L'ordinaria straordinarietà dell'emergenza neve

Emergenza neve. Da alcuni anni a questa parte il tormentone invernale sembra essere questo. Appena le temperature iniziano ad abbassarsi e la possibilità di una spruzzata di neve si profila, ecco che i titoli dei quotidiani diventano "Emergenza neve, la protezione civile è allarmata." oppure "L'inverno più freddo, allarme neve in tutta Italia.". Questo, peró, è nulla rispetto al grande successo dell'estate che ormai si puó considerare un evergreen: "L'afa colpisce ancora, a rischio anziani e bambini. Gli esperti consigliano di bere molto e rimanere in casa.". Possibile che ogni estate ed ogni inverno si presenti un'imminente catastrofe o un'emergenza? Ogni estate la temperatura arriva, più o meno, agli stessi valori ed ogni inverno, a scanso di particolari eccezioni, la temperatura e la quantità di neve che cade si ripresentano uguali all'anno precedente. Allora perchè ogni anno si assiste di continuo a conversazioni che rimarcano le "evidenti differenze" della situazione climatica rispetto a quella degli anni precedenti? Il fatto è che lo scoop di un emergenza, che sia reale o no, è sicuramente un buon vento per i mulini dei quotidiani e delle televisioni e questo continuo cercare la "tragedia" sta entrando sempre più nelle nostre vite. Quando abbiamo la scelta tra una buona notizia o una tragedia da raccontare è certo che sceglieremo la seconda, perchè colpisce di più, perchè  si diffonderà più in fretta, perchè ci farà sentire un pó "profeti dell'apocalisse"  (ruolo che impersonano con grande gioia le televisioni). Forse se quando c'è emergenza neve uscissimo fuori in giardino e toccassimo quei sette centimetri di neve con la mano nuda, ci sentiremmo più vivi e soddisfatti di quando stiamo chiusi in casa aspettando che "l'emergenza finisca".

Non di solo pane vive l'uomo


Sovente gli storici, per facilitare l’identificazione di un certo periodo, ne sintetizzano il contenuto in una breve definizione. Anche noi, pur incompetenti della professione, possiamo concederci questo capriccio, affiggendo un ingenuo cartellino ad ognuno di essi.

La storia greca, per esempio, potrebbe essere distinta col marchio del Bello, della Filosofia della Sapienza; la grande Roma ben può vestire la maschera di madre del Diritto; il Medioevo passa davanti ai nostri occhi quasi una soffusa visione di corazze, cavalieri e stendardi; l’età moderna si può rapidamente delineare come età dei lumi; il secolo appena trascorso, invece, sarà uno sgradito ospite nella mente di tutti, così cigolante e tumido di morte, orrore e distruzione.

E la nostra epoca? Quale curioso titolo potremmo scrivere sull’etichetta che le penzola dal collo? Certo, è risaputo che il miglior punto d’osservazione della storia è il futuro, dato che solo “il tempo porta alla luce la verità”; ciò nonostante, pur titubanti, potremmo azzardarci a scrivere con un rozzo e sgraziato stampatello: L’età dell’utile. Non so se questa definizione sia la più calzante, una di quelle che, lasciata lì sul tavolo, riesca ad aderire perfettamente all’essenza dell’oggetto in questione; certamente, ne evidenzia una caratteristica importante, forse la più invadente.

Non è forse “l’utile” la stella polare dell’uomo contemporaneo, o almeno, di una parte consistente di esso? Cosa spinge le azioni della stragrande maggioranza delle persone? La carriera, il benessere personale - che a volte giunge ad un egoismo parossistico, escludendo anche i propri familiari.

“Ma che bella scoperta” mi direte “ l’uomo ha sempre agito così!”.

Sarà... eppure sembra che un tale atteggiamento si sia inasprito in questi ultimi tempi, come se questa tendenza fosse divenuta più radicale. La società moderna sembra ormai incapace di meravigliarsi, di commuoversi, di mettersi in gioco per qualcosa di grande; e questo perché ha un solo chiodo fisso: l’utile, ben diverso dalla sete di potere, di denaro, di fama.

