Maastricht 21 anni dopo




Era l’11 dicembre 1991 quando a Maastricht, città olandese al confine con la Germania ed il Belgio, veniva raggiunto lo storico accordo ratificato il 7 febbraio dell’anno successivo che sanciva, di fatto la nascita dell’Unione Europea. In un periodo in cui la politica comunitaria e i rapporti diplomatici con il resto dell’Europa sono oggetto di dibattiti quotidiani, sembra quantomeno opportuno ripercorrere i primi passi dell’unione continentale, andando alla ricerca dei motivi e delle promesse sancite nella città sulla Mosa. Le basi su cui è fondato l’accordo di Maastricht sono tre: la nascita di una Comunità europea come risultante delle tre precedenti istituzioni (CEE, CECA ed EURATOM), la creazione di una politica estera e di sicurezza comunitaria e la Cooperazione giudiziaria e di polizia in materia penale.
E tuttavia ciò che ha conferito all’accordo il carattere di evento storico che lo contraddistingue ancora oggi è la proclamazione dell’Unione Europea, la cui realizzazione fu prevista tramite tre fasi: la liberalizzazione dei capitali, la creazione dell’Istituto monetario europeo (IME) e la fissazione di tassi di cambio definitivi tra le monete della Comunità.

Dal Corriere della Sera dell’11 dicembre 1991
Il Trattato di Maastricht dovrà essere ratificato dai parlamenti nazionali dei Paesi della Cee: Danimarca e Irlanda, l’una perplessa sull’impegno a una politica di sicurezza e poi difesa comune, l’altra condizionata dal suo status neutrale, subordineranno la ratifica all’esito di un referendum popolare; al Parlamento britannico sono attese accese discussioni sull’unione monetaria; in Francia il difficile clima politico fa temere sorprese, il presidente François Mitterrand ha già accennato alla possibilità di un referendum. Nonostante il cancelliere tedesco Helmut Kohl parli di «un’importante tappa intermedia in direzione dell’unità europea», dalla Germania, locomotiva economica della nuova Europa, potrebbero arrivare gli ostacoli più impegnativi: Egon Klepsch, presidente del Parlamento europeo, rileva che il trattato contiene debolezze, insufficienze ed aspetti poco chiari; Helmut Schlesinger, presidente della banca centrale tedesca, conferma un «sì di principio» ma non nasconde l’inquietudine sui tempi e i modi in cui i Dodici si avviano alla svolta (troppa fretta e scarse preoccupazioni). Più del compiacimento per alcune caratteristiche della futura Banca europea (indipendenza dal potere politico, priorità della lotta all’inflazione secondo il modello tedesco, responsabilità nella politica dei cambi dei Paesi membri nei confronti delle monete esterne), nel comunicato della Bundesbank colpisce l’elenco delle perplessità sul futuro dell’Europa, innanzitutto riguardo all’agenda che fissa il cammino verso l’unione monetaria totale (moneta unica e banca centrale entro il 1999): la banca centrale tedesca teme che per rispettare il calendario si facciano concessioni ai severi criteri che ogni Paese dovrà rispettare per entrare nell’ultima fase dell’Unione («avremmo preferito un calendario più morbido»), e sottolinea che il limite del ’99 è stato adottato «nell’ultima notte di negoziati» in una riunione alla quale «i ministri delle Finanze non erano presenti». Altra preoccupazione, le competenze dell’Istituto monetario europeo, che sarà creato nel ’94 come primo passo verso la Banca centrale europea col compito di ricevere una parte delle riserve monetarie delle banche nazionali e di promuovere e sorvegliare lo sviluppo dell’Ecu: il timore di Francoforte è che queste due attività «possano suscitare conflitti con la politica monetaria di ogni Paese». Infine il controllo dell’inflazione nei Paesi più deboli, con implicito riferimento all’Italia: l’unione monetaria richiederà «grossi sforzi» in questo campo», la politica monetaria «non potrà, da sola, raggiungere gli obiettivi voluti», e sarà dunque necessaria un’unione politica della quale il Trattato non consente una visione chiara. Conclusione: i governi dovranno osservare «la necessaria disciplina finanziaria», gli aiuti all’interno della Cee non dovranno diminuire la responsabilità dei singoli Paesi e «non dovranno pesare sulle finanze pubbliche tedesche, che già si trovano in una situazione difficile».

Conte e la stampa: una vergogna tutta italiana

Conte in un passaggio dell'ormai celebre conferenza stampa.


