi delle stantie
istituzioni ereditate dal modello Cavour, nell’epilogo del 29 luglio 1900. Il
re era a Monza per presenziare alla conclusione del concorso ginnico “Forti e
Liberi”. Dopo cena si avviò verso il padiglione, sprovvisto, a causa del caldo,
della cotta di maglia che era solito indossare sotto la camicia. Alle 22:30,
contento di essersi sentito ringiovanire in compagnia di tanti atleti, si
riavviò verso la propria carrozza, mentre la folla intonava la Marcia Reale. Ad
attendere il passaggio della sua carrozza, tuttavia, c’era Gaetano Bresci con
un revolver 5 colpi: ne esplose tre, colpendo il re alla spalla, al polmone e
al cuore. Quando la carrozza arrivò alla reggia di Monza, il sovrano era già
spirato.
Si
spegneva così il secondo re d’Italia, il primo re degli Italiani, che, con il
proprio sangue, battezzò un secolo di cui il suo regno, caratterizzato da
contraddizioni politiche, tensione sociale, crescente bisogno del consenso
popolare e un culto della personalità a metà tra mito e dramma, fu emblematico
preludio.
Le memoria di Adriano
Nel dicembre 1951 Marguerite Yourcenar pubblicò Memorie di Adriano
dopo anni di lunga gestazione; nei Taccuini di appunti allegati alla
fine del libro, l’autore esordisce datando la stesura del libro fra il 1924 e
il 1929, quando aveva fra i 20 e i 25 anni.
Il libro presenta un incipit tipico del romanzo epistolare - Mio caro
Marco,... - e più volte Adriano si rivolge
direttamente al destinatario, Marco Aurelio, al quale narra, prendendo
spunto da una visita medica durante la quale il suo medico Ermogene aveva
constatato l’inevitabile peggiorare della sua malattia, gli eventi sella sua
vita. L’opera non è però un’autobiografia composta da una semplice successione
di fatti, bensì è espressione dell’evoluzione del pensiero e della filosofia
dell’uomo, accompagnata dagli eventi che l’hanno inevitabilmente influenzata.
L’autrice riesce magistralmente a descrivere Adriano allo stesso tempo sotto
vari punti di vista, realizzando così un personaggio che ancora oggi, dopo
quasi duemila anni, risulta estremamente attuale. Adriano è un uomo molto
combattuto, che vive fra la gloria passata di Roma e il lento ma inevitabile
declino del tardo impero, vive la decadenza della religione tradizionale e la
prima affermazione del Cristianesimo e delle religioni orientali, alle quali si
avvicina con interesse e sincera religiosità. Adriano, forse costretto dai
tempi e dalle circostanze, inaugura una nuova figura di imperatore, non più
spietato conquistatore, ma oculato difensore della patria, abile stratega, che
alla guerra preferisce la pace, alle lance i libri e ai campi di battaglia le
biblioteche.
Adriano descrive i suoi rapporti con Traiano, che vivono alti e bassi, e
con Plotina, moglie di Traiano, che sembra l’unica figura, insieme ad Antinoo,
che gli è sempre vicina. Quando gli dei non c'erano più e Cristo non ancora,
tra Cicerone e Marco Aurelio, c'è stato un momento unico in cui è esistito
l'uomo, solo. L’autrice nei Taccuini di Appunti definisce così
Adriano, vissuto in un momento unico, senza dèi né Dio, e, in un certo senso,
senza gli uomini; Adriano non ha un solido riferimento negli dèi, né riconosce
la divinità di Cristo, e allo stesso tempo vive un periodo di trapasso, fra la
grandezza della Roma Repubblicana e l’oblio del Tardo Impero.
Gli unici rapporti veramente profondi che l’imperatore descrive sono,
come detto, quelli con Plotina ed Antinoo, che però muoiono entrambi prima
dell’imperatore. Il legame più stretto che l’imperatore riesce a stringere è
quello con il giovane Antinoo, con il quale instaura un rapporto ben più forte
di qualunque altro, compreso quello con la moglie; l’affetto e l’amore che egli
nutre per il giovane raggiunge il suo apice alla morte di Antinoo, assurto a
divinità, per volere dell’imperatore.