Alla malora quindi tutti quegli orpelli che l’ignorante uomo del passato apponeva alla realtà nel vano tentativo di raddolcirla! Brucino pure le molli e superflue decorazioni degli edifici (“l’ornamento è delitto”)! Che tengano pure per sé tutte quelle lambiccate nozioni filosofiche, tutte le futili e infantili citazioni poetiche! L’uomo può farne a meno, anzi, deve farne a meno: ne vale la sua capacità produttiva.

Si costruiscano pure chiese-hangar con cemento a vista, autorimesse per masse d’anime anonime; saranno gli iridescenti e ciclopici centri commerciali le nostre nuove cattedrali: sicuramente più convenienti e produttive di un enorme e costoso edificio costruito in nome di una non ben tangibile divinità.

Spingiamo i nostri figli a fare delle scelte davvero vantaggiose – per il loro bene, s’intende – che gli diano una “spinta” per il futuro. La smettano di inseguire pagina dopo pagina le vicende narrate in libri polverosi ed ammuffiti; se proprio ne hanno voglia, ascoltino pure un audio libro mentre fanno jogging, ma sprecare tutto questo tempo, giammai!

E’ evidente: i bisogni del corpo hanno surclassato quelli dell’anima. L’uomo pensa – o si illude – di poter vivere “di solo pane”, limitandosi a soddisfare i propri bisogni alimentari o zoologici. Senza voler delineare una catastrofica situazione, non è difficile ammettere che parte della società moderna sembra essere inquadrata in questa direzione. Gli edifici sono vuoti magazzini firmati da architetti “razionali”, le abitazioni sono “macchine per abitare”, ci si è lasciati alle spalle le maestose cupole, i severi bassorilievi, le esili colonnine con cui un tempo si usava adornarli; tutte “inutili” decorazioni costruite per nessun altra motivazione se non quella di sovvenire ai bisogni dell’animo umano.



Si tende a leggere sempre meno, perché non lo si considera importante, perché non lo si ritiene – ancora – utile. Le materie umanistiche vengono soppiantate da quelle scientifiche, perché più vantaggiose, perché prospettano maggiori orizzonti lavorativi. Uno maturato che decida di frequentare la facoltà di lettere (o affini: “senza numeri”, per intenderci) è costretto ad annunciarlo con timore, sentendosi quasi colpevole; come se questa scelta fosse un capriccio, una velleità da bambini sognatori.

Quando capiremo che i bisogni dell’anima vengono prima di quelli del corpo! Che l’uomo non si limita alle sue funzioni fisiologiche! Forse, in teoria, siamo tutti concordi nell’accettare questa affermazione. Ma nella pratica ne siamo ancora ben lungi.

Non di solo pane vive l’uomo. Frase celebre, conosciuta da molti, ma applicata da pochissimi.

Il mondo, e di conseguenza anche l’uomo, non è stato progettato per l’utile, ma per il Bello, il Meglio: il Bene. Basta guardarci attorno per rendercene conto. Chi oserebbe affermare che la natura sia stata concepita secondo criteri utilitaristici? A che servono le montagne, gli alberi, le nuvole, il cielo, il mare, il sole, la luna, le stelle? Nessun designer sarebbe riuscito ad eguagliare tanta bellezza. Pensiamo anche ai soli colori. Non servono a niente, eppure ci sono, e nessuno sarebbe disposto a rinunciarvi.

Non di solo pane vive l’uomo. Sia ben chiaro: di “solo”. Non si vuole certamente spingere a vivere in un mondo fatato, frutto di vagheggiamenti di sognatori. La componente pragmatica è importante, essenziale, fondamentale, ma non esclusiva.

Il cancro dell'informazione

L’informazione italiana è basata esclusivamente sulla televisione: bisogna difatti prendere atto che siti e blog non riescono neanche a sfiorare l’efficacia comunicativa - e disinformativa - delle televisioni. Il motivo è molto semplice ed è rappresentato dall’invasività della televisione, dove le voci di poche opinioni formano l’opinione comune, sovrastando in importanza carta stampata e “virtuale”. E dunque, constatata un’innegabile e gravissima carenza di oggettività e trasparenza nell’informazione nostrana, sul banco degli imputati siede primariamente il mezzo televisivo, e nella settimana scorsa abbiamo avuto tristemente le prove necessarie per una condanna incontestabile.

