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Alberto Angela: bravo ma non bravissimo

E bravo Alberto Angela!

Con l’ultima puntata di Ulisse, in occasione dell’anniversario del rastrellamento del Ghetto di Roma, ha dimostrato ancora una volta che è possibile fare cultura in televisione anche nell’era in cui il trash domina su tutte le reti. 

Bravo Alberto Angela perché ha inquadrato la sua serata in un contesto più ampio, nel tentativo di dare un senso alla storia, di spiegare perché in ogni era della storia umana è necessario avere memoria degli eventi passati.

Bravo Alberto Angela perché qualcuno non aveva ben compreso il motivo della nomina a senatrice a vita di Liliana Segre, appena una settimana prima della Giornata della Memoria, a inizio anno. C’era chi non la conosceva e non si è minimamente sprecato di andare a cercare la sua storia, c’è chi ancora oggi la conosce solo per l’azzardata – e poco sensata – uscita di Enrico Mentana nel commentare una notizia di giugno. Ecco, chiunque abbia sentito le parole della senatrice a vita durante questa serata televisiva, non può che ringraziare il presidente Mattarella per la sua scelta illuminata.

Bravo Alberto Angela perché ha fatto una sintesi veritiera e dettagliata dei drammatici giorni romani, a partire da quel 16 ottobre 1943 di cui oggi cade il 75° anniversario.

Bravo Alberto Angela perché al termine delle due ore di programma, lo spettatore sente sulla propria coscienza il dovere della memoria, l’obbligo morale di ricordare e di tramandare, con un sentimento un po’ pesante ma non per questo da evitare.

Però verrebbe da dire "bravo ma non bravissimo".

La Presa della Bastiglia dopo 224 anni: due secoli di menzogne

Oggi, 14 luglio, ricorre il 224° anniversario della presa della Bastiglia, episodio simbolicamente considerato l'inizio della Rivoluzione Francese: è possibile che dopo oltre due secoli sopravviva la volontà di ignorare i fatti di quegli anni e mitizzare la Révolution asservendo la storiografia ad ideologie che dovrebbero rimanerle estranee? Proponiamo a riguardo due articoli pubblicati l'estate scorsa.

La Rivoluzione Francese, questa sconosciuta

Il 1789 è considerato da molti l’anno discriminante che separa la storia moderna da quella contemporanea: l’evento che conferisce a questo anno tale importanza è la Rivoluzione Francese, il cui studio ha inizio sin dai primi anni di scuola. E tuttavia, nonostante la grande importanza conferitagli dalla storiografia moderna, pochi di noi possono affermare con sicurezza di conoscere tale evento, non tanto per proprie colpe, ma per via delle scelte di un sistema d’istruzione che, in Italia come in Francia, presenta la Révolution ignorando gran parte della storia di quegli anni.
L’episodio che storicamente dà inizio alla Rivoluzione è datato 14 luglio 1789, quando viene assaltata la Bastiglia, la tanto temuta prigione per i prigionieri politici, all’interno della quale vennero trovati i più atroci strumenti di tortura: appare curioso contrapporre i dati reali a quelli appena proposti, presenti nella maggior parte dei nostri libri scolastici. Il 14 luglio 1789 vennero liberati dalla Bastiglia solamente quattro falsari, due pazzi ed un maniaco sessuale, difficilmente definibili “prigionieri politici”. Le numerose ossa che vennero ritrovate in una cella, che avrebbero testimoniato le frequenti esecuzioni avvenute fra quelle mura, non erano altro che i resti dei morti suicidi a Parigi, che non potevano trovare riposo in terra consacrata perché - appunto - suicidi. Le diverse temibili macchine da tortura presenti in un’altra stanza della Bastiglia erano in verità solo due: un “corsetto di ferro per stritolare le articolazioni”, che in verità era un’antica armatura conservata come pezzo di antiquariato, ed una macchina “non meno infernale e diabolica” che si rivelò essere nient’altro che una pressa sequestrata ad un editore accusato di pubblicazioni oscene. La gloriosa presa della Bastiglia inoltre costò la vita a molti ufficiali della guarnigione, chi massacrato, chi torturato e chi impiccato mentre compiva il proprio dovere.

Alla luce di questa breve delucidazione sul solo episodio iniziale della Rivoluzione, risultano illuminanti le parole dello storico francese Pierre Chaunu (1923-2009), luminare della storiografia dell’America Latina e dell’Ancien Régime: “La scuola di Stato insegna solo stupidaggini sulla Rivoluzione Francese”. Il professor Chaunu è stato da molti definito il Guastafeste della Commemorazione del Bicentenario della Rivoluzione Francese, per la sua tanto feroce quanto documentata ed incontestabile critica, basata su anni di studi di documenti e dossier fino ad allora rimossi dalla storiografia ufficiale, i cui contenuti si sono rivelati sconvolgenti. La prima denuncia del genocidio della Vandea proviene dai suoi studi, che lo hanno portato ad affermare con schiettezza che “senza la Rivoluzione Francese il mondo sarebbe stato sicuramente migliore".

Nell’anno del Bicentenario il professore si è concesso a diverse interviste e, in una di queste, esordisce paragonando la Rivoluzione Francese alla Peste Nera del 1348, chiedendo poi al proprio interlocutore perché nessuno la festeggia. Chaunu è stato uno dei fondatori della storia economica quantitativa: i suoi studi hanno portato all’elaborazione di grafici e dati che evidenziano inequivocabilmente come tutte le curve di crescita della Francia si fermino al 1789, sebbene fossero state fino ad allora estremamente positive, al pari di quelle di quell’Inghilterra che nell’arco di 30 anni sarebbe arrivata a doppiare in produttività i transalpini. Oltre ad un’immensa perdita a livello economico, che conduce la Francia sul lastrico, la Rivoluzione comporta anche un’inestimabile perdita a livello culturale e scientifico: l’alfabetizzazione diminuì, il numero delle scuole - non più affidate alla Chiesa - ebbe una cospicua contrazione, gli ospedali non potevano più contare sul finanziamento proveniente dalla decima alla Chiesa, buona parte dell’elite scientifica ed intellettuale fu costretta all’esilio per evitare di essere ghigliottinato come Lavoisier, il fondatore della chimica moderna, condotto sul patibolo a soli 37 anni.

La Rivoluzione Francese fu solo una gran ruberia a vantaggio della classe dirigente, da commemorare non come esempio di libertà, uguaglianza, fraternità, ma di menzogna, furto e crimine”. A partire dalla Costituzione Civile del clero la Rivoluzione si è posta come obiettivo la scristianizzazione della Francia, attuando una feroce persecuzione contro la Chiesa, alla cui base non vi era alcuna motivazione metafisica, ma solo interessi finanziari.

Il campo dove forse più di ogni altro la Rivoluzione ha portato notevoli progressi - o almeno così ci insegnano a scuola - è stato quello delle libertà personali: e tuttavia, se nel 1787 i protestanti avevano ottenuto la libertà religiosa con l’editto di tolleranza, nel 1793 la persero, al pari dei cattolici, con la chiusura di tutti i luoghi di culto. Chaunu inoltre sottolinea come tutti i principi della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo fossero già stati formulati da Jefferson nel 1783 e, addirittura, appartenessero alla tradizione giudeo-cristiana, riprendendo la tesi del suo connazionale Fustelle de Coulange (1830-1889), che datava tali principi oltre mille anni. Il professore conclude infine che “le due Costituzioni più democratiche che siano mai state fatte sono state quella sovietica del 1936 e quella dei ghigliottinatori del 1793: i loro orrendi frutti ci sono tristemente noti”.


“Come sarebbe stato il mondo senza la Rivoluzione Francese? Semplice. Molto migliore.”

Pierre Chaunu
 ***
 Vandea: la vera faccia della rivoluzione
La Vandea è un piccolo e tranquillo dipartimento contadino dell'Ovest francese: i libri di geografia di norma non ne parlano - al massimo la citano dell'elenco dei dipartimenti della Loira -, i libri di storia ne trattano solamente per un episodio, le rivolte che, a partire dal 1793, misero a repentaglio la Francia Rivoluzionaria.

Henri de la Rochejaquelin,
primo generale vandeano
Lo storico francese Pierre Chaunu ha affermato che l'unica cosa buona della Rivoluzione Francese è stato ciò che non è riuscita a cambiare: è stata difatti la storiografia successiva a presentare l'avvento del mostro biblico del Leviatano, sotto le sembianze dello Stato Etico, come il prevalere della luce della ragione sull'oscurità dell'ignoranza.

I Rivoluzionari non si accontentano di "ciò che é di Cesare", ma avanzarono pretese su "ciò che é di Dio": nel 1790 si data la Costituzione Civile del Clero, con la quale lo Stato chiedeva ai sacerdoti di prestare giuramento sulla Costituzione; chi si rifiutò - ribattezzato "refrattario" - fu costretto ad adempiere clandestinamente ai propri doveri sacerdotali, compresa la celebrazione della Messa.

