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Il festival delle banalità: o forse no?


"Maschi e femmine sono diversi". E giù applausi. "I bambini nascono da un uomo ed una donna". Standing ovation di tutta la platea. "I figli non si vendono". La folla in estasi.

Non è la cronaca di un festival delle banalità, anche se un tempo sarebbe potuta esserlo: è semplicemente la logica conseguenza dell'illogica realtà di oggi. Una realtà ben evidente ieri pomeriggio a Milano, dove la regione ha organizzato l'ormai noto convegno 'Difendere la famiglia per difendere la comunità': un migliaio di persone nelle sale interne al Palazzo della Regione e almeno 500 fuori. A poche centinaia di metri la manifestazione dei Giovani Democratici (secondo Repubblica erano 'diverse migliaia'...), al grido di 'un bacio li seppellirà tutti'. Ed in effetti diverse coppie omosessuali contestavano alla loro maniera, baciandosi appassionatamente davanti all'ingresso dell'Auditorium, nell'indifferenza totale di centinaia di pericolosissimi omofobi.

La Famiglia, il motore del Paese

«La macchina del Paese ha un cuore e un motore. Ed è nostra ferma convinzione che sia la famiglia». La famiglia resta, come tante volte ribadito in questi anni, al centro delle preoccupazioni per la Chiesa italiana. Lo ha ribadito il cardinale Angelo Bagnasco ai vescovi riuniti a Roma nel Consiglio permanente della Cei. «Il centro che deve ispirare e muovere il paese è la famiglia  fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna - ha rimarcato il presidente della Conferenza episcopale italiana -.Il patrimonio umano che è la famiglia naturale è un bene insostituibile che dev'essere custodito, culturalmente valorizzato e politicamente sostenuto». 

Una famiglia vera: le realtà che non ci mostrano


Un negozio qualsiasi. Uno dei tanti negozi di scarpe che popolano il nostro paese. Eppure una semplice pubblicità lo distingue da tanti altri. Un uomo, una donna e dieci ragazzi in fotografia. E sotto la scritta "Una famiglia vera". A ben pensarci dispiace che la società in cui viviamo ci abbia reso abituati a spettacoli ben diversi, ma fa anche enormemente piacere sapere che qualcuno ancora riconosce la famiglia come istituzione naturale ed intangibile.

Il figlio di Vendola: volere=dovere?

Chissà se Vendola preferirà essere il genitore 1 o il genitore 2. Magari potrà fare a settimane alterne con il suo compagno. Sempre che il suo mai negato sogno di avere un figlio non rimanga per sempre tale. Rimane il fatto che Nichi non si arrende, e come lui nemmeno il suo compagno, Eddy Testa, che ha confermato in una recente intervista il desiderio di paternità (o di 'genitorialità' per dirla come 'loro').

Di obiezioni ne sorgono innumerevoli, ma la più scontata sarebbe di chiedere al governatore della Puglia ed al suo compagno se sanno come nasce un bambino... Tralasciando le facili battute alle quali si offre la tragica situazione, emergono due aspetti gravissimi: uno particolare ed uno generale. Partiamo da quest'ultimo.

Hollande e il manifesto neolaicista: addio alla scuola francese

C'era una volta la scuola di stato francese. Oggi esiste una 'scuola' di partito. O, peggio ancora, una scuola di indottrinamento di una determinata ideologia (difficile immaginare quale...). L'ormai tristemente noto ministro Peillon, ha imposto a tutte le scuole del Paese la sua Carta della Laicità, già ribattezzata Manifesto Neolaicista.
I contenuti dell'assurda iniziativa del ministro sono davvero raccapriccianti: a scuola non si dovrà parlare di matrimonio, bisognerà far capire ai bambini che se papà mette la gonna è tutto normale e che nessuno può essere sicuro del suo sesso, perché può capitare che oggi o domani scopro di essere qualcos'altro. La semplicità del linguaggio di questo paragrafo è ricercata per provare a rendere ancora più chiaro che cosa si dovrà sentire in un asilo francese l'anno prossimo.

L'indiscussa onestà delle lobby gay

In questi giorni si fa un gran parlare della nuova legge russa, da molti definita anti-gay. Tutto ciò che succede in Russia - a partire da ogni singolo gesto che i concorrenti ai Mondiali di atletica di Mosca stanno facendo, dallo smalto multicolor di un'atleta, a un bacio tra due atlete, definito di protesta, ecc...- sta alzando un polverone. Il solito polverone, potremmo dire. E perché? Perché, e qui i più sensibili potranno smettere di leggere - se credono -, le lobby gay sanno che strumentalizzando tutto, a lungo andare, si cambiano le idee delle persone. Partendo da questo caso russo: dire le cose senza dirle, e anzi mettendo in mezzo altri, è più facile e rende di più. Dire che le due atlete si sono baciate davanti a tutti per protestare contro questa legge, induce molte persone a pensarla così: perché poi è tutto scritto bene, in modo e forma. Insomma, il "popolo bue" ci crede.

Ddl Scalfarotto e i sette elementi di anticostituzionalità

La legge anti-omofobia, che alcuni, anche tra i parlamentari cosiddetti cattolici, auspicano sia al più presto approvata dal nostro Parlamento, è una legge inutile, perché i mezzi di tutela nei confronti degli eventuali abusi subiti dalle persone omosessuali sono già ampiamente previsti dal nostro ordinamento giuridico.

