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USA e ONU senza principi e senza morale

Pubblichiamo una breve ma assai interessante e sentita intervista al Patriarca caldeo iracheno Louis Raphaël I Sako, pubblicata in questi giorni sul Blog 'Stanze Vaticane'.

Beatitudine, qual è la situazione attuale dei profughi cristiani e yazidi in Iraq perseguitati dall’ISIS?

La situazione è tragica. Ci sono ancora persone rimaste a Karakosh e in altri villaggi. Sono privati di tutto. ISIS ha preso le donne e non sappiamo dove siano finite. Invece forzano gli uomini a convertirsi all’Islam. Le notizie sono sconcertanti.
Le famiglie rifugiate vivono in una situazione miserabile: settantamila vivono nella regione di Erbil e cinquantamila nella regione di Dohok. La maggioranza vive dentro le chiese e dentro le scuole. Hanno bisogno di tutto. La nostra preoccupazione è che le scuole fra poco apriranno e l’inverno è vicino. Le nostre chiese hanno fatto del loro meglio per accogliere e aiutare queste famiglie.

3 giugno 1963: muore il Papa Buono

Il pontificato di Giovanni XXIII, al secolo Angelo Roncalli, non è ricordato per la sua durata, sale sul soglio pontificio a 77 anni per rimanerci 5 anni, ma per aver convocato, dopo oltre 80 anni, un Concilio: era il 25 gennaio 1959, quando, Papa da soli tre mesi, annunciò "Venerabili Fratelli e Diletti Figli Nostri! Pronunciamo innanzi a voi, certo tremando un poco di commozione, ma insieme con umile risolutezza di proposito, il nome e la proposta della duplice celebrazione: di un Sinodo Diocesano per l'Urbe, e di un Concilio ecumenico per la Chiesa universale".
Si tratta sicuramente del gesto che più di ogni altro rimane nell'opinione comune come il ricordo più evidente del breve ma intenso pontificato del Papa Buono. E tuttavia - senza voler fare classifiche - esiste un altro discorso altrettanto importante, che esula dal campo religioso ma si staglia nella storia dell'ultimo secolo come spartiacque fra la pace e la guerra: di tratta del radiomessaggio del 25 ottobre 1962.

Rolando Rivi Beato: 'un prete in meno', un beato in più

Sabato scorso il card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha celebrato la solenne cerimonia di beatificazione di Rolando Rivi, seminarista ucciso in odium fidei il 13 aprile 1945 a soli 14 anni; la motivazione dei suoi assassini fu tragicamente chiara: 'Avere un prete in meno' affermarono i partigiani responsabili della sua morte. La Gazzetta del PAGO commemora l'evento riproponendo il numero di Errata Corrige del 13 aprile scorso, dedicato alla memoria dei sacerdoti uccisi dalla resistenza comunista nel 1945.

I sacerdoti uccisi dai partigiani rossi

Emilia Romagna: tra il 7 agosto 1941 e il 4 febbraio 1951 vengono uccisi 130 sacerdoti tra parroci, religiosi, cappellani militari oppure semplici curati. Si respira il rovente clima di terrore rosso che si visse almeno fino al 1948 nel famoso «Triangolo della morte», in città e regioni dove i comunisti avevano acquisito il controllo di prefetture e delle forze di polizia. E il discorso si allarga fatalmente, oltre ai poveri preti uccisi - che finalmente vengono restituiti alla memoria e, quindi, alla pietà -, per spostarsi su migliaia di altre vittime, anch'esse spesso cadute dopo la fine ufficiale del conflitto civile: quegli «sconosciuti 1945», se non di più, di cui si è occupato con grande successo di pubblico Giampaolo Pansa.

Benedetto XVI ad Odifreddi: "Ecco chi era Gesù"

Il Papa Emerito Benedetto XVI ha risposto al matematico Piergiorgio Odifreddi, presidente onorario dell'Unione Atei e degli Agnostici Razionalisti, alle critiche espresse da quest'ultimo al Papa circa al contenuto di vari libri ed encicliche (Intoduzione al Cristianesimo, Gesù di Nazaret, Fede e scienza, Luce del mondo,...). La risposta di Joseph Ratzinger è giunta in una lettera di circa 11 pagine, di cui uno stralcio è stato pubblicato su Repubblica: cogliamo l'occasione per riproporvelo.

Una questione di macchine


Qual è la differenza fra una Renault 4 ed una nuova BMW di grande cilindrata? Una è la macchina del Papa, l'altra quella del Presidente della Camera. Le differenze non finiscono più, ma al lettore risulteranno sicuramente più interessanti le considerazioni che ne sorgono spontanee.

7 anni dalla lezione di Ratisbona: Papa Benedetto, la fede e la ragione

La lectio magistralis "Fede, ragione e università - Ricordi e riflessioni", tenuta il 12 settembre 2006 dal papa Benedetto XVI presso l'università di Ratisbona durante il suo viaggio in Baviera, rappresenta un intervento del pontefice sul tema dei rapporti tra fede e ragione, di importante rilievo sul piano culturale e teologico cattolico.

Il discorso papale ha causato violente reazioni nel mondo islamico, soprattutto a causa di una citazione dell'imperatore bizantino Manuele II, tratta da un suo scritto sulla guerra santa, redatto probabilmente tra il 1394 e il 1402: oltre a numerose proteste di piazza sono stati infatti assaltati e incendiati diversi luoghi di culto cristiani.

La pace si afferma solo con la pace - Il discorso di Papa Francesco


«Dio vide che era cosa buona» (Gen 1,12.18.21.25). Il racconto biblico dell’inizio della storia del mondo e dell’umanità ci parla di Dio che guarda alla creazione, quasi la contempla, e ripete: è cosa buona. Questo, carissimi fratelli e sorelle, ci fa entrare nel cuore di Dio e, proprio dall’intimo di Dio, riceviamo il suo messaggio. Possiamo chiederci: che significato ha questo messaggio? Che cosa dice questo messaggio a me, a te, a tutti noi? 

Papa Francesco e l'appello per la pace: sulle orme di Benedetto XV e Giovanni XXIII

Era giovedì 25 ottobre 1962: Giovanni XXIII pronunciò in diretta radiofonica uno dei suoi discorsi più famosi e commoventi, invocando la pace su tutta la Terra e scongiurando di fatto lo scontro fra USA e URSS: dopo essere stato trasmesso in diretta il discorso fu tradotto in svariate lingue, comprese - ovviamente - inglese e russo: il tema della pace è sempre stato un tema caro a Giovanni XXIII, che, constatando la delicata situazione internazionale, sì appellò spesso ai governanti del mondo intero perché avessero a cuore la pace mondiale.


Celestino V ed i complotti: e se fosse 'solo' umiltà?

Il caso di papa Benedetto, che l'11 febbraio scorso ha rinunciato al Ministero Petrino, ha riportato in auge il celebre episodio di S.Celestino V. 
Questo monaco, al secolo Pietro del Morrone, dopo essere stato incoronato il 29 di agosto del 1294 (oggi è per l'appunto l'anniversario), restò al governo solamente fino al 13 dicembre dello stesso anno, per poi abdicare. Non occupò mai il territorio vaticano, perché operò per tutto il tempo in Abruzzo.

Il Papa del Sorriso: dalla campagna veneta a San Pietro

A 35 anni dall'elezione di Giovanni Paolo I, La Gazzetta del Pago ricorda Papa Luciani con una breve biografia, dall'infanzia in Veneto negli anni '10 fino alla sera del 26 luglio '78, quando si affacciò per la prima volta su Piazza San Pietro, ricostruendo i fatti  grazie alle testimonianze dello stesso Servo di Dio e di chi gli è potuto stare vicino.

Albino Luciani nasce a Canale d'Agordo, allora Forno di Canale, giovedì 17 ottobre '12: considerato in imminente pericolo di vita viene battezzato il giorno stesso dalla levatrice, per poi essere battezzato in chiesa due giorni dopo da don Achille Ronzon. Il padre, Giovanni, era un operaio - forse di simpatie socialiste -  che emigrò presto in Svizzera e Germania, prima di trovare lavoro a Murano come artigiano del vetro; la madre, Bortola Tancon, viene ricordata dalla figlia minore come "una donna rustega, come diciamo noialtri in veneto, molto semplice, ma di gran temperamento, volitiva, energica".

Il Papa Comunista apre ai gay: e vissero tutti felici e contenti


Papa Francesco ci stupisce da oramai più di quattro mesi: un Papa che rompe la tradizione, parla alla gente, augura buon pranzo e non fa le vacanza come gli italiani in crisi. Un Papa innovatore a tal punto da essere comunista. Eh già, perché non può che essere definito così un Papa che parla della tenerezza proprio come Che Guevara e di indifferenza come Gramsci, che accenna alle periferie dell’esistenza rifacendosi a Fuksas, che apre ai Gay come forse solo Vendola riesce a fare.

Se qualcuno ha avuto il di continuare a leggere questo articolo, che solo nel suo primo paragrafo è riuscito a condensare una serie incredibile di controsensi, dimostrazione di follia pura, sappia che siamo riusciti a sintetizzare in quattro righe la linea editoriale di molti media nazionali su Papa Francesco. L’ultimo episodio che ha stuzzicato la fantasia di molti è rappresentato dall’intervista concessa dal Papa durante il volo di ritorno dal viaggio in Brasile per la GMG: il Papa ha parlato per quasi un’ora con i giornalisti, toccando marginalmente la questione “omosessualità”. I giornali – ovviamente – hanno aperto con i titoli più vari, estrapolando di fatto una sola frase: “Se una persona è gay, chi sono io per giudicarlo?”. Senza voler mancare di rispetto ai signori giornalisti e titolisti che lavorano solo per fare titoli accattivanti e vendere qualche copia in più, procediamo rapidamente a smontare l’impalcatura di invenzione create ad hoc per Papa Bergoglio, con la schiettezza e l’onestà di chi non guadagna nulla con un titolo interessante o un visitatore in più.