L'unica coraggiosa risposta all'oppressione della coatta modernizzazione illuminista fu, oltre a quella dei preti refrattari, quella delle genti di Vandea, che non si mosse in difesa di un Ancièn Regime che oramai apparteneva al passato, ma nella speranza di un futuro libero da oppressioni ideologiche. Il 13 marzo 1793 un gruppo di contadini e tessitori prese a sassate la Guardia Nazionale uccidendone il comandante: la goccia che aveva fatto traboccare il vaso della sopportazione vandeana era stata la leva militare obbligatoria, con la quale si chiedeva loro di combattere e rischiare la vita per ideali che non solo non condividevano, ma che erano contrari ai propri valori.

Battaglia di Cholet, 17/X/1793
La settimana successiva, il 13 marzo, un contadino di nome Jacques Cathelineau riunì nella propria fattoria i 27 giovani del paese che avevano rifiutato l'arruolamento e giurarono di essere pronti alla morte piuttosto che servire la Repubblica: nel giro di pochi giorni questo esercito contadino poteva contare 1 200 uomini.

I Vandenani dunque, intuendo quanto fosse falsa la libertà dei giacobini, divennero rei di mettere in dubbio l'utilità di Libertà-Uguaglianza-Fraternità giacobine, meritandosi la soluzione finale ordinata dal generale Carnot: "uccidere le donne, il solco generatore, e i bambini, i realisti del domani". Il condottiero Carrier si impegnò a portare a termine questa valorosa impresa, deciso a "fare un cimitero di tutta la Francia, piuttosto che non rigenerarsi secondo il nostro modo di volere".

Si tratta del primo genocidio della storia, con oltre 600 000 vittime in soli tre anni: la Parigi libertina e rivoluzionaria non poteva tollerare quella che il deputato giacobino Barère aveva definito l'"inspiegabile Vandea", una provincia fedele e cattolica.

"La nostra patria sono i nostri villaggi, i nostri altari, le nostre tombe, tutto ciò che i nostri padri hanno amato prima di noi. La nostra patria è la nostra fede, la nostra terra, il nostro re... Ma la loro patria che cosa è per loro? Voi lo capite? Loro l'hanno nel cervello, noi la sentiamo sotto i piedi".


