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Alberto Angela: bravo ma non bravissimo

E bravo Alberto Angela!

Con l’ultima puntata di Ulisse, in occasione dell’anniversario del rastrellamento del Ghetto di Roma, ha dimostrato ancora una volta che è possibile fare cultura in televisione anche nell’era in cui il trash domina su tutte le reti. 

Bravo Alberto Angela perché ha inquadrato la sua serata in un contesto più ampio, nel tentativo di dare un senso alla storia, di spiegare perché in ogni era della storia umana è necessario avere memoria degli eventi passati.

Bravo Alberto Angela perché qualcuno non aveva ben compreso il motivo della nomina a senatrice a vita di Liliana Segre, appena una settimana prima della Giornata della Memoria, a inizio anno. C’era chi non la conosceva e non si è minimamente sprecato di andare a cercare la sua storia, c’è chi ancora oggi la conosce solo per l’azzardata – e poco sensata – uscita di Enrico Mentana nel commentare una notizia di giugno. Ecco, chiunque abbia sentito le parole della senatrice a vita durante questa serata televisiva, non può che ringraziare il presidente Mattarella per la sua scelta illuminata.

Bravo Alberto Angela perché ha fatto una sintesi veritiera e dettagliata dei drammatici giorni romani, a partire da quel 16 ottobre 1943 di cui oggi cade il 75° anniversario.

Bravo Alberto Angela perché al termine delle due ore di programma, lo spettatore sente sulla propria coscienza il dovere della memoria, l’obbligo morale di ricordare e di tramandare, con un sentimento un po’ pesante ma non per questo da evitare.

Però verrebbe da dire "bravo ma non bravissimo".

Il Rispetto della Storia: la Shoah Cancellata

Un drammaturgo austriaco di fine '800 diceva che 'è facile scrivere i propri ricordi quando si ha una cattiva memoria'. Oggi il mondo si ferma per coltivare il ricordo dell'Olocausto, perché - per avere una buona memoria - dobbiamo prima di tutto esercitarla. Ed è obbligo morale di ognuno di noi ricordare quello che è successo, chiamando le cose con il proprio nome, senza falsi alibi né distorsioni ideologiche. In una parola, Memoria è prima di tutto Rispetto.

Rispetto per chi ha pagato con la vita la follia collettiva di un'ideologia perversa e anti-umana. Rispetto per un popolo che dopo 70 anni ancora mostra le ferite di uno dei più grandi genocidi della storia. Rispetto di chi continua a riaprire quella ferita pur di coltivare la memoria, prima che il tempo porti via anche gli ultimi testimoni. In una parola, rispetto della Storia.

1914: la Guerra si ferma per Natale

Tutti noi conosciamo la Prima Guerra Mondiale, dall’attentato all’attentato all’Arciduca Francesco Ferdinando alla disfatta di Caporetto e la battaglia del Piave passando per quelle di Ypres e Verdun. E tuttavia - ancora una volta - esiste quantomeno un episodio di questo terribile conflitto che meriterebbe ben più attenzione di molti altri enfatizzati e commemorati che viene puntualmente ignorato e abbandonato nell’oblio. Si tratta del primo Natale in guerra, il 25 dicembre 1914.

La guerra si trascina ormai da oltre cinque mesi - e tuttavia non è che agli inizi... - e la giornata della vigilia si caratterizza sul fronte occidentale per la prima gelata della stagione che abbassa notevolmente la temperatura rendendo tuttavia più agevole le condizioni in trincea indurendo il fango presente dopo giorni di pioggia. “Durante la giornata ci sono stati scambi di fucileria” scrive in una lettera un soldato inglese trincerato a Ypres; ma il silenzio della sera sembra preannunciare qualcosa: “Speravamo che promettesse una festa tranquilla, ma non ci contavamo”. Sono i soldati tedeschi i primi a tentare di celebrare - nei limiti del possibile - il Natale, intonando canti natalizi dopo aver addobbato con delle candele degli abeti a mo’ di albero di Natale; gli inglesi rispondono cantando “The first Nowell” tipico canto natalizio della Cornovaglia; i tedeschi contraccambiano ancora intonando “O Tannenbaum”; lo scambio di canzoni continua con “O come, all ye faithful”, corrispettivo inglese del noto “Adeste fideles”, al quale i tedeschi rispondono in latino.