Abbiamo assistito ieri all’ennesimo scempio dell’informazione italiana, o meglio, è culminata nella giornata di ieri una delle pagine più tristi del nostro calcio e dell’informazione sportiva. Palermo-Juventus giocata ieri pomeriggio al Renzo Barbera è stata attesa, vista e letta solo ed esclusivamente come la partita del ritorno in panchina di Antonio Conte, martire della giustizia sportiva, osannato come uno dei migliori tecnici d’Italia e autodefinitosi “speciale”. In campo c’era un certo Gianluigi Buffon - uno dei pochi italiani a contendersi il pallone d’oro negli ultimi vent’anni -, “El Romario del Salento” Miccoli - che pure qualcosa l’ha dimostrato in vent’anni di carriera -, Claudio Marchisio - che a 26 anni è un pilastro del centrocampo della nazionale -, un campione del Mondo come Andrea Pirlo, un talento indiscusso come Josip Ilicic. Tralasciando l’indicibile torto fatto a tutti i tifosi - non solo bianconeri e palermitani - e tutti gli amanti del gioco del calcio nel considerare zero le questioni tecniche dell’incontro, ci vogliamo soffermare sul solo “caso Conte” - consci che in tal modo fomentiamo noi stessi questa spiacevole situazione, ma risoluti a dire la nostra modesta opinione, anche se controcorrente.
Conte al rientro al Barbera di Palermo.
Antonio Conte siede - “saltuariamente” - sulla panchina della Juventus dalla stagione scorsa, ha vinto il Campionato 2011/2012 - statisticamente considerato uno dei più mediocri della storia del calcio italiano - dopo aver portato in Serie A prima il Bari e poi il Siena. Proprio alla sua esperienza con il Siena risalgono i fatti incriminati dalle Procure di mezza Italia nell’ambito del cosiddetto Calcioscommesse. I fatti che seguono sono oggetto di cronaca da diversi mesi oramai, e appare superfluo soffermarci ancora. Ciò che grida vendetta è invece il comportamento tenuto non solo da Conte ma soprattutto più dai media nel periodo immediatamente successivi: abbiamo difatti assistito ad un vergognoso ed indiscriminato attacco alla Giustizia, una messa in questione delle Leggi alla quale - è impossibile negarlo - ha tuttavia avuto ruolo di coprotagonista il tecnico leccese (basti ripensare alla sceneggiata organizzata nella conferenza stampa dopo la sentenza...).
Ieri - infine - abbiamo assistito alla degna conclusione di una vicenda che definire spiacevole è poca cosa: non c’era un giornale sportivo che non presentasse la notizia del ritorno in panchina di Conte in prima pagina, ma nessuno ha presentato il fatto come era realmente, ovvero come il ritorno di un personaggio condannato in definitiva, che con le sue azioni ha rovinato il gioco del calcio. Forse sarebbe interessante chiedersi come si sarebbero comportati i tifosi dell’Atalanta se il loro storico capitano avesse fatto ritorno in campo: forse non ne sarebbero stati così orgogliosi, e probabilmente la stessa stampa gli avrebbe riservato un trattamento ben diverso da quello di cui abbiamo avuto testimonianza nei giorni passati.
E - in conclusione - non possiamo esimerci da un commento - sdegnato - delle parole del tecnico alla fine della partita: “Sono speciale”: si sa, la celebrità dà alla testa, ma forse converrebbe suggerire all’ex capitano bianconero una piccola riflessione. La Serie A è - ed è stata - piena di ottimi allenatori, degni esponenti di una scuola, quella italiana, che esporta tecnici in club e nazionali in tutto il mondo, fra cui sicuramente personaggi più titolati, carismatici e con più esperienza di Conte: forse qualcuno ha mai sentito Zeman dire che è speciale dopo aver infranto ogni record con il suo Pescara? O magari Allegri dopo aver vinto la Panchina d’Oro nel 2009? O magari Ancelotti dopo aver concluso uno dei periodi più vincenti della storia del Milan? Ah giusto, nessuno di loro può vantare una condanna di quattro mesi... E allora - se così va il mondo - onore a Conte, miglior tecnico della Serie A.