Tale legge, però, oltre a essere inutile, evidenzia un chiaro intento ideologico.

Il progetto di legge anti-omofobia, anche dopo l’emendamento che è stato effettuato e che ha espunto i riferimenti all’orientamento sessuale e all’identità di genere, non muta lo scopo sostanziale del provvedimento, che è quello di promuovere una funzione pedagogica e se è il caso rieducativa del popolo italiano, affinché giunga a considerare l’omosessualità un modo come un altro di vivere la sessualità e prenda finalmente atto che non esiste una “normalità”, perché non esiste una “natura umana”.

Questa legge che non ha alcuna urgenza e gravità sociale tale da essere inserita tra i primi provvedimenti all’esame del nuovo Parlamento, invero, è parte integrante di una strategia, che ha come obiettivo finale l’inserimento, in modo articolato, nell’ordinamento giuridico italiano, del matrimonio tra persone omosessuali e l’estensione, a questi, del diritto di adozione di minori.

L’approvazione di tale legge, come ho sostenuto qualche tempo fa, è il primo step per giungere a tale fine.

Per raggiungere più facilmente tale scopo, i promotori hanno ritenuto di innestare il progetto di legge anti omofobia su una legge speciale già esistente: la cd. “legge Mancino” n. 122/1993, modificativa della legge n. 654/1975, che ha recepito nel nostro ordinamento la Convenzione di New York del 1966 sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale.

A tale legge – che prevede forti sanzioni penali di tipo detentivo e accessorio a chi diffonde, incita a commettere, o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi e che vieta, tra l’altro, ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per i motivi suddetti, – si è pensato di aggiungere altre due “categorie protette”: quelle afferenti all’omofobia e alla transofobia.

Tali due nuove categorie che si intende inserire nella legge Mancino, oltre che evidenziare un vero e proprio pericolo per la libertà di pensiero e di espressione, pongono, tra l’altro, seri elementi di incostituzionalità della proposta di legge, che di seguito esaminiamo.

È utile, inizialmente, chiarire che i termini – omofobia e transfobia – hanno un’accezione incerta e comunque non prevista dal nostro ordinamento giuridico, il cui contenuto sarà determinato e non solo interpretato, dall’applicazione giurisprudenziale, con evidenti rischi di pronunce radicalmente difformi, a causa del significato discrezionale che di volta in volta l’autorità giudiziaria darà a tali termini.

1. Ciò individua una prima questione di costituzionalità e chiama in causa il principio di tassatività, direttamente collegato all’articolo 25 della Carta costituzionale. Viene, infatti, abbandonato un sistema penale fondato, per senso di realtà e garanzia, su dati oggettivi e diventano penalmente rilevanti, con conseguenze non lievi, viste le sanzioni in discussione, categorie non definite – per l’appunto, omofobia e transfobia –, la cui area di applicazione è ad alto rischio di arbitrarietà.
Oltre alla violazione del principio di tassatività per incertezza sull’oggetto effettivamente tutelato, le disposizioni progettate rischiano di violare il principio di tassatività anche sotto il profilo dell’idoneità descrittiva della proposizione normativa. I concetti di omofobia e transfobia non hanno precisione descrittiva e quindi risulta non chiaramente delimitato l’ambito dell’intervento punitivo.

2. Un’estensione così ampia della fattispecie incriminatrice chiama in causa l’articolo 21 della Costituzione, che tutela la manifestazione libera del proprio pensiero. Potrebbe, infatti, essere incriminato discrezionalmente da un giudice, secondo il dettato di tale legge, anche chi manifestasse l’opinione dell’esistenza in natura di maschio e femmina e della necessità che il diritto positivo sia fondato sul diritto naturale e ciò anche se tale opinione fosse esplicitata nell’assoluto rispetto di tutti, senza tradursi in alcuna condotta denigratoria, o comunque intrinsecamente illecita.

3. Proprio per i contorni incerti dei termini omofobia e transofobia, analogo richiamo va operato riguardo all’articolo 19 della Costituzione, con riferimento alle confessioni religiose, il cui insegnamento si basa sulla distinzione dei sessi derivante dalla natura. Il testo della legge in esame non impedirebbe in alcun modo, che talune azioni di tipo apostolico e catechistico di promozione della famiglia eterosessuale fondata sul matrimonio, che ponessero riserve nei confronti delle unioni tra persone omosessuali, rischino di tradursi in quella “propaganda” che è sanzionata dalla combinazione fra le nuove disposizioni e quelle delle leggi 122/1993 e 654/1975.

4. Un altro contrasto della legge è con l’articolo 18 della Costituzione che consente ai cittadini di associarsi liberamente. Il progetto di legge, invero, prevede alcune misure – sequestro, confisca dei beni, fino a giungere allo scioglimento – nei confronti di quelle associazioni i cui componenti siano condannati dalla nuova normativa.

