Esageri, è incredibile, ma non scherzare: le reazioni che s’incontrano nell’esporre le dinamiche esoteriche della festa Halloween sono in genere di questo tipo, vale a dire del massimo scetticismo. Svelare le implicazioni occulte quella che per molti è solo una carnevalata genera disturbo rispetto ad convincimento che non si vuole mettere in discussione: Halloween è bella festa, innocua ed allegra, e sbaglia chi ne dubita. Ora, spiace contraddire quanti – in perfetta buona fede, naturalmente – si sono fatti di quest’idea, ma poiché è sempre disonesto sottrarsi ad confronto con la realtà, eviteremo di farlo. E cercheremo di rispondere alle seguenti domande: che cosa si cela davvero dietro Halloween? Vi sono implicazioni e retroscena religiosi? Se sì, di che cosa si tratta esattamente?
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USA e ONU senza principi e senza morale
Pubblichiamo una breve ma assai interessante e sentita intervista al Patriarca caldeo iracheno Louis Raphaël I Sako, pubblicata in questi giorni sul Blog 'Stanze Vaticane'.
Beatitudine, qual è la situazione attuale dei profughi cristiani e yazidi in Iraq perseguitati dall’ISIS?
La situazione è tragica. Ci sono ancora persone rimaste a Karakosh e in altri villaggi. Sono privati di tutto. ISIS ha preso le donne e non sappiamo dove siano finite. Invece forzano gli uomini a convertirsi all’Islam. Le notizie sono sconcertanti.
Le famiglie rifugiate vivono in una situazione miserabile: settantamila vivono nella regione di Erbil e cinquantamila nella regione di Dohok. La maggioranza vive dentro le chiese e dentro le scuole. Hanno bisogno di tutto. La nostra preoccupazione è che le scuole fra poco apriranno e l’inverno è vicino. Le nostre chiese hanno fatto del loro meglio per accogliere e aiutare queste famiglie.
Halloween: tutto quello che non si dice
Esageri, è incredibile, ma non scherzare: le reazioni che s’incontrano nell’esporre le dinamiche esoteriche della festa Halloween sono in genere di questo tipo, vale a dire del massimo scetticismo. Svelare le implicazioni occulte quella che per molti è solo una carnevalata genera disturbo rispetto ad convincimento che non si vuole mettere in discussione: Halloween è bella festa, innocua ed allegra, e sbaglia chi ne dubita. Ora, spiace contraddire quanti – in perfetta buona fede, naturalmente – si sono fatti di quest’idea, ma poiché è sempre disonesto sottrarsi ad confronto con la realtà, eviteremo di farlo. E cercheremo di rispondere alle seguenti domande: che cosa si cela davvero dietro Halloween? Vi sono implicazioni e retroscena religiosi? Se sì, di che cosa si tratta esattamente?
Prima di procedere, preciso che quelle a seguire sono considerazioni che possono in parte risentire dell’orientamento religioso, di matrice cristiano-cattolica, di chi scrive. Non per questo dette considerazioni debbono – almeno mi auguro – risultare inattendibili dato che «sarebbe molto facile citare numerosi» casi nei «quali si vede che la posizione sociale dell’osservatore influenza non solo le sfumature, ma il cuore stesso dell’analisi» [1] e che quindi la totale obbiettività, nel concreto, non esiste [2]. Questa precisazione non vuole pertanto essere una preliminare dichiarazione di tendenziosità ma, al contrario, un doveroso atto di onestà nei confronti del lettore, al quale si cercherà naturalmente di offrire una chiave di lettura la più equilibrata possibile. Ma torniamo ora all’oggetto del nostro approfondimento.
Pirandello e la fede
Luigi Pirandello, il filosofo del lontano, disincantato poeta della vanità dell'edonismo con cui l'uomo borghese, l'uomo di oggi, cerca di riempire la propria esistenza, in una magnifica intervista del 1936, dà conto della propria visione del mondo, giudicando il proprio teatro ed esplicitando la propria fede cristiana. Sipario sul senso religioso. Lo vado a trovare all'albergo. Mattiniero, già vestito, pronto per andare alla prova: mi ha dato un appuntamento che scombussola un po' le abitudini: sveglia, caffè anticipato, piani serali come per una partenza di buon mattino: «si gira».
La morte di Dio
All’indomani del giorno in cui, come canta il
Petrarca, «al sol si scoloraro per la pietà del suo factore i rai», l’immagine
lasciataci dalla liturgia del Venerdì Santo, quella del Cristo morto e sepolto,
non ci può esimere da una riflessione sulla “morte di Dio”.
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| Nietzsche |
È celebre l’aforisma 125 della Gaia Scienza, con cui Friedrich
Nietzsche annuncia tale evento:
«Non avete mai udito parlare di quel
pazzo che in pieno giorno accese una lanterna, corse al mercato e gridò senza
tregua: "Io cerco Dio! Io cerco Dio!"? Poiché si trovavano colà molti
di quelli che non credono in Dio, il pazzo provocò una grande risata, "Dio
è dunque andato perduto?" chiese un uomo. "Si è smarrito come un
bambino?" chiese un altro. "O si tiene nascosto? Ha paura di noi? Si
è imbarcato? Ha emigrato?". Così gridavano e ridevano tra loro. Il pazzo
saltò in mezzo a loro ficcando in loro lo sguardo. "Dove è andato
Dio?" egli gridò. "Io ve lo voglio dire. Noi lo abbiamo ucciso, voi ed io! Noi tutti siamo i suoi uccisori!
Ma come abbiamo fatto ciò? Come potemmo bere tutto il mare? Chi ci diede la
spugna per cancellare tutto l'orizzonte? Che cosa abbiamo fatto quando
staccammo la Terra dalla catena del suo Sole? In quale direzione ci muoviamo
noi? Lontano da tutti i soli? Non precipitiamo noi continuamente? Indietro, da
un lato, in avanti, da tutte le parti? C'è ancora un alto e un basso? Non
voliamo noi come attraverso un nulla senza fine? Non soffia su di noi lo spazio
vuoto? Non fa forse più freddo? Non sopraggiunge continuamente la notte, sempre
la notte? Non si devono accendere le lanterne di mattina? Non udiamo ancora
nulla del rumore dei becchini che seppelliscono Dio? Non sentiamo alcun odore
della putrefazione divina? Anche gli dei si putrefanno! Dio è morto! Dio resta
morto! e noi lo abbiamo ucciso! Come possiamo consolarci noi gli assassini di
tutti gli assassini? Ciò che di più santo e più potente possedette finora il
mondo fu dissanguato dai nostri coltelli. Chi cancella da noi questo sangue?
Con quale acqua potremo purificarci? Quali solenni espiazione quali giochi
sacri dovremo inventare? La grandezza di questo fatto non è troppo vasta per
noi? Non dobbiamo noi stessi diventare Dei, per sembrare degni di quella
grandezza? Non ci fu mai un fatto più grande, e chi nascerà dopo di noi
apparterrà, a causa di quel fatto, ad una storia più grande di quanto sia stata
fatta finora, qualsiasi storia!"... Si racconta ancora che quel pazzo
entrò lo stesso giorno in diverse chiese ed ivi intonò il suo "Requiem aeternam Deo"».
Nel passo riportato, benchè non venga
esplicitato, il riferimento allo scandalum
crucis non è difficile da individuare: prima di tutto, nel riconoscimento
del carattere del tutto paradossale della morte della Vita, reso,
metaforicamente, dall’enunciazione dell’impossibilità di bere tutto il mare. A
tal proposito, non si può non constatare, richiamando il significato letterale
dell’espressione latina, da noi usata, per indicare l’evento del Venerdì Santo,
che scandalum è ciò in cui si
inciampa, nel caso specifico, ciò in cui la ratio
inciampa. E, sicuramente, parte dell’ateismo di Nietzsche è imputabile al
razionalismo con cui Hegel aveva ridotto la Rivelazione Cristiana ad un
“momento” nell’emancipazione dell’Impersonale ed Assoluto Spirito della storia.
Altro elemento che, ricollegandosi
direttamente alla Crocifissione del Cristo, al contempo, offre lo spazio per
l’originalità dell’autore è l’attribuzione della morte di Dio, l’onnipotente
creatore, all’uomo, la creatura. La riflessione filosofica relativa all’Olocausto
porrà in rilievo che Dio, nell’aver creato l’uomo libero, ha rinunciato a parte
della propria onnipotenza a favore del libero arbitrio umano, tanto da non
arrivare ad evitare la sua stessa crocifissione, come lo invitavano a fare gli
aguzzini: «Ha
salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto» (Lc
23, 35).
Nietzsche,
invece, nell’attribuire l’uccisione di Dio agli uomini del suo tempo, non vuole
denunciare il male perpetuato da mano umana - d’altro canto, nel suo nichilismo,
il male non può esistere, giacchè manca quel Sommo Bene, solo esistendo il
quale, può darsene la negazione in cui il male consiste – intende, viceversa,
identificare la morte di Dio con il venir meno del senso del divino nella
società, ossia con la secolarizzazione. Si badi che il pazzo dell’aforisma 125
non è profeta di una novità, egli, quale Diogene il Cinico faceva nell’Atene
del III secolo a.C. con l’uomo, va alla ricerca di un Dio che, al pari degli
altri uomini del racconto, già sa morto, perché, a differenza di questi ultimi,
ha capito che senza Dio nulla ha più senso. Non si illude del positivismo, i
cui effetti ben li videro gli uomini dell’epoca, nella Grande Guerra, negli
orrori dei campi di sterminio, nell’ascesa di Hitler, basata su una concezione
atea e materialista, quale quella veicolata dallo scientismo fin de siecle.
| Francesco Guccini |
« Ho visto la
gente della mia età andare via
lungo le strade che non portano mai a niente,
cercare il sogno che conduce alla pazzia
nella ricerca di qualcosa che non trovano
nel mondo che hanno già, dentro alle notti che dal vino son bagnate,
dentro alle stanze da pastiglie trasformate,
lungo alle nuvole di fumo del mondo fatto di città,
essere contro ad ingoiare la nostra stanca civiltà
e un dio che è morto,
ai bordi delle strade dio è morto,
nelle auto prese a rate dio è morto,
nei miti dell'estate dio è morto [...]».
lungo le strade che non portano mai a niente,
cercare il sogno che conduce alla pazzia
nella ricerca di qualcosa che non trovano
nel mondo che hanno già, dentro alle notti che dal vino son bagnate,
dentro alle stanze da pastiglie trasformate,
lungo alle nuvole di fumo del mondo fatto di città,
essere contro ad ingoiare la nostra stanca civiltà
e un dio che è morto,
ai bordi delle strade dio è morto,
nelle auto prese a rate dio è morto,
nei miti dell'estate dio è morto [...]».
