« Proclamate e dimostrate per la gloria dell'Intelligenza che le loro dicerie non sono men basse di quei suoni sconci con cui il villano manda fuori per la bocca il vento dal suo stomaco rimpinzato di legumi. Proclamate e dimostrate che le loro mani, a cui il vostro padre Dante darebbe l'epiteto medesimo ch'egli diede alle unghie di Taide, sono atte a raccattar lo stabbio ma non degne di levarsi per sancire una legge nell'assemblea».
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Pirandello e la fede
Luigi Pirandello, il filosofo del lontano, disincantato poeta della vanità dell'edonismo con cui l'uomo borghese, l'uomo di oggi, cerca di riempire la propria esistenza, in una magnifica intervista del 1936, dà conto della propria visione del mondo, giudicando il proprio teatro ed esplicitando la propria fede cristiana. Sipario sul senso religioso. Lo vado a trovare all'albergo. Mattiniero, già vestito, pronto per andare alla prova: mi ha dato un appuntamento che scombussola un po' le abitudini: sveglia, caffè anticipato, piani serali come per una partenza di buon mattino: «si gira».
Delitto Matteotti: l'ombra della Corona
I
libri di storia recitano più o meno così: Il 6 aprile 1924 si svolsero, in un
clima pesante di intimidazioni, le elezioni politiche. In virtù della legge
maggioritaria il successo toccò al "listone" fascista. Pur avendo
così conseguita la maggioranza parlamentare, il fascismo non si acquietò e non
ci fu la tanto attesa (anche da Mussolini) normalizzazione delle squadre
fasciste più violente. All'indomani delle elezioni, scomparve il socialista
Giacomo Matteotti, che aveva denunciato alla Camera i brogli elettorali e le
violenze perpetrate dalle squadre fasciste durante il periodo preelettorale.
Egli fu rapito dagli squadristi all'uscita della sua abitazione romana, ed
ucciso.
Marzabotto e la lotta partigiana
Invito
il lettore prima di addentrarsi nella lettura di questo articolo, di
soffermarsi su quanto ha scritto il fascista antifascista Giorgio
Bocca nel suo “Storia dell’Italia partigiana”: <Il terrorismo ribelle
non è fatto per prevenire quello dell’occupante, ma per provocarlo, per
inasprirlo. Esso è autolesionismo premeditato: cerca le ferite, le punizioni,
le rappresaglie per coinvolgere gli incerti, per scavare il fosso dell’odio. E’
una pedagogia impietosa, una lezione feroce>. Oppure quanto scrisse,
circa le conseguenze che la lotta partigiana poteva arrecare sulle popolazioni
civili, il democristiano Benigno Zaccagnini: <La rappresaglia che veniva
compiuta era un mezzo per suscitare maggiore spirito di rivolta antinazista e
antifascista, e quindi si giustificava> (Dalla parte dei vinti di Piero
Buscaroli).
Siamo
all’inizio dell’anno 2013 e nessuno può negare che, almeno in Italia, la
situazione è catastrofica, come mai si è verificata nei decenni
precedenti. In occasione della farsa dei festeggiamenti (non viviamo forse
nell’era dell’immortale antifascismo? Ecco allora, festeggiare la sconfitta
della nostra patria!) del 25 aprile e in questa occasione la presidente della
camera, signora Laura Boldrini sentenziò che non esiste un fascismo buono.
Queste parole sono state pronunciate in occasione della visita ad uno
dei monumenti della lotta resistenziale: Marzabotto.
Marzabotto: allora vediamo cosa accadde a Marzabotto.
Il
film “Miracolo a Sant’Anna” di Spike Lee, in proiezione nelle sale
cinematografiche italiane, ha sollevato un tale vespaio su fatti avvenuti nel
lontano 1944, che avverto la necessità di riproporre un mio studio su quegli
avvenimenti.
Come il lettore potrà constatare si tratta di Storia e come tale suffragata di documentazione e testimonianze.
Sono stati eventi veramente tristi, da qualsiasi lato li si vogliano esaminare.
Come il lettore potrà constatare si tratta di Storia e come tale suffragata di documentazione e testimonianze.
Sono stati eventi veramente tristi, da qualsiasi lato li si vogliano esaminare.
Qualche
lettore avrà pur visto la trasmissione televisiva “Blu
Notte” condotta dal bravo Carlo Lucarelli nella serata del 2 settembre
2007, dal titolo “L’armadio della vergogna”.
Lucarelli, tracciando la storia di questo “armadio tenuto nascosto” da decine di anni, attenzione! Dai Governi di Destra e di Sinistra, “armadio” che conterrebbe documenti sulle atrocità commesse dai nazisti e dai “repubblichini di Salò” (sic). Ebbene, Lucarelli ha toccato vari argomenti che vanno dalle stragi di Marzabotto alle Fosse Ardeatine, dall’Isola d’Arbe (perché Lucarelli non l’ha chiamata col nome di oggi: Rab e il racconto sarebbe stato più veritiero), ai gas gettati sugli etiopi, dal campo di Fossoli alle stragi della Xa Mas e così di seguito.
Ritengo opportuno, pertanto, prima di entrare in argomento presentare quanto andrò a scrivere in più capitoli, capitoli che saranno trattati nei prossimi articoli.
Cominciamo con MARZABOTTO.
Lucarelli, tracciando la storia di questo “armadio tenuto nascosto” da decine di anni, attenzione! Dai Governi di Destra e di Sinistra, “armadio” che conterrebbe documenti sulle atrocità commesse dai nazisti e dai “repubblichini di Salò” (sic). Ebbene, Lucarelli ha toccato vari argomenti che vanno dalle stragi di Marzabotto alle Fosse Ardeatine, dall’Isola d’Arbe (perché Lucarelli non l’ha chiamata col nome di oggi: Rab e il racconto sarebbe stato più veritiero), ai gas gettati sugli etiopi, dal campo di Fossoli alle stragi della Xa Mas e così di seguito.
Ritengo opportuno, pertanto, prima di entrare in argomento presentare quanto andrò a scrivere in più capitoli, capitoli che saranno trattati nei prossimi articoli.
Cominciamo con MARZABOTTO.
Lucarelli
ha esordito affermando che alla strage hanno partecipato anche elementi
della Xa Mas; è la stessa menzogna presentata da un collega di Lucarelli e
precisamente da Arrigo Petacco. Ed ora entriamo in argomento.
Arrigo Petacco il 15 luglio 1989 presentò in televisione una delle settimanali trasmissioni “I giorni della storia”, la “storia delle mezze verità” naturalmente, la stessa “storia” presentata dal Lucarelli.
Sul video apparve una signora presentata da Petacco esattamente con queste parole: <La signora Clara Cecchin aveva otto anni il 19 agosto 1944, abitava a Valla, vicino S. Terenzio Monti, sulla strada per Marzabotto. Il suo paese fu visitato il 19 agosto 1944 dal famoso maggiore Reder dell SS con i suoi uomini e molti fascisti: G.N.R., Brigate Nere, forse anche Xa Mas che lo accompagnavano per fare quello che potete immaginare…>. A questo punto Petacco diede disposizioni di immettere, in video, un breve filmato sull’episodio, quindi riprese la trasmissione in diretta e riferendosi alle vittime disse: <Gente normale, bambini piccoli, anche feti, perché i fascisti e i tedeschi sventrarono anche alcune donne incinte. Sì, c’erano anche i fascisti e li comandava un certo Ludovici>. Indicando il nome “Ludovici”, Petacco passò dalla “mezza verità” che da sola è una menzogna, alla seconda “verità” che si trasforma in “Verità”. Se dimostrata.
Andiamo avanti. Petacco passò la parola alla signora Cecchin che testimoniò efficacemente il dramma da lei vissuto. In quel massacro dove persero la vita 107 persone la signora Cecchin fu l’unica miracolosamente sopravvissuta. Nella sua chiara e raccapricciante esposizione, sempre pungolata da Petacco, la signora Cecchin nominò sette volte i “tedeschi” e mai i “fascisti”. Terminata la testimonianza della superstite, Petacco riprese:<La lunga striscia di sangue tracciata da Reder e dai suoi dalla Versilia su in Lunigiana fino a Marzabotto, non fu un atto di ferocia gratuita, aveva un suo disegno strategico. I partigiani erano diventati una forza importante. Impegnavano tre divisioni tedesche e i tedeschi non avevano molte divisioni a disposizione sulla Linea Gotica, che era a ridosso della linea di sangue tracciata da Reder. Kesselring voleva avere le spalle al sicuro, quindi diede ordine a Reder di fare terra bruciata e spargere il terrore. I partigiani in quel momento erano già forti, potevano contare su circa 80.000 uomini impegnati in tutto il Nord Italia. Operavano ormai da mesi perché le prime formazioni erano nate subito dopo l’armistizio nel tardo autunno del ‘43>.
Arrigo Petacco il 15 luglio 1989 presentò in televisione una delle settimanali trasmissioni “I giorni della storia”, la “storia delle mezze verità” naturalmente, la stessa “storia” presentata dal Lucarelli.
Sul video apparve una signora presentata da Petacco esattamente con queste parole: <La signora Clara Cecchin aveva otto anni il 19 agosto 1944, abitava a Valla, vicino S. Terenzio Monti, sulla strada per Marzabotto. Il suo paese fu visitato il 19 agosto 1944 dal famoso maggiore Reder dell SS con i suoi uomini e molti fascisti: G.N.R., Brigate Nere, forse anche Xa Mas che lo accompagnavano per fare quello che potete immaginare…>. A questo punto Petacco diede disposizioni di immettere, in video, un breve filmato sull’episodio, quindi riprese la trasmissione in diretta e riferendosi alle vittime disse: <Gente normale, bambini piccoli, anche feti, perché i fascisti e i tedeschi sventrarono anche alcune donne incinte. Sì, c’erano anche i fascisti e li comandava un certo Ludovici>. Indicando il nome “Ludovici”, Petacco passò dalla “mezza verità” che da sola è una menzogna, alla seconda “verità” che si trasforma in “Verità”. Se dimostrata.
Andiamo avanti. Petacco passò la parola alla signora Cecchin che testimoniò efficacemente il dramma da lei vissuto. In quel massacro dove persero la vita 107 persone la signora Cecchin fu l’unica miracolosamente sopravvissuta. Nella sua chiara e raccapricciante esposizione, sempre pungolata da Petacco, la signora Cecchin nominò sette volte i “tedeschi” e mai i “fascisti”. Terminata la testimonianza della superstite, Petacco riprese:<La lunga striscia di sangue tracciata da Reder e dai suoi dalla Versilia su in Lunigiana fino a Marzabotto, non fu un atto di ferocia gratuita, aveva un suo disegno strategico. I partigiani erano diventati una forza importante. Impegnavano tre divisioni tedesche e i tedeschi non avevano molte divisioni a disposizione sulla Linea Gotica, che era a ridosso della linea di sangue tracciata da Reder. Kesselring voleva avere le spalle al sicuro, quindi diede ordine a Reder di fare terra bruciata e spargere il terrore. I partigiani in quel momento erano già forti, potevano contare su circa 80.000 uomini impegnati in tutto il Nord Italia. Operavano ormai da mesi perché le prime formazioni erano nate subito dopo l’armistizio nel tardo autunno del ‘43>.
Nell’accusa
lanciata da Petacco circa la presenza di “fascisti” nelle stragi, per quante
ricerche abbiamo fatto, ci risulta che nessun “fascista” o componente
dell’esercito della Rsi, abbia partecipato a quella serie di massacri.
Ne “I giorni dell’odio” pag. XXIV Alberto Giovannini attesta: <Uno degli episodi più noti della rappresaglia tedesca è rappresentato dalla strage di Marzabotto. Una cosa che al riguardo non è detta nella commemorazione ufficiale, è però che, con la popolazione locale, furono massacrati il cappellano delle Brigate Nere di Bologna e alcuni fascisti che, conosciute le intenzioni germaniche, si erano precipitati a Marzabotto per tentare, in qualche modo, se non di evitare, almeno di ritardare la feroce esecuzione di massa>. Mancano, purtroppo, più approfondite prove su questa interessante testimonianza. Infatti, se quanto riferito da Giovannini rispondesse a verità, si vorrebbe far passare per assassini, secondo la tesi di Petacco, coloro che, in effetti, sarebbero dei martiri.
Ne “I giorni dell’odio” pag. XXIV Alberto Giovannini attesta: <Uno degli episodi più noti della rappresaglia tedesca è rappresentato dalla strage di Marzabotto. Una cosa che al riguardo non è detta nella commemorazione ufficiale, è però che, con la popolazione locale, furono massacrati il cappellano delle Brigate Nere di Bologna e alcuni fascisti che, conosciute le intenzioni germaniche, si erano precipitati a Marzabotto per tentare, in qualche modo, se non di evitare, almeno di ritardare la feroce esecuzione di massa>. Mancano, purtroppo, più approfondite prove su questa interessante testimonianza. Infatti, se quanto riferito da Giovannini rispondesse a verità, si vorrebbe far passare per assassini, secondo la tesi di Petacco, coloro che, in effetti, sarebbero dei martiri.
Altra
dichiarazione, simile a quella fornita di Giovannini ci viene riferita
da Angelo Carboni nel“Elia Comini e i confratelli martiri di
Marzabotto” pag. 86: <Un giovane, allora studente di Teologia,
Alfredo Carboni, mi racconta come la vigilia di San Michele, il 28 settembre
’44, trovandosi nella località Fornace poco sotto la chiesa parrocchiale di
Salvaro, un soldato della Guardia Repubblicana, già suo compagno di scuola alle
elementari, di cui non può citare il nome, gli disse chiaramente: “O Alfredo,
scappa e mettiti in salvo, perché domani ci sarà qui una tale razzia, che non
resterà nemmeno il filo per tagliare la polenta”>. Frase caratteristica
questa del nostro Appennino per significare che non sarebbe rimasto nulla.
Quale
è stata la lunga striscia di sangue tracciata da Reder? Chi era Reder e
quali furono le giustificazioni dei tedeschi per tante atrocità? Per una serena
valutazione storica che non debba risentire di condizionamenti emotivi, è
necessario immergersi in quel drammatico periodo che fu la guerra fra il ’43 e
il ’45. In quegli anni l’attività partigiana si manifestava nel Centro Nord
Italia con imboscate, attentati alle vie di comunicazione, colpi contro singoli
soldati o civili. Questi fatti, che i partigiani chiamavano “azione di
guerra” lasciano comunque comprendere le cause che portarono a spietate
rappresaglie nell’Appennino emiliano, esattamente come attestato da Bocca e
Zaccagnini. A seguito di queste “azioni di guerra”, il Maresciallo
Kesselring, comandante supremo delle forze tedesche in Italia, lanciò, il 1°
agosto 1944, un manifesto con il quale avvertiva che qualora quelle “azioni”
fossero continuate di aver <impartito alle proprie truppe i seguenti ordini:
1) iniziare nella forma più energica l’azione contro le bande armate di ribelli, contro i sabotatori …
2) costituire una percentuale di ostaggi in quelle località dove risultano esistere bande armate e passare per le armi i detti ostaggi tutte le volte che nelle località stesse si verificassero atti di sabotaggio>.
