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Le prime elezioni repubblicane



Le elezioni per la I Legislatura della Repubblica si svolsero circa tre mesi e mezzo dopo la promulgazione della nuova Costituzione sulla base delle leggi approvate dall'Assemblea Costituente, in un clima di dura contrapposizione interna e internazionale. Il "colpo di Stato" di Praga, da parte del comunista Gottwald, del 25 febbraio 1948, consolidò nell'opinione pubblica il senso di una scelta fra "totalitarismo bolscevico" e "democrazia", fra Est e Ovest.
A De Gasperi, alla D.C. e alla coalizione di centro - che dal dicembre 1947 appoggiava il ministero - si contrapponevano, a sinistra, i socialisti e i comunisti uniti nel Fronte Democratico Popolare. Il forte scontro ideologico, gli opposti riferimenti internazionali per i maggiori partiti, crearono una vera e propria frattura fra l'area delle forze politiche presenti nelle istituzioni rappresentative ("area della rappresentanza") e quella delle forze legittimate, in senso storico-politico, a governare ("area della legittimità").
Durante la campagna elettorale, il P.C.I. insisté soprattutto sui valori del lavoro e della pace, sulle accuse verso De Gasperi, la D.C., lo stesso Vaticano, di essere complici dell'imperialismo statunitense e di contribuire a una campagna antisovietica che avrebbe portato alla guerra. L'impostazione propagandistica del Fronte sottolineava inoltre una analogia fra la lotta del 2 giugno per la Repubblica e quella per l'elezione del Parlamento. Il Fronte Democratico Popolare - che riuniva fra l'altro, oltre il P.C.I. e il P.S.I., la Democrazia del Lavoro, l'Alleanza Repubblicana Popolare, il Movimento Cristiano della Pace - tenne la prima Assemblea Nazionale il 1° febbraio 1948, alla quale ne seguirono altre in tutte le provincie. A dispetto di tanti entusiasmi e di tante facili illusioni, la battaglia elettorale del Fronte si rivelò fallimentare. Gravissimo errore di fondo fu quello di proporre uno "scontro di civiltà", nel quale le stesse Sinistre avevano tutto da perdere: invece di incalzare il governo sulle conseguenze delle scelte economiche e sulle drammatiche condizioni di vita di milioni di italiani, i dirigenti del Fronte si lasciarono trascinare in una polemica quotidiana sui grandi temi della politica estera e sul confronto tra USA e URSS, un confronto che non poteva che risultare perdente. Il fascino dell'Unione Sovietica, per quanto forte, era di gran lunga inferiore all'attrattiva degli Stati Uniti; nell'immaginario collettivo e nella memoria storica degli Italiani, gli States erano la terra della facile ricchezza, delle rimesse e delle fortune degli emigranti, delle star di Hollywood, della promessa di nuovi livelli di benessere, per quanto ancora solo sognati. Per la maggioranza della popolazione, l'idea di legarsi ancora di più alla terra promessa d'oltreoceano appariva irrinunciabile, inevitabile. In più, i tragici fatti di Praga (Febbraio 1948) ebbero un enorme impatto politico ed emotivo sull'opinione pubblica italiana; impatto che fu stupidamente sottovalutato dal Fronte. 
Il già ricordato colpo di mano dei comunisti di Klement Gottwald e l'inizio della sovietizzazione della Cecoslovacchia alimentarono dubbi e sospetti circa le reali convinzioni democratiche di Togliatti e soci.
I vertici del Fronte non tennero neppure conto delle conseguenze delle notizie, provenienti sempre dall'Est, riguardo alle persecuzioni antireligiose e alle misure quotidiane prese contro la Chiesa cattolica. Di fronte ad esse, l'opinione pubblica cattolica si irrigidì ulteriormente e lo stesso Pio XII sembrava convinto della possibilità reale di una persecuzione che avrebbe colpito anche la sua persona. In una situazione del genere non potevano certo bastare le adesioni date al Fronte da un folto gruppo di intellettuali e di personalità di grande prestigio, da Corrado Alvaro a Salvatore Quasimodo, da Renato Guttuso a Giorgio Bassani, Guido Calogero e moltissimi altri di pari valore. Per di più i dirigenti del Fronte si cullarono fino all'ultimo nella certezza della vittoria, mostrando così di non sapere assolutamente cogliere gli orientamenti più profondi dell'elettorato. Fu solo in extremis che si tentò di riequilibrare la propria campagna propagandistica, ma senza convinzione né coerenza. Di ben altra efficacia, invece, si dimostrò la mobilitazione dei sostenitori della DC, attorno alla quale finirono per concentrarsi tutte le energie della Chiesa cattolica, del governo e degli Stati Uniti, costituendo un blocco decisamente imbattibile.
La D.C. presentandosi, dunque, come baluardo contro il bolscevismo, fu sostenuta dalla larga e diffusa rete delle organizzazioni dell'associazionismo cattolico, in particolare dall'Azione Cattolica (2.261.044 iscritti nel 1948) e dai Comitati civici, costituiti da Luigi Gedda l'8 febbraio 1948, che si dimostrarono capaci, con circa 300.000 attivisti, di una eccezionale mobilitazione. A favore della D.C. influirono anche gli aiuti americani, la popolarità degli Stati Uniti in ampi strati della popolazione, la dichiarazione congiunta, del marzo 1948, di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, favorevole ad un protocollo aggiuntivo al trattato di pace per riportare il Territorio Libero di Trieste sotto sovranità italiana. Già nel radiomessaggio natalizio del 1947 lo stesso Pio XII chiamò ripetutamente i cattolici all'impegno diretto nell'imminente campagna elettorale:
"Disertore e traditore sarebbe chiunque volesse prestare la sua collaborazione materiale, i suoi servigi, le sue capacità, il suo aiuto, il suo voto a partiti e poteri che negano Dio, che sostituiscono la forza al diritto, la minaccia e il terrore alla libertà, che fanno della menzogna, dei contrasti, del sollevamento delle masse, altrettante armi della loro politica, che rendono impossibile la pace interna ed esterna."
Nelle settimane successive seguirono incalzanti appelli di ogni genere da parte dell'intero episcopato italiano. Termini e slogan quali "santa crociata" o "nuova Lepanto" furono usatissimi, così come si fece ricorso all'equazione, già utilizzata con successo nelle precedenti elezioni del 1946, tra buon italiano e buon cattolico.
La saldatura e la sovrapposizione tra aspetti politici e aspetti religiosi fu costante, e ciò fin dalle "missioni religiose popolari", organizzate e tenute in gran numero nelle regioni considerate a rischio (Emilia-Romagna e Meridione). Tra la primavera 1947 e i primi mesi del 1948 si tennero ben 257 di queste missioni in 112 diocesi diverse, con la partecipazione massiccia di membri dell'Azione Cattolica, tutti preparati appositamente anche con corsi a carattere metodologico. Inoltre, nei paesi più remoti di tutte le regioni, vennero inviati speciali carri-cinema, attrezzati per la proiezione di film tra cui spiccava Pastor Angelicus, un documentario volto ad esaltare la figura e le opere di Pio XII. Enorme successo ebbero le prediche e i comizi del gesuita padre Lombardi (curiosamente omonimo del membro del PSI !), chiamato "microfono di Dio" per il trasporto e la grande abilità oratoria.
Nella campagna elettorale del '48 - caratterizzata da una partecipazione popolare senza precedenti - città e paesi ospitarono decine di migliaia di comizi, vennero "inondati" di manifesti, la cui affissione non era stata ancora regolamentata. Per quanto riguarda la D.C. stampò e diffuse 5.400.000 manifesti di quattordici tipi diversi, 38.200.000 volantini di ventitré tipi, 4.800.000 striscioni di dodici tipi, 250.000 quadri murali di cinque diversi tipi.  
A tal scopo determinante, in chiave economica, fu proprio il sostegno diretto americano alla campagna della DC. L'ambasciatore a Roma, James Dunn, girò in lungo e in largo l'Italia; visitò scuole e ospedali; inaugurò ponti e strade costruiti con il contributo americano; si fece sempre trovare nei porti al momento dell'arrivo delle navi che trasportavano gli aiuti da Oltreoceano. Le trasmissioni radio in lingua italiana della "Voice of America" furono potenziate e utilizzate a fondo. Soprattutto, fu decisivo il sostegno finanziario dato da Washington al partito democristiano e alle altre forze anticomuniste. Esso coinvolse istituzioni cattoliche, organizzazioni sindacali e persino amministrazioni pubbliche. Tra il Marzo e l'Aprile 1948 De Gasperi e i suoi uomini ricevettero oltre 500 mila dollari e tonnellate di materiali da stampa, attraverso i canali più disparati e impensabili (aiuti dell'European Recovery Program, fondi privati raccolti negli USA, fondi raccolti dalla Santa Sede ecc.) Parte di questi contributi pervenne anche agli altri partiti di governo, compresi i socialdemocratici di Saragat. D'altra parte anche il Fronte Popolare ricorse all'aiuto sovietico per finanziarsi. Mosca inviò al PCI ingenti somme di denaro e materiali per la campagna elettorale, usando metodi complicati e stranissimi (ad esempio facendo arrivare clandestinamente tali contributi dalla Jugoslavia in mazzette da 100 dollari l'uno; oppure comprando migliaia di arance in favore dell'Unità ecc.)
La campagna elettorale - con comizi, contraddittori, dibattiti radiofonici, film - suscitò una mobilitazione di dimensione non più raggiunta negli anni successivi. I risultati delle elezioni - nelle quali l'affluenza alle urne fu del 92% - segnarono un clamoroso successo della Democrazia Cristiana che ottenne il 48,5% dei voti - 12.741.299 - per la Camera dei deputati (rispetto al 25,2% e a 8.101.000 voti ottenuti nelle elezioni per l'Assemblea Costituente, cioè 4.600.000 nuovi consensi) e la maggioranza assoluta dei seggi: un risultato che non sarebbe stato più raggiunto. Eccezionale fu anche il successo riportato personalmente da De Gasperi, sia in termini assoluti sia in raffronto ai voti preferenziali ottenuti dai leaders degli altri partiti: 285.778 voti preferenziali a Roma, 292.517 a Napoli, 49.666 a Trento. La D.C. non ebbe, invece, la maggioranza assoluta al Senato perché ai 237 senatori eletti (dei quali 131 della D.C.) si aggiunsero, a pieno titolo, in base alla III Disposizione transitoria della Costituzione, valida per la prima legislatura, 107 senatori di diritto, nominati con decreto del Presidente della Repubblica, fra personalità che negli anni precedenti avessero ricoperto cariche politiche di rilievo o avessero scontato almeno cinque anni di reclusione in seguito a condanna del Tribunale speciale fascista per la difesa dello Stato. Per il Fronte Popolare votò invece soltanto il 30,8% degli elettori (rispetto al 40% ottenuto dai socialisti e dai comunisti nelle elezioni del 2 giugno 1946). Dei 183 deputati del Fronte Democratico Popolare 133 furono comunisti, per l'attento e largo uso delle preferenze organizzato dal P.C.I.; 50 socialisti. Le liste di Unità socialista ottennero 33 seggi, 10 il Blocco Nazionale, 9 il Partito Repubblicano, 14 invece il Partito Nazionale Monarchico, 6 il Movimento Sociale Italiano.