Adriano è passato alla storia non per le sue gesta
militari, sebbene si sia distinto anche sul campo di battaglia, ma per la sua
sconfinata passione per la cultura, per tutto ciò che è all’infuori di Roma,
senza tralasciare un’indubbia venerazione dell’Urbe e della sua storia. Adriano
ricoprì a lungo il ruolo di Pontifex Maximus, mantenendo sempre il dovuto
rispetto nei confronti della religione tradizionale, ma non disdegnò di
accostarsi al culto del dio Mitra, dopo esserne venuto a contatto durante una
campagna militare in Oriente. Egli riconosce la cultura greca come genitrice
indiscussa di quella romana, ne rispetta la storia passata e le espressioni
presenti; aderisce infatti alla corrente del neo-stoicismo, sulla scia di Seneca,
come farà in seguito anche Marco Aurelio. Nell’evoluzione del pensiero
dell’imperatore si afferma sempre più la presa di coscienza delle proprie
responsabilità, non solo dell’impero che era nelle sue mani, ma anche della
bellezza del mondo, presentandosi apertamente come amante del bello,
dell’arte e di tutta la cultura. Adriano sopporta queste enormi responsabilità
con freddezza, con il raziocinio di chi si rende conto di dover mettere le
proprie virtù al servizio di tutti, perché l’uomo saggio sia funzionale alla
politica. Adriano infatti, convinto dell’utilità delle proprie virtù per il
buon governo di Roma, si comporta come grande imperatore, sollecito e allo
stesso tempo riflessivo su ogni questione; egli afferma di gestire l’Impero in maniera
tale che questo non risenta della sua assenza quando sarà morto e tento di
riorganizzarlo secondo i tre principi che fa incidere sulle monete del suo
impero: Humanitas, Libertas, Felicitas.
La sesta e ultima parte del libro presenta interessanti
riflessioni sulla fine della vita, frutto dell’intensa meditazione di Adriano
sul letto di morte; emerge in queste ultime pagine il carattere stoico del
pensiero dell’imperatore. ..E cerchiamo di entrare nella morta a occhi
aperti. Nonostante la malinconia che permea tutte le pagine, Adriano ha la
forza di affrontare quasi impassibile la morte, rimanendo fedele ai propri
ideali stoici; l’imperatore accetta inoltre serenamente la malattia, attendendo
con tranquillità il fatidico momento del trapasso e rifiutando, dopo averne
vagheggiato l’idea, il suicidio.
Il romanzo della Yourcenar nella forma è chiaramente
un romanzo epistolare, ma in relazione al contenuto l’opera non appartiene ad
alcun genere preciso; Adriano scrive sì una lettera, ma le sue parole, talvolta
molto vicine alla poesia, esprimono tutta la sua interiorità, creando una sorta
di flusso di coscienza, o, meglio, di monologo interiore.
Marguerite Yourcenar riesce nella mirabile impresa di
descrivere fedelmente un imperatore, e, soprattutto, un uomo; riesce a mettere
a nudo la sua personalità, realizzando a tratti un vero e proprio poema d’amore
alla vita, che Adriano accetta in ogni sua forma e rispetta sino all’ultimo
respiro.
XX secolo: davvero breve?
How to change the world ("Come
cambiare il mondo", Rizzoli 2011): questo il titolo dell’ultima opera
di Eric Hobsbawm, all’apparenza quasi ottimistico per i tempi che
attraversiamo e per l’età dell’autore, che aveva 94 anni al tempo della
pubblicazione; a ben guardare, invece, un’opera di coraggiosa sintesi
rispetto al proprio pensiero politico e alla realtà del secolo nel quale
aveva vissuto e al quale aveva dedicato tanti scritti, così come mostra
il sottotitolo inglese: Tales of Marx and Marxism. Scomparso
ieri a Londra, era nato nel 1917 ad Alessandria d’Egitto, allora
protettorato inglese. Figlio di un ebreo inglese di origini polacche,
Leopold Hobsbawm, e di una viennese, Nelly Gruen. Rimasto orfano, era
stato adottato da uno zio con la famiglia del quale si era trasferito a
Berlino dove rimase fino al 1933, quando per ragioni politiche gli
Hobsbawm tornarono in Inghilterra.