8 Dicembre 1854. "Nulla macula est in Te, Maria"


In occasione della Solennità dell’Immacolata Concezione della Vergine Maria rievochiamo il momento cruciale della proclamazione del dogma, l’8 dicembre 1854, in San Pietro, da parte del Beato papa Pio IX nella Ineffabilis Deus, rifacendoci alla biografia dedicata a quest’ultimo da Andrea Tornielli nell’opera “PIO IX. L’ultimo Papa Re”.
“Giunto il giorno sospirato, la Basilica di San Pietro era gremita. Dopo il canto del Vangelo in latino e in greco come nel pontificali del Papa, il Cardinale Macchi Decano del Sacro Collegio, insieme ai Decani degli Arcivescovi e Vescovi presenti alla sacra funzione, Monsignor Luigi Maria Cardelli, Arcivescovo di Acri da, e Monsignor Laudisio Vescovo di Policastro, nonché l`Arcivescovo di rito greco Monsignor Stefano Missir di Irenopoli e Monsignor Edoardo Hurmuz di Sirace di rito armeno, presentatisi ai piedi del trono rivolsero la supplica a Sua Santità: nel testo, pronunciato in lingua latina, si chiede al papa che sia definito <<dal vostro supremo e infallibile giudizio l`Immacolato Concepimento della Santissima Vergine Maria Madre: di Dio  per il quale ci sarà gaudio in cielo e sommamente esulterà il mondo>>. Pio IX risponde che avrebbe accolto la supplica, ma soltanto dopo aver invocato lo Spirito Santo e intona dunque il Veni Creator. Quindi, seduto sul trono con in capo la tiara, legge ad alta voce la Bolla dogmatica, che specifica gli argomenti a favore della proclamazione dell'Immacolata, le tradizioni latine e Orientali nonché i pronunciamenti già presenti nel magistero dei papi.
«Dio ineffabile, le vie del quale sono la misericordia e la verità; Dio, la cui volontà è onnipotente e la cui
sapienza abbraccia con forza il primo e l'ultimo confine dell'universo e regge ogni cosa con dolcezza, previde fin da tutta l'eternità la tristissima rovina dell'intero genere umano, che sarebbe derivata dal peccato di Adamo. Avendo quindi deciso, in un disegno misterioso nascosto dai secoli, di portare a compimento l'opera primitiva della sua bontà, con un mistero ancora più profondo – l'incarnazione del Verbo – affinché l'uomo (indotto al peccato dalla perfida malizia del diavolo) non andasse perduto, in contrasto con il suo proposito d'amore, e affinché venisse recuperato felicemente ciò che sarebbe caduto con il primo Adamo, fin dall'inizio e prima dei secoli scelse e dispose che al Figlio suo Unigenito fosse assicurata una Madre dalla quale Egli, fatto carne, sarebbe nato nella felice pienezza dei tempi. E tale Madre circondò di tanto amore, preferendola a tutte le creature, da compiacersi in Lei sola con un atto di esclusiva benevolenza. Per questo, attingendo dal tesoro della divinità, la ricolmò – assai più di tutti gli spiriti angelici e di tutti i santi – dell'abbondanza di tutti i doni celesti in modo tanto straordinario, perché Ella, sempre libera da ogni macchia di peccato, tutta bella e perfetta, mostrasse quella perfezione di innocenza e di santità da non poterne concepire una maggiore dopo Dio, e che nessuno, all'infuori di Dio, può abbracciare con la propria mente. 
Era certo sommamente opportuno che una Madre degna di tanto onore rilucesse perennemente adorna
degli splendori della più perfetta santità e, completamente immune anche dalla stessa macchia del peccato originale, riportasse il pieno trionfo sull'antico serpente. Dio Padre dispose di dare a Lei il suo unico Figlio, generato dal suo seno uguale a sé, e che ama come se stesso, in modo tale che fosse, per natura, Figlio unico e comune di Dio Padre e della Vergine; lo stesso Figlio scelse di farne la sua vera Madre, e lo Spirito Santo volle e operò perché da Lei fosse concepito e generato Colui dal quale egli stesso procede.
La Chiesa Cattolica che – da sempre ammaestrata dallo Spirito Santo – è il basilare fondamento della
verità, considerando come dottrina rivelata da Dio, compresa nel deposito della celeste rivelazione, questa innocenza originale dell'augusta Vergine unitamente alla sua mirabile santità, in perfetta armonia con l'eccelsa dignità di Madre di Dio, non ha mai cessato di presentarla, proporla e sostenerla con molteplici argomentazioni e con atti solenni sempre più frequenti. Proprio la Chiesa, non avendo esitato a proporre la Concezione della stessa Vergine al pubblico culto e alla venerazione dei fedeli, ha offerto un'inequivocabile conferma che questa dottrina, presente fin dai tempi più antichi, era intimamente radicata nel cuore dei fedeli e veniva mirabilmente diffusa dall'impegno e dallo zelo dei Vescovi nel mondo cattolico.»
Più volte il papa si interrompe, commosso. Ma alla fine, con una voce potente che stupisce i fedeli che gremivano la basilica fin dalle prime ore della mattina, il pontefice dichiara solennemente:
«Perciò, dopo aver presentato senza interruzione, nell'umiltà e nel digiuno, le Nostre personali preghiere
e quelle pubbliche della Chiesa, a Dio Padre per mezzo del suo Figlio, perché si degnasse di dirigere e
di confermare la Nostra mente con la virtù dello Spirito Santo; dopo aver implorato l'assistenza dell'intera Corte celeste e dopo aver invocato con gemiti lo Spirito Paraclito; per sua divina ispirazione, ad
onore della santa, ed indivisibile Trinità, a decoro e ornamento della Vergine Madre di Dio, ad esaltazione della Fede cattolica e ad incremento della Religione cristiana, con l'autorità di Nostro Signore Gesù Cristo, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e Nostra, dichiariamo, affermiamo e definiamo rivelata da Dio la dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento, e ciò deve pertanto essere oggetto di fede certo ed immutabile per tutti i fedeli.»
Per un’ora tutte le campane di Roma suonano a distesa.[…] 
Molti testimoni hanno affermato che al momento della lettura della Bolla il papa fu come investito da un fascio di luce dall’alto. Fenomeno che attirò l’attenzione perché in nessun periodo dell’anno e tanto meno in dicembre da nessuna finestra un raggio di luce poteva raggiungere l’abside dove si trovava il papa. Nessuno dei presenti in San Pietro ebbe dubbio nell’attribuire quella luce ad una causa soprannaturale.[…]
Molto più stupefacente quanto avvenne quattro anni dopo, nel 1858, quando una piccola contadina analfabeta di nome Bernadette, affermò di vedere una “bella signora” in una grotta di Lourdes, il 25 marzo di quell’anno, alla domanda “Signora, volete avere la bontà di dirmi chi siete?”, la Signora rispose “Sono l’Immacolata Concezione”. (Pio XII, nel 1953, scriverà in merito, che la Beata Vergine Maria volle quasi confermare, in maniera prodigiosa, tra il plauso di tutta la Chiesa, la sentenza pronunciata dal Vicario del suo Divin Figlio in terra.)”
Al termine di questa rievocazione di quella straordinaria giornata di un secolo e mezzo fa, ci uniamo all’inno dello stesso Beato Pio IX alla Vergine senza macchia:
La stessa beatissima Vergine che, tutta bella e immacolata, schiacciò la testa velenosa del crudelissimo serpente e recò al mondo la salvezza; la Vergine, che è gloria dei Profeti e degli Apostoli, onore dei Martiri, gioia e corona di tutti i Santi, sicurissimo rifugio e fedelissimo aiuto di chiunque è in pericolo, potentissima
mediatrice e avvocata di tutto il mondo presso il suo Unigenito Figlio, fulgido e straordinario ornamento della santa Chiesa, […] voglia intercedere perché i colpevoli ottengano il perdono, gli ammalati il rimedio, i pusillanimi la forza, gli afflitti la consolazione, i pericolanti l'aiuto, e tutti gli erranti, rimossa la caligine della mente, possano far ritorno alla via della verità e della giustizia, e si faccia un solo ovile e un solo pastore.”