25 luglio 1943: tutte le ombre sull'inizio della fine

Domenica 25 luglio 1943, ore 2.30 della notte. Il Gran Consiglio del Fascismo approva l’Ordine del Giorno Grandi: è l’inizio della fine. Dei 27 partecipanti 19 firmano a favore: Grandi (Presidente della Camera: propose in prima persona la sfiducia a Mussolini), De Bono e De Vecchi (due dei quadrumviri che marciarono su Roma nel 1922), Ciano (genero di Mussolini), Acerbo (Ministro delle Finanze: diede il nome alla legge elettorale del 1923), Federzoni (Presidente dell’Accademia), De Marsico (Ministro della Giustizia), Pareschi e Cianetti (Ministri dell’Agricoltura il primo e per le Corporazioni il secondo), Albini e Bastianini (Sottosegretari agli Interni e agli Esteri), Balella, Gottardi e Bignardi (Confederazione dei datori di lavoro, dei Lavoratori del’’Industria e degli agricoltori), De Stefani (ex Ministro delle Finanze e del Tesoro),Marinelli (ex segretario del PNF), Alfieri, Rossoni e Bottai (membri a titolo personale).

Il Gran Consiglio del Fascismo invita il Governo a pregare la Maestà del Re, verso il quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la Nazione, affinchè Egli voglia per l’onore e per la salvezza della Patria assumere con l’effettivo comando delle forze armate di terra, di mare e dell’aria, secondo l’articolo 5 dello Statuto del Regno, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono e che sono sempre state in tutta la nostra storia nazionale il retaggio glorioso della nostra Augusta Dinastia Savoia”.

3 giugno 1963: muore il Papa Buono

Il pontificato di Giovanni XXIII, al secolo Angelo Roncalli, non è ricordato per la sua durata, sale sul soglio pontificio a 77 anni per rimanerci 5 anni, ma per aver convocato, dopo oltre 80 anni, un Concilio: era il 25 gennaio 1959, quando, Papa da soli tre mesi, annunciò "Venerabili Fratelli e Diletti Figli Nostri! Pronunciamo innanzi a voi, certo tremando un poco di commozione, ma insieme con umile risolutezza di proposito, il nome e la proposta della duplice celebrazione: di un Sinodo Diocesano per l'Urbe, e di un Concilio ecumenico per la Chiesa universale".
Si tratta sicuramente del gesto che più di ogni altro rimane nell'opinione comune come il ricordo più evidente del breve ma intenso pontificato del Papa Buono. E tuttavia - senza voler fare classifiche - esiste un altro discorso altrettanto importante, che esula dal campo religioso ma si staglia nella storia dell'ultimo secolo come spartiacque fra la pace e la guerra: di tratta del radiomessaggio del 25 ottobre 1962.

Falcone a 22 anni da Capaci

È il 25 giugno 1992, sono trascorsi 33 giorni dalla strage di Capaci e ne mancano 24 a quella di via D'Amelio: Paolo Borsellino tiene il suo ultimo discorso pubblico, nella Biblioteca Comunale di Palermo, in memoria di Falcone. Il discorso dura mezz'ora, la tensione nella sala è tanta, l'aspettativa per le parole del giudice - quasi il suo testamento pubblico - è altissima: dopo essersi scusato per il ritardo e aver chiarito di non essere intenzionato a parlare di ciò di cui deve tener conto in primis alla magistratura, Borsellino inizia il suo discorso, un discorso che denuncerà l'abbandono che portò alla morte tanto Falcone quanto Borsellino stesso.

Il giudice si presenta non solo come magistrato, ma anche come testimone, e come tale inizia a raccontare dell'amico e collega Falcone, conscio che con la sua morte sia finita una parte della sua vita e della vita di tutti gli italiani. Lo spunto da cui ha inizio la riflessione del giudice è una recente affermazione di Antonio Caponetto, che aveva detto: "Falcone cominciò a morire nel gennaio 1988".

Era difatti nel gennaio 1988 che Falcone vide negarsi quell'ufficio istruzione al tribunale di Palermo appena lasciato vacante dallo stesso Caponetto oramai 72enne. "Il giorno del mio compleanno - ricorda Borsellino - il Consiglio Superiore della Magistratura ci fece questo regalo: preferì Antonino Meli". Un applauso dirompente interruppe Borsellino.