1) iniziare nella forma più energica l’azione contro le bande armate di ribelli, contro i sabotatori …
2) costituire una percentuale di ostaggi in quelle località dove risultano esistere bande armate e passare per le armi i detti ostaggi tutte le volte che nelle località stesse si verificassero atti di sabotaggio>.
Kesselring
era un soldato d’onore, ma chi eseguì gli ordini non lo era.
Kesselring, nel compilare il sopraccitato ultimatum, si riferiva alle Convenzioni Internazionali firmate da quasi tutti i Paesi; tra questi la Germania e l’Italia. Dal volume “Diritto Internazionale” alla voce “Combattenti” fra l’altro si legge: <Sulla base delle Convenzioni de L’Aja del 1899 e del 1907 sulla guerra terrestre (…) si possono classificare quattro categorie di legittimi combattenti. Nella prima rientrano i militari delle Forze Armate regolari di uno Stato belligerante, purché indossino una uniforme conosciuta dal nemico, portino apertamente le armi, dipendano da ufficiali responsabili e dimostrino di rispettare le leggi e gli usi di guerra (…).
Kesselring, nel compilare il sopraccitato ultimatum, si riferiva alle Convenzioni Internazionali firmate da quasi tutti i Paesi; tra questi la Germania e l’Italia. Dal volume “Diritto Internazionale” alla voce “Combattenti” fra l’altro si legge: <Sulla base delle Convenzioni de L’Aja del 1899 e del 1907 sulla guerra terrestre (…) si possono classificare quattro categorie di legittimi combattenti. Nella prima rientrano i militari delle Forze Armate regolari di uno Stato belligerante, purché indossino una uniforme conosciuta dal nemico, portino apertamente le armi, dipendano da ufficiali responsabili e dimostrino di rispettare le leggi e gli usi di guerra (…).
Gli
illegittimi combattenti vengono dovunque perseguiti con pene severissime e sono
generalmente sottoposti alla pena capitale. Nella guerra terrestre i franchi
tiratori che operano nelle retrovie nemiche, infiltrandosi alla spicciolata
sotto mentite spoglie, vengono passati per le armi in caso di cattura. Lo
stesso dicasi per i “sabotatori”>.
Sempre
dal “Diritto Internazionale”, voce“Rappresaglia”: <La rappresaglia si
qualifica innanzitutto come “atto legittimo” (…). La rappresaglia condotta
obiettivamente illecita, diventa, per le particolari circostanze in cui viene
attuata, condotta lecita. La rappresaglia è, fondamentalmente una “sanzione”,
cioè una reazione all’atto illecito e non un mero atto lecito, la cui liceità
deriva dall’esistenza di un precedente atto illecito (,,,), Poiché la
rappresaglia si pone come “risposta” ad un atto illecito, per essere legittima
deve obbedire a queste condizioni: vi deve essere stata lesione di un diritto o
di un interesse giuridico dello Stato autore e deve essere mancata la
riparazione (…). Non può mai violare le leggi umanitarie, cioè fondamentali ed
elementari esigenze di umanità (…). La scelta delle misure da infliggere spetta
allo Stato offeso. Questo, però, prima di passare all’azione, deve assicurarsi
che l’offensore non voglia o non possa riparare il danno (…). Compiuto
inutilmente questi passi, potrà applicare le misure che meglio crederà,
uniformando però la sua condotta alle condizioni di legittimità che abbiamo
sopra esposte (…). La rappresaglia è, cioé, un atto di violenza isolato nel
tempo e nello spazio, avente lo scopo di imporre il rispetto del diritto in
relazione ad una violazione subita, sì che possa cessare appena riparata
l’offesa. La nostra legge di guerra, approvata con R.D.8-VII-1938 n. 1415,
regola poi la materia delle ritorsioni e delle rappresaglie in tempo di guerra
con gli art.: 8-9-10, (1)”.
Come postilla è interessante riportare quanto previsto sempre dal “Diritto Internazionale”>.
<5 (…). L’art. 33 della IV Convenzione di Ginevra del 1949, in deroga a quanto prima era consentito dall’art. 50 dei regolamenti de L’Aja del 1899 e del 1907, proibisce in modo tassativo le misure di repressione collettive, di cui si ebbe abuso delittuoso nell’ultimo conflitto>. Dettato completamente dimenticato dai russi in Afghanistan, dagli americani in Corea, Vietnam, in Somalia e, ancor oggi in Irak; Afghanistan ecc., senza dimenticare le operazioni di spietata rappresaglia commessi dagli israeliani contro i palestinesi. Così si verifica che mentre si continua a condannare militari che operarono il “Diritto di rappresaglia”, quando questo era previsto dalle leggi, oggi, che è proibito “tassativamente” nessuno ne risponde ed il mondo si è dimenticato di quanto le leggi prescrivono.
Come postilla è interessante riportare quanto previsto sempre dal “Diritto Internazionale”>.
<5 (…). L’art. 33 della IV Convenzione di Ginevra del 1949, in deroga a quanto prima era consentito dall’art. 50 dei regolamenti de L’Aja del 1899 e del 1907, proibisce in modo tassativo le misure di repressione collettive, di cui si ebbe abuso delittuoso nell’ultimo conflitto>. Dettato completamente dimenticato dai russi in Afghanistan, dagli americani in Corea, Vietnam, in Somalia e, ancor oggi in Irak; Afghanistan ecc., senza dimenticare le operazioni di spietata rappresaglia commessi dagli israeliani contro i palestinesi. Così si verifica che mentre si continua a condannare militari che operarono il “Diritto di rappresaglia”, quando questo era previsto dalle leggi, oggi, che è proibito “tassativamente” nessuno ne risponde ed il mondo si è dimenticato di quanto le leggi prescrivono.
Stabilite
le parti essenziali del “Diritto Internazionale”, come si presentava il
fenomeno partigiano nel territorio bolognese?
Le azioni partigiane, fra la fine del ’43 e gli inizi del ’44, furono isolate e a carattere individuale fino all’attentato condotto contro il Federale Eugenio Facchini, ucciso con sette colpi di pistola il 26 gennaio 1944 a Bologna.
Agli inizi di quell’anno i socialisti non disdegnavano di continuare il dialogo, iniziato da tempo, con esponenti della Rsi e si mantennero quindi decisamente neutrali. Furono i comunisti a prendere con decisione l’iniziativa di condurre la lotta contro il fascismo anche se, gradualmente seguirono tutti gli altri partiti, per non perdere l’opportunità di schierarsi dalla parte di coloro che avrebbero, poi, vinto la guerra.
Sulle montagne si organizzarono bande di partigiani, delle quali parleremo più avanti.
Nelle città i comunisti riuscirono costituire gruppi di guerriglia. Nei primi mesi del ’44, a Bologna, i comunisti, guidati da Giuseppe Alberghetti, nome di battaglia “Cristallo”, furono i primi a raccogliere adesioni per la nuova forma di guerriglia.
E’ opportuno riportare la tecnica adottata dai comunisti per radicalizzare la guerra civile, specialmente nell’Emilia e, come giustamente rileva Giorgio Pisanò nella sua “Storia della Guerra Civile in Italia”, a pag. 1162, osserva: <(...). Una tecnica che trova ancora oggi la sua spietata applicazione in ogni Paese del mondo dove i comunisti tentano la conquista del potere>.
Per capire con quale determinazione i comunisti applicarono quella “tecnica”, anticipiamo che nelle sole strade di Bologna furono uccisi, in attentati, più di 450 fascisti o “presunti tali”. I comunisti, con queste azioni, si aspettavano spietate rappresaglie, ma queste, sia per gli ordini di Mussolini, sia per il sangue freddo dimostrato dai Prefetti, furono rare e, in ogni caso, mai proporzionate alle perdite subite.
Le azioni partigiane, fra la fine del ’43 e gli inizi del ’44, furono isolate e a carattere individuale fino all’attentato condotto contro il Federale Eugenio Facchini, ucciso con sette colpi di pistola il 26 gennaio 1944 a Bologna.
Agli inizi di quell’anno i socialisti non disdegnavano di continuare il dialogo, iniziato da tempo, con esponenti della Rsi e si mantennero quindi decisamente neutrali. Furono i comunisti a prendere con decisione l’iniziativa di condurre la lotta contro il fascismo anche se, gradualmente seguirono tutti gli altri partiti, per non perdere l’opportunità di schierarsi dalla parte di coloro che avrebbero, poi, vinto la guerra.
Sulle montagne si organizzarono bande di partigiani, delle quali parleremo più avanti.
Nelle città i comunisti riuscirono costituire gruppi di guerriglia. Nei primi mesi del ’44, a Bologna, i comunisti, guidati da Giuseppe Alberghetti, nome di battaglia “Cristallo”, furono i primi a raccogliere adesioni per la nuova forma di guerriglia.
E’ opportuno riportare la tecnica adottata dai comunisti per radicalizzare la guerra civile, specialmente nell’Emilia e, come giustamente rileva Giorgio Pisanò nella sua “Storia della Guerra Civile in Italia”, a pag. 1162, osserva: <(...). Una tecnica che trova ancora oggi la sua spietata applicazione in ogni Paese del mondo dove i comunisti tentano la conquista del potere>.
Per capire con quale determinazione i comunisti applicarono quella “tecnica”, anticipiamo che nelle sole strade di Bologna furono uccisi, in attentati, più di 450 fascisti o “presunti tali”. I comunisti, con queste azioni, si aspettavano spietate rappresaglie, ma queste, sia per gli ordini di Mussolini, sia per il sangue freddo dimostrato dai Prefetti, furono rare e, in ogni caso, mai proporzionate alle perdite subite.
Per
capire quale fosse la tecnica che i comunisti intendevano porre in essere,
proponiamo un ampio stralcio del libro “7° Gap” di Mario De Micheli –
Edizioni Cultura Sociale, Roma 1954:<Sin dall’ottobre 1943 il partito
comunista aveva preso l’iniziativa di costituire le “Brigate d’assalto
Garibaldi” e i “Gruppi d’azione patriottica”: le brigate dovevano operare sulle
montagne, i gruppi dentro la città (…). I “Gap” dovevano essere gli arditi
della guerra di liberazione, soldati senza divisa (…). Essi dovevano combattere
in mezzo all’avversario, mescolandosi ad esso, conoscerne le abitudini e
colpirlo quando meno se lo aspetta (…). I complici del fascismo e del tedesco
non avrebbero più dovuto trascorrere i loro giorni indisturbati, in quiete e
tranquillità; avrebbero, invece, dovuto vivere d’ansia, guardandosi
continuamente attorno, trasalendo se qualcuno camminava alle loro spalle.
Portare la morte a casa del nemico era insomma la direttiva con cui sorgevano i
“Gap” (…)>.
Ecco come i capi comunisti riuscirono a superare gli scrupoli morali che nascevano negli animi dei componenti dei “Gap”: <(…). Creare la mentalità dell’attacco armato sull’uomo fu oltremodo difficile, occorreva vincere scrupoli e inquietudini morali oltreché il timore dello scontro diretto col nemico. Se può essere abbastanza semplice nel fuoco del combattimento, “a sangue caldo” diciamo, colpire e uccidere, non è altrettanto semplice colpire a sangue freddo con studio, premeditazione e calcolo (…). Il partito dovette, dunque, far sentire la sua volontà in maniera energica, dovette ancora una volta intervenire, illuminare, spiegare (…). E’ opportuno aggiungere che in quell’epoca non si era ancora creato quel clima di eroismo (?) che ha poi permesso tante memorabili gesta (…). Ai primi di gennaio, a Bologna, erano stati organizzati soltanto una decina di uomini con questi criteri. Dieci uomini divisi in due squadre. S’incominciò col deporre le bombe a scoppio ritardato nei luoghi di residenza del nemico. La prima bomba di questo tipo fu collocata alla finestra del Comando tedesco di Villa Spada, I tedeschi, che ancora non si attendevano colpi del genere in Bologna, furono irritatissimi. Lanciarono un manifesto carico di minacce e imposero il coprifuoco dalle 18 alle 6 del mattino: era il 18 gennaio (…)>.
Ecco come i capi comunisti riuscirono a superare gli scrupoli morali che nascevano negli animi dei componenti dei “Gap”: <(…). Creare la mentalità dell’attacco armato sull’uomo fu oltremodo difficile, occorreva vincere scrupoli e inquietudini morali oltreché il timore dello scontro diretto col nemico. Se può essere abbastanza semplice nel fuoco del combattimento, “a sangue caldo” diciamo, colpire e uccidere, non è altrettanto semplice colpire a sangue freddo con studio, premeditazione e calcolo (…). Il partito dovette, dunque, far sentire la sua volontà in maniera energica, dovette ancora una volta intervenire, illuminare, spiegare (…). E’ opportuno aggiungere che in quell’epoca non si era ancora creato quel clima di eroismo (?) che ha poi permesso tante memorabili gesta (…). Ai primi di gennaio, a Bologna, erano stati organizzati soltanto una decina di uomini con questi criteri. Dieci uomini divisi in due squadre. S’incominciò col deporre le bombe a scoppio ritardato nei luoghi di residenza del nemico. La prima bomba di questo tipo fu collocata alla finestra del Comando tedesco di Villa Spada, I tedeschi, che ancora non si attendevano colpi del genere in Bologna, furono irritatissimi. Lanciarono un manifesto carico di minacce e imposero il coprifuoco dalle 18 alle 6 del mattino: era il 18 gennaio (…)>.
E’
difficile credere che i capi e gli organizzatori di queste “eroiche” azioni non
conoscessero quanto previsto nelle “Convenzioni Internazionali di Guerra” e le
relative deliberazioni del diritto di rappresaglia. Tutto lascia credere,
invece, che si volesse giungere ad estreme esasperazioni per ovvie finalità
politiche che certi ambienti son riusciti, nel corso degli anni e sino ai
nostri giorni, a così ben sfruttare.