Monsieur de Carrette, Beato Martite di Vandea

Giordano Bruno. Mago e cospiratore


9 giugno 1889. A Campo de’ Fiori viene inaugurato il monumento a don Giordano Bruno, morto sul rogo il 16 febbraio 1600 nel medesimo luogo. Nella seconda metà del XIX secolo era divenuto simbolo della massoneria che fortissimamente volle l’erezione di un monumento celebrativo fino ad ottenerne l’autorizzazione dall’allora presidente del consiglio Francesco Crispi. È un aneddoto che, oltre a fotografare il periodo storico cui appartiene, è emblematico di una dialettica anticlericale, volta a fare, nel contesto dei rapporti tra scienza e Chiesa, di Bruno un martire del libero pensiero.
A tal proposito occorre, da subito, dichiarare che ad alimentare tale mito ha contribuito maggiormente la morte romanzesca da ribelle impenitente, del filosofo nolano piuttosto che la solidità razionale della sua dottrina. Una fama, ottenuta dopo la morte, ma cercata con ossessione durante tutta la vita, con una presunzione astrale, "accentuata dalle pratiche magiche cui Bruno si dedica con crescente intensità e che sviluppano in lui un senso di onnipotenza materiale e intellettuale assoluta" (Matteo D'Amico, "Giordano Bruno", Piemme). Tutta la sua esistenza, infatti, è in vista di una affermazione personale, per sé e per la sua visione del mondo, contro avversari di tutti i paesi e di tutte le confessioni, che divengono via via "porci", "pedanti", "barbari e ignobili".
Dopo un primo scontro teologico con un confratello riguardo la dottrina di Ario, nel 1576, nel 1579 Bruno inizia a dimostrare la propria indole facendosi condannare dal Concistoro calvinista, non cattolico, per aver pubblicato un libello contro un professore, sembra, peraltro affermando delle calunnie menzognere.
Lasciata Ginevra, Bruno approda a Parigi nel 1581: la sua fama di esperto nell'ars memoriae gli vale la convocazione del re Enrico III, di cui diviene in breve intimo confidente. Dopo soli due anni Bruno finisce a Londra, presso l'ambasciatore francese Castelnau, in Salisbury Court, vicino al Tamigi. Qui, secondo le recenti indagini di John Bossy ("Giordano Bruno e il mistero dell'ambasciata", Garzanti) svolge un lavoro di spionaggio contro l'ambasciatore francese di cui è ospite, a tutto svantaggio dei cattolici, arrivando addirittura a rivelare i segreti carpiti in confessione. Infatti, pur essendo già da tempo un feroce nemico del cattolicesimo e della Chiesa, considerati la causa della decadenza dell'Europa, Bruno si finge zelante sacerdote e celebra riti in cui non crede, nell'ambasciata francese, vantando d'altra parte la propria apostasia presso la corte di Elisabetta. Nel suo arrivismo giunge a svelare alla regina l'esistenza di un complotto catto-spagnolo, in realtà inesistente, contro di lei: scrive di esserne venuto a conoscenza in confessione. Nessuno gli crede.  
A tal punto lo scalpitante ed ambizioso Bruno tenta di ottenere una cattedra ad Oxford, presentandosi come: "Professore di una sapienza più pura e innocua, noto nelle migliori accademie europee, filosofo di gran seguito, ricevuto onorevolmente dovunque, straniero in nessun luogo, se non tra barbari e gli ignobili... domatore dell'ignoranza presuntuosa e recalcitrante... ricercato dagli onesti e dagli studiosi, il cui genio è applaudito dai più nobili...". Alla terza lezione verrà accusato di plagio e invitato a togliere il disturbo; le sue invettive feroci contro i londinesi, e contro il prossimo suo in genere, gli procurano, probabilmente, un breve arresto e determinano il ritorno precipitoso a Parigi. Ma qui, nel frattempo, il clima politico è cambiato, e i Guisa, la nobile famiglia a capo della Lega Cattolica, ha sempre maggior potere: Bruno non esita a mettersi al suo servizio, e a chiedere di essere riaccolto "nel grembo della Chiesa catholica". In realtà, ancora una volta, fa il doppio gioco, tessendo rapporti con i protestanti, benché nello "Spaccio della bestia trionfante" del 1584 avesse deprecato violentemente, in mille maniere, la figura di Lutero. Nello stesso periodo viene accusato da Fabrizio Mordente, inventore del compasso differenziale, di volergli carpire l'invenzione: Bruno infatti ne è entusiasta, ma come già per Copernico, ritiene che ai disprezzati matematici sfugga il valore magico ed ermetico delle loro scoperte, che lui solo, invece, ha la capacità di comprendere! 
Scomunicato dalla Chiesa cattolica e dai calvinisti di Ginevra, cacciato da Oxford e da Londra, Giordano Bruno, nel 1586, dopo l'ennesima disputa finita in rissa, deve abbandonare anche Parigi, perché neppure il vecchio amico Enrico III è più intenzionato ad accoglierlo. La destinazione, questa volta, è la Germania, e in particolare la città protestante di Marburgo. Ancora una volta il filosofo di Nola ottiene, dietro pressanti richieste, una cattedra universitaria, ma, detto fatto, entra in conflitto col rettore, Petrus Nigidius, che lo aveva assunto e che ora lo licenzia. Con la grinta di sempre Bruno riparte, per approdare a Wittenberg, città simbolo del luteranesimo, dove, tanto per cambiare, ottiene il diritto di tenere corsi universitari. È qui che Bruno cambia ancora casacca: in occasione del discorso di addio, dopo soli due anni di permanenza, polemiche, e tanti nemici, l'8 marzo 1588 tiene davanti ai professori e agli alunni dell'università un elogio smaccato della figura di Lutero, contrapposta a quella del papa, presentato, secondo le migliori tradizioni del luogo, come un vero anticristo. "Come ha usato Calvino contro la Chiesa, così adesso usa Lutero: il cattolicesimo emerge come il vero grande nemico" (Matteo D'Amico, "Giordano Bruno", Piemme). Chiaramente il gioco può riuscire sperando che a Wittenberg non si conosca il libello bruniano di soli quattro anni prima, e cioè lo "Spaccio". In esso infatti Bruno auspicava che Lutero e i suoi seguaci fossero "sterminati ed eliminati dalla faccia della terra come locuste, zizzanie, serpenti velenosi", essendo causa di guerre, disordini e discordie senza fine.  Inoltre, tanto per toccare con mano la "scientificità" del personaggio, Bruno spiegava la metempsicosi, affermando che coloro i quali abbiano "viso, volto, voci, gesti, affetti ed inclinazioni, altri cavallini, altri porcini, asinini, aquilini (...), sono stati o sono per essere porci, cavalli, asini, aquile, o altro che mostrano"!
Lasciata Wittenberg, Giordano Bruno approda a Praga, la città dell'imperatore Rodolfo II, che ne sta facendo una centrale di maghi, alchimisti e occultisti da tutta Europa. Rodolfo è un tipo bizzarro, preda, spesso di allucinazioni e di crisi depressive. Ancora una volta Bruno cerca il potere, aspira a coniugare le arti magiche, di cui si ritiene in possesso, con alleanze potenti e concrete. C'è ormai in lui il desiderio di non rimanere un teorico, ma di passare all'azione, di essere ispiratore di un rinnovamento del mondo, di una palingenesi, che i segni dei tempi gli dicono vicina, e che lui vuole guidare, con compiti e ruoli non secondari.
Ma, vuoi per il suo caratteraccio, vuoi perché le vantate arti magiche in suo possesso non danno i frutti sperati e promessi, anche Praga viene presto abbandonata per la città protestante di Helmstadt, nel 1589. Brigando a suo modo, Bruno ottiene di poter insegnare nell'università locale, e per l'ennesima volta, pur fingendosi protestante e scagliandosi contro la Chiesa cattolica, suo bersaglio preferito, viene in breve scomunicato dal pastore della locale chiesa luterana! Ciò nonostante neppure in questa occasione gli viene a mancare quella disponibilità di denari "che gli permette di fare lunghi viaggi, di affittare appartamenti, di tenere a suo servizio, regolarmente, segretari diversi, di pubblicare opere voluminose, di vivere infine per lunghi periodi senza alcun lavoro fisso": denari, ipotizza il D'Amico, che potrebbero giungere da quell'attività così redditizia di informatore segreto che aveva appreso a Londra.
Nel 1590 Bruno è a Francoforte, senza grande entusiasmo dei suoi allievi, che non riescono a comprendere quanto la miracolosa mnemotecnica bruniana sia da lui mal insegnata e quanto essa sia invece mal conosciuta. Dopo Francoforte, Zurigo, Padova e, infine, nel 1591, Venezia. Nella città veneta è accolto con curiosità da una cerchia di nobili da salotto, e in particolare da Giovanni Mocenigo, che è disposto a ospitarlo e nutrirlo in cambio dei suoi "segreti". Ma Giordano Bruno non è certo incline a fare il precettore privato: il suo desiderio sembra essere quello di usare le sue conoscenze magiche, espresse nei testi "De magia" e "De Vinculis", per assoggettare nientemeno che il pontefice Gregorio XIV ai suoi disegni di riforma religiosa e politica universale! Ritiene infatti di saper controllare e dominare le forze demoniche presenti nella natura e di poter soggiogare il prossimo con messaggi subliminali, formule magiche non percepibili dagli incantati: "Ritmi e canti che racchiudono efficacia grandissima, vincoli magici che si realizzano con un sussurro segreto..." ("De Vinculis").
Giordano Bruno concepisce a Venezia il folle disegno di "portare cambiamenti (politici) significativi, quantomeno nello scacchiere italiano". A tal fine progetta di rientrare nella Chiesa, di recarsi a Roma dal pontefice Clemente VIII, per dedicargli un'opera, e, come si diceva, probabilmente, per riuscire a condizionarlo tramite le arti magiche. Non c'è grande nobiltà nei mezzucci con cui, contraddicendo patentemente il suo credo, persegue i propri fini. Ma nello stesso 1591 viene denunciato al Santo Uffizio dal suo stesso ospite: al Mocenigo è bastato un attimo per rimanere deluso dagli insegnamenti di Bruno, e scandalizzato dalle sue bestemmie. Dopo i sogni di potenza, il filosofo nolano precipita sul banco degli imputati, ma è già abituato ai processi, alle abiure, alle fughe, e forse pensa, in cuor suo, di farla nuovamente franca. La sua tattica difensiva consiste nell'ammettere alcune accuse, nell'attenuarne altre, e nel negare, infine, le più infamanti. Negare tutto sarebbe troppo sciocco, vista la possibilità per il tribunale di venire in possesso dei suoi scritti, e di indagare sul suo passato. Lo scopo è quello di "apparire persona rispettosa della autorità della Chiesa e della sua dottrina, anche se momentaneamente posto al di fuori di essa" (D'Amico).
Arriva così a rinnegare alcune sue opere, e a presentare i suoi passati riavvicinamenti alla Chiesa, compiuti sempre e solo per convenienza politica, come testimonianza della sua sostanziale "ortodossia". Il filosofo degli "eroici furori", in realtà, non ha nulla di eroico: "tutti li errori che io ho commesso... et tutte le heresie... hora io le detesto et abhorrisco...". Come già coi calvinisti di Ginevra, il ribelle, la spia, l'arrivista in cerca di poltrone universitarie, dopo aver attaccato e inveito, si inginocchia e abiura, con pari teatralità e finta compunzione. Ma Roma sospetta, e nel febbraio 1593 avoca a sé il processo, che durerà otto lunghi anni. Il tribunale inquisitoriale non emette condanne frettolose, ma procede con precisione e scrupolo, convocando testimoni, compulsando le opere, rispettando tutte le procedure, invitando ripetutamente ad abiurare. Bruno si dichiara disposto in più occasioni a cedere: la condanna, e l'affido al braccio secolare, arrivano dopo varie promesse di abiura, e altrettanti ripensamenti.
Nel giorno della condanna giunge al Papa un memoriale di Bruno: perché, se aveva già deciso di affrontare la morte? Probabilmente il memoriale, che non conosciamo, conteneva l'ennesima disponibilità all'abiura: forse Bruno credeva di poter ancora dire e disdire, senza conseguenze. A cosa si deve, allora, questa improvvisa accelerazione del processo? Secondo la Yates, a un evento contemporaneo: l'arresto di un altro domenicano ribelle, Tommaso Campanella. Non bisogna infatti dimenticare l'epoca in cui ci troviamo: la Riforma ha portato alla ribalta prima Lutero, con le conseguenti guerre dei cavalieri e dei contadini, e le relative mattanze, e poi millenaristi come Matthison di Haarlem, un capo anabattista che si sentiva "incaricato della esecuzione del castigo divino contro gli empi, e mirava semplicemente al massacro universale", o il "profeta Hofmann" di Strasburgo, "il quale andava dicendo di voler fondare la Nuova Gerusalemme" e si accingeva a preparare la mobilitazione "dei cavalieri della strage che con Elia e Enoch appariranno impugnando la spada e vomitando fiamme per sterminare i nemici del Signore".
Campanella è filosoficamente molto vicino a Bruno. Anch'egli ritiene che stia giungendo l'ora dei "grandi mutamenti, l'avvento dell'età dell'oro". Organizza così una congiura, in meridione, cercando l'alleanza dei Turchi, e in particolare di feroci pirati come Bassàn Cicala, per realizzare uno Stato magico, dittatoriale, di impostazione comunista. La congiura viene sventata nel 1599 (Francesco Forlenza, "La congiura antispagnola di Tommaso Campanella", Temi). Tale nuova minaccia, religiosa e politica insieme, accelera forse la condanna di Bruno, che morirà, alla fine, con dignità. Ma dopo essere stato scacciato da almeno dieci città diverse, condannato da cattolici, calvinisti, protestanti e professori universitari; dopo essere stato spia, aver violato il segreto confessionale, aver ripudiato se stesso, per convenienza, innumerevoli volte, e, infine, dopo aver cercato, attraverso la magia e l'intrigo, di rovesciare l'ordine politico, non solo quello religioso, del suo tempo. Significativo, in tal senso, ciò che fece Leone XIII il giorno dell’inaugurazione del monumento a questo criminale internazione: dopo aver minacciato di lasciare Roma, rimase tutto il giorno assorto in preghiera in Vaticano davanti la statua di San Pietro, pregando per la fine della “lotta ad oltranza contro la religione cattolica” e - aggiungiamo noi - alla vera ragione.

da F. AGNOLI, Giordano Bruno "santino" dei liberi pensatori, Il foglio, 2005

I fazzoletti rossi...del sangue di Porzus


Mercoledì 7 febbraio 1945, ore 14:30. Nelle malghe di Porzûs, due casolari sopra Attimis, in provincia di Udine, ha sede il comando del Gruppo Brigate Est della divisione partigiana Osoppo, formata dai cosiddetti «fazzoletti verdi» della Resistenza, cattolici, azionisti e indipendenti. Giungono in zona cento partigiani comunisti, agli ordini di Mario Toffanin - nome di battaglia Giacca - sotto le false spoglie di sbandati in cerca di rifugio dopo uno scontro con i nazifascisti. È una trappola: alla malga vengono uccisi il comandante della Osoppo, Francesco De Gregori - nome di battaglia Bolla -, il commissario politico Enea, al secolo Gastone Valente, una giovane donna sospettata di essere una spia, Elda Turchetti, e un giovane, Giovanni Comin, che si trovava a Porzûs perché aveva chiesto di essere arruolato nella Osoppo. Il capitano Aldo Bricco, che si trovava alle malghe perché doveva sostituire Bolla, riesce a fuggire e salva la vita perché i suoi inseguitori, dopo averlo colpito con alcune raffiche di mitra, lo credono morto.