5. Il testo, ancora, si pone in evidente contrasto anche con l’articolo 33 della Costituzione, che prevede la libertà di insegnamento. L’abnorme dilatazione delle fattispecie penali – esito delle nuove disposizioni che inseriscono i termini omofobia e transfobia, privi di un contenuto certo – pone a rischio la libertà di ricerca e d’insegnamento. Studi e/o terapie psicologiche, ad esempio, che avessero l’intento di risolvere il disagio di chi fosse orientato verso persone del medesimo sesso, finirebbero certamente per rientrare sotto il cono di attenzione della magistratura. Esistono, infatti, studi seri di psicologia, che insegnano che l’orientamento verso le persone del medesimo sesso è qualcosa da affrontare con equilibrio e delicatezza, sapendo che provoca non poco disagio in chi lo vive; ma, anche, che si tratta di una condizione che può essere positivamente risolta, superando situazioni difficili, come in più di un caso è accaduto.

6. L’inserimento dell’estensione nella “legge Mancino” dell’omofobia e transfobia, confligge con gli articoli 13 e 3 della Costituzione, nel punto in cui prevede, in aggiunta alla sanzione principale, la sanzione accessoria dell’attività in favore di associazioni di volontariato, comunque con finalità sociali, sotto un duplice profilo: a) si tratta di lavoro non retribuito, che dunque si traduce in una ingiustificata limitazione della libertà della persona, posto che interviene quando la pena inflitta è già stata espiata (si segnala in proposito che anche il lavoro prestato negli istituti penitenziari è retribuito); b) quell’attività potrebbe essere imposta anche alle dipendenze di associazioni a tutela delle persone omosessuali, come era nella prima stesura del testo base e come non è in alcun modo escluso dalla nuova versione: questa sorta di contrappasso aggiornato è ulteriormente limitativo, oltre che della libertà fisica, anche di quella di opinione.

7. L’innesto delle nuove disposizioni avviene formalmente sugli articoli della legge n. 654 del 13 ottobre 1975, a sua volta di ratifica e di esecuzione della convenzione contro le discriminazioni razziali, aperta alla firma a New York il 7 marzo 1966. Le disposizioni contenute in una legge di ratifica devono muoversi lungo i binari dell’atto internazionale sottoscritto, cui si dà applicazione nell’ordinamento nazionale. Come per le leggi di conversione dei decreti legge costituisce orientamento consolidato della Corte Costituzionale il principio di congruità fra le modifiche apportate in sede di conversione rispetto all’oggetto originario del decreto legge, con la conseguenza che norme pur costituzionalmente legittime cadono sotto la censura della Consulta perché extra ordinem rispetto alla stesura iniziale del decreto, e come un decreto legislativo non può discostarsi dai principi e dai criteri indicati nella legge di delega, a pena – anche in tal caso – d’incostituzionalità, alla stessa maniera una legge di ratifica di una convenzione internazionale non può estendere la propria sfera di applicazione verso ambiti non presi in considerazione dal provvedimento concordato fra gli Stati firmatari. Nel caso specifico, oggetto della convenzione è la eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale: si tratta di un tema ben diverso dalla discriminazione su base omofoba o transfoba.
Vi è pertanto un evidente conflitto con gli articoli 10 e 11 della Costituzione, essendo violato il principio, insito in tali disposizioni, del corretto recepimento delle convenzioni e dei trattati internazionali attraverso gli strumenti normativi dell’ordinamento interno: è evidente nel caso in esame l’impropria estensione della convenzione di New York a un ambito neanche lontanamente immaginato dai sottoscrittori di quell’atto.

La proposta di legge anti-omofobia proprio perché s’innesta sulla legge Mancino, risente di tutti i rilievi d’incostituzionalità anzidetti, ed è, dunque, inaccettabile.

È, pertanto, da contrastare in modo radicale una sua approvazione, non essendo sufficienti a evitare abusi nella sua applicazione, neppure eventuali emendamenti che prevedano clausole di garanzia, poiché proprio l’indeterminatezza dei termini omofobia e transfobia lascerebbe, comunque, ampia discrezionalità ai giudici di riempire di contenuto e di interpretare tali categorie non definite dal nostro ordinamento giuridico, in modo gravemente lesivo della libertà di pensiero e di espressione, esponendo i “buoni” a un costante e defatigante (e costoso) contenzioso.

Non bisogna, infine, dimenticare che questa proposta di legge liberticida è la prima tappa di un processo di rieducazione del popolo italiano verso una sessualità liquida che mira a cambiare le basi della convivenza sociale depotenziando la famiglia.

Papa Francesco, però, intervistato dalla radio diocesana di Rio de Janeiro, ha ricordato a tutti che: «La famiglia è importante, è necessaria per la sopravvivenza dell’umanità. Se non c’è la famiglia, è a rischio la sopravvivenza culturale dell’umanità. La famiglia, ci piaccia o no, è la base».

Ddl contro l'omofobia: l'Italia a un passo dalla dittatura

La questione Biancofiore ci aveva messo sull’attenti circa la dittatura del pensiero debole – o, se si preferisce, leggasi dittatura delle lobby omosessuali – nella quale rischia di cadere il nostro Paese. A distanza di due mesi il rischio sembra essere ancora più concreto. Considerazione necessaria per la comprensione di quanto ci apprestiamo a scrivere e motivazione fondante del concetto – sicuramente grave ma purtroppo reale – appena esposto è la definizione di dittatura; carattere fondante della dittatura è l’accentramento dei poteri in una sola istituzione, ma la storia ci insegna che ciò è possibile in un solo caso: quando la libertà di parola non è più garantita ugualmente a tutti i cittadini.
Ivan Scalfarotto, deputato PD promotore del ddl contro
l'omofobia  e la transfobia.