Il 25 gennaio a Washington oltre mezzo milione di persone sono scese per le strade per marciare a difesa della vita: la capitale degli States paralizzata da un corteo tanto numeroso potrebbe essere per molti una ghiotta occasione per fare informazione, ma non in Italia, dove di questa manifestazione non ne ha parlato nessuno. E se poi in Francia 800 000 persone - cattolici e non, musulmani ed omosessuali - manifestano per difendere il vero ed unico matrimonio, quello fra un uomo ed una donna, in Italia ancora non è abbastanza per darne notizia.

Si potrebbe forse affrettatamente concludere che il Monti-pensiero ha fatto scuola, e di famiglia e matrimonio non ne interessa più niente a nessuno. Ma a dire il vero anche qualche aspetto della vita politica italiana è stata rappresentata a dir poco nebulosamente dall’informazione nazionale: ne è un esempio il servizio del TG la7 dell’edizione serale di domenica 27 gennaio; la giornalista quantifica in “una ventina di persone in tutto, non di più” la folla in protesta contro Monti, ma le immagini mostrano candidamente che la folla aveva una consistenza numerica ben maggiore.

Ma - a dire il vero - il motivo è anche qui molto semplice. Basta tornare indietro di una settimana e riflettere su che cosa dominasse sui nostri telegiornali: le dichiarazioni di Berlusconi sulla Shoah erano sulla cresta dell’onda e le inutili - ed ipocrite - critiche sollevate dalla frase monopolizzavano le voci (dis)informative, facendo dimenticare il fine divulgativo, trascurando di fatto notizie ben più importanti di considerazioni politicizzate ed ideologizzate che lasciano il tempo che trovano.

Marito e marito. Tanto paga l'UE...


Che la questione circa i diritti degli omosessuali stia catalizzando l’attenzione mediatica e politica non siamo certo i primi a dirlo. E tuttavia dovrebbero essere un po’ di più i comunicatori che dicano che oltre ad intasare gli ordini del giorno di dibattiti politici e a rallentare la già farraginosa macchina legiferatrice del nostro Paese, assorbe una notevole somma dei tributi di noi tutti contribuenti. Ha avuto difatti inizio il primo gennaio un progetto internazionale unanimemente definito “ambizioso”: “Rights on the move-Rainbow families in Europe”. Come si può leggere dal sito dell’Arcigay, il progetto avrà al centro del proprio studio le cosiddette “famiglie arcobaleno”, ovvero “unità familiari composte da due genitori omosessuali, realtà presenti in Italia nonostante la legislazione vieti ai gay matrimoni, procreazione medicalmente assistita e adozioni”. E proprio per sanare questo vuoto legislativo, l’UE ha dato mandato all’Università di Trento di gestire il progetto fino alla sua conclusione, prevista per l’ottobre 2014: l’obiettivo - si legge ancora sul sito dell’associazione - è garantire alle “famiglie arcobaleno” la mobilità entro i confini comunitari, grazie ad un’uniformità legislativa in materia ancora ben lungi anche solo dall’essere pensata.
E tuttavia ciò che colpisce dell’iniziativa non è la mole di lavoro con la quale di troverà immediatamente a che fare - si dovrà confrontare con le legislazioni di 27 paesi (l’Italia da sé negli ultimi anni ha prodotto oltre 5000 leggi l’anno...) - né l’utilità pratica di una tale operazione, né tantomeno i suoi fondamenti etici - sempre che ne abbia -, ma la folle cifra stanziata per il progetto: 500 000 €. L’Europa sta attraversando una crisi economica di dimensioni inaudite, Spagna e Grecia sono sull’orlo della bancarotta e l’Italia non ne è poi così lontana e l’Unione Europea che cosa decide di fare con mezzo milione di euro? Finanziare un progetto utopicamente realizzabile nel 2014 assolutamente inutile tanto per la ripresa economica tanto attesa quanto per avviare una indispensabile politica di riforme sociali. Non converrebbe forse preoccuparsi di un tasso di natalità pari all’1.36 in Germania, Spagna e Portogallo, all’1.46 in Italia contro il 2.1 necessario a mantenere l’equilibrio della popolazione? Non ci si dovrebbe preoccupare che fra 50 anni in Europa ci saranno più ottantenni che bambini? Non sarebbe poi una preoccupazione così lontana dagli attuali problemi di ordine economico: un così repentino invecchiamento della popolazione comporterebbe un gravoso aumento della spesa pubblica, e preoccuparsene sarebbe solamente un atto di buon senso che autorizzi le nuove generazioni a guardare con fiducia al futuro.