Lo Scandalo della Banca Romana


La contiguità con la finanza, la quale fa gridare allo scandalo in queste settimane per le vicende del Monte dei Paschi di Siena, è una di quelle costanti nella politica italiana, dall’Unità ad oggi, che ben permettono, alla scuola di Giambattista Vico, di parlare di  “corsi e ricorsi storici”. L’evento che, scuotendo dalle fondamenta il neonato Regno d’Italia, fece venire alla luce tale commistione tra politica, banche ed affari fu il c.d. Scandalo della Banca Romana, esploso nel 1892.  Le premesse di questa grave crisi finanziaria furono da una parte la speculazione edilizia che si era selvaggiamente scatenata a Roma, dopo la Breccia di Porta Pia, e dall’altra i circuiti poco trasparenti generati dal finanziamento delle campagne elettorali della Sinistra Storica, nonché l’assenza di una reale riforma del sistema bancario.
Nel 1889 alcuni istituti bancari, principalmente a causa della crisi del settore edilizio, si trovarono sull’orlo del fallimento. La cosa accreditò le voci che circolavano da tempo circa un’eccessiva emissione di carta moneta da parte delle sei banche autorizzate all’emissione di cartamoneta: la Banca nazionale, la Banca romana, la Banca nazionale toscana, la Banca Toscana di credito, il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia. Il ministro dell’agricoltura Miceli promosse l’inchiesta amministrativa per verificare il loro operato, la quale fu affidata al senatore Giuseppe Alvisi, già deputato della Sinistra, insieme al funzionario del tesoro Gustavo Biagini. Bisognava capire, in particolare, se il quantitativo di denaro emesso fosse congruo ai parametri stabiliti. I risultati confermarono i sospetti: la Banca romana aveva stampato 25 milioni di lire in più e aveva sanato l’ammanco di diversi milioni con una serie di biglietti falsi, duplicando cartamoneta già stampata; inoltre fu messo in evidenza il coinvolgimento diretto del suo governatore Bernardo Tanlongo. Dalle indagini emerse anche che la Banca aveva utilizzato questo denaro non solo per finanziare le speculazioni edilizie, ma anche politici e giornalisti. Per evitare lo scandalo durante i tre anni successivi Crispi, Giolitti e Di Rudinì preferirono tenere segreti i risultati in nome degli interessi più alti della patria. L’inchiesta, dunque, venne insabbiata per scongiurare le conseguenze negative che avrebbe avuto tanto sul sistema creditizio che sul mondo politico. Il 24 novembre 1892 Alvisi morì di crepacuore, senza esser riuscito nemmeno a leggere la sua relazione sulla situazione “morale” delle banche. I risultati della sua inchiesta arrivarono – dopo la sua morte – nelle mani di Napoleone Colajanni, deputato radicale, che li riferì alla Camera durante la seduta del 20 dicembre. Lo scandalo era scoppiato.
Corriere della Sera del 21 gennaio 1893
Le resistenze di Giolitti alla possibilità di avviare un’inchiesta parlamentare, portarono ad avviare una nuova ispezione sugli istituti di emissione presieduta da Gaspare Finali; Enrico Martuscelli, che si occupò della Banca romana, confermò quanto scritto nella relazione Alvisi. Quando la Camera fu informata dei risultati, Zanardelli (che la presiedeva) indicò i nomi dei sette membri della commissione parlamentare d’inchiesta (che per questo diventerà nota, nelle cronache del tempo, come “la commissione dei sette”, presieduta da Antonio Mordini) per esaminare i documenti e le testimonianze raccolte.  Per quanto relativo alla Banca romana, furono arrestati il direttore Michele Lazzaroni e il governatore Bernardo Tanlongo che disse di aver versato cifre significative anche a diversi presidenti del consiglio.
Palazzo Maffei-Marescotti, sede della Banca Romana
Dopo le numerose rivelazioni, Giolitti fu accusato principalmente di tre cose: di aver tenuti nascosti i risultati del lavoro di Alvisi (all’epoca era Ministro del Tesoro), di aver proposto il nome di Tanlongo come senatore e di aver ricevuto denaro dalle casse della Banca romana per finanziare le sue campagne elettorali. Il presidente del consiglio si difese negando di essere stato a conoscenza della relazione Alvisi e di aver ricevuto denaro dalla Banca romana, ma dopo la lettura della relazione della Commissione dei sette – “Non ricordiamo nella storia del Parlamento il caso di un presidente del consiglio colpito così in pieno petto, dinnanzi alla Camera affollata e fremente, da una sentenza solenne, che lo convince di reati gravi in ordine politico e morale” scriveva l’editorialista del Corriere della Sera il 23 novembre 1893 – rassegnò le dimissioni e decise di trascorrere un periodo all’estero.
I nomi legati a quello strano e oscuro personaggio che era Tanlongo erano molti ed eccellenti: lo scandalo della Banca romana aveva travolto la politica, almeno in parte e allo stesso tempo rappresentava la crisi finanziaria che il paese stava attraversando. Ma il processo del 1894 assolse tutti, anche Tanlongo (Sor Berna’, come lo chiamavano in Banca), per insufficienza di prove: i giudici accolsero la tesi che sosteneva la sottrazione, nel corso delle indagini, di importanti documenti. Le ripercussioni, però, furono notevoli. Dal punto di vista politico la più evidente fu la scomparsa – momentanea – di Giolitti dalla scena politica. Dal punto di vista finanziario, la più importante fu sicuramente l’istituzione nel 1893 della Banca d’Italia – che sarebbe poi diventata l’unico istituto di emissione dello Stato – a cui fu affidata la liquidazione della Banca romana. 
Tratto da G. Pezzella, Lo Scandalo della Banca Romana, in Enciclopedia Treccani

Nel segno di Aldo Moro

Aldo Moro, professore universitario, uomo politico, cristiano e padre di famiglia, la sua vicenda intellettuale, politica ed umana, culminata nel tragico epilogo della sua barbarica uccisione da parte delle Brigate Rosse, dopo 55 giorni di prigionia, lo rende una delle personalità più eminenti del secolo vigesimo nonché uno dei massimi statisti della storia repubblicana. La sua fine, benchè esistano ancora delle persone capaci di osannare i suoi aguzzini – come dimostra il raccapricciante spettacolo che ha accompagnato i funerali del suo carceriere Prospero Gallinari, scomparso lo scorso 14 gennaio -, è senz’altro la pagina più buia degli “Anni di piombo” e quella su cui più sono stati versati fiumi di inchiostro.
All’interno di questo lungo excursus sulla Prima Repubblica, da noi dedicato al periodo di campagna elettorale, vogliamo commemorarlo riportando le toccanti parole pronunciate dal Santo Padre Paolo VI il 13 maggio 1978, in occasione della commemorazione funebre dello statista pugliese, il quale – come è ben noto – non ebbe funerali di Stato, dato il rifiuto categorico da parte dei propri familiari. Di seguito il testo integrale della preghiera levata dal 261° successore di Pietro, il quale aveva anche indirizzato una lettera pubblica ai brigatisti[1]:
«Ed ora le nostre labbra, chiuse come da un enorme ostacolo, simile alla grossa pietra rotolata all'ingresso del sepolcro di Cristo, vogliono aprirsi per esprimere il «De profundis», il grido cioè ed il pianto dell'ineffabile dolore con cui la tragedia presente soffoca la nostra voce.
Signore, ascoltaci!
E chi può ascoltare il nostro lamento, se non ancora Tu, o Dio della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo Uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico; ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla Fede nel Cristo, che è la risurrezione e la vita. Per lui, per lui.
Signore, ascoltaci!
Fa', o Dio, Padre di misericordia, che non sia interrotta la comunione che, pur nelle tenebre della morte, ancora intercede tra i Defunti da questa esistenza temporale e noi tuttora viventi in questa giornata di un sole che inesorabilmente tramonta. Non è vano il programma del nostro essere di redenti: la nostra carne risorgerà, la nostra vita sarà eterna ! Oh! che la nostra fede pareggi fin d'ora questa promessa realtà. Aldo e tutti i viventi in Cristo, beati nell'infinito Iddio, noi li rivedremo!
Signore, ascoltaci!
E intanto, o Signore, fa' che, placato dalla virtù della tua Croce, il nostro cuore sappia perdonare l'oltraggio ingiusto e mortale inflitto a questo Uomo carissimo e a quelli che hanno subito la medesima sorte crudele; fa' che noi tutti raccogliamo nel puro sudario della sua nobile memoria l'eredità superstite della sua diritta coscienza, del suo esempio umano e cordiale, della sua dedizione alla redenzione civile e spirituale della diletta Nazione italiana!
Signore, ascoltaci!
Al termine della preghiera, ascoltata dall'Assemblea in silenzioso raccoglimento, Paolo VI sottolinea ancora la sua paterna partecipazione al dolore di tutti con le seguenti espressioni rivolte ai presenti in Basilica e a quanti altri seguono la celebrazione dalla piazza antistante o attraverso la radio e la televisione.
Prima che termini il rito di suffragio, nel quale abbiamo pregato per la pace eterna di questo nostro fratello, noi leviamo le braccia a benedire quanti sono presenti in questo Tempio o, non avendo potuto trovar posto entro le sue mura, sono restati nella piazza, ed ancora tutti quelli che, pur lontani, sono a noi uniti spiritualmente: in particolare intendiamo abbracciare con questo nostro gesto paterno anche quanti portano nel cuore strazio e dolore per qualche loro congiunto, vittima di simile efferata violenza. Anche per queste vittime si estende la nostra afflitta preghiera. Su tutti invochiamo, apportatrice di serenità e di speranza, la confortatrice assistenza del Signore.»