San Giovanni Bosco, esempio luminoso di cristiani impegnati nel sociale.
Per prima cosa appare indispensabile leggere le parole pronunciate dal Papa, per non ridurci a fare inutili commenti su citazioni oramai di seconda mano. “Si scrive tanto della lobby gay. Io finora non ho trovato in Vaticano chi ha scritto "gay" sulla carta d'identità. Bisogna distinguere tra l'essere gay, avere questa tendenza, e fare lobby. Le lobby, tutte le lobby, non sono buone. Se una persona è gay e cerca il Signore con buona volontà, chi sono io per giudicarlo? Il Catechismo della Chiesa cattolica insegna che le persone gay non si devono discriminare, ma si devono accogliere. Il problema non è avere questa tendenza, il problema è fare lobby e questo vale per questo come per le lobby d'affari, le lobby politiche, le lobby massoniche”.

Già alla luce di questa semplice operazione di trascrizione – anche detta “informazione” – Papa Francesco diventa un po’ meno comunista, o quantomeno ci viene il dubbio che non voterebbe per SEL… Un’ulteriore considerazione ci permette di comprendere quale sia la reale preparazione di chi è solito scrivere a livello nazionale su Papa e Chiesa: perché mai dovrebbe fare scalpore un’intervista in cui non si fa altro che ripetere il contenuto del Catechismo? Forse non tutti i giornalisti conoscono il Catechismo? E allora forse tanti, troppi articoli sulla Chiesa e su Papa Francesco non sono altro che giudizi espressi senza alcuna cognizione di causa, nascondendo magari un qualche intento ideologico anticlericale?
Ma, se qualcuno ancora fosse convinto che Papa Francesco possa rappresentare il partigiano modello, si interroghi sul ruolo fondamentale svolto nel sociale da tanti personaggi che vantavano la fede cattolica. Si interroghi anche sull’atteggiamento di dura condanna dell’allora arcivescovo di Los Angeles nei confronti della Teologia della Libreazione, di chiara ispirazione marxista-leninista. E si dia qualche risposta. E magari la prossima volta che vuole comprare il Fatto Quotidiano, risparmi un euro.


Contro la "globalizzazione dell’indifferenza", papa Francesco ha commosso Lampedusa e l’Italia, ma c'è chi ne approfitta.

Lunedì il Papa Francesco ha visitato l'isola di Lampedusa, sempre afflitta dal problema degli sbarchi dei migranti. Come primo viaggio ha scelto-poteva andare da qualsiasi capo di stato o in qualsiasi suite d'albergo esistente al mondo-di condividere qualche ora con gli ultimi. Ed ha lanciato un forte segnale alla politica, senza scendere nei populismi. Ha chiesto che le barbarie accadute in questi anni non accadessero più, ha chiesto perdono per tutte le innocenti vittime del mare, sui cui corpi nessuno ha mai pianto. Ed ha denunciato la globalizzazione dell'indifferenza, in cui ognuno vive come in una bolla di sapone. 
Le sue parole hanno unito tutti, ma c'è chi le ha usate per fare politica. Chi?
In prima serata su La7 è arrivato Walter Veltroni, che parlando di immigrazione ha detto: «Ci dovremmo preoccupare perché tra un po’ gli immigrati non arriveranno più da noi perché non c’è lavoro»
Affermazione politica, perché mette in risalto solo la negatività. E poi, non sarebbe meglio occuparsi anche, non dico prima, ma anche, del lavoro agli italiani? No, perché il PD sa di guadagnarsi politicamente, e non coi fatti, fette di popolazione a suon di frasi a cui non  viene dato seguito.
La politica deve senza dubbio ascoltare i moniti del Papa, confrontarsi con le alte sfide di quella missione spirituale, ma d’altra parte converrebbe anche interrogarsi sui risultati concreti delle "sanatorie" degli ultimi anni. Qual è il rapporto costi-benefici delle recenti politiche di emersione del lavoro immigrato? Cosa si nasconde nel buco nero del mercato legato ai permessi di soggiorno?
Cosa potrebbe fare il PD? Svelare  luci e ombre dell’umanitarismo quando si fa industria della accoglienza, contribuendo in fin dei conti a peggiorare quella situazione economico-sociale già tragica.

Gli aspetti economici legati al fenomeno migratorio vanno interpretati non per restare indifferenti davanti al “sangue versato dai nostri fratelli”, come insegna papa Francesco, ma  con l’obiettivo di dare delle concrete opportunità a chi arriva in Italia, non per prendere voti e poltrone, e salvare capra e cavoli.

Il caso Galilei

Stando a un'inchiesta dei Consiglio d'Europa tra gli studenti di scienze in tutti i Paesi della Comunità, quasi il 30 per cento è convinto che Galileo Galilei sia stato arso vivo dalla Chiesa sul rogo. La quasi totalità (il 97 per cento) è comunque convinta che sia stato sottoposto a tortura. Coloro - non molti, in verità - che sono in grado di dire qualcosa di più sullo scienziato pisano, ricordano, come frase "sicuramente storica", un suo "Eppur si muove!", fieramente lanciato in faccia, dopo la lettura della sentenza, agli inquisitori convinti di fermare il moto della Terra con gli anatemi teologici. Quegli studenti sarebbero sorpresi se qualcuno dicesse loro che siamo, qui, nella fortunata situazione di poter datare esattamente almeno quest'ultimo falso: la "frase storica" fu inventata a Londra, nel 1757, da quel brillante quanto spesso inattendibile giornalista che fu Giuseppe Baretti.
Santa Maria sopra Minerva
Il 22 giugno del 1633, nel convento romano di Santa Maria sopra Minerva tenuto dai domenicani, udita la sentenza, il Galileo "vero" (non quello del mito) sembra mormorasse un ringraziamento per i dieci cardinali - tre dei quali avevano votato perché fosse prosciolto - per la mitezza della pena. Anche perché era consapevole di aver fatto di tutto per indisporre il tribunale, cercando per di più di prendere in giro quei giudici - tra i quali c'erano uomini di scienza non inferiore alla sua - assicurando che, nel libro contestatogli (e che era uscito con una approvazione ecclesiastica estorta con ambigui sotterfugi), aveva in realtà sostenuto il contrario di quanto si poteva credere. Di più: nei quattro giorni di discussione, ad appoggio della sua certezza che la Terra girasse attorno al Sole aveva portato un solo argomento. Ed era sbagliato. Sosteneva, infatti, che le maree erano dovute allo "scuotimento" delle acque provocato dal moto terrestre. Tesi risibile, alla quale i suoi giudici-colleghi ne opponevano un'altra che Galileo giudicava "da imbecilli": era, invece, quella giusta. L'alzarsi e l'abbassarsi dell'acqua dei mari, cioè, è dovuta all'attrazione della Luna. Come dicevano, appunto, quegli inquisitori insultati sprezzantemente dal Pisano. Altri argomenti sperimentali, verificabili, sulla centralità del Sole e sul moto terrestre, oltre a questa ragione fasulla, Galileo non seppe portare. Né c'è da stupirsi: il Sant'Uffizio non si opponeva affatto all'evidenza scientifica in nome di un oscurantismo teologico. La prima prova sperimentale, indubitabile, della rotazione della Terra è del 1748, oltre un secolo dopo (la prova della nutazione di Bradley) . E per vederla quella rotazione, bisognerà aspettare il 1851, con quel pendolo di Foucault caro a Umberto Eco. In quel 1633 del processo a Galileo, sistema tolemaico (Sole e pianeti ruotano attorno alla Terra) e sistema copernicano difeso dal Galilei (Terra e pianeti ruotano attorno al Sole) non erano che due ipotesi quasi in parità, su cui scommettere senza prove decisive. E molti religiosi cattolici stessi stavano pacificamente per il "novatore" Copernico, condannato invece da Lutero.
Il "Saggiatore" contro la "Lybbra" di P. Grassi
Del resto, Galileo non solo sbagliava tirando in campo le maree, ma già era incorso in un altro grave infortunio scientifico quando, nel 1618, erano apparse in cielo delle comete. Per certi apriorismi legati appunto alla sua "scommessa" copernicana, si era ostinato a dire che si trattava solo di illusioni ottiche e aveva duramente attaccato gli astronomi gesuiti della Specola romana che invece - e giustamente - sostenevano che quelle comete erano oggetti celesti reali. Si sarebbe visto poi che sbagliava ancora, sostenendo il moto della Terra e la fissità assoluta del Sole, mentre in realtà anche questo è in movimento e ruota attorno al centro della Galassia. Niente frasi "titaniche" (il troppo celebre "Eppur si muove!") comunque, se non nelle menzogne degli illuministi e poi dei marxisti - vedasi Bertolt Brecht - che crearono a tavolino un "caso" che faceva (e fa ancora) molto comodo per una propaganda volta a dimostrare l'incompatibilità tra scienza e fede. Torture? carceri dell'Inquisizione? addirittura rogo? Anche qui, gli studenti europei del sondaggio avrebbero qualche sorpresa. Galileo non fece un solo giorno di carcere, né fu sottoposto ad alcuna violenza fisica. Anzi, convocato a Roma per il processo, si sistemò (a spese e cura della Santa Sede), in un alloggio di cinque stanze con vista sui giardini vaticani e cameriere personale. Dopo la sentenza, fu alloggiato nella splendida villa dei Medici al Pincio. Da lì, il "condannato" si trasferì come ospite nel palazzo dell'arcivescovo di Siena, uno dei tanti ecclesiastici insigni che gli volevano bene, che lo avevano aiutato e incoraggiato e ai quali aveva dedicato le sue opere. Infine, si sistemò nella sua confortevole villa di Arcetri, dal nome significativo "Il gioiello". Non perdette né la stima né l'amicizia di vescovi e scienziati, spesso religiosi. Non gli era mai stato impedito di continuare il suo lavoro e ne approfittò difatti, continuando gli studi e pubblicando un libro - Discorsi e dimostrazioni sopra due nuove scienze che è il suo capolavoro scientifico. Né gli era stato vietato di ricevere visite, così che i migliori colleghi d'Europa passarono a discutere con lui. Presto gli era stato tolto anche il divieto di muoversi come voleva dalla sua villa. Gli rimase un solo obbligo: quello di recitare una volta la settimana i sette salmi penitenziali. 
Villa"Il Giojello"
Questa "pena", in realtà, era anch'essa scaduta dopo tre anni, ma fu continuata liberamente da un credente come lui, da un uomo che per gran parte della sua vita era stato il beniamino dei Papi stessi; e che, ben lungi dall'ergersi come difensore della ragione contro l'oscurantismo clericale, come vuole la leggenda posteriore, poté scrivere con verità alla fine della vita: "In tutte le opere mie, non sarà chi trovar possa pur minima ombra di cosa che declini dalla pietà e dalla riverenza di Santa Chiesa".
Morì a 78 anni, nel suo letto, munito dell'indulgenza plenaria e della benedizione del papa. Era l'8 gennaio 1642, nove anni dopo la "condanna" e dopo 78 di vita. Una delle due figlie suore raccolse la sua ultima parola. Fu: "Gesù!". I suoi guai, del resto, più che da parte "clericale" gli erano sempre venuti dai "laici": dai suoi colleghi universitari, cioè, che per invidia o per conservatorismo, brandendo Aristotele più che la Bibbia, fecero di tutto per toglierlo di mezzo e ridurlo al silenzio. La difesa gli venne dalla Chiesa, l'offesa dall'Università. In occasione della recente visita del papa a Pisa, un illustre scienziato, su un cosiddetto "grande" quotidiano, ha deplorato che Giovanni Paolo II "non abbia fatto ulteriore, doverosa ammenda dell'inumano trattamento usato dalla Chiesa contro Galileo". Se, per gli studenti del sondaggio da cui siamo partiti, si deve parlare di ignoranza, per studiosi di questa levatura il sospetto è la malafede. Quella stessa malafede, del resto, che continua dai tempi di Voltaire e che tanti complessi di colpa ha creato in cattolici disinformati. Eppure, non solo le cose non andarono per niente come vuole la secolare propaganda; ma proprio oggi ci sono nuovi motivi per riflettere sulle non ignobili ragioni della Chiesa. Il "caso" è troppo importante, per non parlarne ancora.
tratto da: Vittorio MESSORI, Pensare la storia. Una lettura cattolica dell'avventura umana Ed. Paoline, Milano 1992, cap. 178-180.