E tuttavia Falcone ha continuato a lavorare instancabilmente, "dimostrando l'altissimo senso delle istituzioni e la sua volontà di continuare comunque a fare il lavoro che aveva inventato".

Caporetto, 96 anni fa

La battaglia di Caporetto, venne combattuta durante la prima guerra mondiale tra il Regio Esercito italiano e le forze austro-ungariche e tedesche.Lo scontro, che iniziò il 24 ottobre 1917, rappresenta la più grave disfatta nella storia dell'esercito italiano, tanto che ancora oggi il termine Caporetto viene utilizzato come sinonimo di sconfitta.La sconfitta portò alla sostituzione del generale Luigi Cadorna, che aveva imputato l'esito della battaglia allo scarso coraggio dei suoi soldati, con Armando Diaz.

Beati 552 martiri spagnoli: odio religioso senza precedenti

Quando si parla dei martiri spagnoli degli anni Trenta del XX secolo, li si chiama erroneamente “martiri della guerra civile”. Erroneamente perché i primi martiri ci furono già nell’ottobre del 1934, durante la rivoluzione delle Asturie. Mancavano allora quasi due anni all’inizio della guerra civile e i martiri non avevano quindi nulla a che fare con essa. Ma c’è chi continua a collegarli con quel conflitto armato in cui ci furono “caduti in azioni di guerra” in entrambi gli schieramenti, perché lottavano sul fronte, e ci furono anche, nelle retroguardie delle due aree, “vittime della repressione politica”. Gli uni e gli altri meritano il massimo rispetto e vengono ricordati come eroi e modelli da imitare dai seguaci delle rispettive ideologie.

Rolando Rivi Beato: 'un prete in meno', un beato in più

Sabato scorso il card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha celebrato la solenne cerimonia di beatificazione di Rolando Rivi, seminarista ucciso in odium fidei il 13 aprile 1945 a soli 14 anni; la motivazione dei suoi assassini fu tragicamente chiara: 'Avere un prete in meno' affermarono i partigiani responsabili della sua morte. La Gazzetta del PAGO commemora l'evento riproponendo il numero di Errata Corrige del 13 aprile scorso, dedicato alla memoria dei sacerdoti uccisi dalla resistenza comunista nel 1945.

I sacerdoti uccisi dai partigiani rossi

Emilia Romagna: tra il 7 agosto 1941 e il 4 febbraio 1951 vengono uccisi 130 sacerdoti tra parroci, religiosi, cappellani militari oppure semplici curati. Si respira il rovente clima di terrore rosso che si visse almeno fino al 1948 nel famoso «Triangolo della morte», in città e regioni dove i comunisti avevano acquisito il controllo di prefetture e delle forze di polizia. E il discorso si allarga fatalmente, oltre ai poveri preti uccisi - che finalmente vengono restituiti alla memoria e, quindi, alla pietà -, per spostarsi su migliaia di altre vittime, anch'esse spesso cadute dopo la fine ufficiale del conflitto civile: quegli «sconosciuti 1945», se non di più, di cui si è occupato con grande successo di pubblico Giampaolo Pansa.

9 settembre 1998: 15 anni senza Lucio

Martedì 8 settembre '98, alle quattro del pomeriggio Lucio vuole il cappellano dell’ospedale, padre Bruno, per l’estrema unzione e per guardare per l’ultima volta il crocifisso. Racconta il cappellano: «Ha ancora quegli ultimi momenti di lucidità che si vedono dagli occhi e dal volto». Alle 21 Battisti è intubato. Quattro ore più tardi, all’una dopo la mezzanotte, la situazione precipita. Lucio perde efinitivamente conoscenza. All’alba i sanitari chiamano la famiglia. La mattina del 9 settembre, mercoledì, quattordici giorni dopo il ricovero, muore. Se ne va accompagnato da un comunicato di poche righe: «Con grande tristezza la direzione generale comunica che questa mattina alle 8 il signor Lucio attisti, nonostante tutte le cure prodigate dai sanitari che l’hanno assistito, è deceduto per intervenute complicanze in un quadro clinico severo fin dall’esordio». A leggerlo è lo stesso direttore generale dell’ospedale Franco Sala, l’unico interlocutore tra il mondo esterno e quell’universo di dolore. Nel bollettino medico, troppo scarno ma essenziale nella sua amarezza, non si accenna affatto alla sua malattia. La verità è che Lucio non ha mai avuto problemi particolari di salute, non è mai stato male. La morte lo coglie improvvisamente.
Umberto Piancatelli, La vera storia di Lucio Battisti, Barbera Editore, 2008