Ecco in merito, qualora non fosse sufficiente quanto scritto dall’ex fascista ed ex partigianoGiorgio Bocca (in merito alla ricerca della rappresaglia) quanto si legge nel già citato “7° Gap”: <L’ostacolo più grande da sormontare per il timore delle rappresaglie contro la popolazione, il pensiero che per un’azione militare compiuta contro un tedesco o un fascista decine d’inermi e di innocenti sarebbero stati giustiziati. Allora non era ancora evidente a tutti che l’unico modo per stroncare il terrorismo (!) dei nazifascisti fosse quello di non dar tregua al nemico, di raddoppiare i colpi (…)>.
Ecco in merito, qualora non fosse sufficiente quanto scritto dall’ex fascista ed ex partigianoGiorgio Bocca (in merito alla ricerca della rappresaglia) quanto si legge nel già citato “7° Gap”: <L’ostacolo più grande da sormontare per il timore delle rappresaglie contro la popolazione, il pensiero che per un’azione militare compiuta contro un tedesco o un fascista decine d’inermi e di innocenti sarebbero stati giustiziati. Allora non era ancora evidente a tutti che l’unico modo per stroncare il terrorismo (!) dei nazifascisti fosse quello di non dar tregua al nemico, di raddoppiare i colpi (…)>.
Così
operavano i “gappisti” in città.. Come agivano invece, le «brigate» in
mon¬tagna e principalmente nei più vicini con¬trafforti appenninici nei pressi
di Bologna?
In questa località ed esattamente fra i fiumi Reno e Setta, operava, fra il settembre '43 ed il settembre ‘44 la formazione armata dei partigiani della ”Stella Rossa”, denominata “Brigata” posta agli ordini di Mario Musolesi di anni 29. La leggenda racconta che (dalla citata opera “Storia della guerra civile in Italia” pag. 1176): «i partigiani si batterono con coraggio leonino contro le S.S. e difesero i monti di Marzabotto palmo a palmo, seminando il terreno di uomini caduti con le armi in pugno: anche il comandante della “Stella Rossa” restò fulminato da una raffica nemica; ma alla fine questi eroi furono sopraffatti e i superstiti riuscirono a stento a raggiungere le linee anglo-americane... i tedeschi si scagliarono come bestie feroci contro la popolazione civile della zona e 1850 innocenti caddero massacrati confondendo il loro sangue con quello dei gloriosi partigiani rossi...». A commento di quanto sopra Pisanò continua: «Ma se questa è la leggenda ben altra è la verità». Infatti la verità è completamente diversa.
In questa località ed esattamente fra i fiumi Reno e Setta, operava, fra il settembre '43 ed il settembre ‘44 la formazione armata dei partigiani della ”Stella Rossa”, denominata “Brigata” posta agli ordini di Mario Musolesi di anni 29. La leggenda racconta che (dalla citata opera “Storia della guerra civile in Italia” pag. 1176): «i partigiani si batterono con coraggio leonino contro le S.S. e difesero i monti di Marzabotto palmo a palmo, seminando il terreno di uomini caduti con le armi in pugno: anche il comandante della “Stella Rossa” restò fulminato da una raffica nemica; ma alla fine questi eroi furono sopraffatti e i superstiti riuscirono a stento a raggiungere le linee anglo-americane... i tedeschi si scagliarono come bestie feroci contro la popolazione civile della zona e 1850 innocenti caddero massacrati confondendo il loro sangue con quello dei gloriosi partigiani rossi...». A commento di quanto sopra Pisanò continua: «Ma se questa è la leggenda ben altra è la verità». Infatti la verità è completamente diversa.
I
partigiani uccidevano in agguati tedeschi isolati, fascisti in divisa e
non. I tedeschi, guidati da Reder, regolarmente scagliarono la loro ira
contro le popolazioni indifese e non solo nella zona di Marzabotto come vedremo
appresso.
Si chiede Don Carboni nell'opera già citata (pag. 32): «Si era in tempo di guerra: la guerra ha le sue tremende leggi di sterminio e di vendetta: se ammazzate un tedesco (che importanza aveva l'ammazzare un tedesco nello svolgimento e nell'economia generale della guerra?) verranno fucilati dieci civili... Chi dobbiamo ringraziare noi, parenti delle vittime, delle reazioni tedesche? Non certo gli eroi che le provocarono e dopo si eclissarono dandosi alla fuga!». Questa è la domanda di don Carboni, giusta e naturale: «Che importanza aveva ammazzare un tedesco?».
Si chiede Don Carboni nell'opera già citata (pag. 32): «Si era in tempo di guerra: la guerra ha le sue tremende leggi di sterminio e di vendetta: se ammazzate un tedesco (che importanza aveva l'ammazzare un tedesco nello svolgimento e nell'economia generale della guerra?) verranno fucilati dieci civili... Chi dobbiamo ringraziare noi, parenti delle vittime, delle reazioni tedesche? Non certo gli eroi che le provocarono e dopo si eclissarono dandosi alla fuga!». Questa è la domanda di don Carboni, giusta e naturale: «Che importanza aveva ammazzare un tedesco?».
Questa
domanda va trasferita e analizzata nel contesto politico del disegno organico
costruito dai più alti vertici del comunismo internazionale: uccidere un
tedesco (o un fascista), attendere la rappresaglia e, di conseguenza, guidare
il terrore e l'odio dei civili nella direzione desiderata e atteggiarsi,
quindi, a giudici e vendicatori di tante vittime innocenti. Non possiamo che
dar atto della loro cinica abilità.
Ma
cosa accadde esattamente a fine settembre 1944 nella zona di Marzabotto?
Ancora
dal volume “I confratelli Martiri di Marzabotto pag. 34: <Va pure
ricordato che qualche giorno prima della strage qualcuno, segretamente, aveva
avvertito la popolazione della imminente rappresaglia, ma quando si seppe che
c'erano famiglie di agricoltori decisi ad abbandonare tutto, per mettersi in
salvo, i partigiani li minacciarono con queste parole: «se non vi uccidono
loro, vi uccidiamo noi se andate via: qui ci siamo noi a difendervi!» .
Questa testimonianza è stata resa da Bruno Paselli, agricoltore di San Giovanni di Sotto di Casaglia...».
Dato che i fascisti non parteciparono mai ad azioni di stragi tralasciamo la lunga lista di “azioni di guerra” condotta dai partigiani nel colpire i militari fascisti (o supposti tali), in quanto desideriamo seguire la storia del maggiore Walter Reder e delle sue S.S., principalmente, ma non solo nella zona di Marzabotto.
La brigata partigiana “Stella Rossa” nella primavera del '44 raggiunse la cifra di 500 effettivi. <Si trattava in gran parte di comunisti o simpatizzanti comunisti che non tardarono ad assimilare gli spietati sistemi di guerriglia instaurati dagli emis¬sari del P.C.I.».
Gli attentati contro militari tedeschi iniziarono con proditoria sistematicità. A Rioveggio due ufficiali tedeschi stavano passeggiando con due ragazze. Furono presi alle spalle e uccisi. I nazisti concessero 24 ore affinché gli autori dell'attentato si presentassero, dopodiché scelsero 11 ostaggi. Da quel che si dice a Rioveggio gli attentatori erano del luogo, eppure lasciarono fucilare senza intervenire 11 innocenti.
I partigiani continuarono ad uccidere tedeschi e fascisti isolati.
Questa testimonianza è stata resa da Bruno Paselli, agricoltore di San Giovanni di Sotto di Casaglia...».
Dato che i fascisti non parteciparono mai ad azioni di stragi tralasciamo la lunga lista di “azioni di guerra” condotta dai partigiani nel colpire i militari fascisti (o supposti tali), in quanto desideriamo seguire la storia del maggiore Walter Reder e delle sue S.S., principalmente, ma non solo nella zona di Marzabotto.
La brigata partigiana “Stella Rossa” nella primavera del '44 raggiunse la cifra di 500 effettivi. <Si trattava in gran parte di comunisti o simpatizzanti comunisti che non tardarono ad assimilare gli spietati sistemi di guerriglia instaurati dagli emis¬sari del P.C.I.».
Gli attentati contro militari tedeschi iniziarono con proditoria sistematicità. A Rioveggio due ufficiali tedeschi stavano passeggiando con due ragazze. Furono presi alle spalle e uccisi. I nazisti concessero 24 ore affinché gli autori dell'attentato si presentassero, dopodiché scelsero 11 ostaggi. Da quel che si dice a Rioveggio gli attentatori erano del luogo, eppure lasciarono fucilare senza intervenire 11 innocenti.
I partigiani continuarono ad uccidere tedeschi e fascisti isolati.
Racconta Don
Alfredo Carboni, parroco a Ronca di Monte S. Pietro. Di questi fatti poco
eroici se ne verificarono decine. A Gabbiano di Monzuno, per esempio, due
tedeschi che stavano acquistando uova dai contadini furono sorpresi da una
pattuglia partigiana comandata da un certo “Aeroplano”. I tedeschi capirono
subito di non essere in grado di opporre resistenza e alzarono le mani in segno
di resa. Ma i comunisti spararono ugualmente uccidendone uno. L'altro venne
trascinato prigioniero alla base partigiana. Conoscendo la ferocia dei
guerriglieri il soldato tedesco tentò inutilmente di impietosirli mostrando
anche le fotografie della moglie e dei suoi due bambini. Lo legarono con i
piedi ad un paletto e gli inchiodarono le mani trafiggendole con due pugnali.
Poi lo lasciarono morire così.
Il
parroco di Riposa (un comune di Bologna), Don Libero Nanni, nativo del
luogo dove si verificò un altro barbaro massacro, nel quale trovarono la morte
anche suoi intimi parenti, si fece promotore di far erigere un tempietto
titolato ”Monumento Sacrario ai Caduti di Piano di Setta”. Nel
quarantesimo anniversario dell'eccidio fu scoperto un cippo marmoreo e una
lampada votiva dalla fiamma sempre accesa. A ricordo dell'evento fu distribuito
fra i presenti un foglio commemorativo ove fra l'altro si legge: <Una
pagina di storia quasi dimenticata. “Nel lontano luglio del 1944, nel turbine
della guerra sempre più distruttrice. l'alta valle del Setta e precisamente
piano di Setta, fu scossa improvvisamente dalla feroce, fulminea, terrificante
rappresaglia, che seminò morte, incendi, rastrellamenti”>.
Nella notte del 20 luglio, in un breve scontro fra partigiani e tedeschi (era una colonna che raggiungeva il fronte lungo la statale del Setta) ci furono feriti e morirono due tedeschi. Il 21 luglio trascorse lento e cupo; la mattina successiva si scatenò la rappresaglia: rastrellati gli uomini, razziato il bestiame, le donne e i bambini terrorizzati: gli anziani uccisi in un numero quasi imprecisato: forse 20. L'età? Dai 60 agli 80 anni!
<Tutta la valle fu percorsa dal pianto e dal terrore... Era la prima, grossa rappresaglia nella Provincia di Bologna, preludio alla grande rappresaglia di San Martino, Monte Sole, Casaglia, Gardelletta, Marzabotto, Pioppe di Salvaro, San Vincenzo, Piano di Setta - 15 luglio 1944».
Non si presentò alcuno a rivendicare la responsabilità dell'attentato né da parte dei partigiani fu tentato alcunché per salvare gli ostaggi>.
Il 23 luglio 1944 a Pioppe di Salvaro fu ucciso un altro tedesco. Furono rastrellati 10 infelici e uccisi a colpi di mitra. Né l'autore (o gli autori) dell'uccisione del tedesco, si presentò per salvare gli ostaggi né un colpo di fucile fu sparato dagli uomini del ”Lupo” per salvare quegli innocenti.
Nella notte del 20 luglio, in un breve scontro fra partigiani e tedeschi (era una colonna che raggiungeva il fronte lungo la statale del Setta) ci furono feriti e morirono due tedeschi. Il 21 luglio trascorse lento e cupo; la mattina successiva si scatenò la rappresaglia: rastrellati gli uomini, razziato il bestiame, le donne e i bambini terrorizzati: gli anziani uccisi in un numero quasi imprecisato: forse 20. L'età? Dai 60 agli 80 anni!
<Tutta la valle fu percorsa dal pianto e dal terrore... Era la prima, grossa rappresaglia nella Provincia di Bologna, preludio alla grande rappresaglia di San Martino, Monte Sole, Casaglia, Gardelletta, Marzabotto, Pioppe di Salvaro, San Vincenzo, Piano di Setta - 15 luglio 1944».
Non si presentò alcuno a rivendicare la responsabilità dell'attentato né da parte dei partigiani fu tentato alcunché per salvare gli ostaggi>.
Il 23 luglio 1944 a Pioppe di Salvaro fu ucciso un altro tedesco. Furono rastrellati 10 infelici e uccisi a colpi di mitra. Né l'autore (o gli autori) dell'uccisione del tedesco, si presentò per salvare gli ostaggi né un colpo di fucile fu sparato dagli uomini del ”Lupo” per salvare quegli innocenti.
L'attività
della Brigata partigiana “Stella Rossa” è un perpetrare di fatti del genere.
Non va dimenticato che, nel frattempo, si susseguivano attentati mortali contro
fascisti (o supposti tali) isolati. Ecco, ad esempio, quanto riporta uno dei
“bollettini di guerra” diramato dalla “Stella Rossa”: <10 agosto: Una
pattuglia del 4° distaccamento procedeva al fermo del fascista Bertoletti
Duilio in località Farneto. È stato in seguito giustiziato»; “11 agosto: Una
pattuglia del 1° distaccamento procedeva al fermo di un fascista repubblichino
in permesso a Castel dell'Alpi. Veniva recuperato un moschetto con relative
munizioni. Il fascista veniva più tardi passato per le armi”; ”14 agosto da una
nostra pattuglia veniva catturato il fascista Zagnoni Lucio che veniva
giustiziato”. E così di seguito. Tornando alle azioni che riguardavano la
guerriglia contro i tedeschi, si legge sull' ”Indicatore Partigiano” n. 4 del
1949, ove viene riportato uno dei «Bollettini di guerra» della ”Stella Rossa”:
«1 agosto: Nostra pattuglia in servizio esplorativo si scontrava, nei pressi di
Castel d'Alpe, con una pattuglia guardafili tedesca composta da un
sottufficiale e un soldato. All'intimazione dell'altolà tentarono di fuggire.
Venivano presi, interrogati e confessavano di trovarsi in servizio. Venivano
passati per le armi». Pisanò osserva: «... lo strano principio, contrario
alle norme e alle convenzioni accettate in qualsiasi Paese e da qualsiasi
esercito, in base al quale dei soldati fatti prigionieri potevano essere
fucilati perché ”confessavano di trovarsi in servizio”».
Ad
ogni azione di questo tipo seguivano rappresaglie con incendi, distruzioni,
massacri di ostaggi: sette fucilati a Molinelle di Veggio, dieci a Molpelle.