Abete al CorSoprt: "Per Euro 2020 l'Italia c'è"

"Un in bocca al lupo per Conte che torna in panchina? Certamente. Al di là della tante polemiche che ci sono state e che accompagnano il mondo del calcio, delle posizioni espresse da Conte e della società, è un protagonista del mondo del calcio e il fatto che lui riprenda il suo posto in panchina, oltre ad essere un fatto naturale, è un motivo di soddisfazione per lui e per la società". Con queste parole, il presidente della Federcalcio, Giancarlo Abete, commenta il ritorno in panchina del tecnico della Juventus, Antonio Conte, in programma domenica a Palermo, dopo aver scontato la squalifica di 4 mesi nell'ambito della vicenda del Calcioscommesse. "Al di là delle convinzioni che uno può avere – ha detto Abete a margine della presentazione del Trofeo di Karol Wojtyla svoltasi stamane nella Sala del Consiglio della Figc - la vita è fatta di passaggi più o meno difficile, in cui c'è sofferenza da un punto di vista professionale e personale". "Conte – è comunque l'analisi del numero uno del calcio italiano - ritrova la panchina in una squadra e in una società che ha saputo gestire questo momento in maniera positiva perchè è prima in campionato e ha acquisito l'importante passaggio del turno della Champions".

"Spero che De Rossi superi i problemi, non ho seguito la vicenda negli ultimi giorni perchè sono stato tre giorni all'estero ma De Rossi è un patrimonio del calcio italiano e della sua società e quindi penso che sia una situazione che deve necessariamente trovare una soluzione positiva". Giancarlo Abete, presidente della Figc, commenta così il caso del centrocampista Daniele De Rossi che sembra essere ai margini del progetto del tecnico Zdenek Zeman. "A livello sportivo ci possono essere momenti in cui si va con il vento in poppa e altri di difficoltà - ha detto il numero uno del calcio italiano a margine della presentazione del Trofeo di Karol Wojtyla svoltasi stamane nella Sala del Consiglio della Figc -, momenti in cui ci sono feeling perfetti e altri in cui c'è maggiore complessità, però questo è il mondo del calcio e non dobbiamo pensare che sia una cosa diversa da quello che è, è fatto di tensioni, di emozioni, di momenti di gioia e di tristezza".