[1] «Io scrivo a voi, uomini delle Brigate Rosse: restituite alla libertà, alla sua famiglia, alla vita civile l'onorevole Aldo Moro. Io non vi conosco, e non ho modo d'avere alcun contatto con voi. Per questo vi scrivo pubblicamente, profittando del margine di tempo, che rimane alla scadenza della minaccia di morte, che voi avete annunciata contro di lui, Uomo buono ed onesto, che nessuno può incolpare di qualsiasi reato, o accusare di scarso senso sociale e di mancato servizio alla giustizia e alla pacifica convivenza civile. Io non ho alcun mandato nei suoi confronti, né sono legato da alcun interesse privato verso di lui. Ma lo amo come membro della grande famiglia umana, come amico di studi, e a titolo del tutto particolare, come fratello di fede e come figlio della Chiesa di Cristo.Ed è in questo nome supremo di Cristo, che io mi rivolgo a voi, che certamente non lo ignorate, a voi, ignoti e implacabili avversari di questo uomo degno e innocente; e vi prego in ginocchio, liberate l'onorevole Aldo Moro, semplicemente, senza condizioni, non tanto per motivo della mia umile e affettuosa intercessione, ma in virtù della sua dignità di comune fratello in umanità, e per causa, che io voglio sperare avere forza nella vostra coscienza, d'un vero progresso sociale, che non deve essere macchiato di sangue innocente, né tormentato da superfluo dolore. Già troppe vittime dobbiamo piangere e deprecare per la morte di persone impegnate nel compimento d'un proprio dovere. Tutti noi dobbiamo avere timore dell'odio che degenera in vendetta, o si piega a sentimenti di avvilita disperazione. E tutti dobbiamo temere Iddio vindice dei morti senza causa e senza colpa. Uomini delle Brigate Rosse, lasciate a me, interprete di tanti vostri concittadini, la speranza che ancora nei vostri animi alberghi un vittorioso sentimento di umanità. Io ne aspetto pregando, e pur sempre amandovi, la prova.» Dal Vaticano, 21 aprile 1978

DE GASPERI. La politica come servizio



Tra gli autorevoli ritratti delle grandi personalità della Prima Repubblica, con cui ERRATA CORRIGE sta accompagnando queste settimane che precedono le urne, quello di oggi riguarda un uomo, alla cui azione dobbiamo, in parte, la libertà sovrana e democratica grazie alla quale potremmo esprimere il voto: si tratta di Alcide De Gasperi. Il testo dell’articolo è quello scritto e pubblicato da Giulio Andreotti sulla sua storica rivista, “Concretezza”, nel lontano 1964.
“Perché Alcide De Gasperi non può considerarsi alla stregua degli altri uomini politici che hanno rimesso in cammino l'Italia dopo il totale smarrimento suscitato dalla guerra e dalla sconfìtta?
Forse non può riassumersi in una sola caratteristica il suo profilo, ma crediamo di non sbagliare scrivendo che egli si era formato alla scuola della sofferenza e della intransigente fermezza. Figlio di povera gente, potè compiere gli studi soltanto perché trovò sul suo cammino anime generose che, apprezzandone il valore, lo aiutarono a studiare. Non ebbe mai il «di più» e le cronache della sua attività organizzativa, tra gli studenti e gli operai, ci descrivono un contorno di totale mancanza di mezzi finanziari. La Vienna brillante dell’ «epoca bella » gli fu del tutto estranea e nessun cenno ne fece mai per farci capire che se ne dolesse. Credeva più consono alla sua missione l'affrontare le bastonate dei gendarmi di Innsbruck, molestati dalla insistenza dei goliardi trentini per ottenere l'Università italiana. Soffrì durante la guerra europea per il quotidiano peregrinare nei campi dove erano reclusi i profughi delle province venete e cercò con ogni mezzo di aiutarli con l'assistenza materiale e con 1’appoggio politico, tanto difficile nel momento della sospensione dell'attività del Parlamento e delle guarentigie per i deputati.
Quando la Camera viennese riapre ed altri (anche i socialisti, benché colpiti dall'assassinio di Battisti) si piegano a votare per il governo imperiale e per le spese militari, De Gasperi beve tutto intero il calice della dignità e della fermezza, resistendo sulle posizioni negative. Ed il discorso più fiero da lui pronunciato come deputato di Trento a Vienna è forse proprio quello detto all'indomani di Caporetto, quando la vittoria finale degli austriaci sembrava scontata.
Seguirono invece Vittorio Veneto, l'annessione delle terre redente ed il passaggio di lui al Parlamento di Roma. I tempi erano quanto mai difficili e noi ci guardiamo bene dal sentenziare con la facile leggerezza del poi sulle responsabilità e sugli errori di quella classe politica. Certo, un De Gasperi fatto di realismo e di idealismo insieme si trovò a disagio in un ceto nel quale la tattica prevaleva, il personalismo dominava, la vanità oscurava la vista di tutto e faceva mal comprendere le involuzioni in corso.
Più si approfondisce questo desolante quadro di democrazia in disfacimento e meglio si ridimensiona la figura storica di Mussolini e dei suoi seguaci. Fu un giuoco da bambini sopraffare anche i cattolici politici, dilaniati da opposte correnti dissolvitrici ed impreparati alla violenza di piazza.
Don Sturzo aveva detto che le vittorie sarebbero state dell'idea, le sconfitte degli uomini. Su queste sconfitte bruciò il sale amaro dell'abbandono — forse necessario storicamente — da parte del Vaticano. E fu un fuggi fuggi generale, nel quale alla nobiltà dell'esilio dello stesso Sturzo e di Donati e alla resistenza interna di altri si contrapposero troppi compromessi e tante meschine furbizie.
La terra ormai scottava per De Gasperi nel Trentino ed a Roma (dove alcuni amici facevano perfino finta di non riconoscerlo, incontrandolo per strada). L'ospitalità di Ivo Coccia era divenuta pericolosa, sia per l'amico che tanto rischiava — pur con le giornaliere visite della polizia — sia per lui che non si faceva illusioni sulla brevità della dittatura fascista.
Resta ancora da dimostrare se partendo silenziosamente per Trieste pensasse di espatriare; quel che è certo è che, arrestato ad Orvieto, fu condannato duramente a questo titolo, nonostante mancasse qualunque elemento di prova. La famiglia era ormai tornata in Valsugana e solo la fedele consorte — arrestata insieme a lui, ma presto rilasciata — veniva di tanto in tanto a spezzarne l'isolamento morale. Un Padre gesuita non sgradito ai potenti, il Tacchi Venturi (ma De Gasperi preferirà l'amicizia di Padre Rosa, sospettato e mal visto dai gerarchi) sottoporrà inutilmente alla firma di De Gasperi e della signora Francesca una domanda di grazia. Non si piegò il Presidente e, certamente con intima pena, la sua sposa non ne tradì la volontà di resistere.
Liberato, conobbe le asprezze ed anche le volgarità del pedinamento e della sorveglianza. E conobbe la fame. Dovette aspettare la conciliazione per avere un piccolo ufficio in Vaticano e nel carteggio del momento vi sono cenni di una grande preoccupazione di non compromettere chicchessia, di non disturbare, a causa di una sua sistemazione, il Vaticano nei suoi rapporti non facili (apparenze a parte) con il fascismo. E sono dello stesso tempo bellissime lettere nelle quali, vincendo ogni risentimento personale, loda i trattati del Laterano valutandone il significato storico, di chiusura di una lacerante controversia e di possibile alba di un sistema nuovo di libertà per la Chiesa, anche se si doveva attendere, lavorare, patire ancora.
Meuccio Ruini ha raccontato che quando andò da De Gasperi, in Biblioteca Vaticana, a proporgli la collaborazione dei cattolici nel costituendo Comitato centrale antifascista, era dubbioso sulle possibilità di una accettazione, non per mancanza di volontà del vecchio amico, ma per la gerarchia cattolica, che avrebbero potuto imporre cautela ai primi passi della rinata partecipazione dei cattolici alla vita politica. Tanto maggiore fu la gioia, sua e di Ivanoe Bonomi, quando a sole ventiquattro ore di distanza ebbe una adesione piena ed incondizionata. Se così non fosse stato, la guerra avrebbe egualmente sconfitto il fascismo, ma molto probabilmente l'Italia avrebbe ondeggiato tra una lunga occupazione militare ed una affermazione delle forze di estrema sinistra.
De Gasperi firma la Costituzione il 27/XII/1948
Gli anni dal 1944 al 1953 possono apparentemente sembrare estranei al ciclo della sofferenza, nella vita di De Gasperi, tutti pieni di cronache imponenti di successi parlamentari, di affermazioni internazionali, di riconoscimenti tanto vasti della sua capacità e della sua dirittura. Non mancarono, però, ombre anche sul decennio di luce. Tra queste: l'iniziale, pesante incomprensione degli Alleati; la spina di Trieste e della Venezia Giulia; l'attacco violento e inaspettato di Orlando contro la necessaria ratifica del Trattato di pace; le troppe paure per dissociarci dai comunisti; il lento incrinamento della compattezza del partito; la lotta alla candidatura presidenziale di Sforza; la scomparsa della sua cara sorella; la mancanza di solidarietà nel momento drammatico della Corea; le stupide accuse... multilaterali di empirismo, di liberalismo e di tiepidezza anticomunista; certe preoccupazioni della Chiesa per la dilagante immoralità e il futuro politico dell'Italia (non bisogna però dimenticare lo splendido elogio pubblico che di De Gasperi fece Pio XII l'11 febbraio del 1949); l'esito delle elezioni del 1953 e la « miseria parlamentare » che ne conseguì.
Battuto alla Camera, fece ancora uno sforzo che direi sovrumano — considerando lo stato avanzato della sua malattia — per tenere davvero compatta la Democrazia cristiana, della quale avvertiva la necessità storica unitaria e, in contrapposto, la discrasia avanzante. Cercò di far raggiungere questa unità con una grande ripresa di vasto respiro attorno al problema internazionale del momento — la ratifica della CED — ma sui eum non receperunt. Ormai la tattica e la ricerca di alleanze su piccole cose avevano preso la mano quasi a tutti.
E pensare che di De Gasperi — che morì con questa ansia nel cuore — si era detto che si trattava di un uomo troppo aperto al compromesso e alle transazioni. Anche chi non ne capì la grandezza comincia a doversi necessariamente ricredere."
Testo dell’articolo apparso sul numero monografico dedicato a De Gasperi della rivista "Concretezza", anno X (1964), n. 16