Non
è necessario violentare, con inutili parafrasi, il testo per scorgere nelle
“strade” in cui cercano appagamento gli uomini e le donne di oggi, il triste ed
aberrante trionfo del dionisiaco e comprendere che la divinità di cui si
annuncia la morte stavolta non è il «Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe»,
come scrisse Pascal nel suo Memoriale,
ma proprio il dio greco di quell’estasi, che non è un’uscita da sé, intesa,
come nella tradizione cristiana, quale slancio mistico, ma un abbandono
dell’essenza stessa dell’essere uomini, la razionalità.
Alla
morte dell’idolo, al termine della canzone, fa da contraltare la Resurrezione
del Cristo, quella che ci attende stanotte, quella di cui, come la Vergine, il
cristiano porta nel cuore la speranza durante il Sabato Santo della vita e
nella quale giace l’unico senso a quest’esistenza di cui l’uomo possa
appagarsi.
Se la fede non discrimina
E così la questione viene risolta, dati alla mano. Le donne, oggetto stesso del problema al momento forse tra i più rilevanti per la chiesa anglicana, si ribellano; o per meglio dire, metà del sesso femminile si dichiara fortemente contrario. A cosa? Presto spiegato: è già da un certo periodo che una buona parte dei giornali italiani pubblica saltuarie e spesso irrilevanti notizie riguardanti l'argomento; "L'ordinazione episcopale femminile, un tentativo di emancipazione considerevole!" dichiarano con decisione i quotidiani, spesso desiderosi più di caotiche accuse e asserzioni mirate alla ricerca della razione periodica di scandalo di qualsiasi genere al quale buona parte della società sembra non poter più rinunciare, piuttosto che dell'informazione così com'è e come dovrebbe essere presentata. Se invece si fosse prestata la giusta attenzione alla reale opinione delle donne in merito alla questione della possibilità di allargare l'ordinazione episcopale verso queste ultime, si sarebbe avvertita una netta discordanza tra le loro convinzioni e le affermazioni dei notiziari. A quanto pare infatti metà e forse un po' più si trova in un risoluto disaccordo ,come dichiara precisamente Susie Leafe una delle 2.200 donne che ha votato contro la riforma: "Non si tratta di una questione di sessismo. E’ una questione di convinzione teologica, e attraversa tutti i generi. La Sacra Scrittura è chiara, dice che uomini e donne sono uguali ma anche diversi. Ognuno deve stare al proprio posto. "
Ciò che al contrario si è cercato di fomentare quindi è quell'inopportuno desiderio utopico di uniformità assoluta e quella fobia del diverso disgraziatamente propria della società moderna, argomenti dai quali la Chiesa cattolica rimane giustamente distante ( non per paura, piuttosto perchè a trattare troppo con le malattie senza le dovute precauzioni ci si finisce per ammalare). Insomma , le solite e monotone operazione mediatiche di disinformazione le cui mire di suggestione e istigazione si concludono spesso e volentieri disastrosamente, per fortuna.
Scienza: una porta per la fede
È
innegabile, l’anno appena terminato è stato caratterizzato da un numero
considerevole di scoperte, dall’ormone del cuore - denominato peptide
natriuretico atriale, fondamentale per la lotta all’obesità - all’ esperimento
che ha dimostrato per la prima volta che il fotone è contemporaneamente onda e
particella - passo in avanti fondamentale per risolvere uno dei misteri della
meccanica quantistica; ma in cima a questa particolare classifica non può non
esserci la scoperta datata 4 Luglio 2012 : il Bosone di Higgs, particella
massiva e scalare, teorizzata nel 1964 e osservata nel 2012 grazie agli
esperimenti ATLAS e CMS condotti con l’acceleratore LHC, di fondamentale
importanza in quanto sembra conferire la massa alle particelle elementari.
A
questo punto una buona parte della società - sicuramente meno esperta del campo
scientifico relativo la scoperta - ma comunque interessata, è naturalmente
portata a una domanda che sembra non essere particolarmente gradita dagli atei
e dai materialisti più convinti: “Ma chi o cosa comunica la massa necessaria
al bosone per far si che esso svolga il suo importante compito?” Questo
dubbio, tanto necessario quanto basilare , smonta con estrema facilità la
convinzione di una possibile spiegazione unicamente razionale del cosmo di
molti scienziati, spesso troppo lenti nel riconoscere le basi irrazionali delle
loro convinzioni e troppo veloci a collegare campo scientifico e irrazionale.
Scrive Daniel Sarewitz, Direttore del Consotium for Science at Arizona State
University: “Il bosone di Higgs è un’astrazione incomprensibile […] per
coloro che non seguono la matematica credere ad esso è un puro atto di fede”
e prosegue con convinzione “Io sono ateo,eppure, mentre la scoperta di Higgs
non mi offre alcun accesso di comprensione del mistero dell’esistenza, una
passeggiata attraverso i magnifici templi di Angkor mi offre uno scorcio
dell’inconoscibile e dell’inspiegabile al di là del mondo della nostra
esperienza”.
È
fondamentale quindi riscoprire nella scienza quel desiderio che accompagna da
secoli l’uomo nel continuo tentativo di chiarire il suo rapporto con l’universo
e la natura, ma è al contempo ingenuo il tentativo da parte di molti di ridurre
la pluralità dei fenomeni e dell’esistenza dei miliardi di enti circostanti ad
una mera concatenazione di eventi puramente materiali e adoperare scoperte -
quali il bosone di Higgs - con lo scopo di dimostrare le loro fallaci
convinzioni. Le domande si pongono con la speranza di ottenere una risposta
soddisfacente e, di sicuro, per realizzare tutto ciò, è necessario associare
all’empirismo più essenziale la capacità d’astrazione dal concreto, dal
sensibile propria della ragione abile ad operare un atto di fede. “Capisci per
credere, credi per capire” diceva Agostino.
Le persecuzioni del terzo millennio
“Mi chiamo Asia Noreen Bibi. Scrivo agli uomini e alle
donne di buona volontà dalla mia cella senza finestre, nel modulo di isolamento
della prigione di Sheikhupura, in Pakistan, e non so se leggerete mai questa
lettera. Sono rinchiusa qui dal giugno del 2009. Sono stata condannata a morte
mediante impiccagione per blasfemia contro il profeta Maometto. Dio sa che è
una sentenza ingiusta e che il mio unico delitto, in questo mio grande Paese
che amo tanto, è di essere cattolica”.
Inizia così la lettera di Asia Noreen Bibi, imprigionata in Pakistan
a causa della sua fede cristiana: la sua vicenda è solo parzialmente nota, ma ciò
che è evidente agli occhi di tutti è la grave violazione dei più basilari diritti
dell’uomo, primo su tutti la libertà di religione. Il caso di Bibi non è l’unico,
purtroppo, ma è solamente uno dei 200 milioni di casi di cattolici perseguitati
nel mondo.
Il rapporto dell’associazione internazionale ACS (aiuto alla
Chiesa che Soffre) di oltre due anni fa lancia l’allarme, dovuto alla facilità
con cui si ridicolizza la Chiesa in alcuni Paesi del mondo sviluppato: si è
spesso sentito dire che la cosiddetta “primavera araba” ha avuto come
conseguenza un “autunno” per i cristiani di quelle zone: difatti buona parte
delle violenze è localizzata nei Paesi a maggioranza musulmana che vivono in
questi ultimi mesi instabili situazioni a livello politico e sociale. In
particolare vengono considerati ad alto rischio i cristiani in Siria, Libia,
Egitto e Tunisia, dove i gruppi integralisti islamici rischiano di prendere il
sopravvento sulle forze più moderate che avevano consentito di mantenere la
calma negli ultimi anni.
E tuttavia se le zone più calde sono il Nordafrica, il
Medioriente, l’Africa Centrale e il subcontinente indiano, anche il Vecchio
Continente lancia segnali allarmanti: il ministro Terzi, in una recente intervista,
ha affermato che “deve essere parte dell’azione dell’UE una campagna a difesa
della libertà religiosa, oltre che della libertà in genere. Una campagna di cui
devono esser protagonisti non solo i governi, ma anche i media e i grandi
centri studi. Perché il fatto che in Europa molti credenti si rivelino timorosi
di professare in pubblico i propri convincimenti è un elemento molto negativo
per le nostre società, che finisce con il toccare proprio i diritti umani e le
libertà fondamentali”.
E’ dunque compito di ogni parte dell’informazione nazionale,
in ogni sua forma, proteggere la libertà di religione, di espressione, all’insegna
di una cultura del rispetto che sembra sempre più lontana dalla nostra società.
Benedetto XVI per la Giornata della Pace: non è un sogno
1. Ogni anno nuovo porta con sé l’attesa di un mondo migliore. In tale prospettiva, prego Dio, Padre dell’umanità, di concederci la concordia e la pace, perché possano compiersi per tutti le aspirazioni di una vita felice e prospera.
A 50 anni dall’inizio del Concilio Vaticano II, che ha consentito di rafforzare la missione della Chiesa nel mondo, rincuora constatare che i cristiani, quale Popolo di Dio in comunione con Lui e in cammino tra gli uomini, si impegnano nella storia condividendo gioie e speranze, tristezze ed angosce [1], annunciando la salvezza di Cristo e promuovendo la pace per tutti.
In effetti, i nostri tempi, contrassegnati dalla globalizzazione, con i suoi aspetti positivi e negativi, nonché da sanguinosi conflitti ancora in atto e da minacce di guerra, reclamano un rinnovato e corale impegno nella ricerca del bene comune, dello sviluppo di tutti gli uomini e di tutto l’uomo.
Allarmano i focolai di tensione e di contrapposizione causati da crescenti diseguaglianze fra ricchi e poveri, dal prevalere di una mentalità egoistica e individualista espressa anche da un capitalismo finanziario sregolato. Oltre a svariate forme di terrorismo e di criminalità internazionale, sono pericolosi per la pace quei fondamentalismi e quei fanatismi che stravolgono la vera natura della religione, chiamata a favorire la comunione e la riconciliazione tra gli uomini.
E tuttavia, le molteplici opere di pace, di cui è ricco il mondo, testimoniano l’innata vocazione dell’umanità alla pace. In ogni persona il desiderio di pace è aspirazione essenziale e coincide, in certa maniera, con il desiderio di una vita umana piena, felice e ben realizzata. In altri termini, il desiderio di pace corrisponde ad un principio morale fondamentale, ossia, al dovere-diritto di uno sviluppo integrale, sociale, comunitario, e ciò fa parte del disegno di Dio sull’uomo. L’uomo è fatto per la pace che è dono di Dio.
Tutto ciò mi ha suggerito di ispirarmi per questo Messaggio alle parole di Gesù Cristo: « Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio » (Mt 5,9).