Pochi giorni dopo tredici a Pontecchio di Sasso Marconi e così di
seguito. Nessun partigiano osò alcunché per tentare di salvare quella
povera gente. Eppure si trovavano nei pressi, ed erano numerosi.
Nel
frattempo la guerra continuava e la pressione degli alleati, a sud di Bologna
si stava intensificando: il comando tedesco aveva necessità di avere le spalle
sicure e le strade senza minacce di attentati.
I tedeschi inviarono negli accampamenti dei partigiani della ”Stella Rossa” alcuni parlamentari con la proposta che, se i partigiani fossero rimasti al loro posto, senza intraprendere azioni di disturbo contro i tedeschi questi, a loro volta, si impegnavano a non iniziare alcuna rappresaglia.
I parlamentari tedeschi furono trucidati. Questo fatto indusse il Comando germanico ad agire con la più grande decisione.
I tedeschi inviarono negli accampamenti dei partigiani della ”Stella Rossa” alcuni parlamentari con la proposta che, se i partigiani fossero rimasti al loro posto, senza intraprendere azioni di disturbo contro i tedeschi questi, a loro volta, si impegnavano a non iniziare alcuna rappresaglia.
I parlamentari tedeschi furono trucidati. Questo fatto indusse il Comando germanico ad agire con la più grande decisione.
E
veniamo ai terribili giorni di fine settembre 1944 e alla cosiddetta “Strage di
Marzabotto”.
Marzabotto
fu insignita di Medaglia d'oro al valor militare con la seguente
motivazione:«Incassata fra le scoscese rupi e le verdi boscaglie dell'antica
terra etrusca, Marzabotto preferì ferro fuoco e distruzione piuttosto che
cedere all'oppressore. Per quattordici mesi sopportò la dura prepotenza delle
orde teutoniche che non riuscirono a debellare la fierezza dei suoi figli,
arroccati sulle aspre vette di Monte Venere e di Monte Sole sorretti dall’amore
e dall'incitamento dei vecchi, delle donne e dei fanciulli. Gli spietati
massacri degli inermi giovanetti, delle fiorenti spose e dei genitori caduti
non la domarono ed i suoi 1830 morti riposano sui monti e nelle valli a perenne
monito alle future generazioni di quanto possa l'amore per la Patria».
Abbiamo
visto che alcune persone avevano preavvisato la popolazione dell'imminenza di
un grande rastrellamento, dato che proprio in quei giorni nella zona di
Marzabotto apparve un manifesto, un vero ultimatum, a firma delle SS und
Polizeifuehrer-Oberitalien-West, ove, fra l'altro, era chiaramente
indicato: «(...) 1) chi aiuta i. banditi è un bandito egli stesso e subirà
lo stesso trattamento: 2) tutti i colpevoli saranno puniti con la massima
severità (..). Gli autori degli attentati ed i loro favoreggiatori saranno impiccati
sulla pubblica piazza. Questo è l'ultimo avviso agli indecisi
...» Cosicché a seguito di questi ammonimenti la popolazione locale aveva
iniziato ad allontanarsi dalla zona. Come abbiamo precedentemente
indicato, i partigiani intervennero e proibirono a quella povera gente di
mettersi in salvo costringendola a tornare indietro garantendo che, se i
tedeschi l’avessero minacciati, i partigiani della ”Stella Rossa” l’avrebbero
protetta.
Fra
il 20 e il 25 settembre era affluita nella zona una formazione di ”SS
Panzer¬Grenadieren” della divisione ”Reichsfuehrer”, ammontante ad 800 uomini
cir¬ca. Alla loro testa era il maggiore Walter Reder.
Questi era un austriaco di 29 anni. Fu sospettato, a suo tempo, di essere coinvolto nell'assassinio del cancelliere Dollfuss nell’operazione nazista del 1934. Tentativo vanificato dal deciso e pronto intervento di Mussolini.
Durante l'estate del '44 la brigata “Stella Rossa” aveva raggiunto una forza di 1500 uomini, ben armati e riforniti dai continui lanci aerei degli alleati.
La strage avvenne, come detto, sulle alture delimitate dai fiumi Reno e Setta e prese il nome da Marzabotto.
I tedeschi iniziarono i rastrellamenti all'alba del 29 settembre, bruciando e massacrando senza distinzione di sesso e di età: Cresta di Gizzana, 81 morti; Canaglia, 148; Casa Benuzzi, 38; Caprara di Marzabotto, 107; S. Giovanni, 47; Cradotto, Prunaro e Steccala, 145: Cerpiano, 49; Sperticano, 13; Pioppe, di Salvavo, 48. In totale 676 morti. E mentre si perpetravano questi eccidi dove erano i 1500 partigiani?
Va detto che gli uomini del ”Lupo” (Mario Musolesi) negli ultimi giorni del settembre '44 erano in attesa dell'arrivo degli alleati. Avevano allentato la vigilanza e tutti si erano dati a libagioni, bevevano e dormivano con le loro donne, convinti ormai che, per loro, la guerra era finita.
All'attacco dei tedeschi i partigiani, anche per l'allentata cautela, non tentarono alcuna difesa e, mentre alcuni si ”ritirarono” verso Monte Sole, altri fuggirono verso le linee alleate. Chi difese i civili dalla rabbia teutonica?
Questi era un austriaco di 29 anni. Fu sospettato, a suo tempo, di essere coinvolto nell'assassinio del cancelliere Dollfuss nell’operazione nazista del 1934. Tentativo vanificato dal deciso e pronto intervento di Mussolini.
Durante l'estate del '44 la brigata “Stella Rossa” aveva raggiunto una forza di 1500 uomini, ben armati e riforniti dai continui lanci aerei degli alleati.
La strage avvenne, come detto, sulle alture delimitate dai fiumi Reno e Setta e prese il nome da Marzabotto.
I tedeschi iniziarono i rastrellamenti all'alba del 29 settembre, bruciando e massacrando senza distinzione di sesso e di età: Cresta di Gizzana, 81 morti; Canaglia, 148; Casa Benuzzi, 38; Caprara di Marzabotto, 107; S. Giovanni, 47; Cradotto, Prunaro e Steccala, 145: Cerpiano, 49; Sperticano, 13; Pioppe, di Salvavo, 48. In totale 676 morti. E mentre si perpetravano questi eccidi dove erano i 1500 partigiani?
Va detto che gli uomini del ”Lupo” (Mario Musolesi) negli ultimi giorni del settembre '44 erano in attesa dell'arrivo degli alleati. Avevano allentato la vigilanza e tutti si erano dati a libagioni, bevevano e dormivano con le loro donne, convinti ormai che, per loro, la guerra era finita.
All'attacco dei tedeschi i partigiani, anche per l'allentata cautela, non tentarono alcuna difesa e, mentre alcuni si ”ritirarono” verso Monte Sole, altri fuggirono verso le linee alleate. Chi difese i civili dalla rabbia teutonica?
Ecco
quanto racconta il partigiano Guerrino Avani in ”Marzabotto parla”,
nelle pagine 46-47:«Prima dell'alba del 29 settembre, assalita da soverchianti
forze nemiche la brigata si trovò stretta in una morsa di fuoco. Dopo alterne
vicende, una parte di noi fu asserragliata sulla cima scoperta di Monte Sole,
chiusa in una trappola impossibile da infrangere date le nostre scarse forze
(?) in confronto al numero e all'armamento del nemico... Dalla cima del monte,
col binocolo seguivo i movimenti dei ”nazifascisti” (?). Appena giorno, avevo
contato 54 grandi falò di case isolate o a gruppi, bruciare intorno, vicino e
lontano. Dal mio posto di osservazione vidi quanto i nazisti fecero nel
Cimitero di Casaglia, la gente ammucchiata fra le tombe e loro che preparavano
le mitraglie. Provammo a sparare, ma la distanza era troppa per un tiro
efficace (perché non si avvicinarono? n.d.r.) ... Vidi cinque nazisti
trascinarsi dietro sedici donne legate una all'altra con un grosso cavo; una
stringeva al petto un bimbo di pochi mesi... Era per noi straziante assistere a
fatti simili, impotenti a intervenire e tale visione terribile era più
debilitante che il fuoco nemico»..
Ecco
il giudizio nel già citato volume di Angelo Carboni, a pag. 50: «(...). La
verità è una sola: i partigiani della “Stella Rossa” provocarono coscientemente
le rappresaglie tedesche, lasciando incoscientemente che le SS massacrassero
centinaia di civili né mai poterono ritornare sui luoghi seminati dalle vittime
da loro provocate».
Per
una più esatta valutazione delle persone che componevano la brigata ”Stella
Rossa” va ricordato che, “come qualcuno ha raccontato”, ai primi colpi
dell'attacco tedesco, alcuni partigiani, approfittando della occasione,
uccisero il loro capo Mario Musolesi detto ”Lupo” per rubargli un tesoro che
questi aveva accumulato per distribuirlo, diceva, a guerra finita, per
alleviare le sofferenze di coloro che, dalla guerra, avevano subito più
dolorose conseguenze. Quindi è una mistificazione quello che sostengono i
partigiani e, cioè che il Lupo cadde combattendo eroicamente per contrastare
l'attacco delle SS.
Altra
montatura riguarda il numero dei caduti nell'”Eccidio di Marzabotto” indicato
in 1830 vittime, cifra imposta dai partigiani a guerra finita. Ma la
mistificazione apparve palese quando risultarono fra le vittime, persone ancora
in vita, caduti nella prima Guerra Mondiale, deceduti per polmonite o per
bombardamenti e, addirittura, nomi di fascisti uccisi durante (e dopo) la
guerra civile.
Scrive
al riguardo Pisanò, a pag. 1136 dell'opera già citata: «E sufficiente del
resto una rapida visita al Sacrario inaugurato a Marzabotto nel 1961 per
rendersi conto della mistificazione comunista. Nel Sacrario, infatti, sono
raccolte solo 808 salme. Di queste. però, 195 sono di persone che morirono per
scoppi di mine, e di militari deceduti nella Prima Guerra Mondiale: solo circa
seicento appartengono a vittime del massacro...».
I1
primo ottobre 1944, quindi a poche ore dall'eccidio, il Rag. Grava,
segretario comunale di Marzabotto, inviò un dettagliato rapporto alle autorità
di Bologna e si presentò al vice prefetto De Vita che non credette al racconto
del Grava e minacciò di farlo arrestare.
Il povero segretario comunale di Marzabotto descrisse con tanta concitazione «lo spettacolo terrificante» da non essere creduto, tanto che lo stesso ”Resto del Carlino” smentì «(...) le solite voci incontrollate prodotto tipico di galoppanti fantasie in tempo di guerra (..).». Oppure ordini superiori imposero di sconfessare, quanto, in effetti, era avvenuto.
Ma molti profughi, fuggiti dalle zone colpite dalle rappresaglie, si riversarono nelle città del Nord e quelle notizie non poterono non giungere sino a Mussolini.
A questo punto, per meglio fotografare i fatti nel loro insieme, riteniamo opportuno tornare indietro nel tempo e ripartire dal momento dell'arrivo in Italia di Reder nel maggio 1944. Reder è reduce dal fronte russo ove ha lasciato il braccio sinistro e, per questo, veniva soprannominato ”il monco”.
Il povero segretario comunale di Marzabotto descrisse con tanta concitazione «lo spettacolo terrificante» da non essere creduto, tanto che lo stesso ”Resto del Carlino” smentì «(...) le solite voci incontrollate prodotto tipico di galoppanti fantasie in tempo di guerra (..).». Oppure ordini superiori imposero di sconfessare, quanto, in effetti, era avvenuto.
Ma molti profughi, fuggiti dalle zone colpite dalle rappresaglie, si riversarono nelle città del Nord e quelle notizie non poterono non giungere sino a Mussolini.
A questo punto, per meglio fotografare i fatti nel loro insieme, riteniamo opportuno tornare indietro nel tempo e ripartire dal momento dell'arrivo in Italia di Reder nel maggio 1944. Reder è reduce dal fronte russo ove ha lasciato il braccio sinistro e, per questo, veniva soprannominato ”il monco”.
Inizialmente
il suo reparto, il 16° batta¬glione della 16a divisione ”SS Panzer
Grenadieren Reichsfuehrer”, si schiera sul fronte di Cecina-San Vincenzo
(Livorno) quindi, a seguito della sia pur lenta, ma persistente pressione degli
alleati, segue il ripiegamento delle linee germaniche. Il 25 luglio Reder è
sull'Arno, il 9 agosto è a Pietrasanta. Qui il suo reparto è ritirato dal
fronte e riceve l'ordine di tener ”pulito” il retrofronte. Così inizia la
marcia dell'orrore e sangue che lo guidò dalla Toscana all'Emilia sino a
Marzabotto.
12 agosto: Sant' Anna di Stazzema (Lucca) e zone circostanti, 560 morti. 19 agosto 1944:Bardine S. Terenzio: a seguito di un attacco di partigiani ad un camion tedesco che procurò ai nazisti la perdita di 16 militari, furono uccisi 53 civili.
Nello stesso giorno giunsero a Valla 107 persone (solo 5 uomini) posti sotto un pergolato e fucilati: in totale 160 innocenti trovarono la morte. Il conto esatto: 10 per ogni tedesco ucciso. Inutile ricordare che non solo non sì presentò mai alcun autore degli attentati alle autorità tedesche per salvare gli ostaggi, ma mai si arrischiò un intervento, da parte dei partigiani, per tentare di difendere i paesi ed evitare le rappresaglie.
24 agosto 1944; Vinca, Gragnola, Monte di Sopra, Ponte di Santa Lucia, Branza di Cucina; in questa zona, sembra che non ci fossero partigiani, così almeno attestava la sentenza di condanna di Reder: <(...) non c'erano partigiani, non c'erano combatti¬menti... c'era soltanto povera gente terrorizzata...». I tedeschi passarono per le armi chiunque incontravano.
17 settembre 1944: Bergiola (Carrara). Anche se non risulta che Reder in persona prendesse parte attiva alle stragi di questa zona, è certo che il suo reparto ne fu artefice. 107 persone furono trucidate lungo le sponde del Frigido. A Bergiola 72 le vittime, in maggioranza donne e bambini. (2)
E, infine, 29 settembre 1 ottobre: Marzabotto. E così il cerchio si chiude.
Ė doveroso ricordare che fra le tante centinaia di vittime di quei tristi giorni: 95 erano sotto i 16 anni, 110 sotto i 10 anni, 22 di 2 anni, 8 di un anno e, addirittura, 15 lattanti.
12 agosto: Sant' Anna di Stazzema (Lucca) e zone circostanti, 560 morti. 19 agosto 1944:Bardine S. Terenzio: a seguito di un attacco di partigiani ad un camion tedesco che procurò ai nazisti la perdita di 16 militari, furono uccisi 53 civili.