La Brigata Osoppo
Altri venti partigiani osovani vengono catturati e condotti prima a Spessa di Cividale e poi nella zona del Bosco Romagno, sopra Ronchi di Spessa, una ventina di chilometri più a valle. Due dei prigionieri si dichiarano disposti a passare tra i garibaldini. Gli altri saranno tutti uccisi e sbrigativamente sotterrati tra il 10 e il 18 febbraio. Della cosa si cercò di non far trapelare nulla. Ancora un mese dopo c'era chi assicurava che i capi Bolla ed Enea erano tenuti prigionieri dai garibaldini o dagli sloveni. «[...] La propaganda clericale del tempo descriveva i partigiani comunisti, inquadrati nelle Brigate Garibaldi, come dei Satana spergiuri che volevano consegnare il Friuli alla Jugoslavia. Furono del resto pure inglobati nella Osoppo molti fascisti, come il Reggimento Alpini Tagliamento (formazione della Repubblica di Salò) che operava nella zona con il compito di combattere i «comunisti jugoslavi» e questo avvenne con la mediazione dell'Arcivescovado di Udine (Arcivescovo Nogara). Lo scopo della Osoppo e della Tagliamento infatti coincideva, l'obiettivo comune era quello di criminalizzare i partigiani delle Garibaldi. In molte zone facevano persino presidi misti, cioè repubblichini e osovani. Quelli della Osoppo, si appropriavano delle forniture inglesi che spettavano alle Garibaldi, l'accordo con gli inglesi era che il 30% di ogni lancio fatto alla Osoppo doveva essere destinato alle Garibaldi. Quelli della Osoppo non rispettarono mai l'accordo ed i Garibaldini per approvvigionarsi e procurarsi armi dovevano assaltare i presidi tedeschi e fascisti». Così in un'intervista rilasciata nel 1996 dal comandante partigiano Mario Toffanin, Giacca. «[...] La Grande Slovenia, volevano i partigiani comunisti. Noi volevamo solo combattere per la libertà, non per il comunismo, ed eravamo favorevoli a lasciare ad un referendum dopo la liberazione la scelta sui confini... Bolla, il comandante, alzava la bandiera, bandiera italiana, bandiera con lo stemma sabaudo. Io lo mettevo in guardia: attento, gli dicevo, la vedono i comunisti e i partigiani sloveni, quello stemma a loro ricorda il fascismo, toglila. E lui no, cocciuto, perché credeva sopra ogni cosa all'Italia, senza compromessi, senza tante prudenze politiche... Avevamo sempre operato insieme, anche se noi cattolici ci preoccupavamo, oltre che della onestà dei fini, anche della onestà dei mezzi. Ci furono discussioni assai accese con i comandanti comunisti sulla necessità di azioni che comportavano sacrifici di vite umane».  Così si espresse in un'intervista nel 1997 monsignor Aldo Moretti, Lino, medaglia d'oro al valor militare, uno dei fondatori della Divisione Osoppo.
Quando lo stesso anno il regista Renzo Martinelli doveva girare gli esterni del suo film Porzûs, si trovò alle prese con i divieti di diversi sindaci, che non consentirono le riprese sui loro territori. Erano passati più di cinquant'anni, ma di Porzûs molti non volevano neppure parlare; non mancò chi chiese di vietare la presentazione del film al festival del cinema di Venezia. Cattive coscienze, risentimenti, fanatismo ideologico duro a morire, uniti ad una insopprimibile abitudine a riscrivere la storia con ottica di parte, hanno fatto sì che a tutt'oggi restino dei punti interrogativi su quella cupa vicenda. Non abbiamo la pretesa di poter fornire tutte le risposte; confidiamo solo che una rilettura seria e serena sia possibile, a passioni sopite e senza nessun preconcetto. E speriamo che cinquantasei anni di distanza siano sufficienti, non fosse altro per rendersi conto che non esiste causa, per nobile che sia, che possa trarre giovamento dalle falsificazioni della realtà.Molti segreti se li portò nella tomba Mario Toffanin, Giacca. A differenza di altri, Giacca su Porzûs aveva parlato molto, dando tante versioni diverse, con una sola costante: «se li avessi di nuovo davanti, li accopperei ancora tutti». Morì, ottantaseienne, venerdì 22 gennaio 1999, nell'ospedale della cittadina di Sesana, in Slovenia. Era lui il comandante dei reparti che compirono l'eccidio. Il protagonista della vicenda, almeno il più visibile; non necessariamente il più consapevole.
Mauro Toffanin, detto Giacca
Chi volle l'eccidio del 7 febbraio? La risposta a tutt'oggi non è sicura. Di certo c'è l'esistenza di una lettera firmata da Kardelj, indirizzata a Vincenzo Bianchi, nome di battaglia Vittorio, rappresentante del Partito Comunista Italiano presso il IX Corpus, che era tornato da Mosca insieme con Togliatti, in cui lo si invita a liquidare le formazioni partigiane che, in Friuli, non accettano di porsi agli ordini del IX Corpus. Ed altrettanto certo è che, dopo il rifiuto degli osovani a integrarsi nel comando del IX Corpus sloveno, incominciano a circolare, sempre più insistenti, le voci di «tradimento». Queste voci d'altra parte trovavano facile esca in alcuni contatti, peraltro mai negati dai partigiani osovani, sia con la Decima Flottiglia Mas, la milizia comandata da Junio Valerio Borghese - numerosi reparti della quale erano stati schierati a difesa del confine orientale -, sia con il federale fascista di Udine, Mario Cabai, che si fa latore di un'ambigua proposta dell'SS Sturmbannführer (tenente colonnello) Von Hallesleben, comandante della piazza di Pordenone. In entrambi i casi si propone agli osovani di formare un fronte comune contro i comunisti e, nel caso della Decima Mas, contro comunisti e nazisti, in nome della difesa dell'italianità del Friuli. Erano gli ultimi mesi di una guerra le cui sorti erano ormai chiare a tutti e nell'atmosfera un po' surreale da «si salvi chi può» le proposte stravaganti non mancavano. Bisogna sottolineare che in entrambi i casi fu la Osoppo ad essere sollecitata alle trattative, che non furono una sua iniziativa; e in entrambi i casi le proposte furono respinte. Ma mentre le proposte tedesche furono dirette ed immediatamente rifiutate con due lettere - una del 28 dicembre 1944 e l'altra del 10 gennaio 1945 - di don Aldo Moretti, consegnate all'arcivescovo di Udine mons. Giuseppe Nogara, che a sua volta le consegnò al federale Cabai, nelle proposte di Borghese, non mancò chi vide lo zampino dell'ufficiale del genio Thomas John Roworth, detto «maggiore Nicholson», che guidava la missione inglese in zona, e che avrebbe voluto così acuire, in chiave anti-comunista, la divisione tra osovani e garibaldini. In questo groviglio ambiguo due cose sono certe: il comando della Osoppo non strinse alcun accordo con fascisti e nazisti, ma il fatto stesso degli avvenuti contatti servì ad alimentare il clima ormai avvelenato tra osovani e garibaldini. Più interessante, dal punto di vista sostanziale, ci sembra la vicenda di Elda Turchetti. Questa ragazza di Pagnacco, paese dove i tedeschi avevano depositi di carburante, viene segnalata da Radio Londra - probabilmente su analoga segnalazione del «maggiore Nicholson» - come spia al soldo dei nazisti. Spaventata, si rivolge a un amico partigiano garibaldino per protestare la propria innocenza. Questi l'accompagna da Mario Toffanin, Giacca, comandante dei GAP di Udine, che si comporta in modo decisamente strano. Se fosse stato sicuro che la Turchetti era una spia Giacca l'avrebbe senza dubbio uccisa; nel dubbio, l'avrebbe dovuta consegnare al proprio comando per gli accertamenti. Invece Elda Turchetti viene consegnata da Giacca a Tullio Bonitti, capo della polizia interna della Osoppo, che a sua volta conduce la ragazza a Porzûs. Perché una sospetta spia veniva consegnata proprio alla formazione più volte accusata di mantenere ambigui rapporti col nemico? Ci fu chi disse che la Turchetti venne consegnata alla Osoppo per fare realmente la spia, per conto di Giacca contro la Osoppo. Difficile sapere la verità, perché la Turchetti fu uccisa a Porzûs. E siamo arrivati a parlare nuovamente di Mario Toffanin, Giacca. Padovano, nato il 9 novembre 1912, a tredici anni era già operaio ai cantieri San Marco di Trieste. Iscritto dal 1933 al partito comunista clandestino; sei anni dopo, ricercato, riparava a Zagabria, in Croazia. Aderì al movimento partigiano di Tito fin dall'invasione delle forze dell'Asse nell'aprile del 1941. I compagni jugoslavi dovevano avere in lui molta fiducia perché lo inviarono «in missione» prima alla federazione comunista di Trieste, poi a quella di Udine per «dare la sveglia» ai compagni italiani. Giacca non fu mai un partigiano combattente vero e proprio: trovò la sua collocazione migliore nei GAP. Del resto, era poco propenso alla disciplina di tipo militare, ma in compenso era fedelissimo al partito. E dalla federazione comunista di Udine gli arrivò l'ordine di «liquidare» il problema della presenza osovana a Porzûs, con la specifica che si trattava di un ordine del «comando supremo». L'ordine è del 28 gennaio 1945. Il tempo di organizzare l'azione, radunando un centinaio di uomini dei GAP a Ronchi di Spessa e il 7 febbraio Giacca sale alle malghe di Porzûs, coadiuvato dai suoi luogotenenti Aldo Plaino e Vittorio Iuri. Pare che gran parte degli uomini fossero all'oscuro degli scopi della missione; molti ignoravano anche dove si stesse andando.
Il comandante osovano Bolla non si allarma per le segnalazioni delle sentinelle, che vedono salire alle malghe la lunga fila di uomini: era atteso un battaglione di rinforzo, richiesto al comando divisione Osoppo proprio per l'acuirsi delle tensioni tra garibaldini e osovani. Gli uomini di Giacca ostentano un'aria dimessa, nascondono le armi sotto gli abiti, pochissimi portano il fazzoletto rosso. Spiegano alle sentinelle di essere partigiani sbandati dopo uno scontro con i nazifascisti; ma mentre in due parlamentano con le guardie della Osoppo, il grosso degli uomini inizia ad accerchiare la zona. Poi, è la strage. Il capitano Bricco si salva solo perché viene ritenuto morto. L'irruzione alle malghe non aveva portato alcuna prova del «tradimento» della Osoppo, salvo la presenza in luogo della Turchetti; ma vedevamo prima che era stato lo stesso Giacca a consegnare la presunta spia agli osovani.  Le uccisioni durano fino al 18 febbraio nel Bosco Romagno, dove poi verranno ritrovati i corpi, mal sotterrati.
Quando Mario Lizzero, commissario politico delle brigate Garibaldi in Friuli viene a sapere dell'accaduto va su tutte le furie e chiede che Giacca e i suoi luogotenenti siano fucilati. Non riesce ad ottenerlo, riuscirà solo a farli destituire dalle loro cariche di comando nei GAP. Ostelio Modesti e Alfio Tambosso, segretario e vice-segretario della federazione del PCI di Udine, forse iniziano a rendersi conto che è stata una grave imprudenza affidare la missione a Mario Toffanin, ottimo elemento per le azioni spicce e violente dei GAP, ma rozzo e violento e con un certificato penale già ben nutrito di reati, furto, rapina, omicidio, sequestro di persona, che nulla avevano a che vedere con azioni militari o politiche. Ma adesso è troppo tardi per i ripensamenti e viene scelta la linea di condotta peggiore, quella di gettare tutta la croce addosso a Giacca - che avrebbe mal inteso gli ordini -, favorendone peraltro l'espatrio in Jugoslavia, insieme ad altri implicati nella strage.
Sarà la magistratura ordinaria ad occuparsi della strage di Porzûs, in seguito alla denuncia presentata il 23 giugno 1945 al Procuratore del Re di Udine dal Comando Divisioni Osoppo. Il processo ebbe inizio solo sei anni dopo, nell'ottobre 1951, davanti alla Corte d'Assise di Lucca, dove era stato trasferito per «legittimo sospetto» e motivi di ordine pubblico e dopo un palleggiamento tra magistratura ordinaria e militare. Dopo quasi un decennio dalla strage di Porzûs veniva resa definitiva la sentenza che condannava Giacca e i suoi due luogotenenti all'ergastolo. Tutti e tre erano riparati da anni in Jugoslavia.
C'è un ultimo mistero, legato a questa vicenda e destinato a restare irrisolto. Che cosa spinse Sandro Pertini nel luglio del 1978, appena eletto Presidente della Repubblica, a concedere la grazia a Giacca? L'ex gappista, come affermò Buvoli, direttore dell'Istituto Friulano per la storia del movimento di liberazione aveva un pesante debito con la giustizia per reati ordinari, essendo estinte le pene per i fatti di Porzûs da provvedimenti di successivi indulti e amnistie. Il settimanale L'Espresso pubblicò, il 25 settembre 1997, un'inchiesta al proposito, ma si scontrò con una diffusa epidemia di amnesia, malattia che aveva colpito il consigliere giuridico di Pertini, il segretario generale del Quirinale, perfino il funzionario della Presidenza che si occupava all'epoca proprio delle pratiche di grazia.
Male imperdonabile, l'amnesia, capace di riscrivere, non senza malizia, la storia della Resistenza rossa che, anzichè combattere l'odio ideologico, proprio dei totalitarismi, a ben vedere, ha, se non spesso almeno volentieri, perpetuato.
tratto da P. DEOTTO, Strage di Porzus: un'ombra sulla Resistenza, in Storia Libera