BETTINO CRAXI. Storia di un leader


Nel 13° anniversario dalla sua morte, avvenuta nell'esilio di Hammamet - dopo essergli stato negato il ritorno in patria per un delicato intervento chirurgico - vi sono molti italiani per cui il caso Craxi è ancora, e deve restare, esclusivamente giudiziario. Pensano che non abbia senso chiedersi se abbia avuto e quali siano stati i suoi meriti politici. Ritengono che le condanne, nei due processi in cui fu imputato, contino più di qualsiasi altra considerazione. Credo che commettano un errore. Non possiamo ridurre la vita di Craxi al suo epilogo giudiziario senza rinunciare a comprendere un intero periodo della storia nazionale. Craxi fece in quegli anni alcune battaglie politiche. Ignorarle significa implicitamente dare partita vinta ai suoi avversari. Piaccia o no Bettino Craxi va discusso e giudicato, anzitutto, sulla base dei suoi programmi e delle sue iniziative.
Craxi avanzò proposte e sollevò problemi che erano stati sino ad allora ignorati o evitati. Capì che il sistema politico si era inceppato e ne propose la riforma con la elezione diretta del presidente della Repubblica. Capì che non era possibile lasciare le sorti dell’economia nelle mani di un sindacato per cui il salario era una «variabile indipendente», e vinse il referendum sulla scala mobile. È a lui inoltre, che va ascritto il merito di aver condotto un’aspra battaglia contro l’evasione fiscale, allora galoppante, attraverso l’introduzione dell’obbligo per i commercianti del registratore di cassa e dello scontrino fiscale. Capì che la sicurezza dell’Italia dipendeva dal rapporto con gli Stati Uniti, e ribadì gli impegni presi dal governo Cossiga sulla dislocazione dei missili Cruise a Comiso; ma tenne testa agli americani nella vicenda di Sigonella, dopo il dirottamento dell’Achille Lauro, e riuscì a farlo senza pregiudicare i suoi rapporti con il presidente Ronald Reagan. Capì l’importanza dell’integrazione europea e guidò il fronte europeista contro Margaret Thatcher al Consiglio europeo del Castello Sforzesco nel giugno 1985. Capì che occorreva modernizzare i rapporti con la Chiesa cattolica e firmò con il cardinale Casaroli il Concordato del 1984. Sostenne il dissenso nell’Unione Sovietica e nelle democrazie popolari. E tentò infine di dare al partito socialista, grazie al culto di Garibaldi, un’ascendenza risorgimentale. La campagna per il «socialismo tricolore» fu anzitutto un’operazione culturale, ma le sue ricadute politiche furono complessivamente positive. Una delle sue caratteristiche più discusse fu quella che venne definita, con un termine ingiustamente spregiativo, decisionismo. Oggi, dopo l’importanza assunta da alcune personalità nella vita politica dei maggiori Paesi democratici dovremmo riconoscere che Craxi capì qual fossero, soprattutto in un’epoca di grandi modernizzazioni, le responsabilità di un leader.
Non fu avulso da alcuni eccessi di spettacolarizzazione (celebri le scenografie congressuali ideate dall'architetto Filippo Panseca) che furono criticati dai suoi stessi compagni di partito: Rino Formica coniò, per l'Assemblea Nazionale del 1991, l'eloquente immagine di una "corte di nani e ballerine". Si rinunciò al tradizionale anticlericalismo socialista (con l'approvazione del Concordato) e fu infine ridotta e poi eliminata (dal 1985) la falce e martello dal simbolo storico del PSI, sostituendola col garofano rosso, che da allora divenne emblema del partito. Ma lo stile craxiano del potere produsse anche conseguenze che non è possibile ignorare o sottovalutare. La prima fu il brusco aumento del debito pubblico (accompagnato però da un dimezzamento dell’inflazione), una colpa a cui i governi successivi non vollero o non poterono rimediare. La seconda fu Tangentopoli, vale a dire un sistema di finanziamenti illeciti che inquinò la vita politica nazionale ed ebbe effetti perversi sul bilancio dello Stato. Sono i meriti di Craxi, paradossalmente, che rendono queste colpe particolarmente gravi. Un modernizzatore deciso e intelligente non avrebbe dovuto permettere la costruzione di una macchina che era in effetti il contrario della modernità. Esiste una evidente contraddizione tra le ambizioni riformatrici di Craxi e un sistema che antepone la clientela al merito, il pagamento di una tangente alla qualità dell’opera. Non ho mai pensato che Craxi potesse essere considerato il solo responsabile di un tale fenomeno. Ma le responsabilità di un leader sono tanto maggiori quanto più grandi sono le sue ambizioni e i suoi programmi. Gli storici non potranno riconoscere i suoi meriti senza constatare al tempo stesso i suoi errori.
Adattato da Sergio Romano, Il ritratto di un leader, Corriere della Sera ®, [18/I/2010]