Nello stesso giorno giunsero a Valla 107 persone (solo 5 uomini) posti sotto un pergolato e fucilati: in totale 160 innocenti trovarono la morte. Il conto esatto: 10 per ogni tedesco ucciso. Inutile ricordare che non solo non sì presentò mai alcun autore degli attentati alle autorità tedesche per salvare gli ostaggi, ma mai si arrischiò un intervento, da parte dei partigiani, per tentare di difendere i paesi ed evitare le rappresaglie.
24 agosto 1944; Vinca, Gragnola, Monte di Sopra, Ponte di Santa Lucia, Branza di Cucina; in questa zona, sembra che non ci fossero partigiani, così almeno attestava la sentenza di condanna di Reder: <(...) non c'erano partigiani, non c'erano combatti¬menti... c'era soltanto povera gente terrorizzata...». I tedeschi passarono per le armi chiunque incontravano.
17 settembre 1944: Bergiola (Carrara). Anche se non risulta che Reder in persona prendesse parte attiva alle stragi di questa zona, è certo che il suo reparto ne fu artefice. 107 persone furono trucidate lungo le sponde del Frigido. A Bergiola 72 le vittime, in maggioranza donne e bambini. (2)
E, infine, 29 settembre 1 ottobre: Marzabotto. E così il cerchio si chiude.
Ė doveroso ricordare che fra le tante centinaia di vittime di quei tristi giorni: 95 erano sotto i 16 anni, 110 sotto i 10 anni, 22 di 2 anni, 8 di un anno e, addirittura, 15 lattanti.
Il
4 agosto nel ricevere l'ordine di Kesselring di adottare contromisure
nell'attività partigiana, il generale Wolf - responsabile delle azioni
antiguerriglia - compilò una circolare che terminava:«L`onore del soldato
richiede che ogni misura di repressione sia dura, ma giusta».
Da quello che abbiamo visto la repressione risultò al di là del limite della schizofrenia omicida e, quindi, decisamente ingiusta. Il grado di brutalità raggiunto forse è conseguenza non intenzionale di una operazione intenzionale. Ma le vittime innocenti furono reali; ed è altrettanto reale che tutto fu pianificato per cercare e procurare rappresaglie per un preciso e ben disegnato scopo politico.
Abbiamo visto con quale criterio i tedeschi intendevano la rappresaglia; e la voce di tante atrocità giunse fino a Mussolini, il quale il 17 agosto inviò una lettera all' ambasciatore Rahn, con la quale protestava violentemente per le azioni poste in essere dalle SS. Nella lettera Mussolini evidenziava i rapporti provenienti dalle province colpite e così esponeva il suo pensiero (stralcio dalla lettera): «... Dall'insieme delle segnalazioni che vi ho fatto in questa lettera, ne risulta che bisogna finirla con le requisizioni indiscriminate che hanno ridotto alla miseria intere province, finirla con le rappresaglie indiscriminate ... insomma bisogna dare ai 22 milioni di italiani della valle del Po la sensazione che esiste una Repubblica, un Governo e che tale Governo è considerato alleato e il suo territorio non è una “preda bellica” dopo 12 mesi dal riconoscimento ufficiale da parte del Reich... Occorre quindi che questo sistema sia cambiato, poiché in questa maniera non si riesce a distruggere la piaga del ribellismo, ma si fanno dei nuovi clienti al ribellismo stesso e si allontanano le simpatie di quelli rimasti a noi fedeli».
Questa lettera di Mussolini trovò riscontro e simpatia in Kesselring che emanò, il 22 agosto, nuovi ordini per reprimere, o almeno, moderare il furore dei suoi soldati. Egli faceva rilevare, fra l'altro: «(...) Le misure di rappresaglia i cui effetti si ripercuotono in ultima analisi sulla popolazione civile anziché sui ribelli. In dipendenza di codeste azioni si è venuto a cancellare in molti la fiducia nelle Forze Armate Germaniche... Sin da questo momento bisogna che i capi preposti alle azioni di rastrellamento ricevano precise istruzioni circa il modo di agire contro la popolazione civile di paesi infestati dai ribelli e circa le misure di rappresaglia da adottare contro i banditi... In linea di massima le misure di rappresaglia devono colpire soltanto i ribelli e non la popolazione civile innocente. A questo riguardo mi appello al senso di responsabilità dei singoli comandanti...».
Abbiamo visto come le azioni con attentati e colpi di mano da parte dei partigiani siano continuate e come da parte tedesca si sia risposto disattendendo, completamente, gli ordini di Kesselring del 22 agosto.
Proprio nel mezzo delle nuove, dissennate rappresaglie tedesche il 15 settembre Mussolini inviò una nuova, secca nota di protesta all’ambasciatore tedesco Rahn: «Ho lo stretto dovere e insieme il più profondo rammarico di dovervi segnalare un'altra serie di episodi di rappresaglia avvenuti in questi ultimi tempi in diverse parti del territorio della Repubblica, ad opera di reparti militari o di polizia germanici. Richiamo soprattutto la vostra attenzione sul fatto che sono stati uccisi molte donne e molti bambini e incendiati interi paesi gettando nella disperazione più nera centinaia di famiglie. Credevo che la circolare diramata in data 22 agosto dal Feldmaresciallo Kesselring avrebbe posto fine alle rappresaglie cieche, ma debbo constatare che si continua con lo stesso sistema ... Come uomo e come fascista io non posso più a lungo sopportare la responsabilità, sia pure soltanto indiretta, di questo massacro di donne e di bambini (...)>.
Purtroppo, nonostante i ripetuti e decisi interventi di Mussolini presso Rahn, le azioni di repressione continuarono con sanguinoso crescendo fino ai massacri della zona di Marzabotto.
Una ancora più violenta protesta di Mussolini chiamò in causa direttamente Hitler; questi predispose una commissione d'indagine composta di varie personalità diplomatiche e di alti ufficiali i quali iniziarono immediatamente le indagini.
Al termine di tali indagini, la commissione provvide alla sostituzione del Comandante militare della piazza di Bologna con la motivazione di aver tenuto nascosti i fatti. Nella relazione della commissione, fra l'altro, era scritto: «...(i tedeschi sono dispiaciuti che) qualche donna o bambino siano morti a Marzabotto, ma si è trattato soprattutto di fatalità, dato che si trovavano asserragliati nei rifugi dei partigiani».
Questa parte della relazione non è davvero una valida giustificazione per la folle e, soprattutto indiscriminata vastità delle stragi, però, non possiamo non ricordare, ancora una volta, che nel momento in cui i civili tentarono di fuggire dalla zona, che poi sarebbe diventato il teatro delle stragi, i partigiani della ”Stella Rossa”, lo impedirono minacciandoli e rassicurandoli: «Se non vi uccidono loro vi uccidiamo noi se andate via: qui ci siamo noi a difendervi»!
E, dato che abbiamo visto quanto sia falsa quella promessa («noi a difendervi»!) e tutto lo svolgersi delle azioni successive, non può non far nascere l'atroce sospetto che quella minaccia-promessa sia servita solo perché i partigiani della ”Stella Rossa” intendessero farsi scudo di poveri innocenti.
Da quello che abbiamo visto la repressione risultò al di là del limite della schizofrenia omicida e, quindi, decisamente ingiusta. Il grado di brutalità raggiunto forse è conseguenza non intenzionale di una operazione intenzionale. Ma le vittime innocenti furono reali; ed è altrettanto reale che tutto fu pianificato per cercare e procurare rappresaglie per un preciso e ben disegnato scopo politico.
Abbiamo visto con quale criterio i tedeschi intendevano la rappresaglia; e la voce di tante atrocità giunse fino a Mussolini, il quale il 17 agosto inviò una lettera all' ambasciatore Rahn, con la quale protestava violentemente per le azioni poste in essere dalle SS. Nella lettera Mussolini evidenziava i rapporti provenienti dalle province colpite e così esponeva il suo pensiero (stralcio dalla lettera): «... Dall'insieme delle segnalazioni che vi ho fatto in questa lettera, ne risulta che bisogna finirla con le requisizioni indiscriminate che hanno ridotto alla miseria intere province, finirla con le rappresaglie indiscriminate ... insomma bisogna dare ai 22 milioni di italiani della valle del Po la sensazione che esiste una Repubblica, un Governo e che tale Governo è considerato alleato e il suo territorio non è una “preda bellica” dopo 12 mesi dal riconoscimento ufficiale da parte del Reich... Occorre quindi che questo sistema sia cambiato, poiché in questa maniera non si riesce a distruggere la piaga del ribellismo, ma si fanno dei nuovi clienti al ribellismo stesso e si allontanano le simpatie di quelli rimasti a noi fedeli».
Questa lettera di Mussolini trovò riscontro e simpatia in Kesselring che emanò, il 22 agosto, nuovi ordini per reprimere, o almeno, moderare il furore dei suoi soldati. Egli faceva rilevare, fra l'altro: «(...) Le misure di rappresaglia i cui effetti si ripercuotono in ultima analisi sulla popolazione civile anziché sui ribelli. In dipendenza di codeste azioni si è venuto a cancellare in molti la fiducia nelle Forze Armate Germaniche... Sin da questo momento bisogna che i capi preposti alle azioni di rastrellamento ricevano precise istruzioni circa il modo di agire contro la popolazione civile di paesi infestati dai ribelli e circa le misure di rappresaglia da adottare contro i banditi... In linea di massima le misure di rappresaglia devono colpire soltanto i ribelli e non la popolazione civile innocente. A questo riguardo mi appello al senso di responsabilità dei singoli comandanti...».
Abbiamo visto come le azioni con attentati e colpi di mano da parte dei partigiani siano continuate e come da parte tedesca si sia risposto disattendendo, completamente, gli ordini di Kesselring del 22 agosto.
Proprio nel mezzo delle nuove, dissennate rappresaglie tedesche il 15 settembre Mussolini inviò una nuova, secca nota di protesta all’ambasciatore tedesco Rahn: «Ho lo stretto dovere e insieme il più profondo rammarico di dovervi segnalare un'altra serie di episodi di rappresaglia avvenuti in questi ultimi tempi in diverse parti del territorio della Repubblica, ad opera di reparti militari o di polizia germanici. Richiamo soprattutto la vostra attenzione sul fatto che sono stati uccisi molte donne e molti bambini e incendiati interi paesi gettando nella disperazione più nera centinaia di famiglie. Credevo che la circolare diramata in data 22 agosto dal Feldmaresciallo Kesselring avrebbe posto fine alle rappresaglie cieche, ma debbo constatare che si continua con lo stesso sistema ... Come uomo e come fascista io non posso più a lungo sopportare la responsabilità, sia pure soltanto indiretta, di questo massacro di donne e di bambini (...)>.
Purtroppo, nonostante i ripetuti e decisi interventi di Mussolini presso Rahn, le azioni di repressione continuarono con sanguinoso crescendo fino ai massacri della zona di Marzabotto.
Una ancora più violenta protesta di Mussolini chiamò in causa direttamente Hitler; questi predispose una commissione d'indagine composta di varie personalità diplomatiche e di alti ufficiali i quali iniziarono immediatamente le indagini.
Al termine di tali indagini, la commissione provvide alla sostituzione del Comandante militare della piazza di Bologna con la motivazione di aver tenuto nascosti i fatti. Nella relazione della commissione, fra l'altro, era scritto: «...(i tedeschi sono dispiaciuti che) qualche donna o bambino siano morti a Marzabotto, ma si è trattato soprattutto di fatalità, dato che si trovavano asserragliati nei rifugi dei partigiani».
Questa parte della relazione non è davvero una valida giustificazione per la folle e, soprattutto indiscriminata vastità delle stragi, però, non possiamo non ricordare, ancora una volta, che nel momento in cui i civili tentarono di fuggire dalla zona, che poi sarebbe diventato il teatro delle stragi, i partigiani della ”Stella Rossa”, lo impedirono minacciandoli e rassicurandoli: «Se non vi uccidono loro vi uccidiamo noi se andate via: qui ci siamo noi a difendervi»!
E, dato che abbiamo visto quanto sia falsa quella promessa («noi a difendervi»!) e tutto lo svolgersi delle azioni successive, non può non far nascere l'atroce sospetto che quella minaccia-promessa sia servita solo perché i partigiani della ”Stella Rossa” intendessero farsi scudo di poveri innocenti.
Altra
obiezione potrebbe nascere spontanea; perché alle prime notizie di
indiscriminate stragi Mussolini non inviò nelle zone ”a rischio” elementi
militari della RSI per proteggere dai tedeschi (e dai partigiani) le popolazioni
minacciate? La risposta può risultare ovvia: Mussolini doveva evitare che
la già difficilissima convivenza con ”l'alleato” degenerasse sino allo scontro
armato; cosa che, se questo si fosse verificato, si sarebbe esteso nel resto
dell'Italia del Nord con sviluppi imprevedibili. È da notare, infatti, che i
combattenti repubblicani schierati nei vari fronti, dalla Liguria alla
Dalmazia, ignoravano quello che i tedeschi stavano commettendo ai danni della
propria gente. È facilmente immaginabile quali sarebbero state le conseguenze
se le notizie fossero giunte in tutti i reparti. Riteniamo che per questo
motivo Mussolini abbia preferito tenere le notizie circoscritte il più
possibile.
Gli effetti dell' armistizio dell'8 settembre concedevano a Mussolini ristretti margini di manovra, ma si deve pur riconoscere che, anche se tali, seppe responsabilmente sfruttarli. E quali furono le ultime ”azioni” di Reder? Questi, a seguito della firma della resa delle truppe tedesche, fuggì in Baviera e fu, dopo pochi giorni, catturato dalle truppe americane a Salisburgo.
Il governo Badoglio aveva spiccato, sin dal gennaio 1945, ordine di cattura con l'accusa di ”criminale di guerra”. A carico di Reder pesavano accuse per sterminio di ebrei, fucilazioni di comunisti polacchi e partigiani russi.
Reder fu consegnato alle autorità italiane e fu processato dal Tribunale militare di Bologna. La condanna, emessa nel 1951, fu l'ergastolo. Nell'aprile del 1967 Reder si rivolse alla popolazione di Marzabotto, dichiarandosi pentito. Il Consiglio comunale di Marzabotto, ascoltati i parenti delle vittime e i superstiti, rifiutò la liberazione.
Una serie di petizioni, provenienti dalla Germania, dall'Austria e dall'Inghilterra riproposero la grazia per Reder. Questa grazia fu concessa dopo alcuni anni e dopo lunghe insistenze e reiterate dichiarazioni di pentimento.