"Abbiamo due squadre in Champions e tre in Europa League e rispetto alla media degli ultimi anni possiamo essere soddisfatti, ma questo è un punto di partenza perchè poi incombono i sorteggi". Con queste parole Giancarlo Abete, presidente della Figc, ha tracciato un bilancio sull'impegno europeo dei club italiani, dopo la chiusura della fase a gironi che ha visto soltanto l'eliminazione dell'Udinese dall'Europa League. "È importante avere tre squadre importanti in Europa League come Inter, Napoli e Lazio perchè sappiamo il fondamentale contributo che l'Europa League dà al ranking societario e quindi per nazioni - ha detto il numero uno del calcio italiano a margine della presentazione del Trofeo di Karol Wojtyla svoltasi stamane nella Sala del Consiglio della Figc-. È inoltre importantissimo il passaggio del turno del Milan che si era già consolidato nella giornata precedente e della Juventus". "Vediamo di consolidare questo risultato – è l'auspicio di Abete - in modo tale da testimoniare che la valorizzazione dei giovani che sta intervenendo in modo più significativo rispetto alle stagioni passate, anche in relazione a problematiche di equilibri economici, determina un fattore importante anche in termini di risultati internazionali. Come sta facendo anche la Nazionale di Prandelli".

"Roma ha avuto una finale Champions poco tempo fa, Milano dovrebbe averla assegnata il prossimo marzo dal Comitato Esecutivo. L'Italia è pronta per ospitare l'Europeo del 2020. Roma e Milano sono grandi città in grado di ospitare un evento importante come è anche il campionato Europeo". Il presidente della Federcalcio Giancarlo Abete lancia la candidatura Roma e Milano come possibili sedi del campionato Europeo di calcio del 2020, per la prima volta in versione itinerante. "Il Comitato Esecutivo ha deciso così – ha spiegato il numero uno del calcio italiano a margine della conferenza di presentazione dell'8/o Trofeo Karol Woytyla, svoltasi questa mattina nella Sala del Consiglio della Figc – dopo aver verificato attentamente le volontà espresse da tutte le federazioni nazionali. L'obiettivo è chiaro: festeggiare il 60/o anniversario dalla nascita dell'Europeo con un evento diverso rispetto al passato e capace di consolidare la dimensione di un'Europa larga. Sarà però un'iniziativa limitata al 2020 e non condizionerà il format delle edizioni successive". E tra le possibili candidate ci potrebbero essere proprio Roma e Milano."Ci saranno due riunioni della Commissione delle squadre nazionali – ha spiegato il presidente – poi un incontro a Nyon, il 24 gennaio, tra i presidenti e i segretari delle 53 federazioni della Uefa, ma la decisione spetterà al Comitato esecutivo". "Sarà scritto un bando perchè le città candidate dovranno avere determinate caratteristiche. L'assegnazione definitiva del format, con la scelta delle sedi, avverrà nel 2014, dopo l'assegnazione dei Giochi Olimpici del 2020", ha concluso Abete.

Euro 2020, che per la prima volta sarà un torneo itinerante, è ad oggi "una pagina bianca". Lo ha detto il presidente dell'Uefa Michel Platini, nel corso di un incontro a Nyon con le agenzie pubblicitarie. La decisione di far svolgere l'Europeo del 2020 in più Paesi, ha ricordato Platini, è frutto di una "riflessione durata diversi anni" e che "ha portato ad un sacco di incontri e discussioni con le federazioni nazionali". "Ora la pagina è bianca - ha aggiunto l'ex capitano della Francia - la pagina è vuota, non posso dire dove stiamo andando. Adesso dobbiamo studiare il progetto nel suo complesso". "Ci sono decisioni politiche e geografiche. Non c'è dubbio che un tifoso inglese voglia vedere la sua squadra giocare a Cardiff anzichè ad Astana (Kazakistan) o in Svezia e viceversa. Insomma, ad oggi, non c'è nulla di deciso". Il segretario generale dell'Uefa, Gianni Infantini aveva rivelato ieri al termine del Comitato Esecutivo che il progetto sarebbe stato esaminato a gennaio o marzo e le città ospitanti sarebbero state scelte "nella primavera del 2014". Tra l'altro, ha aggiunto Platini, "l'Europa versa ancora in una situazione economica critica, ed è difficile chiedere a un Paese di investire nella costruzione di dieci stadi come è stato fatto in Ucraina. E poi c'è è bello che questo progetto coincida con le celebrazioni dell'anniversario d'Europa", ha detto. Platini ha anche fatto sapere di aver "ricevuto le congratulazioni dal presidente della Fifa (Sepp Blatter, ndr) che mi ha detto che è una grande idea".