Un monaco contro Napoleone

“Noi non troviamo appoggio ed asilo se non nel governo pontificio, e la nostra riconoscenza è grande come il beneficio che riceviamo. Prego Vostra Eminenza di deporne l’omaggio ai piedi del santo Pontefice Pio VII. Parlo in nome di tutta la mia famiglia, e specialmente di colui che muore lentamente su uno scoglio deserto. Sua Santità e Vostra Eminenza sono i soli in Europa che si adoperano per addolcire i suoi mali e che vorrebbero abbreviarne la durata. Ve ne ringrazio tutti e due col mio cuore di madre”. Colei che scrive è Maria Letizia Ramolino, madre di Napoleone Bonaparte, la quale in una lettera all’allora Segretario di Stato Card. Consalvi (da cui è tratta la presente citazione), ringrazia il pontefice che aveva compiuto il gesto di commovente bontà di accogliere la famiglia del Bonaparte nei loro stati, ed offrir loro alloggio, protezione e consolazione. Napoleone, stesso, morirà riconciliato con la Chiesa, assistito da un sacerdote corso inviatogli personalmente dal Papa.

È l’epilogo della più grande persecuzione alla Chiesa degli ultimi 200 anni ed avente come protagonisti l’imperatore francese e un monaco benedettino di Cesena - Barnaba Chiaramonti - , elevato al soglio pontificio il 14 marzo 1800 in quel di Venezia. Erano anni di violenza e di aggressione alla Chiesa, con le tragiche soppressioni a tappeto delle congregazioni e degli ordini religiosi e le confische dei beni ecclesiastici.
Gli esordi del pontificato furono segnati comunque da un clamoroso successo diplomatico: la conclusione del concordato con la Repubblica francese, il 15 luglio 1801, seguita dal concordato del 16 settembre 1803 con la Repubblica italiana. Primo paese cattolico d'Europa per popolazione e potenza, la Francia dal 1789 aveva conosciuto notevoli sconvolgimenti religiosi (proclamazione della libertà di coscienza e di culto, nazionalizzazione dei beni della Chiesa gallicana, soppressione degli Ordini religiosi, formazione di una Chiesa "costituzionale" indipendente da Roma e fondata sul principio dell'elezione dei vescovi e dei preti) seguiti da un periodo violento di decristianizzazione, associato dal 1795 ad una forma intollerante e precaria di separazione tra Stato e Chiesa. Papa di compromesso, Pio VII pose fra i suoi obiettivi prioritari il ristabilimento del cattolicesimo in Francia. Il suo spirito di conciliazione si accordava con i disegni stabilizzatori del primo console Napoleone, preoccupato di ricomporre il conflitto fra Chiesa e Stato, perché potesse giovare alla pace civile e al ritorno all'ordine, e di restaurare a proprio profitto, in un nuovo equilibrio, il precedente concordato di Bologna (1516). Siglato il 15 luglio 1801, il concordato si compone di un preambolo e diciassette articoli, aspramente negoziati per otto mesi. Esso rappresenta al contempo una notevole concessione della Santa Sede ai principi religiosi scaturiti dalla Rivoluzione, il ristabilimento della "concordia" fra Chiesa e Stato e delle principali garanzie per l'esercizio del culto, un vero "colpo di Stato" messo a segno a discapito dell'antica Chiesa gallicana e, a più lungo termine, un formidabile rafforzamento dell'autorità del papato sulle Chiese particolari. Sebbene la "religione cattolica, apostolica e romana" non fosse più la religione "del Re e del regno" ma nient’altro che "la religione della grande maggioranza [maxima pars] dei cittadini francesi": formula prettamente statistica, e non giuridica, che metteva in rapporto la situazione della religione cattolica al numero dei fedeli divenuti ormai "cittadini", tuttavia si salvaguardava in certa misura l'appartenenza individuale del capo del governo francese alla religione cattolica. Tramite questo dispositivo la libertà di coscienza e di culto delle minoranze protestante ed ebrea era garantita da qualsiasi impedimento di natura giuridica, mentre lo Stato, in quanto istituzione secolarizzata, affermava implicitamente la propria neutralità religiosa. Per converso la Chiesa cattolica recuperava la sua gerarchia, le sue chiese e le sue rendite. I vescovi sarebbero stati nominati dal governo e preconizzati dalla Santa Sede che conferiva loro l'istituzione canonica; lo Stato si assumeva l'onere del trattamento del clero, ormai stipendiato, e gli restituiva gli edifici religiosi non alienati; il clero era tenuto a prestare giuramento di fedeltà al governo. La Chiesa gallicana era annientata: il papa esigeva dal vecchio episcopato dimissioni collettive prima di procedere alla riorganizzazione delle circoscrizioni ecclesiastiche e alle nuove nomine; riconosceva ugualmente ai loro acquirenti la proprietà dei beni ecclesiastici alienati. 
Pio VII invitato a lasciare Roma il 10/VI/1809
La determinazione dimostrata da Pio VII e da Consalvi nell'applicazione pratica dei termini dell'accordo siglato il 15 luglio 1801 consolidava un'intesa fra Roma e la Francia che nel 1804 culminava nella consacrazione di Napoleone I da parte del papa nella chiesa di Notre-Dame a Parigi. Partito da Roma il 2 novembre accompagnato da molti cardinali (Antonelli, di Pietro, Braschi, Caselli, Bayane e Fesch) e da un seguito illustre (fra cui l'erudito abate Cancellieri), Pio VII fu acclamato lungo tutto il percorso del suo viaggio attraverso l'Italia e la Francia. Il quadro di J.-L. David conserva la memoria dell'incoronazione avvenuta il 2 dicembre 1804, con il papa che assiste silenzioso all'autoconsacrazione di Napoleone e poi di Giuseppina (alla quale il primo si univa in matrimonio, per l'occasione, di fronte alla Chiesa) ad opera dell'imperiale sposo. Il pontefice prolungò il soggiorno a Parigi fino al 4 aprile: visitò chiese, ospedali e musei (Visconti gli fece ammirare nel Louvre le collezioni sottratte a Roma con il trattato di Tolentino); ricevette un'entusiastica accoglienza nel Faubourg St-Antoine, quartiere popolare che era stato culla della Rivoluzione. Il lungo periplo di Pio VII, che appare una replica più felice del viaggio di Pio VI a Vienna, segnò, all'indomani della Rivoluzione, l'affermazione di un "carisma pontificale" che seppur privo di conseguenze politiche immediate o di effetti religiosi durevoli sulle popolazioni, trasformò tuttavia in profondità, nell'età democratica delle moltitudini, le relazioni del pontefice romano con le masse cattoliche. Il viaggio di ritorno a Roma si concluse con un'entrata trionfale in città, il 16 maggio 1805. La rottura tra la Francia e la Santa Sede si consumò proprio al ritorno di Pio VII nella sua sede. L'ambizione di esercitare un dominio politico, militare ed economico sull'Europa indusse Napoleone ad organizzare un "blocco continentale" contro l'Inghilterra, destinato a soffocare l'economia britannica fondata sulle esportazioni. Alla luce di questo progetto la neutralità rivendicata dal governo pontificio era impensabile. Il 15 ottobre 1805 Ancona, il porto principale degli Stati pontifici, fu occupata dalle truppe francesi: Pio VII denunciava sdegnato questo "crudele affronto". Il 15 febbraio 1806 l'armata del generale Gouvion-Saint-Cyr fece il suo ingresso a Napoli, dopo aver attraversato senza autorizzazione gli Stati pontifici: i Borbone si rifugiarono in Sicilia e il Regno di Napoli fu sottoposto al governo di Giuseppe Bonaparte, poi del maresciallo Murat, cognato dell'imperatore. Napoleone pretese inoltre che fossero espulsi da Roma tutti i rappresentanti delle potenze che gli erano nemiche: "Vostra Santità è il sovrano di Roma, ma io ne sono l'imperatore. Tutti i miei nemici devono essere i vostri". Il 21 marzo il pontefice riaffermò solennemente la propria neutralità: "Noi, Vicario di questo Verbo che non è il Dio delle dispute, ma della concordia non possiamo opporci ai doveri