La beatitudine evangelica
2. Le beatitudini, proclamate da Gesù (cfr Mt 5,3-12 e Lc 6,20-23), sono promesse. Nella tradizione biblica, infatti, quello della beatitudine è un genere letterario che porta sempre con sé una buona notizia, ossia un vangelo, che culmina in una promessa. Quindi, le beatitudini non sono solo raccomandazioni morali, la cui osservanza prevede a tempo debito – tempo situato di solito nell’altra vita – una ricompensa, ossia una situazione di futura felicità. La beatitudine consiste, piuttosto, nell’adempimento di una promessa rivolta a tutti coloro che si lasciano guidare dalle esigenze della verità, della giustizia e dell’amore. Coloro che si affidano a Dio e alle sue promesse appaiono spesso agli occhi del mondo ingenui o lontani dalla realtà. Ebbene, Gesù dichiara ad essi che non solo nell’altra vita, ma già in questa scopriranno di essere fi gli di Dio, e che da sempre e per sempre Dio è del tutto solidale con loro. Comprenderanno che non sono soli, perché Egli è dalla parte di coloro che s’impegnano per la verità, la giustizia e l’amore. Gesù, rivelazione dell’amore del Padre, non esita ad offrirsi nel sacrificio di se stesso. Quando si accoglie Gesù Cristo, Uomo-Dio, si vive l’esperienza gioiosa di un dono immenso: la condivisione della vita stessa di Dio, cioè la vita della grazia, pegno di un’esistenza pienamente beata. Gesù Cristo, in particolare, ci dona la pace vera che nasce dall’incontro fiducioso dell’uomo con Dio.
La beatitudine di Gesù dice che la pace è dono messianico e opera umana ad un tempo. In effetti, la pace presuppone un umanesimo aperto alla trascendenza. È frutto del dono reciproco, di un mutuo arricchimento, grazie al dono che scaturisce da Dio e permette di vivere con gli altri e per gli altri. L’etica della pace è etica della comunione e della condivisione. È indispensabile, allora, che le varie culture odierne superino antropologie ed etiche basate su assunti teorico-pratici meramente soggettivistici e pragmatici, in forza dei quali i rapporti della convivenza vengono ispirati a criteri di potere o di profitto, i mezzi diventano fini e viceversa, la cultura e l’educazione sono centrate soltanto sugli strumenti, sulla tecnica e sull’efficienza. Precondizione della pace è lo smantellamento della dittatura del relativismo e dell’assunto di una morale totalmente autonoma, che preclude il riconoscimento dell’imprescindibile legge morale naturale scritta da Dio nella coscienza di ogni uomo. La pace è costruzione della convivenza in termini razionali e morali, poggiando su un fondamento la cui misura non è creata dall’uomo, bensì da Dio. « Il Signore darà potenza al suo popolo, benedirà il suo popolo con la pace », ricorda il Salmo 29 (v. 11).
La pace: dono di Dio e opera dell’uomo
3. La pace concerne l’integrità della persona umana ed implica il coinvolgimento di tutto l’uomo. È pace con Dio, nel vivere secondo la sua volontà. È pace interiore con se stessi, e pace esteriore con il prossimo e con tutto il creato. Comporta principalmente, come scrisse il beato Giovanni XXIII nell’Enciclica Pacem in terris, di cui tra pochi mesi ricorrerà il cinquantesimo anniversario, la costruzione di una convivenza fondata sulla verità, sulla libertà, sull’amore e sulla giustizia [2]. La negazione di ciò che costituisce la vera natura dell’essere umano, nelle sue dimensioni essenziali, nella sua intrinseca capacità di conoscere il vero e il bene e, in ultima analisi, Dio stesso, mette a repentaglio la costruzione della pace. Senza la verità sull’uomo, iscritta dal Creatore nel suo cuore, la libertà e l’amore sviliscono, la giustizia perde il fondamento del suo esercizio.
Per diventare autentici operatori di pace sono fondamentali l’attenzione alla dimensione trascendente e il colloquio costante con Dio, Padre misericordioso, mediante il quale si implora la redenzione conquistataci dal suo Figlio Unigenito. Così l’uomo può vincere quel germe di oscuramento e di negazione della pace che è il peccato in tutte le sue forme: egoismo e violenza, avidità e volontà di potenza e di dominio, intolleranza, odio e strutture ingiuste.
La realizzazione della pace dipende soprattutto dal riconoscimento di essere, in Dio, un’unica famiglia umana. Essa si struttura, come ha insegnato l’Enciclica Pacem in terris, mediante relazioni interpersonali ed istituzioni sorrette ed animate da un « noi » comunitario, implicante un ordine morale, interno ed esterno, ove si riconoscono sinceramente, secondo verità e giustizia, i reciproci diritti e i vicendevoli doveri. La pace è ordine vivificato ed integrato dall’amore, così da sentire come propri i bisogni e le esigenze altrui, fare partecipi gli altri dei propri beni e rendere sempre più diffusa nel mondo la comunione dei valori spirituali. È ordine realizzato nella libertà, nel modo cioè che si addice alla dignità di persone, che per la loro stessa natura razionale, assumono la responsabilità del proprio operare [3].
La pace non è un sogno, non è un’utopia: è possibile. I nostri occhi devono vedere più in profondità, sotto la superficie delle apparenze e dei fenomeni, per scorgere una realtà positiva che esiste nei cuori, perché ogni uomo è creato ad immagine di Dio e chiamato a crescere, contribuendo all’edificazione di un mondo nuovo. Infatti, Dio stesso, mediante l’incarnazione del Figlio e la redenzione da Lui operata, è entrato nella storia facendo sorgere una nuova creazione e una nuova alleanza tra Dio e l’uomo (cfr Ger 31,31-34), dandoci la possibilità di avere « un cuore nuovo » e « uno spirito nuovo » (cfr Ez 36,26).
Proprio per questo, la Chiesa è convinta che vi sia l’urgenza di un nuovo annuncio di Gesù Cristo, primo e principale fattore dello sviluppo integrale dei popoli e anche della pace. Gesù, infatti, è la nostra pace, la nostra giustizia, la nostra riconciliazione (cfr Ef 2,14; 2 Cor 5,18). L’operatore di pace, secondo la beatitudine di Gesù, è colui che ricerca il bene dell’altro, il bene pieno dell’anima e del corpo, oggi e domani.
Da questo insegnamento si può evincere che ogni persona e ogni comunità – religiosa, civile, educativa e culturale –, è chiamata ad operare la pace. La pace è principalmente realizzazione del bene comune delle varie società, primarie ed intermedie, nazionali, internazionali e in quella mondiale. Proprio per questo si può ritenere che le vie di attuazione del bene comune siano anche le vie da percorrere per ottenere la pace.
Operatori di pace sono coloro che amano, difendono e promuovono la vita nella sua integralità
4. Via di realizzazione del bene comune e della pace è anzitutto il rispetto per la vita umana, considerata nella molteplicità dei suoi aspetti, a cominciare dal suo concepimento, nel suo svilupparsi, e sino alla sua fine naturale. Veri operatori di pace sono, allora, coloro che amano, difendono e promuovono la vita umana in tutte le sue dimensioni: personale, comunitaria e trascendente. La vita in pienezza è il vertice della pace. Chi vuole la pace non può tollerare attentati e delitti contro la vita.
Coloro che non apprezzano a sufficienza il valore della vita umana e, per conseguenza, sostengono per esempio la liberalizzazione dell’aborto, forse non si rendono conto che in tal modo propongono l’inseguimento di una pace illusoria. La fuga dalle responsabilità, che svilisce la persona umana, e tanto più l’uccisione di un essere inerme e innocente, non potranno mai produrre felicità o pace. Come si può, infatti, pensare di realizzare la pace, lo sviluppo integrale dei popoli o la stessa salvaguardia dell’ambiente, senza che sia tutelato il diritto alla vita dei più deboli, a cominciare dai nascituri? Ogni lesione alla vita, specie nella sua origine, provoca inevitabilmente danni irreparabili allo sviluppo, alla pace, all’ambiente. Nemmeno è giusto codificare in maniera subdola falsi diritti o arbitrii, che, basati su una visione riduttiva e relativistica dell’essere umano e sull’abile utilizzo di espressioni ambigue, volte a favorire un preteso diritto all’aborto e all’eutanasia, minacciano il diritto fondamentale alla vita.
Anche la struttura naturale del matrimonio va riconosciuta e promossa, quale unione fra un uomo e una donna, rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale.
Questi principi non sono verità di fede, né sono solo una derivazione del diritto alla libertà religiosa. Essi sono inscritti nella natura umana stessa, riconoscibili con la ragione, e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi, perché ciò costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace.
Perciò, è anche un’importante cooperazione alla pace che gli ordinamenti giuridici e l’amministrazione della giustizia riconoscano il diritto all’uso del principio dell’obiezione di coscienza nei confronti di leggi e misure governative che attentano contro la dignità umana, come l’aborto e l’eutanasia.
Tra i diritti umani basilari, anche per la vita pacifica dei popoli, vi è quello dei singoli e delle comunità alla libertà religiosa. In questo momento storico, diventa sempre più importante che tale diritto sia promosso non solo dal punto di vista negativo, come libertà da – ad esempio, da obblighi e costrizioni circa la libertà di scegliere la propria religione –, ma anche dal punto di vista positivo, nelle sue varie articolazioni, come libertà di: ad esempio, di testimoniare la propria religione, di annunciare e comunicare il suo insegnamento; di compiere attività educative, di beneficenza e di assistenza che permettono di applicare i precetti religiosi; di esistere e agire come organismi sociali, strutturati secondo i principi dottrinali e i fini istituzionali che sono loro propri. Purtroppo, anche in Paesi di antica tradizione cristiana si stanno moltiplicando gli episodi di intolleranza religiosa, specie nei confronti del cristianesimo e di coloro che semplicemente indossano i segni identitari della propria religione.
L’operatore di pace deve anche tener presente che, presso porzioni crescenti dell’opinione pubblica, le ideologie del liberismo radicale e della tecnocrazia insinuano il convincimento che la crescita economica sia da conseguire anche a prezzo dell’erosione della funzione sociale dello Stato e delle reti di solidarietà della società civile, nonché dei diritti e dei doveri sociali. Ora, va considerato che questi diritti e doveri sono fondamentali per la piena realizzazione di altri, a cominciare da quelli civili e politici.
Tra i diritti e i doveri sociali oggi maggiormente minacciati vi è il diritto al lavoro. Ciò è dovuto al fatto che sempre più il lavoro e il giusto riconoscimento dello statuto giuridico dei lavoratori non vengono adeguatamente valorizzati, perché lo sviluppo economico dipenderebbe soprattutto dalla piena libertà dei mercati. Il lavoro viene considerato così una variabile dipendente dei meccanismi economici e finanziari. A tale proposito, ribadisco che la dignità dell’uomo, nonché le ragioni economiche, sociali e politiche, esigono che si continui « a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro o del suo mantenimento, per tutti » [4]. In vista della realizzazione di questo ambizioso obiettivo è precondizione una rinnovata considerazione del lavoro, basata su principi etici e valori spirituali, che ne irrobustisca la concezione come bene fondamentale per la persona, la famiglia, la società. A un tale bene corrispondono un dovere e un diritto che esigono coraggiose e nuove politiche del lavoro per tutti.