I sacerdoti uccisi dai partigiani rossi


In copertina foto di Rolando Maria Rivi, seminarista assassinato dai partigiani il 13 aprile 1945, riconosciuto come martire in odium fidei il 28 marzo scorso.
Emilia Romagna: tra il 7 agosto 1941 e il 4 febbraio 1951 vengono uccisi 130 sacerdoti tra parroci, religiosi, cappellani militari oppure semplici curati. Si respira il rovente clima di terrore rosso che si visse almeno fino al 1948 nel famoso «Triangolo della morte», in città e regioni dove i comunisti avevano acquisito il controllo di prefetture e delle forze di polizia. E il discorso si allarga fatalmente, oltre ai poveri preti uccisi - che finalmente vengono restituiti alla memoria e, quindi, alla pietà -, per spostarsi su migliaia di altre vittime, anch'esse spesso cadute dopo la fine ufficiale del conflitto civile: quegli «sconosciuti 1945», se non di più, di cui si è occupato con grande successo di pubblico Giampaolo Pansa.
In alcuni casi, rari, i killer sono stati perseguiti; ma su moltissimi altri casi regna il buio, anche perché l'omertà, sembra incredibile, copre ancora le colpe a tanti decenni di distanza. E quando non si tratta di omertà, si è aggiunto un ulteriore oltraggio la diffusione sulle vittime di dicerie infamanti, quasi a giustificarne l'uccisione.
È Roberto Berretta, giornalista di Avvenire, ad affrontare, nel volume Storia dei preti uccisi dai partigiani, tale capitolo, tra i più oscuri, della storia nazionale nel periodo della Resistenza, contribuendo a minare l'immagine, fin da subito oleografica, della lotta di Liberazione, e soprattutto quella del partito comunista quale vera avanguardia della lotta medesima. Si tratta dell’ennesimo capitolo di una lotta che i partigiani non conducevano solo contro tedeschi e fascisti, ma anche contro i compatrioti antifascisti, se questi si opponevano alle loro pretese egemoniche e rivoluzionari, non aderendo alla loro ideologia. Porzus docet - potremmo dire - o, almeno, dovrebbe farci imparare che il Partito Comunista ebbe la «sua» politica da seguire e che i Gruppi di Azione Partigiana (Gap) e le Brigate «Garibaldi» agirono il più delle volte con assoluto disprezzo della pur ufficialmente accettata autorità del Cln. A rendere più infamante il crimine di guerra della strage dei preti è, in primis, il fatto che le uccisioni continuarono ben dopo la guerra, non permettendone alcuna giustificazione, sempre che fosse possibile, ricorrendo a quella «sospensione della moralità», propria della situazione di conflitto, per la quale l'uccisione del nemico comporta però anche la difesa dell'amico, dell'alleato,  ma che, alla fine delle ostilità, termina con esse. L’altro, fondamentale, elemento, che fa di questa strage non una componente della Guerra di Liberazione, ma un eccidio dai moventi prettamente ideologici, aventi le proprie radici nell’ateismo e anticlericalismo comunisti, è riscontrabile, semplicemente constatando che , tra le vittime, troviamo cappellani - due soli cappellani di milizia fascista, gli altri semplici assistenti spirituali dell'esercito -, dei «sospettati», dei «padroni» - preti ai quali si poteva imputare la colpa di essere possidenti -, dei «traditi» - preti che aiutavano i partigiani, alcuni addirittura cappellani di formazioni partigiane.
Da sinistra Padre Sigismondo Damiani, ex cappellano militare, eliminato dai da comunisti slavi a San Genesio di Macerata l'11 marzo 1944; don Aldemiro Corsi, parroco di Grassano (RE), assassinato nella sua canonica con la domestica Zefferina Corbelli da partigiani comunisti la notte del 21 settembre 1944; don Giuseppe Jemmi ucciso a Felina (RE) il 19 aprile 1945.
Scrive Berretta: «Erano colpevoli? E, se lo erano, meritavano di morire come sono stati uccisi, per giustizia sommaria, senza processo, talvolta "prelevati" e mai più ritrovati, tal altra seppelliti senza alcun funerale, fatti fuori anche vari mesi dopo la guerra sulla base di sospetti mai verificati, o anche di vendette personali fatte passare per motivi politici, diffamati in vita e ancor più in morte, perché più l'accusa era importante, più si sarebbe digerito il delitto? Non so, ciascuno giudichi. In me (che la guerra non ho vissuto) ha finito per prevalere la pietà per queste figure, tanto spesso innocenti o al massimo colpevoli quanto può esserlo qualunque uomo messo alle strette dalle circostanze della vita». (p. 14)
Da sinistra. Don Sperindio Bolognesi, parroco di Nismozza (RE), ucciso dai partigiani comunisti il 25 ottobre 1944;don Luigi Manfredi, parroco di Budrio (RE), fulminato nella sua canonica dai partigiani comunisti il 14 dicembre 1944 per aver deplorato gli eccessi a cui si abbandonavano nella zona i guerriglieri rossi; don Dante Mattioli, parroco di Coruzzo (RE), prelevato dai partigiani rossi la notte del''11 aprile 45 non fece più ritorno.
La dinamica delle uccisioni, ricostruita da parenti, amici e la loro volontà di ricordare le vittime, è sempre la medesima: il prete che viene chiamato fuori casa con l'inganno - in genere, chiedendo l'assistenza per un morente -; le intimidazioni e le minacce, nel più classico stile malavitoso, contro chi può aver visto o sentito troppo; il divieto addirittura di celebrare un funerale in forma pubblica; la diffamazione postuma della vittima - con netta preferenza per le «questioni di donne» -, per rendere - come dice Beretta stesso - più «digeribile» il delitto.L'ultimo prete ucciso per «motivi politici» è don Ugo Bardotti, pievano di Cevoli, nella diocesi di San Miniato in provincia di Pisa. Verso le ore 22 di domenica 4 febbraio 1951 tre persone bussano alla canonica e l'anziana zia del prete, che gli fa da perpetua, apre perché sente un cognome conosciuto in zona. Poi tre colpi di pistola: don Bardotti cade, ultima vittima di una malattia tremenda, l'odio, senza il quale, del resto, non possono sussistere le ideologie che hanno devastato il secolo appena trascorso.