Concludiamo ricordando la requisitoria nel processo di Bologna del Pubblico Ministero,Maggiore Stellacci che disse fra l'altro: «...Il soldato si distingue dagli assassini perché ha un senso del limite della propria azione».
Giudizio che ci trova assolutamente consenzienti; ma, se deve essere punito colui che commette il male, altrettanto colpevole è colui che potendo evitare che il male venga commesso, non si adopera a questo scopo. Più spregevole poi è colui che, per il raggiungimento di una determinata finalità, opera affinché il male venga posto in essere.
Gli effetti dell' armistizio dell'8 settembre concedevano a Mussolini ristretti margini di manovra, ma si deve pur riconoscere che, anche se tali, seppe responsabilmente sfruttarli. E quali furono le ultime ”azioni” di Reder? Questi, a seguito della firma della resa delle truppe tedesche, fuggì in Baviera e fu, dopo pochi giorni, catturato dalle truppe americane a Salisburgo.
Il governo Badoglio aveva spiccato, sin dal gennaio 1945, ordine di cattura con l'accusa di ”criminale di guerra”. A carico di Reder pesavano accuse per sterminio di ebrei, fucilazioni di comunisti polacchi e partigiani russi.
Reder fu consegnato alle autorità italiane e fu processato dal Tribunale militare di Bologna. La condanna, emessa nel 1951, fu l'ergastolo. Nell'aprile del 1967 Reder si rivolse alla popolazione di Marzabotto, dichiarandosi pentito. Il Consiglio comunale di Marzabotto, ascoltati i parenti delle vittime e i superstiti, rifiutò la liberazione.
Una serie di petizioni, provenienti dalla Germania, dall'Austria e dall'Inghilterra riproposero la grazia per Reder. Questa grazia fu concessa dopo alcuni anni e dopo lunghe insistenze e reiterate dichiarazioni di pentimento.
Concludiamo ricordando la requisitoria nel processo di Bologna del Pubblico Ministero,Maggiore Stellacci che disse fra l'altro: «...Il soldato si distingue dagli assassini perché ha un senso del limite della propria azione».
Giudizio che ci trova assolutamente consenzienti; ma, se deve essere punito colui che commette il male, altrettanto colpevole è colui che potendo evitare che il male venga commesso, non si adopera a questo scopo. Più spregevole poi è colui che, per il raggiungimento di una determinata finalità, opera affinché il male venga posto in essere.
Gramsci il "Totalitario"
Pubblichiamo in modo esclusivo un articolo scritto a proposito di Antonio Gramsci dal sociologo Alessandro Orsini ed apparso sulla rubrica del Corriere della Sera, Sette, sabato 26 aprile 2012:
Caro
Direttore, i documenti dicono che Gramsci,fino al giorno in cui fu libero di
partecipare alla lotta politica, affermò che i giovani militanti di partito
dovevano essere educati a chiamare gli avversari politici “porci” e “stracci
mestruati”, ed esprimeva il suo giubilo quando i liberali venivano presi a
cazzotti in faccia. Il 5 giugno 1920, negò il diritto alla vita degli
avversari, affermando che la rivoluzione comunista prevedeva la loro uccisione.
Contro i critici della violenza bolscevica, era solito riversare una valanga di
insulti, come confermano le sue offese ai riformisti che avevano definito il
metodo bolscevico “moralmente ripugnante”
(28
agosto 1920). Per Gramsci, Turati era un uomo spregevole. In una lettera a
Palmiro Togliatti del maggio 1923, dichiarava di voler distruggere tutto ciò
che il riformismo rappresentava. Il primo settembre 1924, Turati è “un
semifascista”. Nei Quaderni, Turati è citato sette volte con disprezzo
immutato. Il 28 agosto 1924, Giacomo Matteotti è definito, sprezzantemente, un
“pellegrino del nulla”, per avere sprecato la sua vita politica dietro il
riformismo. Tra il 21 luglio e il 18 agosto 1925, Gramsci si confrontò con il
riformista Treves, il quale denunciava la soppressione della libertà di stampa
in Russia. Gramsci difese energicamente quel tipo di società, che amava, pur
essendo consapevole dell’esistenza della Gpu e delle sue funzioni, come emerge
da una precedente lettera del febbraio 1923 scritta da Mosca.
Treves
continuò a denunciare le violenze dei bolscevichi. Gramsci, privo di argomenti,
lo offese sul piano personale: «Treves è un impostore »; «Treves è un povero
imbroglione». Quando Togliatti ricoprì di fango la figura di Turati, nel giorno
della sua morte, si limitò a ripetere ciò che Gramsci aveva sempre detto:
Turati è un essere ributtante. Anche in carcere, Gramsci non sconfessò mai i
principi che aveva posto alla base della sua pedagogia dell’intolleranza:
impossessarsi delle menti dei giovani per educarli a concepire l’esistenza di
una sola verità, quella marxista-leninista. In una lettera che Gramsci scrisse
alla moglie per esporre il suo punto di vista sull’educazione dei figli (30
dicembre 1929), emerge la stessa concezione pedagogica che precede l’arresto:
l’educazione al comunismo deve essere basata sulla coercizione. Le menti dei
fanciulli devono essere sottoposte a un’autorità esterna anche con la forza e
la violenza, se necessario.
Il
tema dell’educazione torna in una lettera del 27 luglio 1931, quando il figlio
Delio stava per compiere sette anni, un’età che Gramsci giudicava decisiva per
imprimere l’ideologia comunista nella coscienza del
figlio.
I bambini, scrive Gramsci, ricevono la comunione a sette anni perché la Chiesa
cattolica ritiene che questa sia l’età migliore per gettare le basi della loro
identità religiosa. I genitori comunisti avrebbero dovuto agire seguendo lo
stesso principio catechistico. Per questo motivo, chiese alla moglie di
esercitare il suo “potere coercitivo” sul figlio e di “impressionarlo”
rivelandogli che il padre era in prigione per amore del comunismo. Gramsci ebbe
una cocente delusione quando seppe che Giulia si era rifiutata di rivelare a
Delio che il padre era “in catene” per evitare una profonda sofferenza
psicologica al bambino. Gramsci, risentito, ricordò alla moglie di essere un
“elemento dello Stato” e le rimproverò i suoi metodi troppo “libertari” che
giudicava in contrasto con le esigenze dell’educazione comunista finalizzata
all’indottrinamento delle menti. Il mio libro, frutto di un lavoro di scavo
durato un decennio, contiene un’ampia documentazione a sostegno della tesi che
Gramsci fu un teorico della pedagogia dell’intolleranza.
Qualcuno
ha sostenuto che la guerra di posizione, teorizzata nei Quaderni, dimostrerebbe
la tolleranza di Gramsci, il quale propose di conquistare il potere attraverso
una guerra culturale. Ricordo che il fine della guerra di posizione è
l’instaurazione della dittatura del Partito unico e non la creazione del
socialismo turatiano basato sul pluralismo dei partiti, il rispetto degli
avversari politici e il diritto all’eresia. NeiQuaderni non vi è alcuna
condanna etico-politica della violenza. Gramsci accantonò la violenza
rivoluzionaria non in quanto negazione del socialismo (come aveva affermato
Turati) ma perché, dopo una
serie
impressionante di sconfitte, era giunto alla conclusione che non poteva essere
utilizzata con successo. A questo si riduce la differenza pedagogica tra i
“due” Gramsci: il primo voleva instaurare la dittatura del Partito unico
uccidendo gli avversari. Il secondo voleva instaurare la dittatura del Partito
unico occupando la mente di migliaia di persone. Caro Direttore, il mutamento
di prospettiva nella comunità scientifica richiede tempo. Talvolta, occorre
sopportare anche gli attacchi scomposti e la denigrazione. Ma i documenti
storici posseggono una verità che nessuna ideologia può nascondere per sempre.
Strage di Bologna: impronta fascista?
La
strage della Stazione Bologna è stata attribuita in via definitiva a Francesca
Mambro e Giuseppe Fioravanti. Sulla stazione è stata posta una targa a ricordo
della ‘strage fascista’. VSembrerebbe tutto a posto, tuttavia ragionevoli dubbi
sorgono in merito alla presunta paternità fascista dell’attentato sia riguardo
il movente che il principale testimone che hanno contribuito alla condanna dei
due sopranominati NAR.
Il
Corriere ha pubblicato un’intervista all’ex presidente della Commissione
Stragi, Giovanni Pellegrino, in cui l’ex senatore PDS ha sostenuto che il
movente attribuito ai condannati per quell’eccidio, gli ex terroristi neri
Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, “non ha alcun senso”. Mambro e Fioravanti
hanno ammesso altri delitti assai gravi per i quali hanno ricevuto condanne
pesantissime; ma si sono sempre professati innocenti per quella bomba alla
stazione di Bologna il 2 agosto del 1980. Adesso la Cassazione ha annullato con
rinvio la condanna per Luigi Ciavardini che sarebbe stato l’autore materiale di
quel mostruoso gesto terroristico.
Senza
iscriversi al fronte degli innocentisti che sostiene per partito preso
l’assoluta estraneità di Francesca Mambro e Giusva Fioravanti per la strage di
Bologna del 1980, occorre notare che da quando Mambro e Fioravanti sono stati
chiamati in causa per quella vicenda i dubbi sono sempre aumentati e le
certezze sempre diminuite.
Le
perplessità sorgono dalle ragioni connesse all’annullamento della condanna di
Luigi Ciavardini, e anche perché, come dice l’ex presidente della Commissione
Stragi, non è verosimile né credibile la ricostruzione del fine politico della
strage di Bologna che è sempre stato accostato, quasi si trattasse di un
remake, a quello della bomba di piazza Fontana del 12 dicembre 1969.
Per
fortuna questi dubbi sono ormai condivisi anche da quelle forze
politico-culturali politicamente nemiche dei “neri” (oggi radicali) Mambro e
Fioravanti. Un giornalista di sinistra, Gianluca Semprini, ha scritto un libro
per la Bietti, “La strage di Bologna e il terrorista sconosciuto”, in cui
spiega come per quell’orribile delitto (85 morti, oltre duecento feriti) a
carico dei due ex terroristi non ci sia altro che l’assai dubbia parola di un
pentito della banda della Magliana, Massimo Sparti.
Il
5 agosto 2003 Furio Colombo ha pubblicato sull’ Unità un articolo molto
coraggioso in cui raccontava di aver “scritto e detto” – prima, da giornalista,
su Panorama e su Repubblica , poi da parlamentare PDS – “di non credere che
Francesca Mambro e Valerio Fioravanti fossero gli esecutori della strage alla
stazione di Bologna” e di esserli andato a trovare, con questo spirito, in
carcere. Dopodiché ha aggiunto che “non ci sono dubbi sulla matrice fascista
della strage di Bologna”. Un evento luttuoso di cui poi, però, ha parlato in
questi termini: “Una strage feroce, immensa e misteriosa, eseguita da mani
oscure per motivi che restano oscuri e che forse sono ancora adesso protetti
dalla condanna definitiva di due apparenti colpevoli”.
Colombo
ha messo, come si suole dire, il dito nella piaga. Probabilmente qualcuno – in
primo luogo i parenti delle vittime – teme che un’assoluzione di Mambro e
Fioravanti possa rimettere in discussione la “matrice fascista” di quel
misfatto e lasciarlo impunito. Ma per delitti di tale gravità (in realtà per
qualsiasi delitto) non possiamo permetterci di additare degli innocenti alla
colpevolezza solo perché questo ci conferma nell’idea che ci siamo fatti del
delitto stesso. Non c’è alcun dubbio: quel processo è da rifare e se contro i
due terroristi dei Nar non verranno fuori le prove convincenti che fin qui non
sono emerse dovremmo avere, tutti, l’onestà intellettuale di chiedere a gran
voce che il marchio dell’infamia (limitatamente a quel che riguarda Bologna)
venga tolto dalla fronte di Francesca Mambro e Giusva Fioravanti.
Massimo
Sparti, che viene citato più sopra, è il testimone che ‘inchiodò’ Mambro e
Fioravanti sostenendo che due giorni dopo la strage Fioravanti era stato da lui
a Roma per chiedergli documenti falsi per lui e la Mambro. E parlando aveva
testualmente detto: ‘Visto che botto?’.
«Mio
padre nella storia del processo di Bologna ha sempre mentito». Lo ha rivelato,
in un’intervista esclusiva al Gr1, Stefano Sparti, figlio di Massimo Sparti, il
pentito, testimone principale dell’accusa nel processo di Bologna, che ha
inchiodato Francesca Mambro e Valerio Fioravanti. «Mio padre – ha spiegato
Stefano Sparti – ha sempre affermato di essere a Roma due giorni dopo la strage
di Bologna per ricevere la richiesta di documenti falsi da parte di Fioravanti
e Mambro. In realtà eravamo tutti a Cura di Vetralla, vicino Viterbo, nella
nostra casa di campagna, pronti a partire per le vacanze, nei giorni
precedenti, nei giorni successivi e nel giorno stesso della strage».
Sparti,
dopo avere accusato i due terroristi, viene scarcerato nel maggio del 1982
perché gli viene diagnosticato, dai sanitari del penitenziario di Pisa un
tumore al pancreas. Massimo Sparti, secondo il racconto del figlio, avrebbe mentito
anche sulla sua malattia, un tumore al pancreas che gli permise di uscire di
galera nel 1981. «Mio padre – ha dichiarato Stefano Sparti – si è sempre
vantato, di fronte a noi, con altre persone, di avere le lastre di un’altra
persona, relative a una malattia che in realtà lui non aveva, cioè il tumore.
Un’altra cosa a cui aveva fatto più volte riferimento è che aveva trovato una
via per riuscire ad avere in carcere anfetamine così da simulare il
dimagrimento da tumore».
Nel
1981 i medici dell’ospedale penitenziario di Pisa certificano che Sparti è un
malato terminale e gli viene concessa dai magistrati di Bologna la libertà
provvisoria. Nonostante la diagnosi – tumore al pancreas allo stadio terminale
– Sparti rifiuta qualsiasi tipo di terapia, in particolare quella chirurgica.
Una volta dimesso e scarcerato, torna a Roma e il 6 marzo 1982 è ricoverato
all’Ospedale San Camillo. Dopo circa un mese di accertamenti, Sparti viene
operato per una laparotomia esplorativa: «Negativa l’esplorazione dello stomaco,
duodeno, fegato e pancreas». Il tumore è sparito. Nel maggio del 1997, quando i
carabinieri vanno al San Camillo per acquisire la cartella clinica di Sparti,
su ordine del pubblico ministero di Bologna, scoprono che la cartella è andata
distrutta a seguito di un incendio scoppiato il 20 settembre 1991 proprio
nell’archivio del nosocomio. Stefano ha quindi raccontato di essere andato a
trovare il padre in una clinica, tre giorni prima che morisse, perché voleva
«chiudere il cerchio»: «Quando gli chiesi come mai si fosse infilato in quella
situazione mi disse ‘mi dispiace ma non potevo fare altrimenti’». Quanto al
perché non abbia rivelato prima tutto ciò ai magistrati, Stefano Sparti ha
risposto: «Sto pensando di andare sinceramente. Non che questo possa cambiare
la situazione perché ho visto come sono state trattate le tre persone che hanno
sempre detto la verità: mia madre, mia nonna e la tata. Non sono mai state
credute».