Costruire il bene della pace mediante un nuovo modello di sviluppo e di economia
5. Da più parti viene riconosciuto che oggi è necessario un nuovo modello di sviluppo, come anche un nuovo sguardo sull’economia. Sia uno sviluppo integrale, solidale e sostenibile, sia il bene comune esigono una corretta scala di beni-valori, che è possibile strutturare avendo Dio come riferimento ultimo. Non è sufficiente avere a disposizione molti mezzi e molte opportunità di scelta, pur apprezzabili. Tanto i molteplici beni funzionali allo sviluppo, quanto le opportunità di scelta devono essere usati secondo la prospettiva di una vita buona, di una condotta retta che riconosca il primato della dimensione spirituale e l’appello alla realizzazione del bene comune. In caso contrario, essi perdono la loro giusta valenza, finendo per assurgere a nuovi idoli.
Per uscire dall’attuale crisi finanziaria ed economica – che ha per effetto una crescita delle disuguaglianze – sono necessarie persone, gruppi, istituzioni che promuovano la vita favorendo la creatività umana per trarre, perfino dalla crisi, un’occasione di discernimento e di un nuovo modello economico. Quello prevalso negli ultimi decenni postulava la ricerca della massimizzazione del profitto e del consumo, in un’ottica individualistica ed egoistica, intesa a valutare le persone solo per la loro capacità di rispondere alle esigenze della competitività. In un’altra prospettiva, invece, il vero e duraturo successo lo si ottiene con il dono di sé, delle proprie capacità intellettuali, della propria intraprendenza, poiché lo sviluppo economico vivibile, cioè autenticamente umano, ha bisogno del principio di gratuità come espressione di fraternità e della logica del dono [5]. Concretamente, nell’attività economica l’operatore di pace si configura come colui che instaura con i collaboratori e i colleghi, con i committenti e gli utenti, rapporti di lealtà e di reciprocità. Egli esercita l’attività economica per il bene comune, vive il suo impegno come qualcosa che va al di là del proprio interesse, a beneficio delle generazioni presenti e future. Si trova così a lavorare non solo per sé, ma anche per dare agli altri un futuro e un lavoro dignitoso.
Nell’ambito economico, sono richieste, specialmente da parte degli Stati, politiche di sviluppo industriale ed agricolo che abbiano cura del progresso sociale e dell’universalizzazione di uno Stato di diritto e democratico. È poi fondamentale ed imprescindibile la strutturazione etica dei mercati monetari, finanziari e commerciali; essi vanno stabilizzati e maggiormente coordinati e controllati, in modo da non arrecare danno ai più poveri. La sollecitudine dei molteplici operatori di pace deve inoltre volgersi – con maggior risolutezza rispetto a quanto si è fatto sino ad oggi – a considerare la crisi alimentare, ben più grave di quella finanziaria. Il tema della sicurezza degli approvvigionamenti alimentari è tornato ad essere centrale nell’agenda politica internazionale, a causa di crisi connesse, tra l’altro, alle oscillazioni repentine dei prezzi delle materie prime agricole, a comportamenti irresponsabili da parte di taluni operatori economici e a un insufficiente controllo da parte dei Governi e della Comunità internazionale. Per fronteggiare tale crisi, gli operatori di pace sono chiamati a operare insieme in spirito di solidarietà, dal livello locale a quello internazionale, con l’obiettivo di mettere gli agricoltori, in particolare nelle piccole realtà rurali, in condizione di poter svolgere la loro attività in modo dignitoso e sostenibile dal punto di vista sociale, ambientale ed economico.
Educazione per una cultura di pace: il ruolo della famiglia e delle istituzioni
6. Desidero ribadire con forza che i molteplici operatori di pace sono chiamati a coltivare la passione per il bene comune della famiglia e per la giustizia sociale, nonché l’impegno di una valida educazione sociale.
Nessuno può ignorare o sottovalutare il ruolo decisivo della famiglia, cellula base della società dal punto di vista demografico, etico, pedagogico, economico e politico. Essa ha una naturale vocazione a promuovere la vita: accompagna le persone nella loro crescita e le sollecita al mutuo potenziamento mediante la cura vicendevole. In specie, la famiglia cristiana reca in sé il germinale progetto dell’educazione delle persone secondo la misura dell’amore divino. La famiglia è uno dei soggetti sociali indispensabili nella realizzazione di una cultura della pace. Bisogna tutelare il diritto dei genitori e il loro ruolo primario nell’educazione dei figli, in primo luogo nell’ambito morale e religioso. Nella famiglia nascono e crescono gli operatori di pace, i futuri promotori di una cultura della vita e dell’amore [6].
In questo immenso compito di educazione alla pace sono coinvolte in particolare le comunità religiose. La Chiesa si sente partecipe di una così grande responsabilità attraverso la nuova evangelizzazione, che ha come suoi cardini la conversione alla verità e all’amore di Cristo e, di conseguenza, la rinascita spirituale e morale delle persone e delle società. L’incontro con Gesù Cristo plasma gli operatori di pace impegnandoli alla comunione e al superamento dell’ingiustizia.
Una missione speciale nei confronti della pace è ricoperta dalle istituzioni culturali, scolastiche ed universitarie. Da queste è richiesto un notevole contributo non solo alla formazione di nuove generazioni di leader, ma anche al rinnovamento delle istituzioni pubbliche, nazionali e internazionali. Esse possono anche contribuire ad una riflessione scientifica che radichi le attività economiche e finanziarie in un solido fondamento antropologico ed etico. Il mondo attuale, in particolare quello politico, necessita del supporto di un nuovo pensiero, di una nuova sintesi culturale, per superare tecnicismi ed armonizzare le molteplici tendenze politiche in vista del bene comune. Esso, considerato come insieme di relazioni interpersonali ed istituzionali positive, a servizio della crescita integrale degli individui e dei gruppi, è alla base di ogni vera educazione alla pace.
Una pedagogia dell’operatore di pace
7. Emerge, in conclusione, la necessità di proporre e promuovere una pedagogia della pace. Essa richiede una ricca vita interiore, chiari e validi riferimenti morali, atteggiamenti e stili di vita appropriati. Difatti, le opere di pace concorrono a realizzare il bene comune e creano l’interesse per la pace, educando ad essa. Pensieri, parole e gesti di pace creano una mentalità e una cultura della pace, un’atmosfera di rispetto, di onestà e di cordialità. Bisogna, allora, insegnare agli uomini ad amarsi e a educarsi alla pace, e a vivere con benevolenza, più che con semplice tolleranza. Incoraggiamento fondamentale è quello di « dire no alla vendetta, di riconoscere i propri torti, di accettare le scuse senza cercarle, e infine di perdonare » [7], in modo che gli sbagli e le offese possano essere riconosciuti in verità per avanzare insieme verso la riconciliazione. Ciò richiede il diffondersi di una pedagogia del perdono. Il male, infatti, si vince col bene, e la giustizia va ricercataimitando Dio Padre che ama tutti i suoi fi gli (cfr Mt 5,21-48). È un lavoro lento, perché suppone un’evoluzione spirituale, un’educazione ai valori più alti, una visione nuova della storia umana. Occorre rinunciare alla falsa pace che promettono gli idoli di questo mondo e ai pericoli che la accompagnano, a quella falsa pace che rende le coscienze sempre più insensibili, che porta verso il ripiegamento su se stessi, verso un’esistenza atrofizzata vissuta nell’indifferenza. Al contrario, la pedagogia della pace implica azione, compassione, solidarietà, coraggio e perseveranza.
Gesù incarna l’insieme di questi atteggiamenti nella sua esistenza, fi no al dono totale di sé, fino a « perdere la vita » (cfr Mt 10,39; Lc 17,33; Gv 12,25). Egli promette ai suoi discepoli che, prima o poi, faranno la straordinaria scoperta di cui abbiamo parlato inizialmente, e cioè che nel mondo c’è Dio, il Dio di Gesù, pienamente solidale con gli uomini. In questo contesto, vorrei ricordare la preghiera con cui si chiede a Dio di renderci strumenti della sua pace, per portare il suo amore ove è odio, il suo perdono ove è offesa, la vera fede ove è dubbio. Da parte nostra, insieme al beato Giovanni XXIII, chiediamo a Dio che illumini i responsabili dei popoli, affinché accanto alla sollecitudine per il giusto benessere dei loro cittadini garantiscano e difendano il prezioso dono della pace; accenda le volontà di tutti a superare le barriere che dividono, a rafforzare i vincoli della mutua carità, a comprendere gli altri e a perdonare coloro che hanno recato ingiurie, così che in virtù della sua azione, tutti i popoli della terra si affratellino e fiorisca in essi e sempre regni la desideratissima pace [8].
Con questa invocazione, auspico che tutti possano essere veri operatori e costruttori di pace, in modo che la città dell’uomo cresca in fraterna concordia, nella prosperità e nella pace.
Dal Vaticano, 8 Dicembre 2012
BENEDICTUS PP XVI
[1] Cfr CONC. ECUM. VAT. II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 1.
[2] Cfr Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963): AAS 55 (1963), 265-266.
[3] Cfr ibid.: AAS 55 (1963), 266.
[4] BENEDETTO XVI, Lett. enc. Caritas in veritate (29 giugno 2009), 32: AAS 101 (2009), 666-667.
[5] Cfr ibid., 34 e 36: AAS 101 (2009), 668-670 e 671-672.
[6] Cfr GIOVANNI PAOLO II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1994 (8 dicembre 1993): AAS 86 (1994), 156-162.
[7] BENEDETTO XVI, Discorso in occasione dell’Incontro con i membri del Governo, delle istituzioni della Repubblica, con il corpo diplomatico, i capi religiosi e rappresentanze del mondo della cultura, Baabda-Libano (15 settembre 2012): L’Osservatore Romano, 16 settembre 2012, p. 7.
[8] Cfr Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963): AAS 55 (1963), 304.
A 50 anni dall’inizio del Concilio Vaticano II, che ha consentito di rafforzare la missione della Chiesa nel mondo, rincuora constatare che i cristiani, quale Popolo di Dio in comunione con Lui e in cammino tra gli uomini, si impegnano nella storia condividendo gioie e speranze, tristezze ed angosce [1], annunciando la salvezza di Cristo e promuovendo la pace per tutti.
In effetti, i nostri tempi, contrassegnati dalla globalizzazione, con i suoi aspetti positivi e negativi, nonché da sanguinosi conflitti ancora in atto e da minacce di guerra, reclamano un rinnovato e corale impegno nella ricerca del bene comune, dello sviluppo di tutti gli uomini e di tutto l’uomo.
Allarmano i focolai di tensione e di contrapposizione causati da crescenti diseguaglianze fra ricchi e poveri, dal prevalere di una mentalità egoistica e individualista espressa anche da un capitalismo finanziario sregolato. Oltre a svariate forme di terrorismo e di criminalità internazionale, sono pericolosi per la pace quei fondamentalismi e quei fanatismi che stravolgono la vera natura della religione, chiamata a favorire la comunione e la riconciliazione tra gli uomini.