La Shoah cancellata

A una settimana dalla Giornata della Memoria e dalle polemiche che sono derivate dalle varie commemorazioni non possiamo esimerci dall’esprimere la nostra modesta opinione: il miglior modo per commemorare la Shoah è - e rimarrà sempre - avere memoria della storia. E per avere memoria della storia bisogna avere l’onestà di raccontare i fatti per quello che sono stati, senza sottoporli a storpiature e manipolazioni ideologiche. Proponiamo dunque in tal senso una breve riflessione sulla condizione delle comunità ebraiche in Italia durante il Ventennio, per fare memoria della storia e - soprattutto - onorare la memoria dei morti della Shoah, consapevoli dell’entità delle responsabilità del nostro Paese solo dopo aver preso atto del reale corso della storia.
Affrontando l'argomento del rapporto fra fascismo ed ebraismo ci si trova subito di fronte un innegabile dato si fatto: fra il 18 settembre 1938 e la prima metà degli anni '40 il Governo Mussolini approvò una serie si provvedimenti chiaramente discriminatori nei confronti degli ebrei italiani, passate alla storia come leggi razziali, che supponevano una base ideologica rappresentata dalla dichiarazione dell'esistenza delle razze. E tuttavia queste non possono cancellare oltre 15 anni di governo, né possono giustificare la riduttiva rappresentazione che la storia rende di questo argomento.
Proponiamo anche noi dei dati di fatto parimenti incontestabili, che attestino la parziale falsificazione della storia, la manipolazione e l'alterazione dei fatti storici, la quasi totale falsità della vulgata resistenziale che ha sempre troneggiato nella cultura repubblicana.

Primo fatto. Esiste una moneta coniata dalla comunità ebraica italiana su cui è possibile leggere "La comunità ebraica riconoscente al re Vittorio Emanuele III e Benito Mussolini".
Secondo fatto. Il giornale sionista "Israel", in occasione del decennale della Marcia su Roma, pubblicava il 27 ottobre 1932: "Dopo 10 anni di regine fascista, il ritmo spirituale della vita ebraica in Italia è più intenso, assai più intenso di prima. In un clima storico come quello del fascismo riesce più facile ai dimentichi di ritrovare il cammino della propria conoscenza, ai memori di rafforzarlo, presidiandolo di studi e di opere".
Frontespizio del giornale sionista "Israel".
Terzo fatto. Le cosiddette Leggi Falco (1930) e quelle degli anni immediatamente successivi riorganizzarono totalmente le comunità ebraiche nel Belpaese: regolarono istituzioni ebraiche - scuole comprese - nel territorio nazionale; risalgono a questi anni leggi che sono ancora oggi - a 80 anni dalla promulgazione - sono in vigore.
E - possiamo garantirvelo - di fatti come questi la storia ne è piena. Ci sia ora consentito presentare dopo la schietta oggettività dei fatti anche una soggettiva dichiarazione di parte, quella dello storico israeliani Leon Poliakov: "Ovunque penetrassero le truppe italiane, si legava uno schermo protettore di fronte agli ebrei. [...] Appena giunte sul luogo di loro giurisdizione, le autorità italiane annullano le disposizioni decretare contro gli ebrei".
Ci si trova dunque fra due poli opposti, fra chi ritiene Mussolini "parte della macchina della soluzione finale" e chi invece scagiona completamente lo statista di Predappio.