Nel
1980 l’Impero (sovietico) scricchiolava, i servizi segreti del Patto Atlantico ne
erano a conoscenza e quella strage è stato il primo colpo di coda di un Regime
che non sapeva come rinnovarsi, che doveva vivere con un “mostro” da combattere
perché per quello era stato progettato, costruito e sostenuto. I fatti
ritornano, anche oggi siamo in una situazione in cui si deve trovare un
“contro” che unisca.
La coerenza di Gramsci
«Vorrei
che tu comprendessi bene, anche col sentimento, che io sono un detenuto
politico e sarò un condannato politico, che non ho e non avrò mai vergogna di
questa situazione. Che, in fondo, la detenzione e la condanna le ho volute io
stesso, in un certo modo, perché non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per
le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione».
Chi
scrive è Antonio Gramsci in una delle Lettere
dal carcere, diretta alla madre. Oltre il dramma personale, ciò che emerge
è l’ostentata coerenza del politico, pronto a sopportare persino la prigionia
del confino in nome delle proprie idee. Peccato che quegli ideali per i quali,
a conti fatti, fu costretto a subire un odioso destino, l’intellettuale
comunista li abbracciò solo in un secondo momento, dopo essersi fatto foriero
di idee totalmente contrarie alla democrazia.
Alla
fine di giugno del 1911, Antonio Gramsci conseguiva la licenza liceale a
Cagliari. A ottobre si trasferiva a Torino, dove si iscriveva
all'università. I suoi studi (aveva dato meno della metà degli esami previsti)
si interromperanno nella primavera del 1915, al momento in cui decise di
dedicarsi a tempo pieno alla politica. Ma la decisione di iscriversi al Partito
socialista italiano l'aveva maturata già alla fine del 1913. Il suo più grande
amico all'epoca era Angelo Tasca, a fianco del quale vivrà l'intera stagione
iniziale della sua vita, dall'esperienza socialista a quella comunista. La sua
prima uscita pubblica, sul settimanale «Il Grido del popolo», fu però di
critica a Tasca per aver, quest'ultimo, condannato con toni eccessivamente
radicali la svolta interventista di Benito Mussolini (ottobre 1914). A suo
avviso Mussolini non aveva torto, dal momento che la politica di preparazione
rivoluzionaria del proletariato poteva trarre vantaggio dall'intervento
italiano nella guerra contro gli Imperi centrali. Successivamente sarebbe stato
tentato di collaborare al «Popolo d'Italia», il nuovo giornale di Mussolini,
ciò che gli verrà rinfacciato - dal sindacalista Mario Guarnieri - nel 1921, al
momento della fondazione del Partito comunista.
Un
curioso debutto, su cui si sofferma Leonardo Rapone nel capitolo iniziale
di Cinque anni che paiono secoli. Antonio
Gramsci dal socialismo al comunismo (1914-1919) , un grande studio
sulla formazione del leader comunista, pubblicato nel 2011. Rapone sostiene che
considerare quella presa di posizione filomussoliniana di Gramsci come un «mero
incidente di percorso» o «un'acerba esercitazione giovanile» è un modo di far
torto alla sua già complessa personalità degli inizi.
Quel
Gramsci ai primordi è un ragazzo colto, che interviene in tutti i dibattiti
dell'epoca. Condanna come «intorbidante» l'anticlericalismo dell'«Asino» di
Guido Podrecca, saluta con entusiasmo la beatificazione di Giuseppe Benedetto
Cottolengo. Combatte alcune sue piccole e grandi battaglie contro i gesuiti,
contro la massoneria (ma nel '24, con l'unico discorso che tenne a Montecitorio
da deputato comunista, si pronuncerà contro il decreto mussoliniano di messa
fuori legge della stessa), contro la bestemmia, contro il commercio al minuto
(«medievalismo economico»). Si pronuncia contro l'adozione dell'esperanto come
lingua unica che, secondo i suoi compagni di partito, dovrebbe giovare alla
comprensione tra i popoli. Si schiera contro il gioco del lotto. A favore del
calcio («Un modello della società individualistica, vi si esercita l'iniziativa
ma essa è definita dalla legge»). A favore dello scoutismo «officina del
carattere», ma solo nella versione inglese di sir Robert Baden-Powell. Più in
generale è affascinato da tutto ciò che riguarda l'Inghilterra. Nello stesso
tempo disprezza la borghesia italiana «arruffona, senza una cultura, senza una
idealità» così come da una celebre lettera di Engels a Turati del 1894.
Il
primo articolo di Gramsci sulla stampa socialista, nell’ottobre 1914, mostrava
interesse per la posizione di Mussolini, contrario a un neutralismo assoluto
del Psi di fronte alla Prima guerra mondiale.
Ha
in grande antipatia i socialisti riformisti: Claudio Treves, Filippo
Turati. È, invece, un grande ammiratore di Gaetano Salvemini, lettore della sua
rivista «L'Unità», e fa parte del gruppo di giovani socialisti che nel '14 gli
propongono di candidarsi come indipendente nel Psi, partito che aveva lasciato
polemicamente qualche anno prima. Lo è ancor più di Giovanni Amendola, del
quale apprezza i toni di deprecazione («L'Italia come oggi è, non ci piace»,
aveva scritto Amendola su «La Voce» nel dicembre del 1910). Stima personaggi
lontani dal materialismo marxista quali Giuseppe Prezzolini e Giovanni Papini,
Giovanni Gentile, al quale, quando l'Università di Torino nel 1914 gli negherà
la cattedra di Storia della filosofia, lui e Tasca faranno giungere, tramite il
pedagogista Giuseppe Lombardo Radice, un'affettuosa lettera di solidarietà. E,
in modi ancor più espliciti, mostra interesse nei confronti del liberale
Benedetto Croce. Approva Francesco De Sanctis per aver denunciato alcuni
aspetti negativi del carattere italiano: «l'insincerità», «il fare e non fare,
il permettere e non permettere», «l'ipocrisia nei rapporti tra singolo e
collettività... tra singolo e singolo», «quello stare in sull'ambiguo e tenersi
nel mezzo e lasciarsi dietro l'uscita». Sulla scia di Bertrando Spaventa, si
dichiara antipatizzante di Giuseppe Mazzini, al quale imputa l'astrattismo
delle idee democratiche.
Un
segno particolare della subalternità di Gramsci alla cultura del suo tempo
- messa in evidenza per primo da Eugenio Garin - è riscontrabile nell'adesione
del giovane socialista sardo alla campagna (di Salvemini, Prezzolini, Papini,
Amendola e del «Corriere della Sera») contro Giovanni Giolitti. Il rigetto di
Gramsci nei confronti della politica di Giolitti, fa notare Rapone, «non è
semplicemente il frutto della critica del decennio giolittiano da parte di un
socialista profondamente calato, come è Gramsci, nel nuovo spirito
intransigente del socialismo italiano affermatosi al congresso di Reggio Emilia
del 1912, in rotta con il riformismo filogiolittiano del periodo precedente».
Per lui Giolitti è il simbolo di tutto ciò che testimonia della corruzione
dell'organismo nazionale e che fa diversa l'Italia da un vero Stato liberale.
«Il giolittismo», afferma, «è la marca politica del decimo sommerso italiano:
l'insincerità, l'affarismo, il liberalismo clericale, il liberalismo
protezionistico, il liberalismo burocratico e regionalista».
Il
giovane Gramsci, come molti intellettuali d’inizio secolo, si mostra sempre
nettamente ostile alla politica dello statista liberale Giovanni Giolitti
(nella foto), visto come il massimo corruttore della vita pubblica italiana
proprio per la sua politica di cauta apertura verso il socialismo riformista
Le
modalità della sua invettiva contro Giolitti diventeranno uno schema che
si ripresenterà più volte, anche dopo la sua morte e quando di Giolitti si sarà
quasi persa memoria, per tutto il Novecento: ottimo era il «liberalismo
autentico» di Cavour; pessimo quello dei «tempi in cui viviamo», in un'Italia
nella quale i liberali «hanno preferito mandare Cavour in soffitta» e «i
partiti politici non perseguono programmi di politica generale, ma seguono
singoli individui, i "cacicchi", come li chiamano in Ispagna». Anche
lui, sulla scia del direttore del «Corriere della Sera» Luigi Albertini, prenderà
l'abitudine di qualificare il metodo di governo di Giolitti come una
«dittatura». E ancora nel 1917, quando tra i socialisti si fa largo la
tentazione di accogliere le avances di Giolitti per dar vita ad un governo
«migliore» che prepari «le condizioni più favorevoli di vita e di sviluppo
della classe operaia», Gramsci indica quello statista come «il pericolo
maggiore da combattere per i socialisti» e lo definisce «un avversario, forse,
in questo momento, il più temibile degli avversari». Nell'urto assai forte con
il giolittismo, fa notare Rapone, «resta, malgrado le analogie verbali, una
fondamentale diversità di ispirazione, e non solo per l'ovvia ragione che si
trattava di antigiolittismi che muovevano da fronti politici opposti, ma per il
diverso rapporto che dalle due parti si istituiva tra Giolitti e il
liberalismo: se per la frizzante intellettualità borghese Giolitti era il
simbolo dello scivolamento del liberalismo verso la democrazia, qui stava
l'origine della sua funzione corruttrice e da qui veniva ammonimento a
stringere piuttosto che ad allargare le maglie della concezione liberale, per
Gramsci Giolitti, semplicemente, nulla aveva a che vedere con il vero
liberalismo e ne faceva rimpiangere l'assenza in Italia». «I liberali in Italia
sono soltanto uno scherzo di cattivo genere. Essi non si distinguono in nulla
dalle altre correnti sociali; politicamente valgono zero», scrive. Quanto a
Giolitti, «in concreto ha sempre voluto dire: protezione doganale,
accentramento statale con la tirannia burocratica, corruzione del Parlamento,
favori al clero e alle caste privilegiate, schioppettate sulle strade contro
gli scioperanti, mazzieri elettorali». Nessuna indulgenza per le aperture di
Giolitti al riformismo socialista. Anzi: il suo è «un programma di trasformismo,
di confusionismo delle forze politiche italiane». L'uomo di Dronero «ha dato
sempre all'Italia i peggiori dei governi, i più truffaldini dei governi». Ma il
vero bersaglio polemico di Gramsci è la democrazia contrapposta al liberalismo,
in particolare quello dell'esperienza storica inglese.
Pagine
molto interessanti sono quelle dedicate dal libro di
Rapone all'atteggiamento assai critico di Gramsci nei confronti della
democrazia. Pagine che echeggiano quelle molto lucide scritte all'inizio degli
anni Novanta da Luciano Cafagna in C'era
una volta... Riflessioni sul comunismo italiano (Marsilio). E, in
parte, anche quelle di Massimo Salvadori in Gramsci e il problema storico della democrazia (Einaudi). «La
democrazia è la nostra peggiore nemica, è quella con la quale dobbiamo sempre
essere pronti a fare a pugni, perché intorbida il limpido distacco delle
classi, e vorrebbe quasi diventare le molle della carrozza che servono a far
pesar meno sulle ruote il carico dei passeggeri e ad evitare gli scossoni che
possono far ribaltare», sentenzia Gramsci sull'«Avanti!» nel febbraio del 1916.
È
un Gramsci che appare in sintonia con Georges Sorel, il quale nella democrazia
aveva visto «all'opera lo spirito corruttore della pacificazione sociale» e
l'aveva condannata per la sua «pretesa di attenuare la contrapposizione tra le
classi e di temperare il conflitto con sdolcinatezze umanitarie e logiche di
compromesso». Meglio, molto meglio il liberalismo. La diversità di trattamento
riservata da Gramsci al liberalismo e alla democrazia riflette, secondo Rapone,
la convinzione che mentre il liberalismo è dottrina francamente borghese e
capitalistica, e come tale ben saldamente collocata sulla direttrice dello
sviluppo storico, la democrazia, con la sua pretesa di porre la sovranità del
popolo a fondamento dello Stato, è una maschera, un travisamento della realtà,
perché i «fini essenziali» dello Stato sono «determinati dalla struttura
economica della società»; la democrazia è perciò un'illusione e una fonte di
illusioni, una capitolazione dell'intelligenza e dell'analisi storica davanti
al sentimentalismo irriflessivo e passionale.
La
democrazia, scriverà ancora Gramsci su «Il Grido del popolo» nell'ottobre
del 1918, «esplica una funzione morbosa di confusionismo, di scrocco, di
predicazione dell'incoerenza. È impaludamento, più che effettivo progresso».
Parole che rimandano a Sorel, il quale per primo aveva usato l'espressione
«pantano democratico». Ma richiami, diretti o indiretti, coinvolgono anche
Benedetto Croce. L'imputazione alla democrazia del vizio dell'astrattismo
politico, ad esempio, rimanda alla polemica crociana contro l'«assai sommaria
cultura» dei democratici francesi e italiani.
Nell'individuazione
del giacobinismo, e dunque dello spirito democratico borghese della Rivoluzione
Francese, come sorgente inquinata del pensiero democratico si deve
sottolineare, secondo Rapone, la sua insistenza sulle inclinazioni autoritarie
connaturate a una concezione della storia e della politica come lotta per
l'affermazione di valori assoluti e trascendenti. Sono temi su cui si è
soffermato Vittore Collina nel saggio Giacobinismo
e antigiacobinismo, pubblicato nel monumentale I (Utet), a cura di Salvo
Mastellone. «Giacobinismo?», si domanda Gramsci nel momento per lui più
drammatico, quello in cui con un colpo di mano Lenin fa sciogliere l'Assemblea
Costituente (gennaio 1918). E così risponde: «Il giacobinismo è un fenomeno
tutto borghese di minoranze tali anche potenzialmente. Una minoranza che è
sicura di diventare maggioranza assoluta, se non addirittura la totalità dei
cittadini, non può essere giacobina, non può avere come programma la dittatura
perpetua. Essa esercita provvisoriamente la dittatura per permettere alla
maggioranza effettiva di organizzarsi, di rendersi cosciente delle intrinseche
sue necessità e di instaurare il suo ordine all'infuori di ogni apriorismo,
secondo le leggi spontanee di questa necessità». Dunque «lo scioglimento della
Costituente è per noi un episodio di libertà nonostante le forme esteriori che
fatalmente ha dovuto assumere». Tesi azzardata, ma che, per Gramsci, serviva a
tenere in piedi l'impianto ideologico ostile al giacobinismo.