Tenendo ben chiaro questo aspetto – o, se ancora non se ne è convinti, tenendo a mente i regimi dittatoriali instauratosi da un secolo a questa parte – è possibile chiarire l’affermazione con cui abbiamo aperto questo articolo: il ddl «per il contrasto dell’omofobia e della transfobia», presentato dall’on. Ivan Scalfarotto (PD, dichiaratamente omosessuale), andrà a modificare la legge n°205/1993, in tema di la violenza discriminatoria motivata da odio etnico, nazionale, razziale o religioso.

Il ddl, proposto da 70 deputati, si apre con queste parole: “Onorevoli colleghi! Sulla scia degli episodi di omofobia e transfobia che hanno funestato il nostro Paese negli ultimi anni, è diventato ineludibile affrontare un problema che da tempo le associazioni a tutela delle persone lesbiche, omosessuali, bisessuali, transessuali e transgender (LGBTI) denunciano. L’omofobia e la transfobia sono fenomeni non affatto nuovi, ma l’eco mediatica di quanto accaduto di recente ha destato finalmente l’attenzione sociale e della classe politica”. La sostanziale aggiunta del ddl proposto da democratici, montiani, esponenti di SEL e del MoVimento 5 Stelle sta nella pena fino a 18 mesi di reclusione per chi commette atti discriminatori motivati dall'identità sessuale o anche solo incita a commetterli: si tratta fra l’altro di una pena ben superiore a quella di chi discrimina per motivi etnici, razziali, religiosi o nazionali.

Il ddl rappresenta un pericolosissimo attentato all'articolo 21 della nostra Carta Costituente, che garantisce a tutti i cittadini il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione: è infatti prevista un pena detentiva per tutti coloro si macchiano di uno dei seguenti “reati”:

  • sollecitare istituzioni pubbliche o parlamentari a non legalizzare il matrimonio omosessuale;
  • rendere pubblico il proprio disaccordo con l’ideologia sublimata dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, secondo la quale non ammettere una coppia gay al matrimonio costituirebbe discriminazione motivata dall'identità sessuale;
  • manifestare in qualsiasi maniera il proprio disaccordo con la legalizzazione delle nozze gay;
  • esprimere il proprio dissenso dall’ideologia che disconosce l’omosessualità come “grave depravazione”, magari citando addirittura la Bibbia;
  • dichiararsi contrari all’omosessualità in quanto atto “contro natura”. 

Alla luce di quanto appena evidenziato è chiaro che una tale legge imporrebbe un censura severissima su una quantità di pubblicazioni difficilmente immaginabili (questo blog compreso!), e colpirebbe sicuramente gli scritti del Beato Giovanni Paolo II, del Papa Emerito Benedetto XVI, che ad oggi permeano una parte – seppur minoritaria – della nostra informazione: sarebbe inoltre oggetto di censura anche la prima enciclica di Papa Francesco, la Lumen Fidei, in cui – al punto 52 – il Santo Padre afferma che “la famiglia nasce dal loro amore [dell’uomo e della donna], […] dal riconoscimento e dall’accettazione della differenza sessuale”.

Se il ddl in questione diventasse legge tutti gli omosessuali avrebbero riconosciuto il diritto di far chiamare in giudizio chiunque manifesti una sessualità diversa dalla loro, indipendentemente dall’atteggiamento di quest’ultimo, esclusivamente per aver espresso un pensiero diverso da quello che si vuole imporre secondo il quale l’omosessualità necessita indispensabilmente di essere legalizzata. L’aspetto forse più grave della proposta sta nel tentativo di omologare la morale facendola sottostare ad una legge imposta dall’alto che non risponde in alcun modo né alla volontà popolare né ai supremi valori dettati dalla nostra Carta Costituzionale: viene assunto come parametro giuridico il relativismo etico, prospettando così che in futuro si possa discutere l’equiparazione indistinta di tutte le pratiche sessuali.

Si riportino alla mente le nozioni di storia acquisite circa le dittature del XX secolo: non si è trattato di società in cui lo Stato ha voluto regolamentare ogni aspetto della vita del cittadino, morale compresa? Il ddl presentato da Scalfarotto & Co. rappresenta dunque a tutti gli effetti un attacco giudiziario contro chi non ritiene necessario legalizzare il matrimonio omosessuale e l’adozione di figli da parte di coppie gay: si tratterebbe di un pericoloso e rapido passo verso la situazione francese, in cui anche è diventato motivo di arresto anche semplicemente vestire una maglietta con stilizzata una famiglia “normale”.

La Gazzetta del PAGO appoggia la raccolta firme per fermare la legge contro l'omofobia: clicca qui.

Idem, Boldrini e il Gay Pride di Stato

Serve un forte impegno a livello nazionale e europeo per contrastare ogni tipo di discriminazione”. Firmato Josefa Idem.