E tuttavia, le molteplici opere di pace, di cui è ricco il mondo, testimoniano l’innata vocazione dell’umanità alla pace. In ogni persona il desiderio di pace è aspirazione essenziale e coincide, in certa maniera, con il desiderio di una vita umana piena, felice e ben realizzata. In altri termini, il desiderio di pace corrisponde ad un principio morale fondamentale, ossia, al dovere-diritto di uno sviluppo integrale, sociale, comunitario, e ciò fa parte del disegno di Dio sull’uomo. L’uomo è fatto per la pace che è dono di Dio.
Tutto ciò mi ha suggerito di ispirarmi per questo Messaggio alle parole di Gesù Cristo: « Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio » (Mt 5,9).
La beatitudine evangelica
2. Le beatitudini, proclamate da Gesù (cfr Mt 5,3-12 e Lc 6,20-23), sono promesse. Nella tradizione biblica, infatti, quello della beatitudine è un genere letterario che porta sempre con sé una buona notizia, ossia un vangelo, che culmina in una promessa. Quindi, le beatitudini non sono solo raccomandazioni morali, la cui osservanza prevede a tempo debito – tempo situato di solito nell’altra vita – una ricompensa, ossia una situazione di futura felicità. La beatitudine consiste, piuttosto, nell’adempimento di una promessa rivolta a tutti coloro che si lasciano guidare dalle esigenze della verità, della giustizia e dell’amore. Coloro che si affidano a Dio e alle sue promesse appaiono spesso agli occhi del mondo ingenui o lontani dalla realtà. Ebbene, Gesù dichiara ad essi che non solo nell’altra vita, ma già in questa scopriranno di essere fi gli di Dio, e che da sempre e per sempre Dio è del tutto solidale con loro. Comprenderanno che non sono soli, perché Egli è dalla parte di coloro che s’impegnano per la verità, la giustizia e l’amore. Gesù, rivelazione dell’amore del Padre, non esita ad offrirsi nel sacrificio di se stesso. Quando si accoglie Gesù Cristo, Uomo-Dio, si vive l’esperienza gioiosa di un dono immenso: la condivisione della vita stessa di Dio, cioè la vita della grazia, pegno di un’esistenza pienamente beata. Gesù Cristo, in particolare, ci dona la pace vera che nasce dall’incontro fiducioso dell’uomo con Dio.
La beatitudine di Gesù dice che la pace è dono messianico e opera umana ad un tempo. In effetti, la pace presuppone un umanesimo aperto alla trascendenza. È frutto del dono reciproco, di un mutuo arricchimento, grazie al dono che scaturisce da Dio e permette di vivere con gli altri e per gli altri. L’etica della pace è etica della comunione e della condivisione. È indispensabile, allora, che le varie culture odierne superino antropologie ed etiche basate su assunti teorico-pratici meramente soggettivistici e pragmatici, in forza dei quali i rapporti della convivenza vengono ispirati a criteri di potere o di profitto, i mezzi diventano fini e viceversa, la cultura e l’educazione sono centrate soltanto sugli strumenti, sulla tecnica e sull’efficienza. Precondizione della pace è lo smantellamento della dittatura del relativismo e dell’assunto di una morale totalmente autonoma, che preclude il riconoscimento dell’imprescindibile legge morale naturale scritta da Dio nella coscienza di ogni uomo. La pace è costruzione della convivenza in termini razionali e morali, poggiando su un fondamento la cui misura non è creata dall’uomo, bensì da Dio. « Il Signore darà potenza al suo popolo, benedirà il suo popolo con la pace », ricorda il Salmo 29 (v. 11).
La pace: dono di Dio e opera dell’uomo
3. La pace concerne l’integrità della persona umana ed implica il coinvolgimento di tutto l’uomo. È pace con Dio, nel vivere secondo la sua volontà. È pace interiore con se stessi, e pace esteriore con il prossimo e con tutto il creato. Comporta principalmente, come scrisse il beato Giovanni XXIII nell’Enciclica Pacem in terris, di cui tra pochi mesi ricorrerà il cinquantesimo anniversario, la costruzione di una convivenza fondata sulla verità, sulla libertà, sull’amore e sulla giustizia [2]. La negazione di ciò che costituisce la vera natura dell’essere umano, nelle sue dimensioni essenziali, nella sua intrinseca capacità di conoscere il vero e il bene e, in ultima analisi, Dio stesso, mette a repentaglio la costruzione della pace. Senza la verità sull’uomo, iscritta dal Creatore nel suo cuore, la libertà e l’amore sviliscono, la giustizia perde il fondamento del suo esercizio.
Per diventare autentici operatori di pace sono fondamentali l’attenzione alla dimensione trascendente e il colloquio costante con Dio, Padre misericordioso, mediante il quale si implora la redenzione conquistataci dal suo Figlio Unigenito. Così l’uomo può vincere quel germe di oscuramento e di negazione della pace che è il peccato in tutte le sue forme: egoismo e violenza, avidità e volontà di potenza e di dominio, intolleranza, odio e strutture ingiuste.
La realizzazione della pace dipende soprattutto dal riconoscimento di essere, in Dio, un’unica famiglia umana. Essa si struttura, come ha insegnato l’Enciclica Pacem in terris, mediante relazioni interpersonali ed istituzioni sorrette ed animate da un « noi » comunitario, implicante un ordine morale, interno ed esterno, ove si riconoscono sinceramente, secondo verità e giustizia, i reciproci diritti e i vicendevoli doveri. La pace è ordine vivificato ed integrato dall’amore, così da sentire come propri i bisogni e le esigenze altrui, fare partecipi gli altri dei propri beni e rendere sempre più diffusa nel mondo la comunione dei valori spirituali. È ordine realizzato nella libertà, nel modo cioè che si addice alla dignità di persone, che per la loro stessa natura razionale, assumono la responsabilità del proprio operare [3].
La pace non è un sogno, non è un’utopia: è possibile. I nostri occhi devono vedere più in profondità, sotto la superficie delle apparenze e dei fenomeni, per scorgere una realtà positiva che esiste nei cuori, perché ogni uomo è creato ad immagine di Dio e chiamato a crescere, contribuendo all’edificazione di un mondo nuovo. Infatti, Dio stesso, mediante l’incarnazione del Figlio e la redenzione da Lui operata, è entrato nella storia facendo sorgere una nuova creazione e una nuova alleanza tra Dio e l’uomo (cfr Ger 31,31-34), dandoci la possibilità di avere « un cuore nuovo » e « uno spirito nuovo » (cfr Ez 36,26).
Proprio per questo, la Chiesa è convinta che vi sia l’urgenza di un nuovo annuncio di Gesù Cristo, primo e principale fattore dello sviluppo integrale dei popoli e anche della pace. Gesù, infatti, è la nostra pace, la nostra giustizia, la nostra riconciliazione (cfr Ef 2,14; 2 Cor 5,18). L’operatore di pace, secondo la beatitudine di Gesù, è colui che ricerca il bene dell’altro, il bene pieno dell’anima e del corpo, oggi e domani.
Da questo insegnamento si può evincere che ogni persona e ogni comunità – religiosa, civile, educativa e culturale –, è chiamata ad operare la pace. La pace è principalmente realizzazione del bene comune delle varie società, primarie ed intermedie, nazionali, internazionali e in quella mondiale. Proprio per questo si può ritenere che le vie di attuazione del bene comune siano anche le vie da percorrere per ottenere la pace.
Operatori di pace sono coloro che amano, difendono e promuovono la vita nella sua integralità
4. Via di realizzazione del bene comune e della pace è anzitutto il rispetto per la vita umana, considerata nella molteplicità dei suoi aspetti, a cominciare dal suo concepimento, nel suo svilupparsi, e sino alla sua fine naturale. Veri operatori di pace sono, allora, coloro che amano, difendono e promuovono la vita umana in tutte le sue dimensioni: personale, comunitaria e trascendente. La vita in pienezza è il vertice della pace. Chi vuole la pace non può tollerare attentati e delitti contro la vita.
Coloro che non apprezzano a sufficienza il valore della vita umana e, per conseguenza, sostengono per esempio la liberalizzazione dell’aborto, forse non si rendono conto che in tal modo propongono l’inseguimento di una pace illusoria. La fuga dalle responsabilità, che svilisce la persona umana, e tanto più l’uccisione di un essere inerme e innocente, non potranno mai produrre felicità o pace. Come si può, infatti, pensare di realizzare la pace, lo sviluppo integrale dei popoli o la stessa salvaguardia dell’ambiente, senza che sia tutelato il diritto alla vita dei più deboli, a cominciare dai nascituri? Ogni lesione alla vita, specie nella sua origine, provoca inevitabilmente danni irreparabili allo sviluppo, alla pace, all’ambiente. Nemmeno è giusto codificare in maniera subdola falsi diritti o arbitrii, che, basati su una visione riduttiva e relativistica dell’essere umano e sull’abile utilizzo di espressioni ambigue, volte a favorire un preteso diritto all’aborto e all’eutanasia, minacciano il diritto fondamentale alla vita.
Anche la struttura naturale del matrimonio va riconosciuta e promossa, quale unione fra un uomo e una donna, rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale.
Questi principi non sono verità di fede, né sono solo una derivazione del diritto alla libertà religiosa. Essi sono inscritti nella natura umana stessa, riconoscibili con la ragione, e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi, perché ciò costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace.
Perciò, è anche un’importante cooperazione alla pace che gli ordinamenti giuridici e l’amministrazione della giustizia riconoscano il diritto all’uso del principio dell’obiezione di coscienza nei confronti di leggi e misure governative che attentano contro la dignità umana, come l’aborto e l’eutanasia.
Tra i diritti umani basilari, anche per la vita pacifica dei popoli, vi è quello dei singoli e delle comunità alla libertà religiosa. In questo momento storico, diventa sempre più importante che tale diritto sia promosso non solo dal punto di vista negativo, come libertà da – ad esempio, da obblighi e costrizioni circa la libertà di scegliere la propria religione –, ma anche dal punto di vista positivo, nelle sue varie articolazioni, come libertà di: ad esempio, di testimoniare la propria religione, di annunciare e comunicare il suo insegnamento; di compiere attività educative, di beneficenza e di assistenza che permettono di applicare i precetti religiosi; di esistere e agire come organismi sociali, strutturati secondo i principi dottrinali e i fini istituzionali che sono loro propri. Purtroppo, anche in Paesi di antica tradizione cristiana si stanno moltiplicando gli episodi di intolleranza religiosa, specie nei confronti del cristianesimo e di coloro che semplicemente indossano i segni identitari della propria religione.