L’impegno marxista per Eric era già cominciato in Germania e continuò in Inghilterra, dove nel 1946 (dopo aver fatto la guerra) entrò a far parte del "Communist Party Historians Group": il gruppo si divise nel 1956 sulla questione dell’Ungheria, ma al contrario di chi scelse di uscire dal "British Communist Party", Hobsbawm decise di non abbandonarlo, nonostante fosse critico sulla gestione sovietica della crisi. Solo anni dopo dichiarerà di non aver voluto sminuire quanto accadeva in Urss, ma che aveva creduto che «un nuovo mondo stava nascendo tra il sangue e l’orrore della rivoluzione... Grazie al collasso dell’Occidente, avevamo l’illusione che anche questo sistema brutale e sperimentale fosse destinato a funzionare meglio dell’Occidente». Hobsbawm seguì l’evolversi della situazione politica inglese (e in genere occidentale), affermando già negli anni Settanta che la sinistra europea non poteva più eleggere la classe operaia quale ceto di riferimento, perché i processi di deindustrializzazione lo rendevano impossibile. Anche questo ha fatto sì che lo storico si sia molto avvicinato alla fine di quel decennio alle politiche Labour di Neil Kinnock. E questo nonostante le lotte operaie contro le politiche della Thatcher avessero fatto intravedere a molti la possibilità di una classe operaia ancora protagonista.
Un’illusione, come i tempi a venire avrebbero dimostrato. L’avvicinamento al Labour Party e le riconsiderazioni critiche delle scelte del passato non hanno mai significato per Eric Hobsbawm, al contrario di quanto avvenuto per tanti, un’abdicazione dei propri principi e degli ideali socialisti. In questa prospettiva Come cambiare il mondo è un libro significativo perché rappresenta la riflessione di uno storico (che ha attraversato il Novecento e che ha visto fallire il progetto marxista) su come questi ultimi anni ci dicano che anche il trionfo del capitalismo è solo apparente. In una delle sue ultime interviste al <+corsivo>Guardian<+tondo> nel gennaio 2011, lo storico inglese concludeva: «I problemi di fondo del XXI secolo richiederanno soluzioni che né il puro mercato, né la pura democrazia liberale posso affrontare adeguatamente. E per farlo dovrà essere elaborata una differente combinazione di pubblico e privato, di azione dello Stato, di rapporto tra controllo e libertà. Come lo chiamerete non lo so. Ma potrebbe non esser più il capitalismo, certamente non nel senso in cui l’abbiamo conosciuto in questo Paese o negli Stati Uniti».
Per gli italiani, Hobsbawm è comunque due cose: lo storico del "mito" di Robin Hood, inventore della geniale definizione di "banditismo sociale" e il teorizzatore del XX secolo come "secolo breve" (nel volume The Age of Extremes: The Short Twentieth Century 1914-1991, uscito nel 1994 e tradotto in Italia da Rizzoli nel ’95). Per lui, dopo il "lungo" Ottocento, il Novecento era anzitutto, se non esclusivamente, l’età dei due grandi totalitarismi e del loro esito, tragico per il nazionalsocialismo e laborioso, faticoso, drammatico per il comunismo. Ma oggi, questo suo secolo cominciato con la prima guerra mondiale e terminato nel 1991 col crollo dell’impero sovietico, ci lascia perplessi. Evidente la copia di un altro secolo breve, quello tale per eccellenza, il Settecento, cominciato, com’è stato detto, con la morte del Re Sole nel 1715 e terminato con la presa della Bastiglia. Analizzando gli anni tra il 1914 e il 1991, lo storico scrisse: «Il secolo breve è stato un’epoca di guerre religiose, anche se le religioni più militanti e assetate di sangue sono state le ideologie laiche affermatesi nell’Ottocento, cioè il socialismo e il nazionalismo, i cui idoli erano astrazioni oppure uomini politici venerati come divinità».