Andreotti

"Rispetto ad un’Italia che cambia o finge di cambiare rapidamente, muta convinzioni, gusti, pregi e difetti, Andreotti è una certezza: prevedibile, magari anacronistica, bistrattata, ma proprio per questo, tutto sommato, rassicurante. Permette al paese di specchiarsi nel passato, di riconoscersi e di distanziarsi dal secolo scorso; di sentirsi migliore, di rivalutarlo o magari di odiarlo, ha poca importanza. È una sorta di memoria storica dell’Italia, a partire dal 1945. 
E forse, il suo ruolo di nostalgico della Prima Repubblica, della guerra fredda e dei suoi equilibri cristallizzati e dunque protettivi si conserva grazie alla crisi del sistema attuale, finendo per fotografare le frustrazioni e l’insoddisfazione di un pezzo del paese. In questo senso, Andreotti incarna l’identità perduta non solo di una classe politica, ma di una porzione dell’Italia moderata; lo smarrimento dei suoi referenti interni e delle antiche coordinate internazionali". In questo ampio stralcio tratto dall’introduzione al suo ultimo libro (Andreotti. La vita di un uomo politico, la storia di un’epoca, Mondatori, 2008), Massimo Franco, notista politico del Corriere della Sera, riassume con una perfetta sintesi gli elementi che approfondisce nei ventitre capitoli che ha scritto per raccontare la vita di Giulio Andreotti. La storia di un "sopravvissuto" a due guerre mondiali, sette papi, la monarchia, il fascismo, la Prima repubblica e forse anche la seconda, se è vero che è in crisi. A sei processi per mafia e omicidio. Un Protagonista e testimone abbastanza unico del panorama italiano: amico di pontefici, capi di stato, suore, mendicanti, bancarottieri, santi, dittatori, attrici, emiri, pittori, calciatori, ladri, collusi con la mafia. Un ex-potente che si fa fatica a definire ex e del quali le giovani generazioni sanno poco e quelle vecchie ritengono di sapere (quasi tutto) anche se non a ragione.

Una silhouette curva che inevitabilmente per la sua corposità storica si intreccia con gran parte della storia del nostro Paese, "la storia di un’epoca" che, secondo una consolidata vulgata, è stata "segnata" da Andreotti nel bene e nel male. Un uomo dalle umili origini familiari che da parte degli estimatori, e non solo, del personaggio ne esaltano ancor maggiormente la figura (o se si vuole la leggenda) dell’uomo che ha scalato il potere dal basso, partendo “dal nulla”. E da qui fino, sostanzialmente, ai giorni nostri, la storia del "divo Giulio" che se da un lato si apre in un ambiente quasi favoloso, dove un bambino di otto anni riesce ad eludere la sorveglianza durante un’udienza papale e quindi ad avvicinarsi al Pontefice, dall’altro si chiude con la crudezza delle ricostruzioni processuali che hanno interessato larga parte dell’opinione pubblica alla fine del secolo proprio perché avevano come protagonista questo "simbolo" dell’Italia.
Comizio di Andreotti nel 1976 in Piazza del Popolo

Andreotti conserva attorno a sé molteplici e contraddittori giudizi che derivano dalle considerazioni formulate delle diverse generazioni che hanno potuto apprezzarne o criticarne la figura. Ecco perché così come è semplice trovare persone anziane che ne rimpiangono la presenza attiva sulla scena politica è altrettanto possibile trovare giovani che lo considerano il retaggio di una politica "superata" quindi vecchia. Ma può accadere anche il contrario: anziani che vedono in Andreotti un passato che non passa e giovani che, avendone sentito decantare le lodi, lo apprezzano maggiormente rispetto ai politici di oggi. 
Andreotti con De Gasperi
Certamente si può affermare che dopo aver sperimentato le conseguenze non sempre brillanti, soprattutto in diversi contesti locali, dell’azione di persone che non ritengono che la formazione alla politica debba essere un elemento indispensabile per svolgere un’attività mirata alla ricerca del bene comune, la figura di Andreotti, che intraprende attività politica per fortunate coincidenze, incarna, come ricorda la lunga citazione iniziale tratta dal libro di Franco, "l’identità perduta non solo di una classe politica, ma di una porzione dell’Italia moderata". Proprio la definizione dei confini delle identità delle forze politiche che animano il dibattito politico italiano è un compito al quale la politica non può sottrarsi, pena il suo perdurante "fallimento". E, paradossalmente, se nell’epoca di Andreotti per molti versi le identità apparivano soffocanti, oggi, queste non riescono neppure ad emergere in modo chiaro sia per un preciso desiderio (che permane) sia per delle incapacità oramai ossificate. 
Giulio Andreotti è, come scrive Franco, una "memoria storica" vivente dell’Italia. È necessario, pertanto, considerarla come tale. Ma se può essere fonte per capire il passato e scrutare il futuro, non può assolutamente trasformarsi in un comodo alibi per la politica di oggi. Dove non si arriva, dove non si riesce, dove non si comprende, ci si nasconde dietro il paravento degli errori della politica del passato. Una politica che certo non tornerà, ed è impressionante doverlo ribadire ancora una volta, ma che ci ha segnati; e se non riusciremo, una volta per tutte, a farci i conti, a capire che forse, anzi sicuramente, qualcosa di buono in "quella" politica c’era, non riusciremo a rianimare quella di oggi, che appare, costantemente, nei suoi caratteri generali, sempre più ripiegata su se stessa.