Ecco le parole con cui il ministro ex canoista ha voluto motivare la propria decisione di partecipare al Gay Pride di venerdì prossimo, 14 giugno, a Palermo, mostrando un perfetto esempio di vuota retorica di quella stessa parte politica che aveva il coraggio di tacciare come demagogica la realista proposta di abolizione dell’IMU portata avanti dal PdL: una retorica che non pecca di populismo, bensì di ignoranza, se non addirittura volontà di ignorare una realtà ben chiara. Si tratta dei mulini a vento contro cui combatte l’onorevole Boldrini con al fianco la fedele scudiera Idem, si tratta di quelle discriminazioni che non esistono, si tratta di quella “realtà” creata da un’informazione indegna di questo nome ben lontana dalle nostre vite, si tratta di una tale distorsione dei fatti da descrivere l’Italia esattamente al contrario di come è veramente: si tratta, insomma, del mito dell’omofobia.

Un attendibilissimo centro di ricerche statunitense, il Pew Research Center, ha condotto uno studio il cui esito pone l’Italia nella top 10 dei paesi nei quali negli ultimi anni l’accettazione dell’omosessualità ha visto un notevole aumento, precedendo paesi come la Germania e la Spagna, che hanno da anni legalizzato unioni civili e gay (Italia +9%, Germania e Spagna +6%). Ma, a ben vedere, il dato non era poi così inattendibile per chi conosce – se non addirittura per chi non vuole disconoscere – la storia e la cultura del nostro Paese: il cattolico Regno d’Italia ha depenalizzato l'omosessualità nel lontanissimo 1866, ben prima dell’anglicana Inghilterra (1967) e della Germania comunista (1968).

Quello che invece tacciono tanto la Boldrini quanto la Idem è la realtà che si sta creando nei paesi che hanno intrapreso la strada che le ministre si auspicano per il nostro Paese: la Francia, fresca di approvazione della legge sulle unioni gay, vive non solo una situazione incandescente dal punto di vista dell’ordine pubblico, ma anche una serie di palesi violazioni dei più elementari diritti personali, calpestati in nome di una superiore vocazione alla libertà. Jean-Michel Colo, sindaco di Arcangues, in Aquitania, rischia la sospensione e la revoca dal proprio incarico, un’ammenda fino a 45 000 € e fino a tre anni di reclusione per essersi rifiutato di sposare una coppia di omosessuali: “io ho una coscienza e un cuore, non posso sposare due persone omosessuali. La legge Taubira è illegittima, usurpa il termine matrimonio, e io non posso applicarla”. Una chiara obiezione di coscienza, che sottolinea come l’inerzia liberale del socialista Hollande abbia incredibilmente dimenticato le dichiarazioni rilasciate dal Presidente durante l’incontro con i sindaci nel 2012, in cui garantiva che la legge sulle unioni gay avrebbe contenuto la possibilità dell’obiezione di coscienza: promessa puntualmente sconfessata.

Non sarà forse che nella foga di far riconoscere i presunti diritti innegabili alle coppie gay ci si dimentica del diritto di una persona ad avere una coscienza? O forse di quello di un bambino ad avere una madre ed un padre? Ma la cieca volontà di vedere ovunque diritti negati porta anche alla negazione di diritti ben più importanti, come il diritto di manifestare e il diritto di opinione: il Centro europeo per la Legge e la Giustizia si è rivolto al Consiglio dei Diritti Umani per denunciare la repressione in corso da parte della polizia francese contro i manifestanti pacifici della Manif Pour Tous.

Ma allora, cara onorevole Boldrini e cara ministro Idem, perché non pensarci ancora un po’ se andare al Gay Pride venerdì prossimo? Magari considerando anche che si tratta di un gravissimo assalto alle stesse istituzioni che rappresentate: che cosa è in fondo il Gay Pride se non un'occasione per fare pressione sul Parlamento perché legiferi a favore delle unioni omosessuali? E magari vi rendereste finalmente conto di chi e che cosa rappresentate.

E lasciamoli sposare, che male c'è?

Sono giorni caldi questi in Europa, soprattutto in Francia, dove da poco è passata una legge molto dibattuta, quella sui matrimoni omossessuali. Le associazioni gay, di cui abbiamo parlato anche la scorsa settimana, hanno esultato, ma hanno anche rivolto critiche nei confronti della Manif pour tous, un'associazione a-confessionale, e a cui sono iscritti molti omossessuali, che manifesta pacificamente contro questa legge. Le associazioni rivolgono questa domanda:perché ci si accanisce contro? Intanto si potrebbe obbiettare che non è accanimento, ma semplice e genuina protesta, che in molti casi viene impedita.
Però è necessario fornire alcune risposte, partendo da questa proposta astrusa che farebbe cambiare i nomi dei genitori da madre e padre, per un semplice "parenti", e questo influirebbe anche sugli etero, perché vengono messe in discussione le fondamenta dell'identità umana, ed è scientificamente dimostrato.
Poi possiamo dire che c’è un’evidente e naturale diseguaglianza fra la coppia formata da un uomo e una donna e quella di due uomini o di due donne, e questo non per sterili polemiche, ma per un ragionamento semplice, che parte dalla sola capacità che hanno uomo e donna di generare vita, in maniera naturale.
Altre considerazioni interessanti:
  1. la famiglia è l’unità fondante della società
  2. il cuore della famiglia è costituito dall’unione fra uomo e donna, come già detto.
  3. il matrimonio costituisce l’ambiente ideale, irreplicabile per far crescere I figli.