L’operatore di pace deve anche tener presente che, presso porzioni crescenti dell’opinione pubblica, le ideologie del liberismo radicale e della tecnocrazia insinuano il convincimento che la crescita economica sia da conseguire anche a prezzo dell’erosione della funzione sociale dello Stato e delle reti di solidarietà della società civile, nonché dei diritti e dei doveri sociali. Ora, va considerato che questi diritti e doveri sono fondamentali per la piena realizzazione di altri, a cominciare da quelli civili e politici.
Tra i diritti e i doveri sociali oggi maggiormente minacciati vi è il diritto al lavoro. Ciò è dovuto al fatto che sempre più il lavoro e il giusto riconoscimento dello statuto giuridico dei lavoratori non vengono adeguatamente valorizzati, perché lo sviluppo economico dipenderebbe soprattutto dalla piena libertà dei mercati. Il lavoro viene considerato così una variabile dipendente dei meccanismi economici e finanziari. A tale proposito, ribadisco che la dignità dell’uomo, nonché le ragioni economiche, sociali e politiche, esigono che si continui « a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro o del suo mantenimento, per tutti » [4]. In vista della realizzazione di questo ambizioso obiettivo è precondizione una rinnovata considerazione del lavoro, basata su principi etici e valori spirituali, che ne irrobustisca la concezione come bene fondamentale per la persona, la famiglia, la società. A un tale bene corrispondono un dovere e un diritto che esigono coraggiose e nuove politiche del lavoro per tutti.
Costruire il bene della pace mediante un nuovo modello di sviluppo e di economia
5. Da più parti viene riconosciuto che oggi è necessario un nuovo modello di sviluppo, come anche un nuovo sguardo sull’economia. Sia uno sviluppo integrale, solidale e sostenibile, sia il bene comune esigono una corretta scala di beni-valori, che è possibile strutturare avendo Dio come riferimento ultimo. Non è sufficiente avere a disposizione molti mezzi e molte opportunità di scelta, pur apprezzabili. Tanto i molteplici beni funzionali allo sviluppo, quanto le opportunità di scelta devono essere usati secondo la prospettiva di una vita buona, di una condotta retta che riconosca il primato della dimensione spirituale e l’appello alla realizzazione del bene comune. In caso contrario, essi perdono la loro giusta valenza, finendo per assurgere a nuovi idoli.
Per uscire dall’attuale crisi finanziaria ed economica – che ha per effetto una crescita delle disuguaglianze – sono necessarie persone, gruppi, istituzioni che promuovano la vita favorendo la creatività umana per trarre, perfino dalla crisi, un’occasione di discernimento e di un nuovo modello economico. Quello prevalso negli ultimi decenni postulava la ricerca della massimizzazione del profitto e del consumo, in un’ottica individualistica ed egoistica, intesa a valutare le persone solo per la loro capacità di rispondere alle esigenze della competitività. In un’altra prospettiva, invece, il vero e duraturo successo lo si ottiene con il dono di sé, delle proprie capacità intellettuali, della propria intraprendenza, poiché lo sviluppo economico vivibile, cioè autenticamente umano, ha bisogno del principio di gratuità come espressione di fraternità e della logica del dono [5]. Concretamente, nell’attività economica l’operatore di pace si configura come colui che instaura con i collaboratori e i colleghi, con i committenti e gli utenti, rapporti di lealtà e di reciprocità. Egli esercita l’attività economica per il bene comune, vive il suo impegno come qualcosa che va al di là del proprio interesse, a beneficio delle generazioni presenti e future. Si trova così a lavorare non solo per sé, ma anche per dare agli altri un futuro e un lavoro dignitoso.
Nell’ambito economico, sono richieste, specialmente da parte degli Stati, politiche di sviluppo industriale ed agricolo che abbiano cura del progresso sociale e dell’universalizzazione di uno Stato di diritto e democratico. È poi fondamentale ed imprescindibile la strutturazione etica dei mercati monetari, finanziari e commerciali; essi vanno stabilizzati e maggiormente coordinati e controllati, in modo da non arrecare danno ai più poveri. La sollecitudine dei molteplici operatori di pace deve inoltre volgersi – con maggior risolutezza rispetto a quanto si è fatto sino ad oggi – a considerare la crisi alimentare, ben più grave di quella finanziaria. Il tema della sicurezza degli approvvigionamenti alimentari è tornato ad essere centrale nell’agenda politica internazionale, a causa di crisi connesse, tra l’altro, alle oscillazioni repentine dei prezzi delle materie prime agricole, a comportamenti irresponsabili da parte di taluni operatori economici e a un insufficiente controllo da parte dei Governi e della Comunità internazionale. Per fronteggiare tale crisi, gli operatori di pace sono chiamati a operare insieme in spirito di solidarietà, dal livello locale a quello internazionale, con l’obiettivo di mettere gli agricoltori, in particolare nelle piccole realtà rurali, in condizione di poter svolgere la loro attività in modo dignitoso e sostenibile dal punto di vista sociale, ambientale ed economico.
Educazione per una cultura di pace: il ruolo della famiglia e delle istituzioni
6. Desidero ribadire con forza che i molteplici operatori di pace sono chiamati a coltivare la passione per il bene comune della famiglia e per la giustizia sociale, nonché l’impegno di una valida educazione sociale.
Nessuno può ignorare o sottovalutare il ruolo decisivo della famiglia, cellula base della società dal punto di vista demografico, etico, pedagogico, economico e politico. Essa ha una naturale vocazione a promuovere la vita: accompagna le persone nella loro crescita e le sollecita al mutuo potenziamento mediante la cura vicendevole. In specie, la famiglia cristiana reca in sé il germinale progetto dell’educazione delle persone secondo la misura dell’amore divino. La famiglia è uno dei soggetti sociali indispensabili nella realizzazione di una cultura della pace. Bisogna tutelare il diritto dei genitori e il loro ruolo primario nell’educazione dei figli, in primo luogo nell’ambito morale e religioso. Nella famiglia nascono e crescono gli operatori di pace, i futuri promotori di una cultura della vita e dell’amore [6].
In questo immenso compito di educazione alla pace sono coinvolte in particolare le comunità religiose. La Chiesa si sente partecipe di una così grande responsabilità attraverso la nuova evangelizzazione, che ha come suoi cardini la conversione alla verità e all’amore di Cristo e, di conseguenza, la rinascita spirituale e morale delle persone e delle società. L’incontro con Gesù Cristo plasma gli operatori di pace impegnandoli alla comunione e al superamento dell’ingiustizia.
Una missione speciale nei confronti della pace è ricoperta dalle istituzioni culturali, scolastiche ed universitarie. Da queste è richiesto un notevole contributo non solo alla formazione di nuove generazioni di leader, ma anche al rinnovamento delle istituzioni pubbliche, nazionali e internazionali. Esse possono anche contribuire ad una riflessione scientifica che radichi le attività economiche e finanziarie in un solido fondamento antropologico ed etico. Il mondo attuale, in particolare quello politico, necessita del supporto di un nuovo pensiero, di una nuova sintesi culturale, per superare tecnicismi ed armonizzare le molteplici tendenze politiche in vista del bene comune. Esso, considerato come insieme di relazioni interpersonali ed istituzionali positive, a servizio della crescita integrale degli individui e dei gruppi, è alla base di ogni vera educazione alla pace.
Una pedagogia dell’operatore di pace
7. Emerge, in conclusione, la necessità di proporre e promuovere una pedagogia della pace. Essa richiede una ricca vita interiore, chiari e validi riferimenti morali, atteggiamenti e stili di vita appropriati. Difatti, le opere di pace concorrono a realizzare il bene comune e creano l’interesse per la pace, educando ad essa. Pensieri, parole e gesti di pace creano una mentalità e una cultura della pace, un’atmosfera di rispetto, di onestà e di cordialità. Bisogna, allora, insegnare agli uomini ad amarsi e a educarsi alla pace, e a vivere con benevolenza, più che con semplice tolleranza. Incoraggiamento fondamentale è quello di « dire no alla vendetta, di riconoscere i propri torti, di accettare le scuse senza cercarle, e infine di perdonare » [7], in modo che gli sbagli e le offese possano essere riconosciuti in verità per avanzare insieme verso la riconciliazione. Ciò richiede il diffondersi di una pedagogia del perdono. Il male, infatti, si vince col bene, e la giustizia va ricercataimitando Dio Padre che ama tutti i suoi fi gli (cfr Mt 5,21-48). È un lavoro lento, perché suppone un’evoluzione spirituale, un’educazione ai valori più alti, una visione nuova della storia umana. Occorre rinunciare alla falsa pace che promettono gli idoli di questo mondo e ai pericoli che la accompagnano, a quella falsa pace che rende le coscienze sempre più insensibili, che porta verso il ripiegamento su se stessi, verso un’esistenza atrofizzata vissuta nell’indifferenza. Al contrario, la pedagogia della pace implica azione, compassione, solidarietà, coraggio e perseveranza.
Gesù incarna l’insieme di questi atteggiamenti nella sua esistenza, fi no al dono totale di sé, fino a « perdere la vita » (cfr Mt 10,39; Lc 17,33; Gv 12,25). Egli promette ai suoi discepoli che, prima o poi, faranno la straordinaria scoperta di cui abbiamo parlato inizialmente, e cioè che nel mondo c’è Dio, il Dio di Gesù, pienamente solidale con gli uomini. In questo contesto, vorrei ricordare la preghiera con cui si chiede a Dio di renderci strumenti della sua pace, per portare il suo amore ove è odio, il suo perdono ove è offesa, la vera fede ove è dubbio. Da parte nostra, insieme al beato Giovanni XXIII, chiediamo a Dio che illumini i responsabili dei popoli, affinché accanto alla sollecitudine per il giusto benessere dei loro cittadini garantiscano e difendano il prezioso dono della pace; accenda le volontà di tutti a superare le barriere che dividono, a rafforzare i vincoli della mutua carità, a comprendere gli altri e a perdonare coloro che hanno recato ingiurie, così che in virtù della sua azione, tutti i popoli della terra si affratellino e fiorisca in essi e sempre regni la desideratissima pace [8].
Con questa invocazione, auspico che tutti possano essere veri operatori e costruttori di pace, in modo che la città dell’uomo cresca in fraterna concordia, nella prosperità e nella pace.
Dal Vaticano, 8 Dicembre 2012
BENEDICTUS PP XVI
[1] Cfr CONC. ECUM. VAT. II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 1.
[2] Cfr Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963): AAS 55 (1963), 265-266.
[3] Cfr ibid.: AAS 55 (1963), 266.
[4] BENEDETTO XVI, Lett. enc. Caritas in veritate (29 giugno 2009), 32: AAS 101 (2009), 666-667.
[5] Cfr ibid., 34 e 36: AAS 101 (2009), 668-670 e 671-672.
[6] Cfr GIOVANNI PAOLO II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1994 (8 dicembre 1993): AAS 86 (1994), 156-162.