All'avvento del fascismo le comunità ebraiche erano completamente integrate nella società italiana: fra i generali dell'esercito durante la Grande Guerra ben 50 erano ebrei, compreso Emanuele Pugliese, il più decorato d'Italia; dei 350 senatori di nomina regia ben 19 sono ebrei; nel 1906 il barone ebreo Sydney Sonnino diventa Presidente del Consiglio, nel 1910 viene sostituito da un altro ebreo, Luigi Luzzatto. Roma per sei anni (1906-1913) ha avuto un sindaco ebreo, e 'Italia nelle trattative di pace di Versailles fu rappresentata da Salvatore Barzilai, ebreo anch'egli. È difficile dunque pensare che con l'avvento del Fascismo le comunità ebraiche, così ben radicate ed integrate, siano state improvvisamente oggetto di un così profondo odio e convinta discriminazione razziale.
Sidney Sonnino, ebreo: Primo Ministro 1909-1910
Ed in effetti la stessa riunione in cui nacque il fascismo, la famosa riunione di San Sepolcro a Milano il 23 marzo 1919, dei 119 partecipanti 5 erano ebrei; tre ebrei furono anche iscritti nei nomi dei "martiri fascisti", i militanti morti nei tre anni successivi negli scontri con i socialisti: Duilio Sinigaglia, Gino Bolaffi e Bruno Mondolfo. 230 ebrei marciano su Roma e nel 1922 ben 746 ebrei sono iscritti al partito fascista o a quello nazionalista, fusi poi nel 1923. Gli ebrei sono parte viva della società fascista, propulsore ben integrato dell'economia del Ventennio, che rivendicano giustamente la propria partecipazione politica: a Fiume con D'Annunzio ci sono diversi ebrei, il vice capo della polizia durante buona parte del Ventennio è tale Dante Almansi, ebreo come Maurizio Lava, vicegovernatore della Libia, governatore della Somalia, capo della milizia fascista. Ci scusino i nostri lettori se ci siamo dilungati tanto nello sterile elenco di persone ai più sconosciuti, ma riteniamo interessante conoscere quale fosse effettivamente la realtà in Italia durante il Ventennio, su quale humus culturale, politico e sociale nasce - secondo la vulgata resistenziale - l'innato odio fascista per gli ebrei.
La moneta con cui abbiamo aperto la nostra dissertazione ha un perché storico ben preciso: nel febbraio 1934 Chajm Weizmann, uno dei maggiori esponenti del sionismo internazionale, incontra il Duce, che volle fortemente l'incontro - cime scrive la storica ebrea Rosa Paini -, per poter concedere di lì a poche settimane ben 3000 visti per autorizzare tecnici e scienziati ebrei di stabilirsi in Italia.
Nei celebri Colloqui con Mussolini dello scrittore e giornalista ebreo Emil Ludwig, il Duce afferma: “il razzismo è una stupidaggine, l’antisemitismo in Italia non esiste”. Era il 1932 e nei 5 anni precedenti 4920 ebrei si erano iscritti al Partito Fascista. Dopo le leggi razziali - nonostante le favole narrate nell’immediato dopoguerra e canonizzate negli ultimi decenni - la situazione non cambiò poi molto: nel 1939 il Governo Mussolini autorizza Dante Almansi, presidente della comunità ebraica italiana a costituire un’organizzazione per l’assistenza degli ebrei rifugiati in Italia perhè perseguitati nei propri paesi.Questa organizzazione sopravviverà allo stesso Mussolini, continuando a salvare le vite di migliaia di ebrei fino alla fine del conflitto: fra il 1943 ed il 1945 consentì inoltre a oltre cinquemila rifugiati ebrei di raggiungere paesi neutrali.