Scrive
su «Il Grido del popolo» nel giugno del 1918:«Il "pensiero libero"
dei socialisti porta con sé una grande tolleranza nelle discussioni e nelle
polemiche, mentre il "libero pensiero" dei massoni e dei libertari è
intollerante e giacobino. I socialisti, in quanto pensano liberamente,
storicisticamente, comprendono la possibilità della contraddizione, e perciò
più facilmente la vincono, e allargano così la sfera ideale e umana delle proprie
idee. I libertari, in quanto sono dogmatici intolleranti, schiavi delle
particolari loro opinioni, si insteriliscono in vane diatribe, rimpiccioliscono
tutto. Non potendo immaginare che gli altri la pensino diversamente da loro (e
questa mancanza di fantasia logica e storica è appunto la schiavitù del loro
pensiero), nella contraddizione, nella critica non sanno vedere che motivi
volgari, bassamente interessati». Di qui la necessità del «riconoscimento
dell'avversario»: «Primo canone di realismo è riconoscere la realtà degli
altri». E ancora: «Non rimproveriamo agli avversari del socialismo di essere
avversari del socialismo; avendo una coscienza esatta della nostra personalità,
del compito che ci siamo proposti, del metodo attraverso il quale cerchiamo di
raggiungere i nostri fini, comprendiamo perfettamente che possano e anzi
debbano esistere i nostri avversari».
Nel
corso della Prima guerra mondiale, allorché - in seguito ai moti torinesi
dell'agosto 1917 - fu varato il «decreto Sacchi» che introduceva limiti alla
libertà di espressione e di stampa, Gramsci tornò a criticare fortemente la
democrazia: «La tradizione giuridica italiana», denunciò su «Il Grido del popolo»,
«è stata sovvertita da un ministro democratico che... ci fa tornare ai tempi
barbarici».
Sulla
scia di queste concezioni politiche è abbastanza sorprendente quel che
Gramsci scrive al cospetto della rivoluzione russa dell'ottobre 1917. Merito
della rivoluzione sarebbe stato quello di aver «ignorato il giacobinismo».
Secondo Gramsci, la rivoluzione leninista «non tende all'instaurazione di un
potere che abbia bisogno di sostenersi con la violenza e il dispotismo; il
movimento non è sospinto da una fazione, ma esprime i bisogni della maggioranza
della popolazione, e questa maggioranza, appena sarà messa in condizione di
pronunciarsi, dimostrerà di volersi riconoscere nell'opera della rivoluzione».
Poi verrà,
come si è detto, l'amara sorpresa dello scioglimento della Costituente. Alla
quale ne seguiranno di peggiori. E, drammaticamente, Gramsci dovrà rivedere
molte delle idee che avevano caratterizzato, tra il 1914 e il 1919, la sua
formazione. Quasi tutte, dando ragione, con buona pace di qualsiasi coerenza
incrollabile, a Biagio Pascal, qualora afferma: «Non c'è uomo che
differisca di più da un altro che da se stesso nella successione del tempo».
Il Mundial '82. L'epopea azzurra
11
luglio 1982. Madrid, Stadio Santiago Bernabeu. «Campioni del Mondo! Campioni
del Mondo! Campioni del Mondo!» La voce rotta dall’emozione di Nando Martellini
risuona, come venisse dal lontano Olimpo, nelle case degli Italiani. È il 68°
dell’epica finale Italia - Germania Ovest, valida per l’assegnazione del titolo
mondiale. Il centrocampista azzurro Marco Tardelli, con un micidiale diagonale
dai 16 metri, ha infilato la il portierone teutonico Schumacher. Delirio Italia
con il 2-0 poco dopo la prima rete del solito Pablito Rossi, capocannoniere di
quei Mondiali in cui si sbloccò solo alla 5° gara contro il Brasile, per
segnare poi ben 6 reti in 3 partite (3 al Brasile, 2 alla Polonia e una proprio
alla Germania Ovest). È l’epilogo di una delle più grandi imprese calcistiche
della nazionale italiana e, sicuramente, la più bella, la più emozionante: il “Mundial”
di Spagna 1982.
È
la 12° volta che si disputano i campionati del mondo, e la FIFA ha
assegnato la competizione alla Spagna già nel 1966 quando, per
svariate ragioni, erano stati selezionati i paesi ospitanti delle edizioni
successive, fino al 1982. La grande novità di questi Mondiali è senza dubbio
l'incremento del numero delle formazioni partecipanti: da 16 a 24 squadre.
Ciò permette a ben 14 Paesi europei di prender parte alla competizione e per la
prima volta scendono in campo le rappresentanti di tutti i 5 Continenti e delle
6 Confederazioni. Ai blocchi di partenza si presentano come
teste di serie l’Argentina, fresca vincitrice nel 1978, i paesi già vincitori
quali Brasile, Italia, Germania Ovest e Inghilterra e la Spagna, nazione
organizzatrice.
Grazie all'incremento del numero
di squadre partecipanti, che consentì a tutte le formazioni più forti del
momento di prender parte al torneo, i Mondiali in Spagna furono teatro di un
calcio di alto livello e di una ricca parata di stelle internazionali. Tra
tutte: il francese Michel Platini, l'ex Pallone d'oro Oleg Blochin, i
tedeschi Kalle Rummenigge, Hansi Müller e Pierre Littbarski.
La Polonia (alla fine 3°) schierava, oltre ai collaudati Grzegorz Lato e
Wladyslaw Zmuda, anche la stella internazionale Zbigniew Boniek, fresco di
ingaggio da parte della Juventus insieme al citato Platini. Fece il
suo esordio nella competizione mondiale anche uno dei giocatori più forti della
storia del calcio: Diego Armando Maradona, il cui talento esplose
nell'edizione successiva in Messico.
L'incremento del numero delle
formazioni partecipanti comportò anche uno stravolgimento nella formula del
torneo. La fase dei gironi, infatti, prevedeva 6 gironi composti di quattro
squadre ciascuno (sorteggiate in modo tale da evitare scontri tra squadre
sudamericane). Le prime due squadre classificate di ciacun girone, contando la
vittoria 2 punti, venivano inserite in ulteriori quattro gironi, composti, a
loro volta, di 3 squadre ciascuno. Le vincitrici di questa seconda fase,
avrebbero dato vita alla due seminifinali che definivano le partecipanti alla
finalissima.
La squadra azzurra era ancora
sotto la guida del CT Enzo Bearzot, fortemente contestato dalla stampa per
aver escluso dalla rosa dei convocati giocatori di livello come l'interista
Beccalossi e il romanista Pruzzo (capocannoniere della Serie A) e per aver
invece deciso di portare ai mondiali in Spagna Paolo Rossi, reduce da due
anni di squalifica in quanto coinvolto nello scaldalo del calcio scommesse.
Questi gli azzurri: 1 Zoff, 2
Baresi, 3 Bergomi, 4 Cabrini, 5 Collovati, 6 Gentile, 7 Scirea, 8 Vierchowod, 9
Antognoni, 10 Dossena, 11 Marini, 12 Bordon, 13 Oriali, 14 Tardelli, 15 Causio,
16 Conti, 17 Massaro, 18 Altobelli, 19 Graziani, 20 Rossi, 21 Selvaggi, 22
Galli.
Il CT Enzo Bearzot decide quindi
di rimanere fedele al suo blocco Juve come nel Mondiale in Argentina
del 1978, rinforzato da giocatori di altissimo livello come il romanista Bruno
Conti (poi miglior giocatore del Mondiale), l'attaccante Altobelli e difensori
come Baresi e Begomi. Nonostante il valore granitico
della formazione italiana, la prima fase dei gironi fu alquanto deludente. Gli
Azzurri vennero inseriti in un girone abbastanza ostico, insieme a Polonia,
Perù e Camerun. La Nazionale fece il suo esordio
in questi Mondiali proprio contro la squadra polacca, portando a casa una
brutta partita terminata col risultato finale di 0-0. Nella partita contro
il Perù, l'Italia mostrò un buon gioco e nel primo tempo passò in vantaggio
grazie alla rete di Conti. Nel secondo tempo Causio sostiuì Paolo Rossi,
decisamente non in perfetta forma, ma il Perù riuscì a rimontare siglando la
rete del pareggio.Contro il Camerun era sufficiente un pareggio per
passare alla fase successiva. 1-1 fu proprio il risultato finale con i gol,
rispettivamente per l'Italia, di Graziani e per il Camerun di M'Bida.
La
Nazionale passò alla seconda fase dei gironi, come seconda alle spalle della
Polonia, con il deludente risultato di tre pareggi su tre partite disputate e
le polemiche da parte della stampa nostrana si fecero ancora più pesanti.
Proprio per questo motivo Bearzot inaugurò il cosiddetto "silenzio
stampa", d'ora in poi solo il capitano Zoff continuò a rilasciare
interviste. Nella seconda fase dei gironi gli
Azzurri dovettero affrontare due squadre di tutto rispetto: il Brasile e
l'Argentina, campione in carica. E proprio nella partita contro gli albiceleste, l'Italia trovò la carica giusta per proseguire il torneo in
maniera vittoriosa. Nel primo tempo la partita non ebbe particolari colpi di
scena, in campo si notava soprattutto l'asfissiante marcatura di Gentile ai
danni di Diego Armando Maradona. Nel secondo tempo la Nazionale ritrovò il
giusto vigore, efficace soprattutto nelle azioni di contropiede e si portò in
vantaggio grazie alla rete di Tardelli. Maradona sfiorò il pareggio colpendo il
palo su un calcio di punizione, ma solo 3 minuti dopo Cabrini, con un tiro
precisissimo alla sinistra del portire, segnò il secondo gol azzurro. Passarella,
a pochi minuti dalla fine, segnò il gol del 2-1, che non fu sufficiente a
cambiare le sorti del match.
Contro il Brasile era
necessaria una vittoria. I verdeoro, infatti, avevano battuto la squadra
campione in carica col risultato di 3-1 e, quindi, in caso di pareggio,
avrebbero passato il turno a scapito dell'Italia, per differenza reti. La
partita fu piena di emozioni, con la selecao in attacco e l' Italia abile a
sfruttare i contropiedi. Dopo solo 5 minuti del primo tempo ci fu il vantaggio
per gli azzurri ad opera di Paolo Rossi, seguito sette minuti dal pareggio
di Sócrates. L'Italia si riportò in vantaggio grazie alla seconda rete di
Rossi, che sfruttò un incredibile errore di Júnior al 25'. Gentile intanto fu
costretto a marcare costantemente Zico, il più pericoloso fra i verdeoro,
ottenendo una ammonizione che gli avrebbe poi fatto saltare la semifinale. Nel
secondo tempo, il Brasile pareggiò al 69' con Falcao, ma al 74' minuto Rossi,
sull’unico calcio d’angolo guadagnato dagli Azzurri, siglò la sua terza
rete. Gli ultimi minuti della partita furono contraddistinti dalla parata sulla
linea di porta di Dino Zoff, su colpo di testa di Leandro, con i Brasiliani che già festeggiavano il pareggio. Il risultato finale
fu di 3-2 per l'Italia ed il Brasile venne eliminato. Fu un'autentica disfatta
per i giocatori verdeoro, che fino a quel momento erano così sicuri di passare
il turno al punto di aver già prenotato l'albergo a Madrid: questa partita,
infatti, sarà ricordata dai brasiliani come "la tragedia del Sarrià",
la quale richiama il c.d. “Dramma del Maracanà” quando i verdeoro persero il
mondiale casalingo del ’50 contro l’Urugay di Schiaffino e Ghiggia.
La semifinale prevedeva un nuovo
scontro contro la forte Polonia con cui un'Italia bruttina aveva già disputato la partita inaugurale. Ma la Nazionale aveva cambiato volto. Gli Azzurri
dominarono la partita contro i polacchi, vincendo con un classico 2-0.Entrambi
i gol furono segnati da Paolo Rossi, che assieme alla tripletta contro il
Brasile, riuscì a portare a casa ben 5 gol in soli due match. Nell'altra
seminifinale la Germania Ovest, la quale si era fatta notare per un
biscotto con l’Austria ai danni dell’Algeria, riuscì a vincere, all’ultimo
rigore, la partita contro la Francia guidata dal campione Platini.
L'11 Luglio 1982, alle 20:00, si
disputò la finalissima Italia-Germania, allo stadio Santiago Bernabeu. L'incontro iniziò senza troppi
colpi di scena, entrambe le squadre erano timorose di spingersi in avanti e di
compiere errori. L'Italia si presentava nervosa e compatta, e Cabrini al
24' sbagliò, per la prima volta in una finale mondiale, un calcio di rigore. Il primo tempo terminò in parità. L'Italia però
aveva la grinta giusta per dominare il secondo tempo del match, la Nazionale
era una squadra compatta e determinata alla vittoria, nonostante le pesanti
polemiche subite durante tutto il torneo. Al 56' Paolo Rossi, forse il più
contestato di tutti, riuscì a mettere a segno il gol del vantaggio italiano. Il
sogno era vicino e solo 10 minuti dopo, Conti servì Marco Tardelli,
che con un tiro sinistro al volo, mise in rete il secondo gol Azzurro. L'urlo
di gioia di Tardelli, per lo splendido gol segnato, divenne poi un' icona di
quei Campionati del Mondo e delle successive avventure della nazionale
italiana.
Come per lungo tempo fece emozionare l'esultanza, dalla tribuna
d'onore, del Presidente Pertini. Ma l'incontro non era ancora
terminato. Altobelli, dopo l’ennesima
galoppata di Conti, siglò il terzo gol azzurro che mise fine all'incontro.
Pochi minuti dopo il tedesco Breitner segnò, su un’incertezza del 40enne Zoff,
l'unico gol tedesco, ma le sorti dell'incontro erano ormai segnate: l'Italia
riuscì a raggiungere, per la terza volta, la vetta del mondo.
Nella incredulità di tutti,
sopratutto dei giornalisti, che poco avevano creduto nella caparbietà e abilità
di questo fantastico gruppo, l'Italia di Enzo Bearzot venne coronata CAMPIONE
DEL MONDO!
Rimangono nella storia e nel
cuore di tutti gli italiani, le immagini dell'esultanza del capitano Zoff alla
consegna della Coppa e l'immagine della stesso capitano che gioca a scopa
contro il Presidente Pertini con la coppa lì sul tavolo, emblema del trionfo di un allenatore, di una squadra, dell'intera Nazione.
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