"Figli cresciuti da divorziati, da single, da parenti, da coppie dello stesso sesso: tutte mancano di qualcosa di essenziale per una crescita serena. Le caratteristiche del matrimonio non sono costruzioni sociali o imposte dalla legge. Esse sono intrinseche alla natura del matrimonio. Lo stato ha il mandato di regolare il matrimonio, non certo di alterarlo.
Abbandonare il concetto di complementarietà coniugale nel matrimonio comporta inoltre che non c’è più motivo per contrastare ulteriori richieste per estenderlo ad altre categorie: rapporti fra parenti, bigamie, poligamie."(da Catholic Voices)

Altre opposizioni vengono poste sulla questione delle discriminazioni, secondo cui uno stato che permette tutti i matrimoni, è uno stato dove regnano le pari opportunità. Anche qui si possono fornire argomentazioni, citando in successione alcune fonti:"Le norme paritarie e la filiazione naturale –universale- della famiglia favoriscono la coesione sociale e intergenerazionale. Noi non ignoriamo le problematiche specifiche delle persone omosessuali. Certe disposizioni legali permettono già di tenerle in conto (i PACS). Esse possono venir migliorate senza sconvolgere il matrimonio civile basato sulla complementarietà uomo/donna e la filiazione naturale.

"Noi abbiamo la responsabilità storica di preservare la nostra civiltà"
(Manifpourtous)

"Fabrice Hadjadj: Noi non siamo «omofobi». Siamo meravigliati dai gays veramente gai, dai «folli» senza gabbia, dai saggi dell’inversione. L’amore della differenza sessuale, così fondamentale, con quello della differenza generazionale (genitori/figli), ci insegna ad accogliere tutte le differenze secondarie. Se io, uomo, amo le donne, così estranee al mio sesso, come potrei non avere simpatia, se non amicizia, per gli omosessuali, che mi sono, in definitiva, molto meno estranei?
D’altra parte ce ne sono sempre stati, che non avevano paura di affermare la loro differenza, di assumere una certa eccentricità, un lavoro ai margini. Allo stesso modo, noi crediamo che ciò che è veramente «omofobo» è lo pseudo-«matrimonio gay». Siamo di fronte a un tentativo di imborghesimento, di normalizzazione dell’omofilia, di annientamento della sua scortesia sotto il codice civile. Che bel dono questo «matrimonio» che non è altro che un arrangiamento patrimoniale o un divorzio rinviato! Purché gli omosessuali rientrino nei ranghi, e che siano sterilizzati soprattutto nella fecondità che è loro propria.
Perché, chi ignora la loro fecondità artistica, politica, letteraria, nella compassione?"

Infine, le adozioni. Qui si è di fronte ad una richiesta ben più alta dei matrimoni, che presenta forti contrasti anche tra gay.Con la possibilità di adozione da parte di due uomini o due donne, dei bambini saranno considerarti dalla legge come nati da due genitori dello stesso sesso, quindi privati del padre o della madre. Sarà loro vietato accedere a una metà della loro origine.

Queste le risposte, purtroppo però risulta sempre difficile argomentare dibattiti seri e documentati, senza scendere in polemica, perchè dall'altra parte le accuse son sempre le stesse:omofobia e discriminazione.

"Matrimonio per tutti" al Senato: manifestazioni a Parigi

Il progetto di legge sulle nozze gay in Francia passa oggi al vaglio del Senato, ma se le discussioni prenderanno il via solo nel pomeriggio, le azioni di protesta di quanti si oppongono alla legge sono già iniziate.

Già dall'alba una sessantina di manifestanti ha cominciato a protestare davanti al palazzo del Luxembourg, a Parigi, sede del Senato. Lanciano un appello alla “primavera francese”. Altri si sono presentati alle 6 sotto casa della senatrice centrista Chantal Jouanno con cornetti, caffè e fiori al grido «un padre e una madre, è elementare» per incoraggiarla a votare contro la legge.

Nuove azioni di protesta sono previste lungo tutta la giornata: il collettivo La Manif pour tous (Manifestazione per tutti), all'origine dei grandi cortei anti nozze gay del 13 gennaio e del 24 marzo, organizza un raduno alle 18.
Intanto un nuovo movimento contrario alla legalizzazione del matrimonio per le coppie di omosessuali ha cominciato a emergere in questi ultimi giorni. Si fanno chiamare «Hommen» (un nome che si ispira apertamente a quello del gruppo femminile Femen), portano delle maschere e manifestano a torso nudo per chiedere che il progetto di legge venga ritirato.

Il Senato francese dovrà comunque tenere conto anche dell'opinione pubblica che è fortemente spaccata. L'ultimo sondaggio dell'Istituto CSA, reso noto oggi, indica, infatti, che non tutti i francesi sono favorevoli al matrimonio gay: il 16% si dichiara «piuttosto contrario», a cui si unisce il 26% che è «interamente contrario».
Sulla questione dell'adozione dei bambini da parte delle coppie gay le divisioni nell'opinione pubblica sono sempre più nette: il 56% non è favorevole all'adozione da parte di coppie gay, dato che è cresciuto dal dicembre 2012 quando si attestava intorno al 48%.
da: Avvenire.it

Marito e marito. Tanto paga l'UE...