che ci impongono di preservare la pace con tutti, senza distinzione di cattolici ed eretici". L'imperatore mise in atto, nello stesso tempo, una politica di deliberato asservimento della Chiesa ai suoi interessi temporali e spirituali. Il 19 febbraio istituì in tutti i territori dell'Impero un "san Napoleone", oscuro martire la cui festa venne fissata il 15 agosto, giorno in cui la Chiesa celebrava l'Assunzione. Il 30 maggio 1806, con l'approvazione del debole cardinale Caprara, fu promulgato un Catechismo imperiale che esigeva dai fedeli "l'amore, il rispetto, l'obbedienza, la fedeltà, il servizio militare [e] i tributi imposti per la conservazione e la difesa dell'Impero". A questa Chiesa "napoleonizzata", in cui docili vescovi erano consacrati al ruolo di "prefetti viola", l'autorità del magistero pontificale era assoggettata agli interessi della dittatura imperiale, e una "teologia della guerra" era posta al servizio della politica francese di aggressione militare e di espansione territoriale in Europa, il papa, circondato da un Sacro Collegio risoluto in cui dominavano forti personalità come Consalvi, Pacca e di Pietro, si oppose con un categorico Non possumus. Il 17 maggio 1809 Napoleone Bonaparte emanò da Vienna il decreto con il quale spogliava il Papa dello Stato Pontificio; decreto che venne notificato a Roma proprio il 10 giugno e che presentava sette articoli, in cui si stabiliva che gli Stati della Chiesa venivano uniti all’Impero, Roma era dichiarata città imperiale e libera, ed era altresì richiesto il giuramento, anche da parte dei Pontefici, delle quattro proposizioni della Chiesa gallicana. Al momento del decreto imperiale, notificato in Roma, Pio VII, rivestito unicamente della forza di Cristo, lo dichiarò nullo, deciso a respingere ogni rendita o pensione che l’imperatore voleva assegnare alla sua persona e ai membri del Sacro Collegio, dichiarando che sceglieva una vita di miseria piuttosto che accettare il vitto da un usurpatore. Il 10 giugno il vessillo pontificio fu ammainato al Quirinale. Nello stesso giorno Pio VII promulgò e fece affiggere sulle porte delle basiliche più importanti di Roma la bolla Quam memorandum, redatta dai cardinali Pacca e di Pietro: "Per l'autorità di Dio onnipotente, dei santi apostoli Pietro e Paolo, e nostra dichiariamo che tutti coloro che, dopo l'invasione di Roma e del territorio ecclesiastico, dopo la violazione sacrilega del patrimonio di S. Pietro da parte delle truppe francesi, hanno commesso a Roma e nelle Chiese contro le immunità ecclesiastiche, contro i diritti anche temporali della Chiesa e della Santa Sede, gli attentati o alcuni degli attentati che hanno suscitato le nostre giuste rimostranze […] tutti i loro artefici, fautori, consiglieri o aderenti; tutti coloro, infine, che hanno agevolato l'esecuzione di queste violenze o le hanno eseguite essi stessi, sono incorsi nella scomunica maggiore". Nove giorni dopo Napoleone scriveva al cognato, Giocchino Murat, re di Napoli: «Se il Papa, contro lo spirito del suo grado e del Vangelo, predica la rivolta e vuol servirsi dell’immunità della sua casa per far stampare manifesti, si deve arrestarlo… Filippo il Bello fece arrestare Bonifazio e Carlo V tenne a lungo in prigione Clemente VII; e questi avevano fatto anche meno».
Arresto Pio VII
Mentre si macchinava l’arresto del Pontefice, da Firenze giunse il generale Radet per coadiuvare il generale de Miollis, avendo timore che la popolazione, unita al Papa, potesse insorgere. Lo stesso generale Radet scriverà al ministro della guerra: «Il Papa governa con la punta delle dita molto meglio di noi con le nostre baionette». Pio VII venne arrestato nelle prime ore del 6 luglio. Il generale Radet e i suoi uomini scalarono in tre punti le mura dei giardini del Quirinale e penetrarono negli appartamenti pontifici. Pio VII li attendeva, già alzato e molto sereno, insieme al cardinale Pacca. In nome del Governo imperiale il generale lo invitò alla rinuncia del potere temporale. Il Papa rispose: «Noi non possiamo né cedere né abbandonare quello che non ci appartiene. L’imperatore potrà farci a pezzi, ma non potrà ottenere questo da noi. Dopo quanto abbiamo fatto per lui dovevamo attenderci una simile condotta?». E quando il generale gli comunicò l’ordine di arresto soggiunse: «Ecco la ricompensa che mi è riservata per quanto ho fatto per il vostro imperatore. Ecco il premio per la mia grandissima condiscendenza verso di lui e verso la Chiesa di Francia! Ma forse sotto tale riguardo sono colpevole dinanzi a Dio; e adesso che vuol punirmi, mi sottometto a Lui con umiltà…».
Chiese due ore di tempo. Non gli furono concesse. Chiese di essere accompagnato da alcune persone di sua fiducia. Non gli fu permesso, se non il cardinale Pacca. Con sé prese il breviario e un Crocifisso e salì in una carrozza, scortata da Radet e dai gendarmi. Fu condotto prima a Firenze, nella Certosa che dieci anni prima aveva ospitato Pio VI; poi fu prigioniero a Genova, Alessandria, Torino, Grenoble, Valenza, Avignone. Pacca, invece, fu rinchiuso nel forte di Fenestrelle, dove rimase fino al 1813. Ma in Francia il Papa divenne un peso ingombrante e fu rimandato in Italia: Nizza, Monaco, Oneglia, Finale Ligure, infine fu incarcerato nella fortezza di Savona, dove rimase fino al 1812. Con la morte di Napoleone e la Restaurazione del 1815, Pio VII tornò a Roma, dove ricostruì lo Stato Pontificio. Incaricò lo scultore Canova di trattare con il re di Francia, Luigi XVIII, la restituzione delle preziose opere rubate durante le scorrerie napoleoniche, ma riuscì a recuperare ben poco.
Trionfale ritorno a Roma di Pio VII il 24/V/1814
All’indomani della disastrosa campagna di Russia, nel primo messaggio rivolto alla cattolicità, pronunciato a Cesena il 4 maggio 1814, Pio VII formulò un'interpretazione in chiave provvidenzialista delle sue tribolazioni e della sua restaurazione, riaffermando anche con forza i suoi diritti di pontefice e di sovrano. "Il trionfo della Misericordia divina è ormai compiuto sopra di Noi strappati con inaudita violenza dalla nostra Sede pacifica, dal seno de' nostri amati Sudditi; e trascinati di una in un'altra Contrada, siamo stati condannati a gemere tra la Forza quasi cinque anni. Noi abbiamo versato nella nostra prigionia lacrime di dolore prima per la Chiesa alla nostra cura commessa perché ne conoscevamo i bisogni senza poterle apprestare un soccorso, poi per i Popoli a Noi soggetti perché il grido delle loro tribolazioni giungeva perfino a Noi senza che fosse in nostro potere di arrecargli un conforto. Temperava però l'affanno acerbissimo del nostro cuore la viva fiducia, che placato finalmente il pietosissimo Iddio giustamente irritato dai nostri peccati alzarebbe l'Onnipotente sua destra per infrangere l'arco nemico, e spezzar le catene che cingevano il Vicario suo sulla Terra. La nostra fiducia non è stata delusa. L'umana alteriggia, che stoltamente pretese di uguagliarsi all'Altissimo, è stata umiliata, e la nostra liberazione, cui anche miravano gli sforzi generosi dell'Augusta Alleanza, è per prodigio inaspettatamente seguita" (A.S.V., Segr. Stato, 1814, rubrica 1). 
Il 18 maggio 2008: Benedetto XVI, che ha così sintetizzato il significato di quegli avvenimenti, raffigurati nella Basilica di Maria Ausiliatrice, la cui festa venne posta al 24 di maggio, data del ritorno di Pio VII a Roma, dopo il lungo esilio: “L’esempio di serena fermezza dato dal Papa Pio VII ci invita a conservare inalterata la fiducia in Dio, consapevoli che Egli, se pur permette per la sua Chiesa momenti difficili, non la abbandona mai. La vicenda vissuta dal grande Pontefice ci invita a confidare nella materna intercessione di Maria Santissima”.