Campo di internamento di Ferramonti.
In Italia non sono mai esistiti campi di concentramenti per ebrei, ma solo campi di internamento per i cittadini dei paesi con sui il nostro Paese era in guerra: e - almeno fino all’Armistizio - in questi campi non vi era la minima traccia di razzismo. Il dottor Salim Diamand fu internato nel campo di Ferramonti, e descrive la sua esperienza nel libro “Internment in Italy”; in queste pagine si può leggere: “Non ho mai trovato segni di razzismo in Italia. Nel campo controllato da Carabinieri e Camicie Nere gli ebrei stavano come a casa loro”. Fra le altre cose gli internati ricevevano dal Governo fascista 8 lire al giorno da spendere come preferivano.
La vera svolta nella condizione degli ebrei avvenne infatti il giorno di quello che gli inglesi chiamano “crucked deal”, “lo sporco affare”, l’Armistizio: il Governo Badoglio tutto fece tranne che abrogare le terribili leggi razziali. E proprio a questi giorni risale il terribile rastrellamento del Ghetto di Roma: era il 16 ottobre 1943 e le truppe naziste poterono finalmente compiere tutto ciò che fino ad allora la presenza di Mussolini aveva impedito. E - fatto ancor più sorprendente per chi è abituato alla vulgata resistenziale che da decenni viene avanzata sull’argomento - ad ostacolare l’azione delle SS non vi fu nessun partigiano, ma solo i fascisti rimasti nella Città Eterna: una figura che la storiografia ha debitamente cancellato risponde al nome di Ferdinando Natoni che, in virtù della propria qualifica di “fascista”, poté esigere la liberazione degli ebrei rastrellati da una delle squadre di SS presenti in città. E come lui fecero molti altri fascisti, a Roma come in Italia e all’estero.
Il razzismo e l’antisemitismo fascista, dunque, è ancora tutto da dimostrare; a differenza di molti episodi con protagonisti gli Alleati - anch’essi opportunamente rimossi dalla storiografia - che hanno portato il giornalista Daniele Vicini a scrivere su L’Indipendente il 20 luglio 1993: “strana dittatura quella fascista, strana democrazia quella americana”. Nel 1940 il solo Dipartimento della Senna consegnò ai tedeschi uno schedario di circa 150 000 ebrei, prima di consegnare ai tedeschi 5 802 donne e 4 051 bambini ebrei. E d’altronde la Gran Bretagna non fu poi da meno quando il suo Console avvertì un’imbarcazione carica di ebrei fuggiaschi che se si fosse avvicinata alle coste della Palestina sarebbero stati respinti e silurati in quanto immigrati illegali. E gli Stati Uniti infine farebbero una magra figura se posti davanti al fatto compiuto che fecero intervenire la Usa Navy per evitare che le coste americane diventassero porto d’approdo per migliaia di ebre. Con episodi del genere si potrebbe raccontare una Shoah dimenticata, o meglio rimossa: una serie di episodi che riscriverebbero la storia o - più propriamente - la scriverebbero per la prima volta, perché questa storia non l’ha mai scritta nessuno. E sicuramente non per dimenticanza.