[7] BENEDETTO XVI, Discorso in occasione dell’Incontro con i membri del Governo, delle istituzioni della Repubblica, con il corpo diplomatico, i capi religiosi e rappresentanze del mondo della cultura, Baabda-Libano (15 settembre 2012): L’Osservatore Romano, 16 settembre 2012, p. 7.
[8] Cfr Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963): AAS 55 (1963), 304.
8 Dicembre 1854. "Nulla macula est in Te, Maria"
In
occasione della Solennità dell’Immacolata Concezione della Vergine Maria rievochiamo
il momento cruciale della proclamazione del dogma, l’8 dicembre 1854, in San
Pietro, da parte del Beato papa Pio IX nella Ineffabilis Deus, rifacendoci alla biografia dedicata a
quest’ultimo da Andrea Tornielli nell’opera “PIO IX. L’ultimo Papa Re”.
“Giunto
il giorno sospirato, la Basilica di San Pietro era gremita. Dopo il canto del
Vangelo in latino e in greco come nel pontificali del Papa, il Cardinale Macchi
Decano del Sacro Collegio, insieme ai Decani degli Arcivescovi e Vescovi
presenti alla sacra funzione, Monsignor Luigi Maria Cardelli, Arcivescovo di
Acri da, e Monsignor Laudisio Vescovo di Policastro, nonché l`Arcivescovo di
rito greco Monsignor Stefano Missir di Irenopoli e Monsignor Edoardo Hurmuz di
Sirace di rito armeno, presentatisi ai piedi del trono rivolsero la supplica a
Sua Santità: nel testo, pronunciato in lingua latina, si chiede al papa che sia
definito <<dal vostro supremo e infallibile giudizio l`Immacolato
Concepimento della Santissima Vergine Maria Madre: di Dio per il quale ci sarà gaudio in cielo e
sommamente esulterà il mondo>>. Pio IX risponde che avrebbe accolto la
supplica, ma soltanto dopo aver invocato lo Spirito Santo e intona dunque il Veni
Creator. Quindi, seduto sul trono con in capo la tiara, legge ad alta voce la Bolla
dogmatica, che specifica gli argomenti a favore della proclamazione dell'Immacolata,
le tradizioni latine e Orientali nonché i pronunciamenti già presenti nel
magistero dei papi.
«Dio
ineffabile, le vie del quale sono la misericordia e la verità; Dio, la cui
volontà è onnipotente e la cui
sapienza
abbraccia con forza il primo e l'ultimo confine dell'universo e regge ogni cosa
con dolcezza, previde fin da tutta l'eternità la tristissima rovina dell'intero
genere umano, che sarebbe derivata dal peccato di Adamo. Avendo quindi deciso,
in un disegno misterioso nascosto dai secoli, di portare a compimento l'opera
primitiva della sua bontà, con un mistero ancora più profondo – l'incarnazione
del Verbo – affinché l'uomo (indotto al peccato dalla perfida malizia del
diavolo) non andasse perduto, in contrasto con il suo proposito d'amore, e
affinché venisse recuperato felicemente ciò che sarebbe caduto con il primo
Adamo, fin dall'inizio e prima dei secoli scelse e dispose che al Figlio suo
Unigenito fosse assicurata una Madre dalla quale Egli, fatto carne, sarebbe
nato nella felice pienezza dei tempi. E tale Madre circondò di tanto amore,
preferendola a tutte le creature, da compiacersi in Lei sola con un atto di
esclusiva benevolenza. Per questo, attingendo dal tesoro della divinità, la
ricolmò – assai più di tutti gli spiriti angelici e di tutti i santi –
dell'abbondanza di tutti i doni celesti in modo tanto straordinario, perché
Ella, sempre libera da ogni macchia di peccato, tutta bella e perfetta,
mostrasse quella perfezione di innocenza e di santità da non poterne concepire
una maggiore dopo Dio, e che nessuno, all'infuori di Dio, può abbracciare con
la propria mente.
Era
certo sommamente opportuno che una Madre degna di tanto onore rilucesse
perennemente adorna
degli
splendori della più perfetta santità e, completamente immune anche dalla stessa
macchia del peccato originale, riportasse il pieno trionfo sull'antico
serpente. Dio Padre dispose di dare a Lei il suo unico Figlio, generato dal suo
seno uguale a sé, e che ama come se stesso, in modo tale che fosse, per natura,
Figlio unico e comune di Dio Padre e della Vergine; lo stesso Figlio scelse di
farne la sua vera Madre, e lo Spirito Santo volle e operò perché da Lei fosse
concepito e generato Colui dal quale egli stesso procede.
La
Chiesa Cattolica che – da sempre ammaestrata dallo Spirito Santo – è il
basilare fondamento della
verità,
considerando come dottrina rivelata da Dio, compresa nel deposito della celeste
rivelazione, questa innocenza originale dell'augusta Vergine unitamente alla
sua mirabile santità, in perfetta armonia con l'eccelsa dignità di Madre di
Dio, non ha mai cessato di presentarla, proporla e sostenerla con molteplici
argomentazioni e con atti solenni sempre più frequenti. Proprio la Chiesa, non
avendo esitato a proporre la Concezione della stessa Vergine al pubblico culto
e alla venerazione dei fedeli, ha offerto un'inequivocabile conferma che questa
dottrina, presente fin dai tempi più antichi, era intimamente radicata nel
cuore dei fedeli e veniva mirabilmente diffusa dall'impegno e dallo zelo dei
Vescovi nel mondo cattolico.»
Più
volte il papa si interrompe, commosso. Ma alla fine, con una voce potente che
stupisce i fedeli che gremivano la basilica fin dalle prime ore della mattina, il
pontefice dichiara solennemente:
«Perciò,
dopo aver presentato senza interruzione, nell'umiltà e nel digiuno, le Nostre
personali preghiere
e
quelle pubbliche della Chiesa, a Dio Padre per mezzo del suo Figlio, perché si
degnasse di dirigere e
di
confermare la Nostra mente con la virtù dello Spirito Santo; dopo aver
implorato l'assistenza dell'intera Corte celeste e dopo aver invocato con
gemiti lo Spirito Paraclito; per sua divina ispirazione, ad
onore
della santa, ed indivisibile Trinità, a decoro e ornamento della Vergine Madre
di Dio, ad esaltazione della Fede cattolica e ad incremento della Religione
cristiana, con l'autorità di Nostro Signore Gesù Cristo, dei Santi Apostoli
Pietro e Paolo e Nostra, dichiariamo, affermiamo e definiamo rivelata da Dio la
dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria fu preservata, per
particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di
Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato
originale fin dal primo istante del suo concepimento, e ciò deve pertanto
essere oggetto di fede certo ed immutabile per tutti i fedeli.»
Per
un’ora tutte le campane di Roma suonano a distesa.[…]
Molti
testimoni hanno affermato che al momento della lettura della Bolla il papa fu
come investito da un fascio di luce dall’alto. Fenomeno che attirò l’attenzione
perché in nessun periodo dell’anno e tanto meno in dicembre da nessuna finestra
un raggio di luce poteva raggiungere l’abside dove si trovava il papa. Nessuno
dei presenti in San Pietro ebbe dubbio nell’attribuire quella luce ad una causa
soprannaturale.[…]
Molto
più stupefacente quanto avvenne quattro anni dopo, nel 1858, quando una piccola
contadina analfabeta di nome Bernadette, affermò di vedere una “bella signora”
in una grotta di Lourdes, il 25 marzo di quell’anno, alla domanda “Signora,
volete avere la bontà di dirmi chi siete?”, la Signora rispose “Sono
l’Immacolata Concezione”. (Pio XII, nel 1953, scriverà in merito, che la Beata
Vergine Maria volle quasi confermare, in maniera prodigiosa, tra il plauso di
tutta la Chiesa, la sentenza pronunciata dal Vicario del suo Divin Figlio in
terra.)”
Al
termine di questa rievocazione di quella straordinaria giornata di un secolo e
mezzo fa, ci uniamo all’inno dello stesso Beato Pio IX alla Vergine senza
macchia:
“La stessa beatissima Vergine che, tutta
bella e immacolata, schiacciò la testa velenosa del crudelissimo serpente e
recò al mondo la salvezza; la Vergine, che è gloria dei Profeti e degli
Apostoli, onore dei Martiri, gioia e corona di tutti i Santi, sicurissimo
rifugio e fedelissimo aiuto di chiunque è in pericolo, potentissima
mediatrice e avvocata di tutto il
mondo presso il suo Unigenito Figlio, fulgido e straordinario ornamento della
santa Chiesa, […] voglia intercedere perché i colpevoli
ottengano il perdono, gli ammalati il rimedio, i pusillanimi la forza, gli
afflitti la consolazione, i pericolanti l'aiuto, e tutti gli erranti, rimossa
la caligine della mente, possano far ritorno alla via della verità e della giustizia,
e si faccia un solo ovile e un solo pastore.”
Genesi e genetica, l'alleanza é possibile
«Non abbiamo una solida evidenza scientifica sulla creazione ex nihilo; questa rimane un argomento da studiare con gli strumenti della filosofia. I continui processi dell’evoluzione della Terra e della vita sono ormai eventi scientifici ben stabiliti. E servono come elementi essenziali della creazione permanente». Ecco i passi salienti della relazione su scienza e fede, tenuta l’8 ottobre davanti al Pontefice e al Sinodo dei vescovi, dal premio Nobel Werner Arber. Le parole del microbiologo svizzero sono oggetto di attenta riflessione perché un anno fa Benedetto XVI lo ha nominato presidente della Pontificia Accademia delle Scienze. Arber è considerato uno dei padri della «rivoluzione biologica» del XX secolo. È professore emerito al Biozentrum dell’Università di Basilea, e il Nobel per la Medicina l’ha ottenuto – nel 1978 – per aver scoperto gli «enzimi di restrizione», che sono cardini dell’ingegneria genetica. E fra tre mesi circa, il 21 febbraio 2013, saranno celebrati i sessant’anni dalla scoperta della «doppia elica» (la struttura del Dna). La data diventa un crocevia delle dispute sulla scienza. Nella sua relazione al Sinodo, Arber ha esposto la tesi secondo la quale la teoria neo-darwiniana non è incompatibile con il pensiero della Chiesa e, in particolare, con la creatio in fieri o creazione continua. Il premio Nobel afferma che oggi le scoperte scientifiche aumentano perché in larga misura si basano sull’osservazione della evoluzione in atto. «Anche gli autori dell’Antico Testamento erano consapevoli delle varianti genetiche. I personaggi descritti nella Bibbia non erano affatto dei cloni geneticamente identici ad Adamo ed Eva». Alcuni passaggi dell’evoluzione restano tuttavia ancora avvolti in un alone di mistero , tanto che nei dibattiti ci si chiede perché in certi casi «l’evoluzione si nasconda». Ed ecco la spiegazione fornita dal presidente della Pontificia Accademia delle Scienze: «Nel corso degli ultimi decenni, l’investigazione genetica ci ha fatto capire meglio le variazioni spontanee. Esse rappresentano il comando che sospinge l’evoluzione biologica. Oggi sappiamo che la realtà vivente opera attivamente perché l’evoluzione biologica sia un processo molto lento ma certamente saldo. In altre parole, la natura vivente ha il potere intrinseco di evolvere». Sul fronte scientifico c’è chi pensa che scienza e fede siano troppo diverse fra loro per poter dialogare proficuamente anche sull’evoluzione.