Oggi però ci chiediamo se il Novecento non sia stato un secolo lungo se non lunghissimo, già avviato con il 1870 (l’anno della débacle della Francia dinanzi alla Germania, avvìo di una lunga révanche) e con il 1878, l’anno del Congresso di Berlino che s’illuse di sistemare le questioni balcanica e orientale (le medesime che ci troviamo dinanzi oggi) per finire ben oltre il fatidico 11 settembre del 2001, nella crisi ormai avviata.
Novecento come ultimo secolo di quella che Zygmunt Bauman ha definito «Modernità solida», come avvio del mondo postmoderno. A esso Eric Hobsbawm ha fornito un contributo essenziale, insegnandoci con L’invenzione della tradizione che le tradizioni non sono arcaiche, metastoriche ed eterne, ma si rinnovano e si ridefiniscono di continuo. L’uomo non ricorda, ricostruisce. Una lezione forse da non accettare integralmente, certo però da meditare.
L’impegno marxista per Eric era già cominciato in Germania e continuò in Inghilterra, dove nel 1946 (dopo aver fatto la guerra) entrò a far parte del "Communist Party Historians Group": il gruppo si divise nel 1956 sulla questione dell’Ungheria, ma al contrario di chi scelse di uscire dal "British Communist Party", Hobsbawm decise di non abbandonarlo, nonostante fosse critico sulla gestione sovietica della crisi. Solo anni dopo dichiarerà di non aver voluto sminuire quanto accadeva in Urss, ma che aveva creduto che «un nuovo mondo stava nascendo tra il sangue e l’orrore della rivoluzione... Grazie al collasso dell’Occidente, avevamo l’illusione che anche questo sistema brutale e sperimentale fosse destinato a funzionare meglio dell’Occidente». Hobsbawm seguì l’evolversi della situazione politica inglese (e in genere occidentale), affermando già negli anni Settanta che la sinistra europea non poteva più eleggere la classe operaia quale ceto di riferimento, perché i processi di deindustrializzazione lo rendevano impossibile. Anche questo ha fatto sì che lo storico si sia molto avvicinato alla fine di quel decennio alle politiche Labour di Neil Kinnock. E questo nonostante le lotte operaie contro le politiche della Thatcher avessero fatto intravedere a molti la possibilità di una classe operaia ancora protagonista.
Un’illusione, come i tempi a venire avrebbero dimostrato. L’avvicinamento al Labour Party e le riconsiderazioni critiche delle scelte del passato non hanno mai significato per Eric Hobsbawm, al contrario di quanto avvenuto per tanti, un’abdicazione dei propri principi e degli ideali socialisti. In questa prospettiva Come cambiare il mondo è un libro significativo perché rappresenta la riflessione di uno storico (che ha attraversato il Novecento e che ha visto fallire il progetto marxista) su come questi ultimi anni ci dicano che anche il trionfo del capitalismo è solo apparente. In una delle sue ultime interviste al <+corsivo>Guardian<+tondo> nel gennaio 2011, lo storico inglese concludeva: «I problemi di fondo del XXI secolo richiederanno soluzioni che né il puro mercato, né la pura democrazia liberale posso affrontare adeguatamente. E per farlo dovrà essere elaborata una differente combinazione di pubblico e privato, di azione dello Stato, di rapporto tra controllo e libertà. Come lo chiamerete non lo so. Ma potrebbe non esser più il capitalismo, certamente non nel senso in cui l’abbiamo conosciuto in questo Paese o negli Stati Uniti».
Per gli italiani, Hobsbawm è comunque due cose: lo storico del "mito" di Robin Hood, inventore della geniale definizione di "banditismo sociale" e il teorizzatore del XX secolo come "secolo breve" (nel volume The Age of Extremes: The Short Twentieth Century 1914-1991, uscito nel 1994 e tradotto in Italia da Rizzoli nel ’95). Per lui, dopo il "lungo" Ottocento, il Novecento era anzitutto, se non esclusivamente, l’età dei due grandi totalitarismi e del loro esito, tragico per il nazionalsocialismo e laborioso, faticoso, drammatico per il comunismo. Ma oggi, questo suo secolo cominciato con la prima guerra mondiale e terminato nel 1991 col crollo dell’impero sovietico, ci lascia perplessi. Evidente la copia di un altro secolo breve, quello tale per eccellenza, il Settecento, cominciato, com’è stato detto, con la morte del Re Sole nel 1715 e terminato con la presa della Bastiglia. Analizzando gli anni tra il 1914 e il 1991, lo storico scrisse: «Il secolo breve è stato un’epoca di guerre religiose, anche se le religioni più militanti e assetate di sangue sono state le ideologie laiche affermatesi nell’Ottocento, cioè il socialismo e il nazionalismo, i cui idoli erano astrazioni oppure uomini politici venerati come divinità».