Gli Antifascisti vittime...del Comunismo


La tesi, tanto diffusa, per la quale antifascismo e comunismo siano due sinonimi è palesemente confutata dal vasto panorama della Resistenza Italiana, con buona pace di quella stantia retorica da sezione rossa che, ogniqualvolta le ricorrenze lo permettano, si appropria della memoria e del merito della lotta al fascismo. Tuttavia, un'altra verità storica affiora dall’analisi delle vicende degli antifascisti durante la dittatura fascista, fatto decisivo e sconvolgente che Ugo Finetti riassume così nel volume La resistenza cancellata: «gli antifascisti italiani condannati a morte dal Tribunale Speciale di Mussolini sono stati di gran lunga meno numerosi di quanti ne vennero giustiziati nel corso dei processi di Mosca, calcolando anche i delitti terroristici da Matteotti ai fratelli Rosselli».
Certo, il fatto che i comunisti abbiano massacrato più antifascisti del fascismo stesso, esige di rivalutare un binomio, che, a ben vedere, risulta inaccettabile dal fatto stesso che il nemico di una dittatura non può averne in simpatia una ancor più oppressiva. Se, davvero, abbandonando la semplice retorica da sezione ammorbata dall’odore acre di vino caldo, oramai trasferitasi nelle aule scolastiche durante i collettivi, o nelle piazze prese d’assalto da scolorite bandiere rosse, vogliamo celebrare, come è giusto che sia, l’antifascismo (tenendo ben presente che si trattò di un fenomeno di minoranza nel panorama italiano del Ventennio), non possiamo che tener presente e denunciare che molti antifascisti caddero per mano comunista.
Il fenomeno, che si acutizzò a partire dal 1936, ebbe due scenari principali, Mosca e la Spagna, ed in cabina di regia, proprio lui: Palmiro Togliatti. Già prima dell’esplosione delle purghe staliniane e della Guerra Civile Spagnola, non si fa fatica a rinvenire antifascisti vittime del sistema sovietico: tra gli altri casi, citati da Finetti, l'anarchico Francesco Ghezzi. Venne arrestato nel 1929 in Urss, dov'era esule, per aver organizzato, secondo il regime, degli attentati. Gli anarchici europei non credettero alle accuse e chiesero al Cremlino le prove. A ribattere beffardamente fu Togliatti che - come sempre, da buon segretario dell’Internazionale - si schierò con Stalin. Rispose a questa richiesta di "prove" con una circolare ai comunisti all'estero, capace di spiegare una volta per sempre la concezione della giustizia del leader del Pci: «per noi comunisti, la questione delle ‘prove' è una questione che non si pone: è, anzi, una questione sciocca (...). Chiedere le prove della condanna del Ghezzi vuol dire sostenere che ogni singolo atto del governo dei soviet deve essere sottoposto a un controllo pubblico. E' evidente che a una richiesta di questo genere non possono essere favorevoli che i nemici del regime dei soviet e della dittatura proletaria».

Francesco Ghezzi
In seguito alle proteste internazionali il Ghezzi venne rilasciato nel 1931, ma tre anni dopo, di nuovo arrestato, sparì nelle tenebre del Gulag siberiano dove morì nel 1941, a Vorkuta. E' solo uno dei tanti casi. Sarà soprattutto con l'inizio del grande Terrore, verso il 1935, che l'antifascismo esule in Urss viene schiacciato da Stalin. Finetti ricostruisce il ruolo terribile di Togliatti in questa tragedia, il suo scontro con Gaetano Salvemini e la drammatica lettera aperta che Victor Serge (anch'egli era stato in Urss, poi arrestato dal regime comunista e rilasciato solo grazie alla protesta internazionale) gli scrisse nel 1945, quando Togliatti era diventato ministro della Giustizia italiano: «Signor Ministro, che ne è degli antifascisti rifugiati in Urss?».
Secondo Finetti "ancora oggi si tenta di occultare soprattutto la responsabilità diretta di Togliatti in quei procedimenti giudiziari". Un esempio è il caso di Edmondo Peluso. «Nel 1964» scrive Finetti «Guelfo Zaccaria pubblica la prima documentazione su 200 antifascisti giustiziati. Il Pci nega e ci vorranno circa trent'anni perché la cifra sia riconosciuta veritiera anche da Alessandro Natta».
Sulla scena spagnola, riguardo la quale si consuma una delle grandi rimozioni della storiografia, il terrore rosso scatenato, su ordine di Stalin, fra gli antifascisti anarchici, socialisti, liberali, repubblicani, trotzkisti. Nel maggio 1937, scrive Paolo Pillitteri, «i comunisti, tramite la Nkvd, procedettero alla eliminazione, nella sola città di Barcellona, di 350 persone ‘nemiche', cioè trotzkiste, ferendone 2.600». Fra gli uomini di Stalin in Spagna vi furono in primo piano Orlov, protagonista delle "purghe", e - di nuovo - Togliatti, «che dirigeva il partito comunista spagnolo e le forze militari comuniste per conto di Mosca».

Togliatti in un francobollo sovietico
Particolarmente clamorose (e crudeli) le eliminazioni - da parte dei sovietici - di antifascisti importanti come Nin, Berneri e Barbieri. Tutti amici di Rosselli (fondatore di “Giustizia e Libertà”) anch'egli eliminato in quei giorni col fratello a Parigi da una fantomatica organizzazione (i libri di storia non hanno dubbi, fascista), oggi sospettata da ricercatori scrupolosi di aver agito per conto dei sovietici (con cui i Rosselli erano allo scontro). D'altronde, dopo la vittoria franchista in Spagna, «Stalin volle l'eliminazione di non meno di 5 mila combattenti spagnoli (antifascisti, ndr) rifugiati in Urss».
Perché? Qual è lo scopo di una tale carneficina? A spiegare la guerra dei comunisti contro tutti gli altri antifascisti, secondo Pillitteri, fu proprio Togliatti su "L'Internazionale comunista" dove scriveva delle purghe staliniane. Secondo Togliatti occorreva «liberare definitivamente il movimento operaio internazionale dal lerciume trotzkista», per questo le organizzazioni operaie dovevano essere «epurate, radicalmente e per sempre, dai banditi che sono penetrati nei loro ranghi per trascinarvi direttive e parole d'ordine fasciste».
La solita caccia alle streghe alimentata da sospetti di contiguità con il fascismo la cui infondatezza è tanto più rafforzata se si pensa al modo in cui lo stesso Togliatti e il PCI non mostravano pudore nel lanciare, nel 1936, l'incredibile Appello ai fratelli in camicia nera, che comincia con queste parole: «I Comunisti fanno proprio il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori. Lottiamo uniti per la realizzazione di questo programma. Fascisti della vecchia guardia! Giovani fascisti! Noi proclamiamo che siamo disposti a combattere assieme a voi... Noi non vogliamo prestarci al gioco dell'imperialismo inglese...».
Umberto Terracini, fondatore del PCI
Nota Antonio Socci su Il Giornale del 21/09/2003: «Questo sconcertante documento non è un imbarazzante incidente, ma esprime esattamente la strategia staliniana. A Stalin in Spagna non interessava affatto la lotta al fascismo e al nazismo. Egli perseguiva ossessivamente un altro obiettivo: l'eliminazione di tutte le possibili fonti di contagio delle idee democratiche o socialdemocratiche. E puntava a un accordo strategico con Hitler e Mussolini contro le democrazie europee».
Lo constatò pure Leo Valiani in un'intervista alla Repubblica del 1998: «Fin dal 1937 - lo ha denunciato Trotzky - Stalin mirava a un accordo con Hitler. Avrebbe raggiunto l'intento due anni dopo con il patto Molotov-Ribbentrop».
A tal proposito è utile ricordare che la Hitler potè dare avvio alla II Guerra Mondiale, solo grazie al patto di alleanza stretto nell'agosto 1939 con l'Urss la quale si spartì con la Germania Polonia e paesi baltici. Per ben due anni, metà della guerra, fu Stalin il grande alleato di Hitler. E i partiti comunisti europei si allinearono. Finetti ricorda il caso di Umberto Terracini, fondatore del PCI durante il Congresso Socialista di Livorno nel 1921, a cui ripugnava quell'alleanza col nazismo antisemita: «l'ebreo Terracini, al confino in Italia, viene espulso dal partito per aver criticato la scelta di Stalin». Fosse stato in Urss che fine avrebbe fatto? A metter fine alla sconcia alleanza nazicomunista che aveva scatenato la guerra, peraltro, non sarà Stalin, che avrebbe voluto intensificare il sodalizio, ma Hitler. Cosicché Tzvetan Todorov, nel suo libro sui lager, Di fronte all'estremo, osserverà: «Che a Norimberga i rappresentanti di Stalin condannino a morte quelli di Hitler sfiora l'oscenità». 