Le correnti della DC


La campagna elettorale per le elezioni che determineranno la composizione del Parlamento della XVII Legislatura della Repubblica Italiana ha visto il ritorno nella dialettica politica nazionale del Centrismo le vicende del quale, per oltre 40 anni, sono state monopolizzate da un unico partito: la Democrazia Cristiana. Fondata nel ’42 da Alcide De Gasperi insieme ad altri 16 anti-fascisti, essa raccolse l’eredità direttamente dal Partito Popolare di Don Sturzo, divenendo la maggiore forza politica del Paese. Ma la storia della DC è stata anche e soprattutto la storia delle sue correnti. Entrate nella retorica anti-partitica, le correnti democristiane sono state anche uno dei contributi più originali del pensiero e dell'organizzazione dei democratici cristiani italiani dal secondo dopoguerra fino alla sua eclissi.
Periodo degasperiano
Durante il periodo degasperiano, non si può parlare di vere e proprie correnti organizzate. Ma ricco è il dibattito, spesso molto acceso, su orientamenti e politiche del partito che hanno trovato distinzioni e contestazioni. I degasperiani sono stati, dalla nascita della DC fino alla morte di Alcide De Gasperi, il riferimento centrale, largamente maggioritario, del partito. I primi quattro Congressi nazionali della DC (1946, 1947, 1949, 1952) hanno visto i degasperiani guidare saldamente la DC. In larga parte provenivano dall'ex Partito Popolare di don Luigi Sturzo. Tra di essi si distinguono Attilio Piccioni, Giuseppe Spataro, Mario Scelba, Bernardo Mattarella, Giulio Andreotti. I degasperiani possono essere considerati una "corrente" dal momento in cui si è manifestata in maniera evidente la corrente politica dei dossettiani, dal nome del suo principale esponente, Giuseppe Dossetti. I dossettiani più importanti sono stati Amintore Fanfani, Giuseppe Lazzati, Giorgio La Pira. Erano culturalmente cresciuti intorno all'Università Cattolica di Milano di padre Agostino Gemelli, e per questo sono stati chiamati anche i "professorini". Espressero posizioni politiche di sinistra, fortemente improntate ad una concezione cristiana integrale della società, più attente alle esigenze di crescita sociale delle classi più povere del Paese. I dossettiani pubblicarono una rivista, Cronache Sociali, intorno alla quale mossero le loro principali critiche alla politica cattolico-liberale di Alcide De Gasperi e della maggioranza della DC. Il momento di maggior successo dei dossettiani viene misurato nel III° Congresso nazionale della DC nel 1949, in cui raccolgono circa il 30% dei voti congressuali, e nel V° Congresso del Movimento Giovanile della DC nel 1951, da loro vinto. Accanto a queste due fondamentali posizioni politiche nella DC del periodo degasperiano, si debbono aggiungere altri tre gruppi, molto meno influenti ma pur sempre significativi. Il primo è identificato in Politica Sociale, ovvero gli amici di Giovanni Gronchi. Sono un gruppo che nasce dalla sinistra dell'ex Partito Popolare di Sturzo, e intendono distinguersi dalla gestione degasperiana e dalla sua linea politica. Dopo l'elezione di Gronchi alla Presidenza della Camera dei Deputati prima, ed alla Presidenza della Repubblica poi, di fatto il gruppo si scioglie in altre correnti del partito. Tra i gronchiani si segnala Fernando Tambroni. Il secondo sono i vespisti, costituito da un gruppo di ex popolari più vicini alle posizioni moderate della DC, quali Stefano Jacini e Carmine De Martino. Il nome deriva dal luogo ove nacque, il club Vespa di Roma. Il terzo, evidenziato nel Congresso nazionale del 1952, è la corrente che sarà denominata l'anno successivo Forze Sociali, una corrente legata al sindacalismo cattolico, con posizioni evidentemente più orientate a sinistra ed al mondo del lavoro, a cui fa riferimento Giulio Pastore e molti dei sindacalisti della CISL. E' l'unica lista alternativa alla ritrovata unità del partito, con Guido Gonella Segretario politico.
Iniziativa Democratica e la DC degli anni Cinquanta
Amintore Fanfani
La prima, vera, corrente della Democrazia Cristiana fu Iniziativa Democratica, la corrente maggioritaria al Congresso di Napoli del 1954, guidata da Amintore Fanfani, che succedette ad Alcide De Gasperi alla segreteria politica della DC dopo la morte dello statista trentino. In Iniziativa Democratica si concentra il blocco centrale del partito, insieme alla parte più politicamente concreta del disciolto gruppo dei dossettiani, e vi troviamo quindi gran parte della futura classe dirigente democristiana: oltre ad Amintore Fanfani, ci sono Aldo Moro, Mariano Rumor, Benigno Zaccagnini, Luigi Gui,Emilio Colombo. Iniziativa Democratica è il perno su cui Amintore Fanfani costruisce una capillare struttura organizzativa della DC, per combattere sul territorio la forza e la penetrazione dell'organizzazione del PCI: di fatto, l'organizzazione della DC dei decenni successivi è stata costruita da Fanfani in questi anni. La Democrazia Cristiana, così orientata da Iniziativa Democratica, ha gestito il complesso periodo del centrismo post-degasperiano, e diventa protagonista del dibattito sull'apertura a sinistra verso il Partito Socialista, nell'ultimo periodo degli anni Cinquanta. Si distinguono in questi anni da Iniziativa Democratica altre correnti minori: la corrente denominata Primavera, legata aGiulio Andreotti, con posizioni più di destra rispetto al blocco maggioritario di Iniziativa Democratica; la corrente di Centrismo Popolare guidata da Mario Scelba, che si pone in continuità con l'esperienza degasperiana; la nuova corrente della sinistra di Base, fondata da Giovanni Marcora nel 1953. Durante la gestione fanfaniana della DC, la corrente della sinistra di Base si struttura sempre più, riceve l'appoggio del Presidente dell'ENI Enrico Mattei, e ad essa aderiscono Ciriaco De Mita, Luigi Granelli, Nicola Pistelli. Fondano una rivista a Firenze denominata Politica.
I dorotei e la DC degli anni Sessanta
L'apertura a sinistra verso il PSI, e la concentrazione delle principali cariche istituzionali e di partito nella figura di Amintore Fanfani, genera nel 1959 la spaccatura della corrente maggioritaria di Iniziativa Democratica.In quell'anno si costituisce la corrente dei Dorotei (il cui nome deriva dal convento di Santa Dorotea nel quale alcuni leader di Iniziativa Democratica si riuniscono per dare la sfiducia a Fanfani), molto più cauta nell'approccio verso il centro-sinistra, e più attenta alle ragioni delle gerarchie ecclesiastiche ed alle associazioni industriali. Alla corrente dorotea aderiscono Aldo Moro, Mariano Rumor, Antonio Segni, Paolo Emilio Taviani. L'altra parte della corrente di Iniziativa Democratica, e cioè i seguaci di Amintore Fanfani, si organizzano nella corrente di Nuove Cronache, a cui aderiscono tra gli altri Arnaldo Forlani, Ettore Bernabei, Franco Maria Malfatti, Giovanni Gioia.Inoltre, è in questi anni che la corrente dei sindacalisti viene denominata Rinnovamento Democratico, e poi successivamente Forze Nuove, e vi aderiscono, oltre a Giulio Pastore, Carlo Donat Cattin e Bruno Storti.Il VII° Congresso nazionale della DC vede prevalere sul filo di lana il raggruppamento più moderato della DC (i dorotei di Moro e Segni, la corrente Primavera di Andreotti, la corrente Centrismo Popolare di Scelba) sul raggruppamento più a sinistra (la corrente Nuove Cronache, la corrente di Base, la corrente Rinnovamento Democratico).
In tutti gli anni Sessanta, la Segreteria politica della DC viene tenuta dai dorotei, Aldo Moro prima, poi Mariano Rumor una volta che Moro va a guidare i governi di centro-sinistra, e Flaminio Piccoli per un breve periodo.
Aldo Moro
Le divisioni tra i dorotei e il ritorno di Nuove Cronache
Alla fine degli anni Sessanta, la vita interna della Democrazia Cristiana vede la progressiva frantumazione della corrente dorotea. Nel 1967 nasce la corrente dei Pontieri, una costola della corrente dorotea guidata da Paolo Emilio Taviani, che si pone l'obiettivo di creare un ponte tra la maggioranza del partito e le sue correnti di sinistra.
Nel 1968 nasce la corrente dei Morotei, gli amici di Aldo Moro che si distacca dai dorotei assumendo una posizione autonoma nel partito, con una linea politica sempre più orientata verso la sinistra. A questa corrente appartengono Benigno Zaccagnini e Luigi Gui.
Infine, nel 1969 la rimanente corrente dorotea si divide in due componenti diverse:
- Iniziativa Popolare, costituita da Mariano Rumor e Flaminio Piccoli; 
- Impegno Democratico, costituito da Emilio Colombo a cui aderisce anche la corrente Primavera di Giulio Andreotti.A parte le posizioni politiche assunte successivamente da Aldo Moro, le varie suddivisioni della corrente dorotea esprimono comunque una continuità nella gestione ordinaria del partito. Tanto che buona parte degli stessi Pontieri rifluiscono nel Congresso del 1973 nei Dorotei, e nel corso degli anni Settanta le due diverse componenti di Iniziativa Popolare e di Iniziativa Democratica riconfluiscono insieme.Dal 1969 al 1975 sono gli uomini della corrente di Nuove Cronache che guidano la DC, con Arnaldo Forlani prima e Amintore Fanfani poi. Di Nuove Cronache fanno parte, oltre ai due Segretari politici, anche Clelio Darida, Ivo Butini,Lorenzo Natali.