Oggi però ci chiediamo se il Novecento non sia stato un secolo lungo se non lunghissimo, già avviato con il 1870 (l’anno della débacle della Francia dinanzi alla Germania, avvìo di una lunga révanche) e con il 1878, l’anno del Congresso di Berlino che s’illuse di sistemare le questioni balcanica e orientale (le medesime che ci troviamo dinanzi oggi) per finire ben oltre il fatidico 11 settembre del 2001, nella crisi ormai avviata.
Novecento come ultimo secolo di quella che Zygmunt Bauman ha definito «Modernità solida», come avvio del mondo postmoderno. A esso Eric Hobsbawm ha fornito un contributo essenziale, insegnandoci con L’invenzione della tradizione che le tradizioni non sono arcaiche, metastoriche ed eterne, ma si rinnovano e si ridefiniscono di continuo. L’uomo non ricorda, ricostruisce. Una lezione forse da non accettare integralmente, certo però da meditare.
Franco Cardini
© riproduzione riservata
Avvenire, 3/X/2012
San Francesco e la Povertà. La parafrasi di Dante
“Di questa costa,
dov’ella frange
Più sua rattezza,
nacque al mondo un sole,
come fa questo
talvolta di Gange.
Però chi d’esso
loco fa parole,
non dica Ascesi,
chè direbbe corto,
ma Oriente, se
proprio dir vuole.”
Con
queste terzine, il Sommo poeta celebra la figura di San Francesco attraverso
una straordinaria metafora con cui accosta la figura del santo a quella del pianeta che mena dritto altrui per ogne
calle, e la sua città natale, Assisi (citata secondo l’antica lectio,
Ascesi) allo stesso Oriente, donde il sole nasce.
Siamo
nel Paradiso, nel XI Canto, quello degli spiriti sapienti e le lodi del santo
vengono tessute dal domenicano e Dottore della Chiesa Tommaso d’Aquino secondo
un felice schema narrativo, ideato dal Sommo e riproposto nel canto successivo dalla
lode dell’altro riformatore del XIII secolo, San Domenico, per bocca del
teologo francescano San Bonaventura da Bagnoreggio.
L’impossibilità
di trattare separatamente l’elogio dei due santi, è dettato per Dante dalla
massima biblica “Quod Deus coniunxit,
homo non separet”, dalla volontà cioè, attraverso una lode congiunta, di
riconoscere uno stesso progetto divino nella contemporanea nascita agli
antipodi della Cristianità ( San Domenico ad Occidente, San Francesco ad
“Oriente”) dei due santi in grado di sconfiggere i due nemici, al tempo, della
Chiesa: all’interno, gli ecclesiastici corrotti, all’esterno, gli eretici,
combattuti rispettivamente dalla povertà francescana e dall’ortodossia
domenicana.
Da
questo imprescindibile particolare strutturale del canto, è possibile
riconoscere il fine tutto politico quanto religioso del viaggio ultraterreno di
Dante: riportare gli uomini al Vero Bene, mostrando i castighi e il trionfo
riserbati, nell’eternità, rispettivamente a coloro che, in vita, trasgredirono o
seguirono i divini precetti, dettati da una fede, i cui caratteri fondamentali
erano stati abbandonati, in prima istanza, proprio dagli uomini di Chiesa,
dimentichi di quella povertà evangelica che Francesco pose al centro della
propria missione. Su questo carattere l’Alighieri insiste, ricorrendo ad
un’immagine cui il contemporaneo Giotto, impegnato nella decorazione della
Basilica di Assisi, non dà lo stesso peso, evidenziando, al contempo,
l’originalità e i secondi fini di natura politica, sottesi all’arte di Dante:
si tratta del matrimonio tra San Francesco e la Povertà, colei che aveva pianto
con Cristo sulla croce ed era, poi, rimasta vedova per più di 1100 anni.