Più tasse sul pane che sul gioco

​ I conti non tornano. Le entrate erariali da lotterie e da lotterie on line precipiteranno dai 3,2 miliardi di euro stimati per il 2012 a 938 milioni nel 2013, mentre le entrate totali di tutti i giochi sono già diminuite di quasi il 7% a quota 7,10 miliardi. Le catastrofiche previsioni sono contenute in un documento depositato ieri dal governo sul tavolo della commissione Finanze del Senato. Un tracollo per l’Erario, non per i gestori del gioco d’azzardo. Lo scorso anno gli italiani hanno speso 79,9 miliardi di euro, mentre per il 2012 si prevede una spesa record di 130 miliardi.

E si spiegherebbe con il colossale buco di bilancio il via libera non solo alle slot on line (accessibili già da lunedì scorso) ma perfino a vere bische legali per il gioco del poker, finora ammesso solo nei casinò. Entro gennaio dovrebbe infatti essere emanato il bando per l’assegnazione di mille nuove licenze per l’apertura di sale in stile saloon da vecchio West. La base d’asta, stando a quanto potrebbe essere inserito nel decreto Milleproroghe, sarà di 100mila euro. Nel primo anno di apertura le stime parlano di un fatturato da 1,5 miliardi, su cui lo Stato incasserà solo 45 milioni di euro. «Un misero 3% che non basterà – denuncia l’avvocato Attilio Simeone, consulente giuridico della Consulta nazionale antiusura – a far fronte al costo sociale di questa assurdità». Un costo sociale che non si affronta «alzando l’imposizione fiscale – mette in guardia Simeone –, ma regolamentando il gioco d’azzardo, come fanno altri Stati europei».

Per ogni giocatore ci sono sei persone (familiari ed anche lavoratori alle dipendenze dello scommettitore cronico) che soffrono i riflessi negativi delle scommesse. Una media, questa, calcolata dalla Consulta antiusura che ha raccolto i dati di tutte le associazioni e le fondazioni attive nella Penisola.

«E se il 3% di tassazione sulle giocate sembra una percentuale irrisoria – spiega il legale –, bisogna sapere che su alcuni tipi di scommesse disponibili su Internet, l’imposizione è dello 0,6%. Insomma, sull’azzardo la tassazione è più bassa che sul pane», che ha un’Iva al 4%.

Dal Dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia spiegano che le entrate totali relative ai giochi nei primi dieci mesi del 2012 sono risultate di 10,7 miliardi di euro (765 milioni di euro in meno, pari a un calo del 6,7%). Considerando solo le imposte indirette il gettito derivante dalle attività da gioco (lotto al lordo delle vincite, lotterie e delle altre attività di gioco) si attesta a 10,4 miliardi di euro, con una perdita di 664 milioni (-6%).

«Il dato è giustificato dallo spostamento sul gioco online – ha recentemente chiarito il sociologo Maurizio Fiasco – difficilmente regolamentabile e quindi tassabile. La bolla finanziaria è quindi dietro l’angolo e si avvicina sempre di più».

Mettere dei soldi sul tavolo virtuale di un "web-casinò" inglese, la gran parte dei quali ha delle frequentatissime «sale da gioco» in lingua italiana, significa disperdere capitali impedendone la tassazione italiana, peraltro impedendo la tracciabilità del denaro.

«Senza una regolamentazione – avverte l’avvocato Simeone –, non ci vuole molto a capire che le mafie possono facilmente infiltrarsi tanto nella gestione quanto nel riciclaggio dei proventi illeciti». Tutto a tassazione agevolata.



Nello Scavo
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Francia, la gauche vuol "precettare" la carità della Chiesa cattolica

Forse una miscela di «incompetenza e ambizione», accanto a «un’ignoranza della realtà concreta» e a una «visibile volontà di provocazione» verso un’istituzione, la Chiesa francese, che non è rimasta in silenzio, negli ultimi mesi, davanti a certi progetti governativi «contrari al bene comune» come quello sulle nozze gay. In Francia tanti cattolici e non cattolici, politici e semplici cittadini, così come i principali giornali, continuano ad interrogarsi sulle ragioni e il movente dietro le larvate minacce di espropri contro l’Arcidiocesi di Parigi lanciate lunedì su <+corsivo>Le Parisien<+tondo> da Cécile Duflot, 37 anni, con lontani trascorsi giovanili nella Gioventù operaia cristiana, prima divenuta segretaria dei Verdi e poi entrata nel governo socialista, in primavera, come ministro dell’Uguaglianza dei territori e della Casa.