Voltaire e il richiamo della fede

François-Marie Arouet, più noto con lo pseudonimo di Voltaire fu il peggior nemico che ebbe il Cristianesimo nel secolo XVIII: si era riproposto l'obiettivo dell’annientamento della Chiesa, di distruggere cioè da solo ciò che, reputava, fosse stato edificato da dodici uomini. Purtuttavia, Voltaire rimase sempre moralmente vicino all’insegnamento cattolico e alla legge naturale. Non potendosi esimere dall’uso della ragione (da buon profeta dei Lumi della Ratio), Voltaire finì per convertirsi. A riprova di ciò uno studio dello spagnolo Carlos Valverde: il tomo XII di una vecchia rivista francese, Corrispondance Littérairer, Philosophique et Critique (1753-1793) nel numero di aprile del 1778 (pagine 87-88), si incontra niente di meno che la professione di fede di M. Voltaire. Letteralmente dice così:
“Io, sottoscritto, dichiaro che avendo sofferto di un vomito di sangue quattro giorni fa, all’età di 84 anni e non essendo potuto andare in chiesa, il parroco di Saint Sulpice ha voluto aggiungere un’altra buona opera alle sue inviandomi a M. Gauthier, sacerdote. Io mi sono confessato con lui, e se Dio vuole, muoio nella santa religione cattolica nella quale sono nato, sperando dalla misericordia divina che si degnerà di perdonarmi tutte le mie mancanze, e che, se ho scandalizzato la Chiesa, chiedo perdono a Dio e a lei.
Firmato: Voltaire, il 2 marzo del 1778 nella casa del marchese di Villete, in presenza del signor abate Mignot, mio nipote e del signor marchese di Villevielle”. Firmano anche: l’abate Mignot, Villevielle. Si aggiunge: “dichiariamo la presente copia conforme all’originale, che è rimasto nelle mani del signor abate Gauthier, che abbiamo firmato, come firmiamo il presente certificato. In Parigi, il 27 maggio del 1778. L’abate Mignot, Villevielle”. Che la relazione possa stimarsi come autentica lo dimostrano altri documenti che si incontrano nel numero di giugno della medesima rivista, che non è per niente clericale certamente, perchè era pubblicata da Grimm, Diderot ed altri enciclopedisti.
Voltaire morì il 30 maggio del 1778. L’abate Mignot presenta al priore il consenso firmato dal parroco di Saint Sulpice e una copia (firmata anche dal parroco). Questo testo dimostra che Voltaire si era già convertito tre mesi prima di morire ma esiste un documento ancora più antico che, non solo anticipa la sua conversione (almeno il suo cambiamento nei confronti della religione) di diversi anni, ma dimostra anche che non fu né la paura della morte né la senilità a convertirlo. Il Cattolicesimo rimase per tutta la sua vita, un rifugio sicuro per Voltaire dall’intolleranza propria delle confessioni protestanti e dell’Islam.
Sua Santità Benedetto XIV
A riprova di ciò, il filosofo francese aveva imparato l‘Italiano perchè non solo era la lingua dell’amore, della poesia lirica e della cultura alta, ma anche e soprattutto la lingua corrente della curia vaticana. Non stupisce quindi che lo stesso autore francese, fra una lettera erotica e una richiesta di raccomandazioni -lungi da noi operare un giudizio morale su Voltaire, d’altronde si vuole mostrare solo che fu e si considerò sempre cattolico, non che fu un buon cattolico, quale nemmeno si riteneva come mostra il Trattato sulla Tolleranza - inaugurasse una fitta corrispondenza italiana con ecclesiastici di varia estrazione: il card. Passionei, già inquisitore a Malta; il card. Quirini, vescovo benedettino di Brescia e bibliotecario di Sua Santità; i gesuiti Boscovich e Jacquier, il camaldolese Calogerà, l’abate Sambuca, il futuro sovrintendente alla finanze pontificie Vergani e così via. Né stupirebbe che a un così accanito corrispondente di mezzo clero italiano potesse capitare di scrivere a due Papi. Nel 1761, quando è ormai riconosciuto patriarca antireligioso, tutt’a un tratto scrive a Clemente XIII gettandosi di nuovo “a j sacri piedi di sua beatitudine” in qualità di “gentiluomo della camera di sua maestà cristianissima”. La richiesta lascia basiti: lui e sua nipote, che nel frattempo è diventata la sua nuova concubina e alla quale non scrive più, “la supplican’umilmente di degnarsi di concedere loro alcune sante relliquie per l’altare della nuova chieza che Francesco di Voltaire edifica nel feudo di Ferney”. In una lettera parallela al card. Passionei Voltaire spiega: “Non domando un corpo santo. Sono indegno d’un tanto onore, basta per me un dito, un capelo”. Le ragioni per convincere il Papa sono ancora più scioccanti. La tenuta di Ferney si trova “nella vicinanza della herezia”, ossia a due passi dalla Ginevra calvinista, e Voltaire ritiene “che sia convenevole di spiegare tutti i segni della fede in faccia de gli inimici”. Non si sa se le reliquie arrivassero o meno a destinazione; ma la chiesa di Ferney venne allestita, col proclama DEO EREXIT VOLTAIRE sul frontone, e fu una parrocchia cattolica nella quale Voltaire di tanto in tanto prese anche la comunione con grande scandalo degli astanti.
Nel 1745 Voltaire era in procinto di far pubblicare la tragedia Il Fanatismo, ovvero Maometto profeta, che oggi non gli guadagnerebbe parecchi fan fra i sostenitori del multiculturalismo. Per quanto sia valida la lettura obliqua del Maometto come critica a certi eccessi politici del Cattolicesimo, si tende a dimenticare facilmente che resta innanzitutto il ritratto poco lusinghiero di un profeta che “semina fanatismo e sedizione, e conduce la sua armata nel nome di un Dio terribile”. Voltaire intuisce che può avere in Benedetto XIV, già cardinal Prospero Lambertini, un alleato prezioso per la sua brillantissima cultura. Spedisce allora un abate, amico di un’amica della sua concubina M.me du Châtelet, a esplorare personalmente in Vaticano la propensione del Papa nei suoi confronti.
Scrive da Parigi il 17 agosto:«Vostra Santità perdoni la libertà presa da uno dei peggiori fedeli, anche se ammiratore zelante della virtù, di presentare al capo della vera religione questo componimento, scritto in opposizione al fondatore di una setta falsa e barbara. A chi avrei potuto con più decoro inscrivere una satira sulla crudeltà e gli errori di un falso profeta, che al vicario e rappresentante di un Dio di verità e di misericordia? Vostra Santità, pertanto, datemi il permesso di porre ai vostri piedi, sia il pezzo e l’autore della stessa, e umilmente a chiedere la protezione dell’uno, e la sua benedizione dell’altro, nella speranza di ciò, con il rispetto più profondo, le bacio i suoi sacri piedi».
L’esito è glorioso: Benedetto XIV fa arrivare a Voltaire dei medaglioni con la propria immagine che diventano il pretesto per una breve e un po’ surreale corrispondenza. A metà agosto 1745 Voltaire può infatti scrivere a Benedetto XIV, sempre nel suo Italiano immaginario, dichiarando di aver «ricevuto co i sensi della piu profonda venerazione e della gratitudine piu viva, j Sacri medaglioni di quali la vostra Santita s’e degnata honorar mi». S’inventa su due piedi di avere appesa «nel mio cabinetto una stampa di vostra Beatitudine» e domanda «al cielo che Vostra Santità sia tardissimamente ricevuta tra quegli Santi dei quali ella con si gran fatica e successo, ha investigato la canonizatione».
Si legge nei ringranziamenti per i medaglioni: «Le sembianze di Vostra Eccellenza non sono meglio espresse sulla medaglia che è stato così gentile da mandarmi, quanto lo sono le sembianze del suo pensiero nella lettera con la quale mi avete onorato: mi permetta di porre ai vostri piedi la mia riconoscenza sincera. Nella letteratura, come pure in materia di maggiore importanza, la sua infallibilità non è in contestazione: Vostra Eccellenza è molto più esperto in lingua latina del francese che si degnò di correggere. Io sono davvero stupito di come si poteva così facilmente appellarsi a Virgilio: i papi sono stati sempre classificati come i sovrani più dotti, ma tra loro credo non ci sia mai stato uno in cui tanto apprendimento e buongusto furono uniti. [...] Non posso fare a meno di considerare questo versetto come un felice presagio dei favori conferitemi da Vostra Eccellenza. Così Roma avrebbe acclamato quando Benedetto XIV è stato eletto Papa. Con il massimo rispetto e la gratitudine bacio i suoi piedi sacri, ecc».
Riguardo invece la lettera del papa di cui questa citazione è la risposta, risulta che nell’archivio vaticano il Papa risponde sì a Voltaire, ma non fa menzione del Maometto, mentre la copia in possesso di Voltaire parla espressamente de «la sua bellissima Tragedia di Mahomet, la quale leggemmo con sommo piacere». È ragionevole pensare che la smania per ottenere l’appoggio papale avesse spinto Voltaire a farsi ricopiare in bella grafia la lettera pontificia con le migliorie che riteneva necessarie alla propria gloria. Fatto sta che tanto la bella copia quanto il brogliaccio riportano il tradizionale congedo del Papa: «ed intanto restiamo col dare a lei l’apostolica Benedizione». 
Medaglie di Benedetto XIV
Si può rimestare nel torbido finché si vuole ma il dato di fatto è incontestabile: Voltaire s’è inginocchiato, il Papa l’ha benedetto, con buona pace di coloro che ritengono e scrivono sulla famigerata enciclopedia online Wikipedia, troppo spesso faziosa, foriera di relativismo nonché di falsità, che il filosofo francese avesse mandato lo scritto al papa per ironia. Questo processo alle intenzioni con cui i è ridicolo: per non fare della storia un’opinione, anziché una scienza, occorre limitarsi ad una sana attinenza al dato, dando delle interpretazioni tenenti conto delle giuste componenti e non di vuote supposizioni indimostrabili. Questi sono i fatti: Voltaire, che da piccolo era stato educato dai gesuiti, non abbracciò mai il protestantesimo pur avendo vissuto in Inghilterra e in Svizzera, scrisse volentieri a Papi e cardinali, attorno al suo cadavere si levarono i vespri funebri dell’abate di Scellières, e venne seppellito con messa solenne grazie ai buoni uffici di un nipote reverendo. È più che sufficiente a giustificare il sospiro che si lascia sfuggire nel Trattato sulla Tolleranza: «Grazie a Dio, sono un buon cattolico».