E’
un’immagine straordinaria che il poeta fiorentino preferisce ai caratteri più
propriamente ascetici della vita del santo di Assisi per porne in evidenza
l’insegnamento dato all’esistenza di ciascun cristiano: a Dante, riformatore
dei costumi e, dunque, della politica, interessa celebrare di San Francesco non
tanto la spiritualità così santa da apparire irraggiungibile a noi poveri
mortali, ma più propriamente il purissimo affrancamento dalla cupidigia, passo
fondamentale di quella battaglia che la vita cristiana è e che, prima di tutto,
si combatte nel nostro cuore per sconfiggere l’insaziabile egoismo di desideri
e brame senza fine e raggiungere, così, la santità di una donazione
incondizionata all’altro.
Alla
vigilia della ricorrenza del santo di Assisi, Dante, attraverso l’eternità
della sua poesia, giunge al cuore di noi uomini del terzo millennio, così come
credette di fare per quelli della sua generazione, indicando la straordinaria
esistenza di San Francesco, come faro per una vita vissuta nella
Carità e lontana da quello sfrenato godimento dei beni terreni di cui ben
vediamo i catastrofici risultati nella crisi economica e morale del nostro
tempo.
BCE, quando lo spreco diventa europeo
Se in Italia siamo a che fare con gli ennesimi scandali su sperperi e
corruzioni, in Europa lo spreco si fa in grande: la Banca Centrale del nostro
Mario Draghi ha comunicato pochi giorni fa i nuovi progetti per la futura sede
già in costruzione. Il nuovo edificio dovrebbe essere costituito da due torri
pentagonali alte oltre 160 metri nella zona dei mercati generali di
Francoforte. Il progetto, approvato diverso tempo fa, prevedeva una spesa
astronomica di 850 milioni di euro, soldi che in Spagna o in Grecia avrebbero
preferito spendere diversamente, magari pagando gli stipendi bloccati da anni.
Il Daily Telegraph ha pubblicato in questi giorni un reportage a riguardo,
nel quale evidenzia come la durata del cantiere si sia allungata di oltre sei
mesi, ed il prezzo sia lievitato di 350 milioni superando il miliardo
complessivo. La BCE non ha potuto evitare di esprimersi e ha tentato goffamente
di trovare una via di scampo davanti ad un'imbarazzante spesa miliardaria in
momento di austerity come quello attuale: l'imprevisto aumento delle spese -
dicono - è stato causato dall'inflazione e dal conseguente generale aumento dei
prezzi dei materiali per oltre i due terzi.
Il Daily Telegraph, denunciando questo schiaffo in faccia a milioni di
cittadini europei che si sentono chiedere sacrifici su sacrifici da chi
pianifica di spendere 1,2 miliardi nell'arco di un paio di anni, ha ostentato
l'orgoglio britannico che non si scorderà mai la scelta di astenersi
dell'Unione Monetaria, sottolineando quanto queste scelte sconsiderate non graveranno
sui sudditi di Sua Maestà.
A voler prendere la questione col sorriso sulle labbra, ci verrebbe da dire
che è proprio vero che tutto il mondo è paese...
Giovanni XXIII, a nome del "Principe della Pace"
Il pontificato di Giovanni XXIII, al secolo Angelo Roncalli, non è
ricordato per la sua durata, sale sul soglio pontificio a 77 anni per rimanerci
5 anni, ma per aver convocato, dopo oltre 80 anni, un Concilio: era il 25
gennaio 1959, quando, Papa da soli tre mesi, annunciò "Venerabili Fratelli e Diletti Figli Nostri! Pronunciamo
innanzi a voi, certo tremando un poco di commozione, ma insieme con umile
risolutezza di proposito, il nome e la proposta della duplice celebrazione: di
un Sinodo Diocesano per l'Urbe, e di un Concilio ecumenico per la Chiesa
universale".
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