Nel segno di Aldo Moro

Aldo Moro, professore universitario, uomo politico, cristiano e padre di famiglia, la sua vicenda intellettuale, politica ed umana, culminata nel tragico epilogo della sua barbarica uccisione da parte delle Brigate Rosse, dopo 55 giorni di prigionia, lo rende una delle personalità più eminenti del secolo vigesimo nonché uno dei massimi statisti della storia repubblicana. La sua fine, benchè esistano ancora delle persone capaci di osannare i suoi aguzzini – come dimostra il raccapricciante spettacolo che ha accompagnato i funerali del suo carceriere Prospero Gallinari, scomparso lo scorso 14 gennaio -, è senz’altro la pagina più buia degli “Anni di piombo” e quella su cui più sono stati versati fiumi di inchiostro.
All’interno di questo lungo excursus sulla Prima Repubblica, da noi dedicato al periodo di campagna elettorale, vogliamo commemorarlo riportando le toccanti parole pronunciate dal Santo Padre Paolo VI il 13 maggio 1978, in occasione della commemorazione funebre dello statista pugliese, il quale – come è ben noto – non ebbe funerali di Stato, dato il rifiuto categorico da parte dei propri familiari. Di seguito il testo integrale della preghiera levata dal 261° successore di Pietro, il quale aveva anche indirizzato una lettera pubblica ai brigatisti[1]:
«Ed ora le nostre labbra, chiuse come da un enorme ostacolo, simile alla grossa pietra rotolata all'ingresso del sepolcro di Cristo, vogliono aprirsi per esprimere il «De profundis», il grido cioè ed il pianto dell'ineffabile dolore con cui la tragedia presente soffoca la nostra voce.
Signore, ascoltaci!
E chi può ascoltare il nostro lamento, se non ancora Tu, o Dio della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo Uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico; ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla Fede nel Cristo, che è la risurrezione e la vita. Per lui, per lui.
Signore, ascoltaci!
Fa', o Dio, Padre di misericordia, che non sia interrotta la comunione che, pur nelle tenebre della morte, ancora intercede tra i Defunti da questa esistenza temporale e noi tuttora viventi in questa giornata di un sole che inesorabilmente tramonta. Non è vano il programma del nostro essere di redenti: la nostra carne risorgerà, la nostra vita sarà eterna ! Oh! che la nostra fede pareggi fin d'ora questa promessa realtà. Aldo e tutti i viventi in Cristo, beati nell'infinito Iddio, noi li rivedremo!
Signore, ascoltaci!
E intanto, o Signore, fa' che, placato dalla virtù della tua Croce, il nostro cuore sappia perdonare l'oltraggio ingiusto e mortale inflitto a questo Uomo carissimo e a quelli che hanno subito la medesima sorte crudele; fa' che noi tutti raccogliamo nel puro sudario della sua nobile memoria l'eredità superstite della sua diritta coscienza, del suo esempio umano e cordiale, della sua dedizione alla redenzione civile e spirituale della diletta Nazione italiana!
Signore, ascoltaci!
Al termine della preghiera, ascoltata dall'Assemblea in silenzioso raccoglimento, Paolo VI sottolinea ancora la sua paterna partecipazione al dolore di tutti con le seguenti espressioni rivolte ai presenti in Basilica e a quanti altri seguono la celebrazione dalla piazza antistante o attraverso la radio e la televisione.
Prima che termini il rito di suffragio, nel quale abbiamo pregato per la pace eterna di questo nostro fratello, noi leviamo le braccia a benedire quanti sono presenti in questo Tempio o, non avendo potuto trovar posto entro le sue mura, sono restati nella piazza, ed ancora tutti quelli che, pur lontani, sono a noi uniti spiritualmente: in particolare intendiamo abbracciare con questo nostro gesto paterno anche quanti portano nel cuore strazio e dolore per qualche loro congiunto, vittima di simile efferata violenza. Anche per queste vittime si estende la nostra afflitta preghiera. Su tutti invochiamo, apportatrice di serenità e di speranza, la confortatrice assistenza del Signore.»



[1] «Io scrivo a voi, uomini delle Brigate Rosse: restituite alla libertà, alla sua famiglia, alla vita civile l'onorevole Aldo Moro. Io non vi conosco, e non ho modo d'avere alcun contatto con voi. Per questo vi scrivo pubblicamente, profittando del margine di tempo, che rimane alla scadenza della minaccia di morte, che voi avete annunciata contro di lui, Uomo buono ed onesto, che nessuno può incolpare di qualsiasi reato, o accusare di scarso senso sociale e di mancato servizio alla giustizia e alla pacifica convivenza civile. Io non ho alcun mandato nei suoi confronti, né sono legato da alcun interesse privato verso di lui. Ma lo amo come membro della grande famiglia umana, come amico di studi, e a titolo del tutto particolare, come fratello di fede e come figlio della Chiesa di Cristo.Ed è in questo nome supremo di Cristo, che io mi rivolgo a voi, che certamente non lo ignorate, a voi, ignoti e implacabili avversari di questo uomo degno e innocente; e vi prego in ginocchio, liberate l'onorevole Aldo Moro, semplicemente, senza condizioni, non tanto per motivo della mia umile e affettuosa intercessione, ma in virtù della sua dignità di comune fratello in umanità, e per causa, che io voglio sperare avere forza nella vostra coscienza, d'un vero progresso sociale, che non deve essere macchiato di sangue innocente, né tormentato da superfluo dolore. Già troppe vittime dobbiamo piangere e deprecare per la morte di persone impegnate nel compimento d'un proprio dovere. Tutti noi dobbiamo avere timore dell'odio che degenera in vendetta, o si piega a sentimenti di avvilita disperazione. E tutti dobbiamo temere Iddio vindice dei morti senza causa e senza colpa. Uomini delle Brigate Rosse, lasciate a me, interprete di tanti vostri concittadini, la speranza che ancora nei vostri animi alberghi un vittorioso sentimento di umanità. Io ne aspetto pregando, e pur sempre amandovi, la prova.» Dal Vaticano, 21 aprile 1978