Papa Francesco “de sinistra”? Messori: «Deformazione propagandistica»


Papa Bergoglio “progressista”? Solo una certa lettura distorta ha potuto presentare il papa come un campione del progressismo militante, addirittura antigerarchico. Quasi un antipapa più che un papa. Oggi sul Corriere della Sera, Vittorio Messori fa il punto dopo più di due mesi dall’elezione al pontificato di Jorge Bergoglio. E scrive: «Appare sempre più giustificato un sorriso ironico. Quello col quale chi conosce la storia del cattolicesimo ha osservato il clima da “luna di miele” da parte di ambienti abitualmente ostili o almeno diffidenti nei riguardi della Chiesa romana. Anticlericali ben noti si sono detti commossi per il semplice “buonasera” nella prima apparizione a Conclave terminato, per il “buon pranzo” all’Angelus domenicale, per le scarpe da parroco di montagna, per la croce argentata invece di quella in oro, per il ricordo particolare inviato ai poveri, per la decisione di restare nella camera d’albergo».

«PAPISTI E REAZIONARI». Non una sincera ammirazione per papa Francesco, quanto una lettura distorta, con inni alla “svolta” della Chiesa dopo gli anni bui di papa Ratzinger. «Si inneggiava a un papa finalmente “de sinistra”, per dirla alla romanesca», scrive Messori.
In realtà, basterebbe conoscere un po’ della storia della Chiesa per sapere che non è così. Messori cita esempi di sacerdoti impegnati nel sociale (e ovviamente bollati ai loro tempi dai progressisti come «papisti e reazionari») come Cottolengo, Bosco, Murialdo, Faà di Bruno, Cafasso, Allamano, Orione, e solo «per restringerci al Piemonte». Perché, in realtà, tutta la storia d’Italia e della Chiesa è segnata da figure come queste, «protagonisti dell’aiuto sociale dato senza risparmio, anche a costo della vita. Diversi per origine, per storia, per carisma ma uniti, tutti, dall’obbedienza rigorosa alla fede e alla morale così come predicate dalla Chiesa».
Figure di santi che stanno in mezzo e aiutano quei poveri tanto disprezzati dai «governi liberali, spesso ispirati dalla massoneria». «Ebbene – scrive Messori -, papa Francesco è tra gli eredi di questa lunga e ammirevole tradizione di cattolicesimo detto sociale. Per una serie di equivoci e di deformazioni propagandistiche, si è imposto e vige ancora uno schematismo, secondo il quale l’impegno per gli ultimi si accompagnerebbe necessariamente a una prospettiva sedicente “progressista”. E, nel caso cattolico, ”contestatrice”, eterodossa, polemica verso dogmi e gerarchie».
Tutto il contrario della verità e della storia. E questo vale ancor più per l’attuale pontefice, come ricorda giustamente messoti che ricorda che Bergoglio è polemico con «i suoi stessi confratelli gesuiti attirati dalle ideologie della Teologia della liberazione, ispirata al marx-leninismo. La sua azione tra gli emarginati argentini era guidata, come per tanti santi, dalla carità evangelica, non aveva bisogno di contestare Chiesa e Papi, di proporre nuove teologie e nuove morali per mettere in pratica l’esortazione di Gesù a farsi povero tra i poveri».

LA MADONNA E SAN FRANCESCO. Un papa, che come questi esempi di beati e santi, è “mariano”, non dimenticando mai in ogni sua omelia di richiamare l’esempio della Madonna, in una maniera molto diversa dalle «prospettive cristiane “adulte” e ”aperte”» che rifiutano la devozione tradizionale alla Vergine, con santuari, pellegrinaggi, rosari. «Anche in questo, – scrive Messori – papa Francesco mostra la sua continuità con i fratelli nella fede che hanno scalato le vette della santità sporcandosi fino in fondo le mani nei bassifondi della società: tutti, senza eccezione, sono stati ardenti fautori di quella che sempre e solo hanno chiamato “la Madonna”».
Da ultimo, Messori riflette anche sul nome scelto da papa Bergoglio. La caratteristica del santo di Assisi era «l’obbedienza docile alla Gerarchia, la venerazione per il papato, l’orrore per l’eresia. L’uomo di Assisi fu un cattolico obbediente, non un rivoltoso o anche solo un critico della Chiesa istituzionale».
da tempi.it

Due anni fa Giovanni Paolo II Beato


A due anni dalla Beatificazione da parte del Papa Emerito Benedetto XVI del suo predecessore Giovanni Paolo II, vogliamo ricordare ancora una volta il grande santo del XXI secolo che, con la sua preghiera, ha fatto crollare il Muro di Berlino, che ha incontrato Gorbaciov nel lontano 1989 e Fidel Castro nel 2008, che ha accompagnato con la ferma mano del pastore la Chiesa di Roma nel XXI secolo. Avendo già riproposto sia l'omelia di Papa Benedetto in quell'occasione che la sua biografia letta due anni fa in Piazza San Pietro ed il suo testamento, vogliamo oggi commemorare l'evento con l'omelia con la quale, in quella lontana domenica 22 ottobre 1978 - oggi festa del Beato Giovanni Paolo II -, il Papa "venuto da lontano" si è presentato al mondo nella messa di intronizzazione.

1. “Tu sei il Cristo il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16).

Queste parole ha pronunciato Simone figlio di Giona, nella regione di Cesarea di Filippo. Sì, le ha espresse con la propria lingua, con una profonda, vissuta, sentita convinzione, ma esse non trovano in lui la loro fonte, la loro sorgente: “...perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” (Mt 16,17). Queste erano parole di Fede.

Esse segnano l’inizio della missione di Pietro nella storia della salvezza, nella storia del Popolo di Dio. Da allora, da tale confessione di Fede, la storia sacra della salvezza e del Popolo di Dio doveva acquisire una nuova dimensione: esprimersi nella storica dimensione della Chiesa. Questa dimensione ecclesiale della storia del Popolo di Dio trae le sue origini, nasce infatti da queste parole di Fede e si allaccia all’uomo che le ha pronunciate: “Tu sei Pietro – roccia, pietra – e su di te, come su una pietra, io costruirò la mia Chiesa”.

2. Quest’oggi e in questo luogo bisogna che di nuovo siano pronunciate ed ascoltate le stesse parole: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.

Sì, Fratelli e Figli, prima di tutto queste parole.

Il loro contenuto dischiude ai nostri occhi il mistero di Dio vivente, mistero che il Figlio conosce e che ci ha avvicinato. Nessuno, infatti, ha avvicinato il Dio vivente agli uomini, nessuno Lo ha rivelato come l’ha fatto solo lui stesso. Nella nostra conoscenza di Dio, nel nostro cammino verso Dio siamo totalmente legati alla potenza di queste parole “Chi vede me, vede pure il Padre”. Colui che è Infinito, inscrutabile, ineffabile si è fatto vicino a noi in Gesù Cristo, il Figlio unigenito, nato da Maria Vergine nella stalla di Betlemme.

– Voi tutti che già avete la inestimabile ventura di credere,

– voi tutti che ancora cercate Dio,

– e pure voi tormentati dal dubbio:

vogliate accogliere ancora una volta – oggi e in questo sacro luogo – le parole pronunciate da Simon Pietro. In quelle parole è la fede della Chiesa. In quelle stesse parole è la nuova verità, anzi, l’ultima e definitiva verità sull’uomo: il figlio del Dio vivente. “Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivente”!

3. Oggi il nuovo Vescovo di Roma inizia solennemente il suo ministero e la missione di Pietro. In questa Città, infatti, Pietro ha espletato e ha compiuto la missione affidatagli dal Signore.

Il Signore si rivolse a lui dicendo: “...quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi” (Gv 21,18).

Pietro è venuto a Roma!

Cosa lo ha guidato e condotto a questa Urbe, cuore dell’Impero Romano, se non l’obbedienza all’ispirazione ricevuta dal Signore? Forse questo pescatore di Galilea non avrebbe voluto venire fin qui. Forse avrebbe preferito restare là, sulle rive del lago di Genesaret, con la sua barca, con le sue reti. Ma, guidato dal Signore, obbediente alla sua ispirazione, è giunto qui!

Secondo un’antica tradizione (che ha trovato anche una sua magnifica espressione letteraria in un romanzo di Henryk Sienkiewicz), durante la persecuzione di Nerone, Pietro voleva abbandonare Roma. Ma il Signore è intervenuto: gli è andato incontro. Pietro si rivolse a lui chiedendo: “Quo vadis, Domine?” (Dove vai, Signore?). E il Signore gli rispose subito: “Vado a Roma per essere crocifisso per la seconda volta”. Pietro tornò a Roma ed è rimasto qui fino alla sua crocifissione.

Sì, Fratelli e Figli, Roma è la Sede di Pietro. Nei secoli gli sono succeduti in questa Sede sempre nuovi Vescovi. Oggi un nuovo Vescovo sale sulla Cattedra Romana di Pietro, un Vescovo pieno di trepidazione, consapevole della sua indegnità. E come non trepidare di fronte alla grandezza di tale chiamata e di fronte alla missione universale di questa Sede Romana?!