Le ombre rosse sul massacro delle Fosse Ardeatine


Roma, 23 marzo 1944. Si consuma l’antefatto dell’immane eccidio nazista delle Fosse Ardeatine, nel quale vennero giustiziate 335 persone, tra cui ebrei, un sacerdote cattolico, artisti, diplomatici, autisti, avvocati, ferrovieri, impiegati, merciai ambulanti, medici, meccanici, professori, studenti, musicisti, bottegai, generali, camerieri, banchieri, industriali, macellai. Una bomba, confezionata da mano partigiana con 18 kg di esplosivo misto a spezzoni di ferro, viene fatta esplodere in corrispondenza del passaggio in via Rasella dell’11° compagnia del III battaglione dello SS-Regiment-Polizei “Bozen”, formata da 156 uomini, di cui la maggior parte altoatesini (e dunque Italiani), di ritorno da un’esercitazione di tiro: 32 uomini muoiono sul colpo, uno decede il giorno successivo, tra le altre vittime il partigiano Antonio Chiaretti e il 13enne Piero Zuccheretti, tagliato a metà dall’esplosione.
Vittime dell'attentato di via Rasella, come si può ben vedere non si tratta di giovani, come detto dalla Cassazione
L’attentato fu un gesto sconsiderato, privo di qualsiasi valore militare, giacchè il battaglione colpito aveva unicamente funzioni di polizia (Roma era città aperta), e il rifiuto da parte degli autori materiali di costituirsi costò la vita a ben oltre 300 persone, benchè sul particolare dell’affissione da parte del comando tedesco dei manifesti che invitavano gli esecutori ad auto-denunciarsi non si è riuscito a produrre alcuna prova. Peraltro, il problema non si pone nemmeno perché Rosario Bentivegna (colui che accese la bomba in via Rasella) ha affermato che fu lo stesso PCI a porre il veto di costituirsi ai suoi affiliati. Questo particolare, il quale, peraltro, non sarebbe l’unico, stridente con l’immagine edulcorata, passata da certuna storiografia, del partigiano “martire”, insieme ad altri, suggerisce dei risvolti inquietanti alla vicenda, messi in luce nel 1996 dal giornalista Pierangelo Maurizio, condannato, per questo, dalla Corte di Cassazione, che, contro qualsiasi oggettività storica, definì l’attentato di via Rasella, “azione di guerra”.
Rosario Bentivegna
La Cassazione fece una descrizione precisa dei componenti del Battaglione Bozen, come "di uomini pienamente atti alle armi, di età compresa tra i 26 e i 43 anni". Pare ciascuno avesse, inoltre, un moschetto e tre bombe a mano alla cintola. La Cassazione però dimentica un piccolo particolare, raccontato al citato giornalista da un superstite del gruppo Bozen:  il Comando tedesco, in ragione dello status di Roma come “Città aperta”, con teutonica ottusità, faceva marciare con i moschetti scarichi. Erano montanari altoatesini, che avevano optato per la cittadinanza tedesca ed erano stati forzatamente arruolati. A Roma stavano seguendo un corso di addestramento, al termine sarebbero stati impiegati come piantoni.
Con buona pace della Cassazione, tuttavia, che l’attentato di via Rasella fu tutt’altro che un’azione di guerra lo dimostra, primo, quanto affermò nel '48 la sentenza del Tribunale militare di Roma contro il colonnello delle SS Herbert Kappler, condannato all'ergastolo per le Fosse Ardeatine (non per la rappresaglia ma per i condannati in più che aggiunse arbitrariamente), definendo l'attentato dei Gap un «atto illegittimo» contrario a tutte le convenzioni internazionali. Tanto che i familiari di tre poveri ebrei finiti a far numero alle Fosse Ardeatine cercarono di portare in giudizio non solo gli esecutori dell'attentato ma anche i mandanti. Per motivi incomprensibili, si trovò il modo di incardinare il processo non al Tribunale militare, non in sede penale, ma in sede civile. Nel '51, poche settimane prima che ci fosse il verdetto, il governo De Gasperi conferì onorificenze al valor militare agli esecutori materiali di via Rasella (la medaglia d'argento a Rosario Bentivegna è stata consegnata solo nell'83 dall'allora Presidente-partigiano Sandro Pertini). Qualche settimana dopo il Tribunale civile sentenziò, pressoché sulla base di questo assunto: gli attentatori sono stati appena premiati pubblicamente come eroi, dunque nessun atto illegittimo può essere addebitato loro. Da qui nasce il mito intoccabile di via Rasella «azione di guerra».
Da allora chiunque abbia osato contestarlo è stato passibile di querela, con condanna più che probabile. Ne fece le spese anche il grande Indro Montanelli, per aver violato in un libro la sacralità del mito e la Rizzoli fu costretta a mandare al macero 30mila copie.
Molto interessanti sono gli scenari che, documenti alla mano, Maurizio traccia, in riferimento a possibili secondi fini partigiani che dietro un’azione, la cui ingenuità e inutilità da un punto di vista strategico, non faticano ad affiorare, né sembrano fuori da alcuna logica: «Nella più che prevedibile rappresaglia nazista furono sterminati in prevalenza appartenenti a “Giustizia e libertà”, a “Bandiera rossa”, ai partigiani monarchici, tutte e tre formazioni contrapposte al Pci o sue rivali. Tutti, a cominciare dall'eroico colonnello Montezemolo (zio di Luca), che come capo del “Fronte militare clandestino” aveva vietato gli attentati a Roma proprio per evitare rappresaglie, nei mesi e nelle settimane precedenti erano stati arrestati, il più delle volte sulla base di delazioni provenienti dall'interno della Resistenza.
Nei mesi precedenti “l'Unità” clandestina, diretta da Mario Alicata, fece una guerra spietata a quelli di “Bandiera rossa”, formazione in cui c'erano trozchisti, un anarchico, qualche repubblicano e soprattutto numerosi ufficiali “democratici” come Aladino Govoni (trucidato alle Ardeatine), il figlio del poeta Corrado. Il foglio del Pci arrivò a definirli "emissari di Goebbels" uguagliandoli ai nazisti. Poche settimane prima di via Rasella avvertì che se qualcosa di grave fosse accaduto a Roma "sappiamo di chi è la responsabilità".
Antonello Trombadori, uno dei leader del Pci, che aveva capeggiato i gappisti romani (autori dell’attentato di via Rasella) nella prima fase e si trovava nel carcere di Regina Coeli, si salvò grazie al medico del carcere, il dottor Monaco, che lo dichiarò “intrasportabile” perché malato. Ma alle Fosse Ardeatine finirono storpi e anche un ragazzo di 14 anni». (da P. MAURIZIO, Via Rasella. Un mistero che dura da sessant'anni, il Giornale, 10.08.2007)
In una delle pagine più nere della Seconda Guerra Mondiale, ed in particolare dell'occupazione tedesca, non si fatica a scorgere - nell’occasione tra partigiani, aderenti a correnti diverse- quella lotta fratricida, che da Romolo e Remo, passando per Guelfi e Ghibellini, per approdare allo scontro ideologico tra DC e PCI ha segnato (e continua a segnare) la storia d’Italia, lasciando dietro di sé, tra le altre, le mute vittime delle Fosse Ardeatine.

La Shoah cancellata

A una settimana dalla Giornata della Memoria e dalle polemiche che sono derivate dalle varie commemorazioni non possiamo esimerci dall’esprimere la nostra modesta opinione: il miglior modo per commemorare la Shoah è - e rimarrà sempre - avere memoria della storia. E per avere memoria della storia bisogna avere l’onestà di raccontare i fatti per quello che sono stati, senza sottoporli a storpiature e manipolazioni ideologiche. Proponiamo dunque in tal senso una breve riflessione sulla condizione delle comunità ebraiche in Italia durante il Ventennio, per fare memoria della storia e - soprattutto - onorare la memoria dei morti della Shoah, consapevoli dell’entità delle responsabilità del nostro Paese solo dopo aver preso atto del reale corso della storia.
Affrontando l'argomento del rapporto fra fascismo ed ebraismo ci si trova subito di fronte un innegabile dato si fatto: fra il 18 settembre 1938 e la prima metà degli anni '40 il Governo Mussolini approvò una serie si provvedimenti chiaramente discriminatori nei confronti degli ebrei italiani, passate alla storia come leggi razziali, che supponevano una base ideologica rappresentata dalla dichiarazione dell'esistenza delle razze. E tuttavia queste non possono cancellare oltre 15 anni di governo, né possono giustificare la riduttiva rappresentazione che la storia rende di questo argomento.
Proponiamo anche noi dei dati di fatto parimenti incontestabili, che attestino la parziale falsificazione della storia, la manipolazione e l'alterazione dei fatti storici, la quasi totale falsità della vulgata resistenziale che ha sempre troneggiato nella cultura repubblicana.