Nel Paese dove il diritto all’alloggio per gli esclusi è da sempre quasi un sinonimo dell’impegno dei cattolici, dove fu l’abbé Pierre a lanciare nel 1954 la famosa «insurrezione della bontà» a favore dei clochard, dove si chiama «Emmaus» la principale Ong che invoca e cerca di provvedere una casa per tutti, dove i sans papiers trovarono nelle chiese l’unica porta aperta quando lo Stato sottovalutava o ignorava il problema, dove si contano a decine di migliaia i volontari cattolici che d’inverno battono le città piccole e grandi per tendere una mano ai senza alloggio e proporre loro un riparo, proprio in questo Paese, l’impavida esponente dell’esecutivo ha suggerito che è giunta l’ora per le istituzioni ecclesiastiche parigine di unirsi allo «choc di solidarietà», mettendo a disposizione spazi per i senzatetto. Altrimenti, non si sa mai. La minaccia delle requisizioni forzose può scattare proprio per tutti.

Lo scorso 14 novembre, quando Caritas Francia ha presentato la sua azione contro l’esclusione invernale, il ministro Duflot, invitata, non c’era. Ma ammesso che quel giorno proprio non potesse, abbondano in Francia le occasioni per informarsi su quanto fanno pure tante altre istituzioni cattoliche come le Conferenze di San Vincenzo de’ Paoli, le Solidarités nouvelles pour le logement o ancora Habitat et Humanisme, quest’ultima fondata e animata a Lione da padre Bernard Devert, definito spesso come «il nuovo abbé Pierre» per il suo impegno verso chi non ha un tetto. Inoltre, le azioni di sensibilizzazione sono anch’esse quasi quotidiane: proprio oggi, ad esempio, sfileranno a Parigi le Ong «per una nuova politica della casa», con in prima fila Emmaus e la Fondazione Abbé Pierre.

Di fronte all’«enormità» lanciata dalla Duflot, come l’hanno definita il <+corsivo>Figaro <+tondo>e tante voci politiche indignate del fronte neogollista, la Chiesa francese ha preferito rispondere con sobrietà: un comunicato dell’Arcidiocesi di Parigi per dire che «la Chiesa non ha atteso le minacce di requisizioni agitate dal ministro Duflot per prendere delle iniziative».

Bacchettate molto significative, per il ministro, sono giunte dagli stessi ranghi della sinistra. «Nessuno può pretendere che la Chiesa non giochi un ruolo di primissimo piano nel campo della solidarietà», ha commentato Jean-Pierre Mignard, fra i membri del Consiglio nazionale del Partito socialista e intimo amico del presidente François Hollande. Nel suo editoriale di ieri, il principale quotidiano economico nazionale, Les Echos, sottolineava quanto la Chiesa sia «di gran lunga l’istituzione più impegnata al servizio dei senza dimora, anche sotto il profilo della messa a disposizione di locali e alloggi». Un’analisi simile è stata fornita dalla Prefettura di Parigi.

Accusata d’ambizione smodata dagli stessi Verdi per le sue mire sulla poltrona di sindaco di Parigi, la Duflot ha dovuto arrendersi all’evidenza di un «colpo mediatico» anticlericale non proprio ben calibrato, correggendo poi il tiro in una nuova intervista al settimanale cristiano La Vie. Nelle sue parole, ha assicurato, non c’era «nessuno spirito polemico».

Daniele Zappalà

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Genesi e genetica, l'alleanza é possibile