La Città di Dio, Storia di San Benedetto

Siamo al principio del VI secolo e Roma rimpiange tra le lacrime la sua gloria passata, un ricordo ormai lontano, forse troppo, tanto da sfumare nel sogno; un mito a cui prestar fede, in stridente  contrasto con le condizioni attuali. Le vie consolari, come vene rinsecchite, private del sangue irrorato da quel cuore pulsante che era la Città Eterna,  sono divenute preda di disordinate orde barbariche. Teodorico, re degli Ostrogoti, fa il suo trionfale ingresso a Roma, ricevendo un’accoglienza di malcelata insofferenza: un re barbaro che si impossessa di quel suolo sacro! Nella folla che s’accalca tra le vie è presente un muto e anonimo spettatore, destinato a lasciare un solco profondo in tutta la storia d’Europa; un giovane e brillante studente di Norcia, Benedetto, che assiste quasi indifferente allo spettacolo che gli si para d’innanzi. Un semplice uomo si insinua tra le fitte maglie della Storia, scardinandone le dinamiche, elevandosi sopra imperatori e generali.
Louis De Wohl, affermandosi indiscutibilmente un maestro del romanzo storico, offre al lettore una minuziosa e sentita ricostruzione dell’ epoca che fa da sfondo alla vicenda narrata, approfittando di ogni vuoto lasciato dalle fonti per rattopparlo a suo piacimento, sfruttandolo a favore dei propri fini narrativi. E sono proprio i più famosi personaggi di quel periodo che entrano in scena: Boezio, Cassiodoro, Teodorico, Belisario, Totila, tutti giganti che si trascinano dietro eventi grandiosi, scaraventandoli tra le pagine del libro. La scansione messa in atto da De Wohl, inoltre, non si esaurisce nella realizzazione di un marmoreo fregio storico, freddo e distaccato, ma va oltre, scende in profondità, indugiando sull’interiorità, scandagliando i dubbi, le perplessità, le gioie di questi attori, potenti o meno, reali o fittizi, consegnando al lettore un meraviglioso spaccato umano.
Eppure, tutte le grandiose figure che spiccano tra le trame del romanzo, sembrano scolorire se accostate al vero protagonista, il già citato Benedetto, o meglio, S. Benedetto, fondatore di quell’ordine dei benedettini che avrà una così grande risonanza e diffusione in tutta l’Europa medievale e non solo, venuto alla luce in un momento cruciale per l’umanità, proprio in concomitanza con la drastica cesura tra periodo classico e medioevo: un passaggio che alcuni identificano simbolicamente con la chiusura dell’Accademia Platonica del 529, da tempo cittadella di saggezza, sapere e filosofia. Si racconta di un antico responso delfico secondo cui l’Accademia sarebbe stata chiusa solo in concomitanza con la costruzione altrove di un altro glorioso centro di sapienza. Noi non possiamo sapere che cosa avesse in mente la Pizia mentre vaticinava tali parole, narcotizzata da caldi vapori, ma dubito avesse previsto che proprio in quell’anno 529 Benedetto avrebbe fondato l’Abazia di Montecassino, un centro di propulsione e, soprattutto, di conservazione della cultura, quella cultura classica custodita e tramandata, come in un caldo grembo materno, negli scriptoria di quello e di molti altri monasteri in futuro. Proprio una curiosa coincidenza…
Un libro prezioso, in cui l’autore amalgama con sapienza momenti di riflessione interiore con euforiche descrizioni di battaglie. La tensione narrativa non si allenta mai, in nessuna occasione, impedendo al lettore di lasciare il volume per troppo tempo abbandonato sul proprio comodino; delineando figure così reali, vive, da farne sentire la mancanza non appena si volti l’ultima pagina.