Alla Sede di Pietro a Roma sale oggi un Vescovo che non è romano. Un Vescovo che è figlio della Polonia. Ma da questo momento diventa pure lui romano. Sì, romano! Anche perché figlio di una nazione la cui storia, dai suoi primi albori, e le cui millenarie tradizioni sono segnate da un legame vivo, forte, mai interrotto, sentito e vissuto con la Sede di Pietro, una nazione che a questa Sede di Roma è rimasta sempre fedele. Oh, inscrutabile è il disegno della divina Provvidenza!

4. Nei secoli passati, quando il Successore di Pietro prendeva possesso della sua Sede, si deponeva sul suo capo il triregno, la tiara. L’ultimo incoronato è stato Papa Paolo VI nel 1963, il quale, però, dopo il solenne rito di incoronazione non ha mai più usato il triregno lasciando ai suoi Successori la libertà di decidere al riguardo.

Il Papa Giovanni Paolo I, il cui ricordo è così vivo nei nostri cuori, non ha voluto il triregno e oggi non lo vuole il suo Successore. Non è il tempo, infatti, di tornare ad un rito e a quello che, forse ingiustamente, è stato considerato come simbolo del potere temporale dei Papi.

Il nostro tempo ci invita, ci spinge, ci obbliga a guardare il Signore e ad immergere in una umile e devota meditazione del mistero della suprema potestà dello stesso Cristo.

Colui che è nato dalla Vergine Maria, il Figlio del falegname – come si riteneva –, il Figlio del Dio vivente, come ha confessato Pietro, è venuto per fare di tutti noi “un regno di sacerdoti”.

Il Concilio Vaticano II ci ha ricordato il mistero di questa potestà e il fatto che la missione di Cristo – Sacerdote, Profeta-Maestro, Re – continua nella Chiesa. Tutti, tutto il Popolo di Dio è partecipe di questa triplice missione. E forse nel passato si deponeva sul capo del Papa il triregno, quella triplice corona, per esprimere, attraverso tale simbolo, che tutto l’ordine gerarchico della Chiesa di Cristo, tutta la sua “sacra potestà” in essa esercitata non è altro che il servizio, servizio che ha per scopo una sola cosa: che tutto il Popolo di Dio sia partecipe di questa triplice missione di Cristo e rimanga sempre sotto la potestà del Signore, la quale trae le sue origini non dalle potenze di questo mondo, ma dal Padre celeste e dal mistero della Croce e della Risurrezione.

La potestà assoluta e pure dolce e soave del Signore risponde a tutto il profondo dell’uomo, alle sue più elevate aspirazioni di intelletto, di volontà, di cuore. Essa non parla con un linguaggio di forza, ma si esprime nella carità e nella verità.

Il nuovo Successore di Pietro nella Sede di Roma eleva oggi una fervente, umile, fiduciosa preghiera: “O Cristo! Fa’ che io possa diventare ed essere servitore della tua unica potestà! Servitore della tua dolce potestà! Servitore della tua potestà che non conosce il tramonto! Fa’ che io possa essere un servo! Anzi, servo dei tuoi servi”.

5. Fratelli e Sorelle! Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà!

Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l’uomo e l’umanità intera!

Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!

Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!

Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna.

Proprio oggi la Chiesa intera celebra la sua “Giornata Missionaria Mondiale”, prega, cioè, medita, agisce perché le parole di vita del Cristo giungano a tutti gli uomini e siano da essi accolte come messaggio di speranza, di salvezza, di liberazione totale.

6. Ringrazio tutti i presenti che hanno voluto partecipare a questa solenne inaugurazione del ministero del nuovo Successore di Pietro.

Ringrazio di cuore i Capi di Stato, i Rappresentanti delle Autorità, le Delegazioni di Governi per la loro presenza che mi onora tanto.

Grazie a voi, Eminentissimi Cardinali della Santa Chiesa Romana!

Vi ringrazio, diletti Fratelli nell’Episcopato!

Grazie a voi, Sacerdoti!

A voi Sorelle e Fratelli, Religiose e Religiosi degli Ordini e delle Congregazioni! Grazie!

Grazie a voi, Romani!

Grazie ai pellegrini convenuti da tutto il mondo!

Grazie a quanti sono collegati a questo Sacro Rito attraverso la Radio e la Televisione!




Apro il cuore a tutti i Fratelli delle Chiese e delle Comunità Cristiane, salutando, in particolare, voi che qui siete presenti, nell’attesa del prossimo incontro personale; ma fin d’ora vi esprimo sincero apprezzamento per aver voluto assistere a questo solenne rito.

E ancora mi rivolgo a tutti gli uomini, ad ogni uomo (e con quale venerazione l’apostolo di Cristo deve pronunciare questa parola: uomo!).

Pregate per me!

Aiutatemi perché io vi possa servire! Amen.