L'area Zaccagnini e la svolta del "Preambolo"

La sconfitta nel referendum sul divorzio nel 1974, e la forte avanzata comunista nelle elezioni regionali e amministrative del 1975, portano Fanfani alle dimissioni dalla Segreteria politica del partito, ed alla elezione di Benigno Zaccagnini, uomo legato ad Aldo Moro.
La Segreteria di Zaccagnini è legato ad uno sforzo di rinnovamento interno alla DC, ed alla politica del confronto con il PCI, che sfocia nei governi di solidarietà nazionale. Nel Congresso nazionale del 1976, l'alleanza delle correnti di sinistra della DC prevale sull'alleanza delle correnti moderate (dorotei, fanfaniani, andreottiani), e Benigno Zaccagnini vince l'elezione per la carica di Segretario politico contro Arnaldo Forlani.
Nasce così la cosiddetta Area Zac, che vede le correnti di sinistra dei Morotei, della Base, e di una parte di Forze Nuove (guidata da Guido Bodrato) raggrupparsi intorno alla linea politica di Zaccagnini.
La tragedia dell'assassinio di Aldo Moro toglie molta ispirazione alla Segreteria Zaccagnini, e la nuova politica del PCI porta all'esaurimento della solidarietà nazionale.
In questo contesto, il Congresso nazionale del 1980 modifica la linea politica del partito, riportandola verso una collaborazione con il PSI. La maggioranza del partito si costituisce intorno ad un "Preambolo" comune, a cui aderiscono i dorotei di Flaminio Piccoli e Antonio Bisaglia, la corrente Nuove Cronache di Amintore Fanfani e Arnaldo Forlani, e la corrente di Forze Nuove di Carlo Donat Cattin. Rimangono all'opposizione interna l'Area Zac e gli andreottiani.

Giulio Andreotti
Il settennato demitiano

Nel Congresso nazionale del 1982, le tradizionali correnti democristiane si scompongono parzialmente, intorno alla candidatura di Ciriaco De Mita alla Segreteria del partito. Ciriaco De Mita infatti, espressione della corrente della sinistra di Base raggruppata nell'Area Zac, viene eletto da una parte dei dorotei (Flaminio Piccoli), da una parte di Nuove Cronache (Amintore Fanfani) e dalla corrente andreottiana. L'altra parte dei dorotei (Antonio Bisaglia) e l'altra parte di Nuove Cronache (Arnaldo Forlani), unitamente alla corrente Forze Nuove di Carlo Donat Cattin, appoggia la candidatura di Arnaldo Forlani, che risulta perdente.
Sostanzialmente, la linea politica dell'inizio del settennato demitiano alla guida della DC è caratterizzata dalla competizione con il PSI all'interno di una coalizione che diventa il pentapartito.
Dopo le elezioni politiche del 1983, si assiste ad una gestione sostanzialmente unitaria della DC sotto Ciriaco De Mita, che compie uno sforzo teso alla abolizione delle correnti tradizionali della DC.
Il Grande Centro
Esaurita la lunga gestione demitiana del partito, il Congresso nazionale del 1989 sarà l'ultimo Congresso della DC. Vi si ritrovano le tradizionali correnti del partito, con la sola novità della corrente di Alleanza Popolare, a cui fanno riferimento i dorotei di Antonio Gava e Flaminio Piccoli, insieme agli amici di Arnaldo Forlani. Alleanza Popolare viene a rappresentare il cosiddetto Grande Centro della Democrazia Cristiana, accanto alla sinistra di Base di Ciriaco De Mita, alla corrente Primavera di Giulio Andreotti, a Forze Nuove di Carlo Donat Cattin ed a quanto rimane del seguito di Amintore Fanfani.
dal sito della Democrazia Cristiana®