Che la questione circa i diritti degli omosessuali stia catalizzando l’attenzione mediatica e politica non siamo certo i primi a dirlo. E tuttavia dovrebbero essere un po’ di più i comunicatori che dicano che oltre ad intasare gli ordini del giorno di dibattiti politici e a rallentare la già farraginosa macchina legiferatrice del nostro Paese, assorbe una notevole somma dei tributi di noi tutti contribuenti. Ha avuto difatti inizio il primo gennaio un progetto internazionale unanimemente definito “ambizioso”: “Rights on the move-Rainbow families in Europe”. Come si può leggere dal sito dell’Arcigay, il progetto avrà al centro del proprio studio le cosiddette “famiglie arcobaleno”, ovvero “unità familiari composte da due genitori omosessuali, realtà presenti in Italia nonostante la legislazione vieti ai gay matrimoni, procreazione medicalmente assistita e adozioni”. E proprio per sanare questo vuoto legislativo, l’UE ha dato mandato all’Università di Trento di gestire il progetto fino alla sua conclusione, prevista per l’ottobre 2014: l’obiettivo - si legge ancora sul sito dell’associazione - è garantire alle “famiglie arcobaleno” la mobilità entro i confini comunitari, grazie ad un’uniformità legislativa in materia ancora ben lungi anche solo dall’essere pensata.
E tuttavia ciò che colpisce dell’iniziativa non è la mole di lavoro con la quale di troverà immediatamente a che fare - si dovrà confrontare con le legislazioni di 27 paesi (l’Italia da sé negli ultimi anni ha prodotto oltre 5000 leggi l’anno...) - né l’utilità pratica di una tale operazione, né tantomeno i suoi fondamenti etici - sempre che ne abbia -, ma la folle cifra stanziata per il progetto: 500 000 €. L’Europa sta attraversando una crisi economica di dimensioni inaudite, Spagna e Grecia sono sull’orlo della bancarotta e l’Italia non ne è poi così lontana e l’Unione Europea che cosa decide di fare con mezzo milione di euro? Finanziare un progetto utopicamente realizzabile nel 2014 assolutamente inutile tanto per la ripresa economica tanto attesa quanto per avviare una indispensabile politica di riforme sociali. Non converrebbe forse preoccuparsi di un tasso di natalità pari all’1.36 in Germania, Spagna e Portogallo, all’1.46 in Italia contro il 2.1 necessario a mantenere l’equilibrio della popolazione? Non ci si dovrebbe preoccupare che fra 50 anni in Europa ci saranno più ottantenni che bambini? Non sarebbe poi una preoccupazione così lontana dagli attuali problemi di ordine economico: un così repentino invecchiamento della popolazione comporterebbe un gravoso aumento della spesa pubblica, e preoccuparsene sarebbe solamente un atto di buon senso che autorizzi le nuove generazioni a guardare con fiducia al futuro.

Parigi, Roma e la vera famiglia



Parigi. Poco più di due settimane fa, domenica 13, le strade della capitale francese si sono riempite di manifestanti, non tanto contrari alla nuova legislazione sulle coppie omosessuali e sulla possibilità di adottare bambini, quanto più a difesa della tradizionale struttura della famiglia, quella stessa struttura grazie alla quale esiste chi scrive questo articolo come anche chi legge. Non si tratta di una sterile protesta negativa, ma di una ben più fertile protesta attiva, non all’insegna di “valori” negativi, bensì all’insegna di valori positivi ed imposti alla nostra società da una cultura tutt’altro che opprimente, che al contrario ci trasmette un bagaglio di principi indispensabili per qualsiasi civile convivenza.
Il presidente Hollande si è visto recapitare una lettera dell’ex premier Francois Fillon che prende una netta posizione sull’argomento e - dall’alto della sua esperienza a capo del governo dal 2007 al 2012 -, si permette di suggerire al Presidente di abbandonare un progetto legislativo che non farebbe altro che spaccare la Francia, senza alcun vantaggio reale: non sarebbe segno di debolezza, bensì di responsabilità e coscienziosità. “Signor presidente, il 13 gennaio numerosi francesi manifesteranno contro  il suo progetto di legge che apre al matrimonio e all'adozione per le coppie dello stesso sesso. In modo grave e sincero, saranno gli interpreti di una Francia che rimane legata al quadro tradizionale del matrimonio. Questa Francia non va dimenticata o stigmatizzata. Le sue preoccupazioni sono reali, le sue motivazioni profonde e argomentate”.
“Roma come Parigi” si augura qualcuno. O forse, teme qualcuno. Un timore dettato dalla situazione estrema in cui versa la Francia socialista, una situazione che - si spera - non arrivi a dettare una simile reazione nei nostri confini. Ma, già in concomitanza con le precedenti manifestazioni parigine, anche la Città Eterna ha manifestato in difesa "della famiglia naturale composta da un uomo e una donna, della filiazione naturale e del diritto del bambino di essere allevato da un padre e da una madre". Fidarsi e bene, ma non fidarsi e meglio, e allora meglio iniziare a prepararsi a difendere a denti stretti le nostre famiglie.