Primo fatto. Esiste una moneta coniata dalla comunità ebraica italiana su cui è possibile leggere "La comunità ebraica riconoscente al re Vittorio Emanuele III e Benito Mussolini".
Secondo fatto. Il giornale sionista "Israel", in occasione del decennale della Marcia su Roma, pubblicava il 27 ottobre 1932: "Dopo 10 anni di regine fascista, il ritmo spirituale della vita ebraica in Italia è più intenso, assai più intenso di prima. In un clima storico come quello del fascismo riesce più facile ai dimentichi di ritrovare il cammino della propria conoscenza, ai memori di rafforzarlo, presidiandolo di studi e di opere".
Frontespizio del giornale sionista "Israel".
Terzo fatto. Le cosiddette Leggi Falco (1930) e quelle degli anni immediatamente successivi riorganizzarono totalmente le comunità ebraiche nel Belpaese: regolarono istituzioni ebraiche - scuole comprese - nel territorio nazionale; risalgono a questi anni leggi che sono ancora oggi - a 80 anni dalla promulgazione - sono in vigore.
E - possiamo garantirvelo - di fatti come questi la storia ne è piena. Ci sia ora consentito presentare dopo la schietta oggettività dei fatti anche una soggettiva dichiarazione di parte, quella dello storico israeliani Leon Poliakov: "Ovunque penetrassero le truppe italiane, si legava uno schermo protettore di fronte agli ebrei. [...] Appena giunte sul luogo di loro giurisdizione, le autorità italiane annullano le disposizioni decretare contro gli ebrei".
Ci si trova dunque fra due poli opposti, fra chi ritiene Mussolini "parte della macchina della soluzione finale" e chi invece scagiona completamente lo statista di Predappio.

All'avvento del fascismo le comunità ebraiche erano completamente integrate nella società italiana: fra i generali dell'esercito durante la Grande Guerra ben 50 erano ebrei, compreso Emanuele Pugliese, il più decorato d'Italia; dei 350 senatori di nomina regia ben 19 sono ebrei; nel 1906 il barone ebreo Sydney Sonnino diventa Presidente del Consiglio, nel 1910 viene sostituito da un altro ebreo, Luigi Luzzatto. Roma per sei anni (1906-1913) ha avuto un sindaco ebreo, e 'Italia nelle trattative di pace di Versailles fu rappresentata da Salvatore Barzilai, ebreo anch'egli. È difficile dunque pensare che con l'avvento del Fascismo le comunità ebraiche, così ben radicate ed integrate, siano state improvvisamente oggetto di un così profondo odio e convinta discriminazione razziale.
Sidney Sonnino, ebreo: Primo Ministro 1909-1910
Ed in effetti la stessa riunione in cui nacque il fascismo, la famosa riunione di San Sepolcro a Milano il 23 marzo 1919, dei 119 partecipanti 5 erano ebrei; tre ebrei furono anche iscritti nei nomi dei "martiri fascisti", i militanti morti nei tre anni successivi negli scontri con i socialisti: Duilio Sinigaglia, Gino Bolaffi e Bruno Mondolfo. 230 ebrei marciano su Roma e nel 1922 ben 746 ebrei sono iscritti al partito fascista o a quello nazionalista, fusi poi nel 1923. Gli ebrei sono parte viva della società fascista, propulsore ben integrato dell'economia del Ventennio, che rivendicano giustamente la propria partecipazione politica: a Fiume con D'Annunzio ci sono diversi ebrei, il vice capo della polizia durante buona parte del Ventennio è tale Dante Almansi, ebreo come Maurizio Lava, vicegovernatore della Libia, governatore della Somalia, capo della milizia fascista. Ci scusino i nostri lettori se ci siamo dilungati tanto nello sterile elenco di persone ai più sconosciuti, ma riteniamo interessante conoscere quale fosse effettivamente la realtà in Italia durante il Ventennio, su quale humus culturale, politico e sociale nasce - secondo la vulgata resistenziale - l'innato odio fascista per gli ebrei.
La moneta con cui abbiamo aperto la nostra dissertazione ha un perché storico ben preciso: nel febbraio 1934 Chajm Weizmann, uno dei maggiori esponenti del sionismo internazionale, incontra il Duce, che volle fortemente l'incontro - cime scrive la storica ebrea Rosa Paini -, per poter concedere di lì a poche settimane ben 3000 visti per autorizzare tecnici e scienziati ebrei di stabilirsi in Italia.
Nei celebri Colloqui con Mussolini dello scrittore e giornalista ebreo Emil Ludwig, il Duce afferma: “il razzismo è una stupidaggine, l’antisemitismo in Italia non esiste”. Era il 1932 e nei 5 anni precedenti 4920 ebrei si erano iscritti al Partito Fascista. Dopo le leggi razziali - nonostante le favole narrate nell’immediato dopoguerra e canonizzate negli ultimi decenni - la situazione non cambiò poi molto: nel 1939 il Governo Mussolini autorizza Dante Almansi, presidente della comunità ebraica italiana a costituire un’organizzazione per l’assistenza degli ebrei rifugiati in Italia perhè perseguitati nei propri paesi.Questa organizzazione sopravviverà allo stesso Mussolini, continuando a salvare le vite di migliaia di ebrei fino alla fine del conflitto: fra il 1943 ed il 1945 consentì inoltre a oltre cinquemila rifugiati ebrei di raggiungere paesi neutrali.

Campo di internamento di Ferramonti.
In Italia non sono mai esistiti campi di concentramenti per ebrei, ma solo campi di internamento per i cittadini dei paesi con sui il nostro Paese era in guerra: e - almeno fino all’Armistizio - in questi campi non vi era la minima traccia di razzismo. Il dottor Salim Diamand fu internato nel campo di Ferramonti, e descrive la sua esperienza nel libro “Internment in Italy”; in queste pagine si può leggere: “Non ho mai trovato segni di razzismo in Italia. Nel campo controllato da Carabinieri e Camicie Nere gli ebrei stavano come a casa loro”. Fra le altre cose gli internati ricevevano dal Governo fascista 8 lire al giorno da spendere come preferivano.
La vera svolta nella condizione degli ebrei avvenne infatti il giorno di quello che gli inglesi chiamano “crucked deal”, “lo sporco affare”, l’Armistizio: il Governo Badoglio tutto fece tranne che abrogare le terribili leggi razziali. E proprio a questi giorni risale il terribile rastrellamento del Ghetto di Roma: era il 16 ottobre 1943 e le truppe naziste poterono finalmente compiere tutto ciò che fino ad allora la presenza di Mussolini aveva impedito. E - fatto ancor più sorprendente per chi è abituato alla vulgata resistenziale che da decenni viene avanzata sull’argomento - ad ostacolare l’azione delle SS non vi fu nessun partigiano, ma solo i fascisti rimasti nella Città Eterna: una figura che la storiografia ha debitamente cancellato risponde al nome di Ferdinando Natoni che, in virtù della propria qualifica di “fascista”, poté esigere la liberazione degli ebrei rastrellati da una delle squadre di SS presenti in città. E come lui fecero molti altri fascisti, a Roma come in Italia e all’estero.
Il razzismo e l’antisemitismo fascista, dunque, è ancora tutto da dimostrare; a differenza di molti episodi con protagonisti gli Alleati - anch’essi opportunamente rimossi dalla storiografia - che hanno portato il giornalista Daniele Vicini a scrivere su L’Indipendente il 20 luglio 1993: “strana dittatura quella fascista, strana democrazia quella americana”. Nel 1940 il solo Dipartimento della Senna consegnò ai tedeschi uno schedario di circa 150 000 ebrei, prima di consegnare ai tedeschi 5 802 donne e 4 051 bambini ebrei. E d’altronde la Gran Bretagna non fu poi da meno quando il suo Console avvertì un’imbarcazione carica di ebrei fuggiaschi che se si fosse avvicinata alle coste della Palestina sarebbero stati respinti e silurati in quanto immigrati illegali. E gli Stati Uniti infine farebbero una magra figura se posti davanti al fatto compiuto che fecero intervenire la Usa Navy per evitare che le coste americane diventassero porto d’approdo per migliaia di ebre. Con episodi del genere si potrebbe raccontare una Shoah dimenticata, o meglio rimossa: una serie di episodi che riscriverebbero la storia o - più propriamente - la scriverebbero per la prima volta, perché questa storia non l’ha mai scritta nessuno. E sicuramente non per dimenticanza.