Fra i tanti ricordi lasciatici dalla signora Agnese, la moglie di Paolo Borsellino, c’è un aspetto che forse non tutti oggi rammentano e che la dice lunga sulla statura della donna scomparsa ieri. Alludiamo alla capacità – straordinaria e pienamente comprensibile solo in un’ottica cristiana – che lei ebbe di spingersi praticamente fino al perdono degli assassini del marito. Senza mai stancarsi di chiedere giustizia, infatti, Agnese Borsellino offrì una testimonianza di grande fede ed adesione agli insegnamenti del Vangelo.
Fu lei stessa a darne prova diretta allorquando, in una lettera indirizzata a Giovanni Paolo II – e pubblicata sull’Osservatore romano del 6 maggio 1993, alla vigilia della visita papale in Sicilia e, coincidenza, esattamente venti anni fa – seppe guardare oltre le proprie ferite con parole che ancora oggi, se rilette, non possono non commuovere: «Sapere che il sangue del mio Paolo oggi è seme di speranza e di liberazione per tutto questo nostro popolo mi riempie di gioia e di orgoglio e mi dà un senso della mia pochezza e della mia indegnità».