«Non abbiamo una solida evidenza scientifica sulla creazione ex nihilo; questa rimane un argomento da studiare con gli strumenti della filosofia. I continui processi dell’evoluzione della Terra e della vita sono ormai eventi scientifici ben stabiliti. E servono come elementi essenziali della creazione permanente». Ecco i passi salienti della relazione su scienza e fede, tenuta l’8 ottobre davanti al Pontefice e al Sinodo dei vescovi, dal premio Nobel Werner Arber. Le parole del microbiologo svizzero sono oggetto di attenta riflessione perché un anno fa Benedetto XVI lo ha nominato presidente della Pontificia Accademia delle Scienze. Arber è considerato uno dei padri della «rivoluzione biologica» del XX secolo. È professore emerito al Biozentrum dell’Università di Basilea, e il Nobel per la Medicina l’ha ottenuto – nel 1978 – per aver scoperto gli «enzimi di restrizione», che sono cardini dell’ingegneria genetica. E fra tre mesi circa, il 21 febbraio 2013, saranno celebrati i sessant’anni dalla scoperta della «doppia elica» (la struttura del Dna). La data diventa un crocevia delle dispute sulla scienza. Nella sua relazione al Sinodo, Arber ha esposto la tesi secondo la quale la teoria neo-darwiniana non è incompatibile con il pensiero della Chiesa e, in particolare, con la creatio in fieri o creazione continua. Il premio Nobel afferma che oggi le scoperte scientifiche aumentano perché in larga misura si basano sull’osservazione della evoluzione in atto. «Anche gli autori dell’Antico Testamento erano consapevoli delle varianti genetiche. I personaggi descritti nella Bibbia non erano affatto dei cloni geneticamente identici ad Adamo ed Eva». Alcuni passaggi dell’evoluzione restano tuttavia ancora avvolti in un alone di mistero , tanto che nei dibattiti ci si chiede perché in certi casi «l’evoluzione si nasconda». Ed ecco la spiegazione fornita dal presidente della Pontificia Accademia delle Scienze: «Nel corso degli ultimi decenni, l’investigazione genetica ci ha fatto capire meglio le variazioni spontanee. Esse rappresentano il comando che sospinge l’evoluzione biologica. Oggi sappiamo che la realtà vivente opera attivamente perché l’evoluzione biologica sia un processo molto lento ma certamente saldo. In altre parole, la natura vivente ha il potere intrinseco di evolvere». Sul fronte scientifico c’è chi pensa che scienza e fede siano troppo diverse fra loro per poter dialogare proficuamente anche sull’evoluzione. Ma la stessa Pontificia Accademia delle Scienze che Arber presiede testimonia che il dialogo tra scienza e fede non è una contraddizione in termini. Degli 80 scienziati che ne fanno parte, 44 sono premi Nobel. L’appartenenza all’autorevole consesso degli accademici si basa sull’eccellenza scientifica e sulla libertà di idee. «L’Accademia – dice Arber – segue il processo della conoscenza scientifica e la potenziale applicazione di questa conoscenza; informa la Curia sui vari progressi, e spesso l’informazione è accompagnata da speciali raccomandazioni rivolte alla Chiesa. Tutto ciò conduce sovente al dialogo tra scienza e fede, che noi consideriamo complementari l’una all’altra cioè elementi essenziali dell’umana conoscenza, specie se agiscono insieme». Secondo il professor Arber, è per valide ragioni che scienza e fede sono chiamate a cooperare. Perché non dire che oggi «Gesù sarebbe favorevole all’applicazione della scienza per il bene – a lungo termine – dell’umanità»? D’altro canto, la scienza ha bisogno di sostegno: finora «non ha maturato una nozione precisa dei fondamenti della vita» né ha saputo dare risposte pertinenti agli interrogativi dell’uomo. L’aiuto reciproco può scaturire soltanto da un dialogo franco e non transitorio; un esempio è offerto dallo scambio di conoscenze che avviene nella Pontificia Accademia delle Scienze, senza limitazioni dovute a nazionalità o religione (Werner Arber è protestante). Inoltre l’Accademia vaticana discende da quell’Accademia dei Lincei – la più antica del mondo – che nel 1603 inaugurava la scienza moderna. (Nel 1611 vi era iscritto Galileo). Ma perché sono entrati nella storia della medicina gli «enzimi di restrizione» scoperti dal professor Arber? Fino al 1980, 20 milioni di pazienti diabetici dovevano ricorrere all’insulina estratta da buoi e maiali. Poi, anche grazie a Werner Arber, si è riusciti a far produrre insulina umana dalle cellule di un batterio. I biologi prelevano un frammento di Dna umano che «codifica per l’insulina» (cioè avvia un processo che porta all’insulina). Lo inseriscono in una molecola maneggevole e utilissima, il «plasmide», che va a moltiplicarsi all’interno di un batterio. Sarà questo a fornire insulina umana su scala industriale. Gli enzimi di restrizione permettono di «tagliare» il frammento di Dna nel punto giusto. Sulla base del «taglia e cuci» genetico che Arber ha sperimentato più di 40 anni fa, la biologia molecolare lascia intravedere progressi ma anche rischi. Tuttavia, per il presidente dell’Accademia non c’è motivo per vedere buio il futuro: «Gli standard di valutazione del rischio traggono un enorme vantaggio dall’accresciuta conoscenza dei geni. Se basata scientificamente, un’attenta valutazione delle innovazioni è sufficiente ad evitare i rischi che potrebbero derivare dalle sperimentazioni tecnologiche». A queste condizioni, Arber alza il disco verde anche agli Ogm. Luigi Dell'Aglio © riproduzione riservata