Ma la stessa Pontificia Accademia delle Scienze che Arber presiede testimonia che il dialogo tra scienza e fede non è una contraddizione in termini. Degli 80 scienziati che ne fanno parte, 44 sono premi Nobel. L’appartenenza all’autorevole consesso degli accademici si basa sull’eccellenza scientifica e sulla libertà di idee. «L’Accademia – dice Arber – segue il processo della conoscenza scientifica e la potenziale applicazione di questa conoscenza; informa la Curia sui vari progressi, e spesso l’informazione è accompagnata da speciali raccomandazioni rivolte alla Chiesa. Tutto ciò conduce sovente al dialogo tra scienza e fede, che noi consideriamo complementari l’una all’altra cioè elementi essenziali dell’umana conoscenza, specie se agiscono insieme». Secondo il professor Arber, è per valide ragioni che scienza e fede sono chiamate a cooperare. Perché non dire che oggi «Gesù sarebbe favorevole all’applicazione della scienza per il bene – a lungo termine – dell’umanità»? D’altro canto, la scienza ha bisogno di sostegno: finora «non ha maturato una nozione precisa dei fondamenti della vita» né ha saputo dare risposte pertinenti agli interrogativi dell’uomo. L’aiuto reciproco può scaturire soltanto da un dialogo franco e non transitorio; un esempio è offerto dallo scambio di conoscenze che avviene nella Pontificia Accademia delle Scienze, senza limitazioni dovute a nazionalità o religione (Werner Arber è protestante). Inoltre l’Accademia vaticana discende da quell’Accademia dei Lincei – la più antica del mondo – che nel 1603 inaugurava la scienza moderna. (Nel 1611 vi era iscritto Galileo).
Ma perché sono entrati nella storia della medicina gli «enzimi di restrizione» scoperti dal professor Arber? Fino al 1980, 20 milioni di pazienti diabetici dovevano ricorrere all’insulina estratta da buoi e maiali. Poi, anche grazie a Werner Arber, si è riusciti a far produrre insulina umana dalle cellule di un batterio. I biologi prelevano un frammento di Dna umano che «codifica per l’insulina» (cioè avvia un processo che porta all’insulina). Lo inseriscono in una molecola maneggevole e utilissima, il «plasmide», che va a moltiplicarsi all’interno di un batterio. Sarà questo a fornire insulina umana su scala industriale. Gli enzimi di restrizione permettono di «tagliare» il frammento di Dna nel punto giusto. Sulla base del «taglia e cuci» genetico che Arber ha sperimentato più di 40 anni fa, la biologia molecolare lascia intravedere progressi ma anche rischi. Tuttavia, per il presidente dell’Accademia non c’è motivo per vedere buio il futuro: «Gli standard di valutazione del rischio traggono un enorme vantaggio dall’accresciuta conoscenza dei geni. Se basata scientificamente, un’attenta valutazione delle innovazioni è sufficiente ad evitare i rischi che potrebbero derivare dalle sperimentazioni tecnologiche». A queste condizioni, Arber alza il disco verde anche agli Ogm.
Luigi Dell'Aglio
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Rosario Livatino, martire della giustizia e della fede
Agrigento. La terra dei templi. La terra di Pirandello, Sciascia e Camilleri. Una terra che oggi ricorda il magistrato Rosario Livatino, ucciso 22 anni fa in un agguato di mafia. Era un caldo venerdì di fine estate in quel lontano 1990. Il terribile biennio del '92-'93 era ancora lontano, ma - si sa - nulla nasce dal nulla. La Strada Statale 640 era stata teatro nel 1988 dell'agguato mortale a Antonino Saetta, in cui perse la vita anche il figlio Stefano: questo omicidio non ha avuto alcuna risonanza né l'anniversario della sua morte - 25 settembre - viene ricordato quanto merita. L'omicidio Saetta rappresenta una svolta nelle stragi di mafia, perché per la prima volta Cosa Nostra colpisce un magistrato giudicante, non inquirente; il messaggio è forte e chiaro: anche solamente appartenere ad un organo di giustizia rappresenta un buon motivo per essere uccisi.
Rosario Livatino è al volante della sua Ford Fiesta color amaranto quando viene raggiunto dai suoi killer: la prima pioggia di piombo lo lascia quasi illeso, colpendolo solamente alla spalla e permettendogli di abbandonare la macchina e tentare una disperata fuga oltre il guardrail. Braccato dai suoi killer viene raggiunto da una nuova raffica di proiettili, questa volta fatale. Dietro al Giudice Ragazzino - così fu ribattezzato Livatino dopo la morte - viaggiava sulla sua Lancia Thema Pietro Nava, che poté assistere all'agghiacciante agguato e testimoniare coraggiosamente al processo; la sua testimonianza fu decisiva, ma lui non poté più tornare al suo paese, né il suo nome comparì più negli elenchi telefonici: una storia tutta italiana, di una giustizia che ancora non riesce a protegge chi per amore della giustizia stessa mette a repentaglio la vita propria e dei propri cari.
Quando le forze dell'ordine raggiunsero il luogo dell'omicidio Livatino, vennero ritrovati accanto al corpo del magistrato i suoi occhiali e la sua agenda: sulla prima pagina tre lettere, S.T.D. Gli inquirenti si interrogheranno a lungo sul significato di queste lettere, congetturando ipotesi su ipotesi, mentre a casa sua tutti sapevano benissimo la verità. Sulla sua tesi Rosario aveva voluto ringraziare ovviamente i genitori e i suoi cari, ed aveva aggiunto sotto ai ringraziamenti una giaculatoria: SUB TUTELAM DEI, sotto la tutela di Dio. Chi lo conosceva afferma che lui dava una doppia interpretazione a questa frase; oltre a quella già citata se ne propone un'altra, basata sull'etimologia della parola "tutelam", che proviene dal verbo "tueor", che significa osservare, guardare: Livatino voleva ricordare a sé stesso di essere in ogni istante sotto lo sguardo allo stesso tempo paterno e giudice di Dio, al cospetto del quale non sfugge nulla dell'animo umano. In una delle sue famose agendine - tutte segnate con la stessa sigla - si legge: "Quando moriremo non ci verrà chiesto quanto siamo stati credenti, ma quanto simo stati credibili".
È in corso il processo di beatificazione del Servo di Dio Rosario Livatino, "martire della giustizia e della fede" come lo definì Giovanni Paolo II in occasione di un incontro con i genitori nel 1993.
Carlo Maria Martini, l'uomo dell'ascolto
E’
passato il primo vento freddo di un’estate appena finita: la scomparsa, venerdì
scorso, del Cardinal Carlo Maria Martini. Serenamente si è spento, nel sonno,
affidandosi con fede a Dio, perché lo assistessero nel trapasso gli angeli e i
santi, come aveva scritto in Conversazioni
notturne a Gerusalemme. Un fiducioso abbandono, quale quello del bambino tra
le braccia dei genitori, come Gesù predicò a Nicodemo, che supera anche la
paura, che vince la battaglia che tutta la vita cristiana è nella sua continua
lotta interiore con il male, la tentazione, il dubbio e che, con l’avanzare
dell’età, per l’appressarsi della dipartita, si fa più dolorosa. Anche Gesù
ebbe paura nel Getsèmani e Martini, da biblista, spesso lo aveva ricordato in
riferimento alla propria paura, tutta umana, della morte, il duro calle come amava chiamarla con
un’espressione dantesca. Si è spento un modello mirabile di un annuncio
evangelico, sorretto da una profonda familiarità con la Parola, fatta ancor
prima che di studio, di raccoglimento, interiorizzazione e ascolto. In ogni
evento quotidiano cercava di scorgere il disegno della Provvidenza, facendo del
fiat voluntas tua il paradigma del
proprio coinvolgimento nelle vicende mondane. Non nascose mai di aver inviso il
potere temporale del papato così come di volere una Chiesa più povera, eppure
questo contemptus mundi non era per
lui che un presupposto imprescindibile perché Essa potesse essere più vicina
agli uomini. Pensava che i ministri di Dio dovessero essere generosi come il
buon samaritano, fedeli come Maria di Màgdala, avere fede come il centurione,
entusiasti come Giovanni il Battista, osare il nuovo come San Paolo. E proprio
come quest’ultimo, il quale fece del dialogo con i pagani il fulcro della
propria missione, ad esempio parlando difronte l’Aeropago in Atene, anche Martini
fu un interlocutore privilegiato per i non credenti e coloro che vorrebbero
credere ma non credono, convinto che alla base della fede, vi sia quella
ricerca della Verità, comune a tutti quanti gli uomini.
Un confronto che
permette al cristiano del XXI secolo di evitare di pensare di avere la verità
in tasca e di interrogarsi su quelle domande di cui Cristo, Via, Verità e Vita
è risposta: il cardinale al riguardo affermava che la preghiera è anche quel
colloquio interiore con il non credente che è in noi. Dialogo, fiducia e
spiritualità: in una parola, ascolto del Signore, nei fratelli, nello spirito,
nella Parola. Non era solo da biblista che teneva le Scritture sempre aperte su
una scrivania, rigorosamente in formica verde, come i banchi di scuola, ma più propriamente da pastore della Chiesa
post-conciliare, quella che, con il Vaticano II, si era riappropriata della
Bibbia, restituendola ai legittimi proprietari, i Cattolici.
Una Parola su cui,
per poterla meglio frazionare tra i fratelli, in modo particolare quelli
dell’arcidiocesi di Milano, affidatagli nel 1980, in pieno stragismo, il
Cardinale gesuita era solito meditare a lungo, raccolto in preghiera, da uomo
che il Vangelo non lo studia: lo vive. Respirò a lungo i luoghi della vita,
morte e risurrezione di Cristo, in Terra Santa, interrogandosi su come Gesù
interpreterebbe l’evangelizzazione del Duemila. Questa l’eredità che ci lascia,
quella di un annuncio al passo con i tempi nella forma quanto fedele alla
Tradizione nel contenuto, per poter riscoprire quelle radici del credere che il
mondo dell’opulenza sembra aver perso di vista. Carlo Maria Martini è stato il
volto di una Chiesa che cura le ferite di un Uomo affaticato ed oppresso, rimettendo al centro della missione le tre virtù teologali: la Fede
di un’adesione, intellettualmente vivace, agli insegnamenti del Divin Maestro, la
Speranza di un filiale affidamento alla Sua volontà e la Carità di una costante
donazione al prossimo, rivelata da un Dio, morto in croce per Amore.
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