Giordano Bruno. Mago e cospiratore


9 giugno 1889. A Campo de’ Fiori viene inaugurato il monumento a don Giordano Bruno, morto sul rogo il 16 febbraio 1600 nel medesimo luogo. Nella seconda metà del XIX secolo era divenuto simbolo della massoneria che fortissimamente volle l’erezione di un monumento celebrativo fino ad ottenerne l’autorizzazione dall’allora presidente del consiglio Francesco Crispi. È un aneddoto che, oltre a fotografare il periodo storico cui appartiene, è emblematico di una dialettica anticlericale, volta a fare, nel contesto dei rapporti tra scienza e Chiesa, di Bruno un martire del libero pensiero.
A tal proposito occorre, da subito, dichiarare che ad alimentare tale mito ha contribuito maggiormente la morte romanzesca da ribelle impenitente, del filosofo nolano piuttosto che la solidità razionale della sua dottrina. Una fama, ottenuta dopo la morte, ma cercata con ossessione durante tutta la vita, con una presunzione astrale, "accentuata dalle pratiche magiche cui Bruno si dedica con crescente intensità e che sviluppano in lui un senso di onnipotenza materiale e intellettuale assoluta" (Matteo D'Amico, "Giordano Bruno", Piemme). Tutta la sua esistenza, infatti, è in vista di una affermazione personale, per sé e per la sua visione del mondo, contro avversari di tutti i paesi e di tutte le confessioni, che divengono via via "porci", "pedanti", "barbari e ignobili".
Dopo un primo scontro teologico con un confratello riguardo la dottrina di Ario, nel 1576, nel 1579 Bruno inizia a dimostrare la propria indole facendosi condannare dal Concistoro calvinista, non cattolico, per aver pubblicato un libello contro un professore, sembra, peraltro affermando delle calunnie menzognere.
Lasciata Ginevra, Bruno approda a Parigi nel 1581: la sua fama di esperto nell'ars memoriae gli vale la convocazione del re Enrico III, di cui diviene in breve intimo confidente. Dopo soli due anni Bruno finisce a Londra, presso l'ambasciatore francese Castelnau, in Salisbury Court, vicino al Tamigi. Qui, secondo le recenti indagini di John Bossy ("Giordano Bruno e il mistero dell'ambasciata", Garzanti) svolge un lavoro di spionaggio contro l'ambasciatore francese di cui è ospite, a tutto svantaggio dei cattolici, arrivando addirittura a rivelare i segreti carpiti in confessione. Infatti, pur essendo già da tempo un feroce nemico del cattolicesimo e della Chiesa, considerati la causa della decadenza dell'Europa, Bruno si finge zelante sacerdote e celebra riti in cui non crede, nell'ambasciata francese, vantando d'altra parte la propria apostasia presso la corte di Elisabetta. Nel suo arrivismo giunge a svelare alla regina l'esistenza di un complotto catto-spagnolo, in realtà inesistente, contro di lei: scrive di esserne venuto a conoscenza in confessione. Nessuno gli crede.  
A tal punto lo scalpitante ed ambizioso Bruno tenta di ottenere una cattedra ad Oxford, presentandosi come: "Professore di una sapienza più pura e innocua, noto nelle migliori accademie europee, filosofo di gran seguito, ricevuto onorevolmente dovunque, straniero in nessun luogo, se non tra barbari e gli ignobili... domatore dell'ignoranza presuntuosa e recalcitrante... ricercato dagli onesti e dagli studiosi, il cui genio è applaudito dai più nobili...". Alla terza lezione verrà accusato di plagio e invitato a togliere il disturbo; le sue invettive feroci contro i londinesi, e contro il prossimo suo in genere, gli procurano, probabilmente, un breve arresto e determinano il ritorno precipitoso a Parigi. Ma qui, nel frattempo, il clima politico è cambiato, e i Guisa, la nobile famiglia a capo della Lega Cattolica, ha sempre maggior potere: Bruno non esita a mettersi al suo servizio, e a chiedere di essere riaccolto "nel grembo della Chiesa catholica". In realtà, ancora una volta, fa il doppio gioco, tessendo rapporti con i protestanti, benché nello "Spaccio della bestia trionfante" del 1584 avesse deprecato violentemente, in mille maniere, la figura di Lutero. Nello stesso periodo viene accusato da Fabrizio Mordente, inventore del compasso differenziale, di volergli carpire l'invenzione: Bruno infatti ne è entusiasta, ma come già per Copernico, ritiene che ai disprezzati matematici sfugga il valore magico ed ermetico delle loro scoperte, che lui solo, invece, ha la capacità di comprendere! 
Scomunicato dalla Chiesa cattolica e dai calvinisti di Ginevra, cacciato da Oxford e da Londra, Giordano Bruno, nel 1586, dopo l'ennesima disputa finita in rissa, deve abbandonare anche Parigi, perché neppure il vecchio amico Enrico III è più intenzionato ad accoglierlo. La destinazione, questa volta, è la Germania, e in particolare la città protestante di Marburgo. Ancora una volta il filosofo di Nola ottiene, dietro pressanti richieste, una cattedra universitaria, ma, detto fatto, entra in conflitto col rettore, Petrus Nigidius, che lo aveva assunto e che ora lo licenzia. Con la grinta di sempre Bruno riparte, per approdare a Wittenberg, città simbolo del luteranesimo, dove, tanto per cambiare, ottiene il diritto di tenere corsi universitari. È qui che Bruno cambia ancora casacca: in occasione del discorso di addio, dopo soli due anni di permanenza, polemiche, e tanti nemici, l'8 marzo 1588 tiene davanti ai professori e agli alunni dell'università un elogio smaccato della figura di Lutero, contrapposta a quella del papa, presentato, secondo le migliori tradizioni del luogo, come un vero anticristo. "Come ha usato Calvino contro la Chiesa, così adesso usa Lutero: il cattolicesimo emerge come il vero grande nemico" (Matteo D'Amico, "Giordano Bruno", Piemme). Chiaramente il gioco può riuscire sperando che a Wittenberg non si conosca il libello bruniano di soli quattro anni prima, e cioè lo "Spaccio". In esso infatti Bruno auspicava che Lutero e i suoi seguaci fossero "sterminati ed eliminati dalla faccia della terra come locuste, zizzanie, serpenti velenosi", essendo causa di guerre, disordini e discordie senza fine.  Inoltre, tanto per toccare con mano la "scientificità" del personaggio, Bruno spiegava la metempsicosi, affermando che coloro i quali abbiano "viso, volto, voci, gesti, affetti ed inclinazioni, altri cavallini, altri porcini, asinini, aquilini (...), sono stati o sono per essere porci, cavalli, asini, aquile, o altro che mostrano"!
Lasciata Wittenberg, Giordano Bruno approda a Praga, la città dell'imperatore Rodolfo II, che ne sta facendo una centrale di maghi, alchimisti e occultisti da tutta Europa. Rodolfo è un tipo bizzarro, preda, spesso di allucinazioni e di crisi depressive. Ancora una volta Bruno cerca il potere, aspira a coniugare le arti magiche, di cui si ritiene in possesso, con alleanze potenti e concrete. C'è ormai in lui il desiderio di non rimanere un teorico, ma di passare all'azione, di essere ispiratore di un rinnovamento del mondo, di una palingenesi, che i segni dei tempi gli dicono vicina, e che lui vuole guidare, con compiti e ruoli non secondari.
Ma, vuoi per il suo caratteraccio, vuoi perché le vantate arti magiche in suo possesso non danno i frutti sperati e promessi, anche Praga viene presto abbandonata per la città protestante di Helmstadt, nel 1589. Brigando a suo modo, Bruno ottiene di poter insegnare nell'università locale, e per l'ennesima volta, pur fingendosi protestante e scagliandosi contro la Chiesa cattolica, suo bersaglio preferito, viene in breve scomunicato dal pastore della locale chiesa luterana! Ciò nonostante neppure in questa occasione gli viene a mancare quella disponibilità di denari "che gli permette di fare lunghi viaggi, di affittare appartamenti, di tenere a suo servizio, regolarmente, segretari diversi, di pubblicare opere voluminose, di vivere infine per lunghi periodi senza alcun lavoro fisso": denari, ipotizza il D'Amico, che potrebbero giungere da quell'attività così redditizia di informatore segreto che aveva appreso a Londra.
Nel 1590 Bruno è a Francoforte, senza grande entusiasmo dei suoi allievi, che non riescono a comprendere quanto la miracolosa mnemotecnica bruniana sia da lui mal insegnata e quanto essa sia invece mal conosciuta. Dopo Francoforte, Zurigo, Padova e, infine, nel 1591, Venezia. Nella città veneta è accolto con curiosità da una cerchia di nobili da salotto, e in particolare da Giovanni Mocenigo, che è disposto a ospitarlo e nutrirlo in cambio dei suoi "segreti". Ma Giordano Bruno non è certo incline a fare il precettore privato: il suo desiderio sembra essere quello di usare le sue conoscenze magiche, espresse nei testi "De magia" e "De Vinculis", per assoggettare nientemeno che il pontefice Gregorio XIV ai suoi disegni di riforma religiosa e politica universale! Ritiene infatti di saper controllare e dominare le forze demoniche presenti nella natura e di poter soggiogare il prossimo con messaggi subliminali, formule magiche non percepibili dagli incantati: "Ritmi e canti che racchiudono efficacia grandissima, vincoli magici che si realizzano con un sussurro segreto..." ("De Vinculis").
Giordano Bruno concepisce a Venezia il folle disegno di "portare cambiamenti (politici) significativi, quantomeno nello scacchiere italiano". A tal fine progetta di rientrare nella Chiesa, di recarsi a Roma dal pontefice Clemente VIII, per dedicargli un'opera, e, come si diceva, probabilmente, per riuscire a condizionarlo tramite le arti magiche. Non c'è grande nobiltà nei mezzucci con cui, contraddicendo patentemente il suo credo, persegue i propri fini. Ma nello stesso 1591 viene denunciato al Santo Uffizio dal suo stesso ospite: al Mocenigo è bastato un attimo per rimanere deluso dagli insegnamenti di Bruno, e scandalizzato dalle sue bestemmie. Dopo i sogni di potenza, il filosofo nolano precipita sul banco degli imputati, ma è già abituato ai processi, alle abiure, alle fughe, e forse pensa, in cuor suo, di farla nuovamente franca. La sua tattica difensiva consiste nell'ammettere alcune accuse, nell'attenuarne altre, e nel negare, infine, le più infamanti. Negare tutto sarebbe troppo sciocco, vista la possibilità per il tribunale di venire in possesso dei suoi scritti, e di indagare sul suo passato. Lo scopo è quello di "apparire persona rispettosa della autorità della Chiesa e della sua dottrina, anche se momentaneamente posto al di fuori di essa" (D'Amico).
Arriva così a rinnegare alcune sue opere, e a presentare i suoi passati riavvicinamenti alla Chiesa, compiuti sempre e solo per convenienza politica, come testimonianza della sua sostanziale "ortodossia". Il filosofo degli "eroici furori", in realtà, non ha nulla di eroico: "tutti li errori che io ho commesso... et tutte le heresie... hora io le detesto et abhorrisco...". Come già coi calvinisti di Ginevra, il ribelle, la spia, l'arrivista in cerca di poltrone universitarie, dopo aver attaccato e inveito, si inginocchia e abiura, con pari teatralità e finta compunzione. Ma Roma sospetta, e nel febbraio 1593 avoca a sé il processo, che durerà otto lunghi anni. Il tribunale inquisitoriale non emette condanne frettolose, ma procede con precisione e scrupolo, convocando testimoni, compulsando le opere, rispettando tutte le procedure, invitando ripetutamente ad abiurare. Bruno si dichiara disposto in più occasioni a cedere: la condanna, e l'affido al braccio secolare, arrivano dopo varie promesse di abiura, e altrettanti ripensamenti.
Nel giorno della condanna giunge al Papa un memoriale di Bruno: perché, se aveva già deciso di affrontare la morte? Probabilmente il memoriale, che non conosciamo, conteneva l'ennesima disponibilità all'abiura: forse Bruno credeva di poter ancora dire e disdire, senza conseguenze. A cosa si deve, allora, questa improvvisa accelerazione del processo? Secondo la Yates, a un evento contemporaneo: l'arresto di un altro domenicano ribelle, Tommaso Campanella. Non bisogna infatti dimenticare l'epoca in cui ci troviamo: la Riforma ha portato alla ribalta prima Lutero, con le conseguenti guerre dei cavalieri e dei contadini, e le relative mattanze, e poi millenaristi come Matthison di Haarlem, un capo anabattista che si sentiva "incaricato della esecuzione del castigo divino contro gli empi, e mirava semplicemente al massacro universale", o il "profeta Hofmann" di Strasburgo, "il quale andava dicendo di voler fondare la Nuova Gerusalemme" e si accingeva a preparare la mobilitazione "dei cavalieri della strage che con Elia e Enoch appariranno impugnando la spada e vomitando fiamme per sterminare i nemici del Signore".
Campanella è filosoficamente molto vicino a Bruno. Anch'egli ritiene che stia giungendo l'ora dei "grandi mutamenti, l'avvento dell'età dell'oro". Organizza così una congiura, in meridione, cercando l'alleanza dei Turchi, e in particolare di feroci pirati come Bassàn Cicala, per realizzare uno Stato magico, dittatoriale, di impostazione comunista. La congiura viene sventata nel 1599 (Francesco Forlenza, "La congiura antispagnola di Tommaso Campanella", Temi). Tale nuova minaccia, religiosa e politica insieme, accelera forse la condanna di Bruno, che morirà, alla fine, con dignità. Ma dopo essere stato scacciato da almeno dieci città diverse, condannato da cattolici, calvinisti, protestanti e professori universitari; dopo essere stato spia, aver violato il segreto confessionale, aver ripudiato se stesso, per convenienza, innumerevoli volte, e, infine, dopo aver cercato, attraverso la magia e l'intrigo, di rovesciare l'ordine politico, non solo quello religioso, del suo tempo. Significativo, in tal senso, ciò che fece Leone XIII il giorno dell’inaugurazione del monumento a questo criminale internazione: dopo aver minacciato di lasciare Roma, rimase tutto il giorno assorto in preghiera in Vaticano davanti la statua di San Pietro, pregando per la fine della “lotta ad oltranza contro la religione cattolica” e - aggiungiamo noi - alla vera ragione.

da F. AGNOLI, Giordano Bruno "santino" dei liberi pensatori, Il foglio, 2005