Cina: il fallimento del figlio unico


La Cina si muove, o almeno sembra. Dopo 30 anni di ferrea legge “del figlio unico”, anche Pechino sembra rendersi conto degli effetti deleteri della politica familiare attuata dal regime: con una legge approvata nei giorni scorsi che entrerà in vigore a luglio 2013, il Governo tenta di limitare il crescente problema di una popolazione sempre più vecchia. “I componenti della famiglie che vivono lontano dagli anziani dovranno visitarli spesso - recita il testo - [...] e i datori di lavoro dovranno garantire loro il permesso". I dati di fine 2011 fotografavano una società sempre più vecchia, con un 13.7% oltre i 60 anni, ovvero circa 184 milioni di persone: cifre destinate a crescere - secondo l’ONU - fino al 30% da qui a 35 anni, triplicando il dato di inizio millennio (nel 2000 erano il 10%). Un piccolo passo indietro del regime cinese che tuttavia non sembra essere poi così importante come poteva essere: la legge difatti non prevede sanzioni per chi non adempie ai propri doveri “di visita” nei confronti dei più anziani, e l’intero pacchetto di leggi a tutela dei diritti degli anziani - cui fa parte la norma in questione - è tutt’altro che soddisfacente.

Dalla Cina una piccola speranza per la famiglia

Il governo cinese teme un invecchiamento della popolazione e vuole rivedere la politica del figlio unico, introdotta per la prima volta nel 1979. La proposta, secondo quanto riferisce il China Daily, è stata avanzata dalla commissione nazionale sulla popolazione e sulla pianificazione familiare, la quale sarebbe disponibile a consentire la nascita di un secondo figlio per le coppie residenti nei centri urbani, anche se uno dei genitori non è figlio unico.
Attualmente il secondo figlio è consentito solo per le coppie urbane in cui entrambi i genitori non hanno fratelli o sorelle. Nelle campagne le restrizioni sono meno rigide. Zhang Weiqing, responsabile della commissione, fa sapere che la proposta di allentare il controllo delle nascite, che partirebbe dalle regioni economicamente più avanzate, è stata sottoposta all'esame del governo. La Cina ha una popolazione di 1,3 miliardi di persone, ma probabilmente altre 500mila persone non sono registrate all'anagrafe.

Hollande, i sindaci e le nozze gay: le speranze dei francesi

In attesa di nuove grandi manifestazioni di piazza contro la bozza di legge sulle nozze e adozioni gay, il presidente francese François Hollande prova a giocare d’anticipo per frenare le parallele e crescenti rivedicazioni di migliaia di sindaci scettici o apertamente contrari. Le attuali possibilità di delega ad assessori o consiglieri municipali anche d’opposizione nella celebrazione civile dei matrimoni «possono essere allargate», ha assicurato nelle ultime ore il capo dell’Eliseo proprio davanti all’Associazione dei sindaci transalpini, ricordando che nel Paese «esiste la libertà di coscienza».
Al contempo, sollecitato di nuovo in proposito durante la conferenza stampa di ieri all’Eliseo al fianco del presidente Giorgio Napolitano, Hollande ha ribadito che «la legge si applicherà dappertutto, in tutti i Comuni». Ma secondo i primi riscontri della stampa francese, sarebbero già centinaia quelli in cui nessun membro delle giunte desidera celebrare nozze gay.
Assediato dalle richieste sempre più numerose di un «dibattito nazionale approfondito» nate nella scia delle iniziali e vigorose prese di posizione della Chiesa francese, il presidente appare ormai in visibile difficoltà. Proprio per questo, secondo molti osservatori, avrebbe deciso in extremis con i propri consiglieri un netto cambio di strategia, dopo il fallimento clamoroso del tentativo iniziale di prendere in contropiede l’opinione pubblica accelerando al massimo il varo del progetto di legge, già approvato in Consiglio dei ministri ma la cui discussione in Parlamento è slittata a fine gennaio.
«I dibattiti sono legittimi in una società come la nostra», ha anche detto Hollande. Affinata durante un decennio passato alla guida del rissoso Partito socialista, l’abilità di “conciliatore” di Hollande è divenuta quasi proverbiale ed anche il governo dichiara adesso di voler «rasserenare» gli animi. L’Eliseo ha deciso di aprire un “tavolo di concertazione” con i sindaci, ai quali continuano a giungere da mesi gli appelli pressanti da parte del multiforme e trasversale “fronte del no” che federa le buone volontà di laici e credenti, simpatizzanti di centrodestra così come della stessa sinistra.
Secondo l’Associazione dei sindaci, già «più di 17mila ufficiali di Stato civile di ogni orientamento, fra cui 14 presidenti di associazioni provinciali di sindaci e una trentina di parlamentari, hanno espresso i loro timori» e contrarietà verso la bozza di legge. Fra loro, gli oppositori più convinti hanno raggiunto il “Collettivo dei sindaci per l’infanzia”, che potrebbe lanciare appelli in tutto il Paese in vista della manifestazione unitaria di protesta del 13 gennaio.
Condotto in persona dalla guardasigilli e promotrice della bozza di legge, Christiane Taubira, il negoziato a marce forzate con i sindaci dovrebbe definire in particolare le modalità concrete dell’obiezione di coscienza.  
Intanto, le parziali concessioni verbali di Hollande sono state interpretate da Christine Boutin, alla guida del Partito democristiano, come «un primo passo verso un referendum». Al contempo, il presidente è stato aspramente criticato nelle ultime ore dalle frange più libertarie della sinistra e da diverse associazioni omosessuali. I rappresentanti della sigla più influente, Inter-Lgtb, sono stati ricevuti già ieri al palazzo dell’Eliseo
da Avvenire.it