Papa Francesco e l'appello per la pace: sulle orme di Benedetto XV e Giovanni XXIII

Era giovedì 25 ottobre 1962: Giovanni XXIII pronunciò in diretta radiofonica uno dei suoi discorsi più famosi e commoventi, invocando la pace su tutta la Terra e scongiurando di fatto lo scontro fra USA e URSS: dopo essere stato trasmesso in diretta il discorso fu tradotto in svariate lingue, comprese - ovviamente - inglese e russo: il tema della pace è sempre stato un tema caro a Giovanni XXIII, che, constatando la delicata situazione internazionale, sì appellò spesso ai governanti del mondo intero perché avessero a cuore la pace mondiale.


Fascismo: la redenzione piccolo borghese


« Proclamate e dimostrate per la gloria dell'Intelligenza che le loro dicerie non sono men basse di quei suoni sconci con cui il villano manda fuori per la bocca il vento dal suo stomaco rimpinzato di legumi. Proclamate e dimostrate che le loro mani, a cui il vostro padre Dante darebbe l'epiteto medesimo ch'egli diede alle unghie di Taide, sono atte a raccattar lo stabbio ma non degne di levarsi per sancire una legge nell'assemblea».


Il Papa del Sorriso: dalla campagna veneta a San Pietro

A 35 anni dall'elezione di Giovanni Paolo I, La Gazzetta del Pago ricorda Papa Luciani con una breve biografia, dall'infanzia in Veneto negli anni '10 fino alla sera del 26 luglio '78, quando si affacciò per la prima volta su Piazza San Pietro, ricostruendo i fatti  grazie alle testimonianze dello stesso Servo di Dio e di chi gli è potuto stare vicino.

Albino Luciani nasce a Canale d'Agordo, allora Forno di Canale, giovedì 17 ottobre '12: considerato in imminente pericolo di vita viene battezzato il giorno stesso dalla levatrice, per poi essere battezzato in chiesa due giorni dopo da don Achille Ronzon. Il padre, Giovanni, era un operaio - forse di simpatie socialiste -  che emigrò presto in Svizzera e Germania, prima di trovare lavoro a Murano come artigiano del vetro; la madre, Bortola Tancon, viene ricordata dalla figlia minore come "una donna rustega, come diciamo noialtri in veneto, molto semplice, ma di gran temperamento, volitiva, energica".

Delitto Matteotti: l'ombra della Corona

I libri di storia recitano più o meno così: Il 6 aprile 1924 si svolsero, in un clima pesante di intimidazioni, le elezioni politiche. In virtù della legge maggioritaria il successo toccò al "listone" fascista. Pur avendo così conseguita la maggioranza parlamentare, il fascismo non si acquietò e non ci fu la tanto attesa (anche da Mussolini) normalizzazione delle squadre fasciste più violente. All'indomani delle elezioni, scomparve il socialista Giacomo Matteotti, che aveva denunciato alla Camera i brogli elettorali e le violenze perpetrate dalle squadre fasciste durante il periodo preelettorale. Egli fu rapito dagli squadristi all'uscita della sua abitazione romana, ed ucciso.

Marzabotto e la lotta partigiana

Invito il lettore prima di addentrarsi nella lettura di questo articolo, di soffermarsi su quanto ha scritto il fascista antifascista Giorgio Bocca nel suo “Storia dell’Italia partigiana”: <Il terrorismo ribelle non è fatto per prevenire quello dell’occupante, ma per provocarlo, per inasprirlo. Esso è autolesionismo premeditato: cerca le ferite, le punizioni, le rappresaglie per coinvolgere gli incerti, per scavare il fosso dell’odio. E’ una pedagogia impietosa, una lezione feroce>.  Oppure quanto scrisse, circa le conseguenze che la lotta partigiana poteva arrecare sulle popolazioni civili, il democristiano Benigno Zaccagnini: <La rappresaglia che veniva compiuta era un mezzo per suscitare maggiore spirito di rivolta antinazista e antifascista, e quindi si giustificava> (Dalla parte dei vinti di Piero Buscaroli).
Siamo all’inizio dell’anno 2013 e nessuno può negare che, almeno in Italia, la situazione è  catastrofica, come mai si è verificata nei decenni precedenti. In occasione della farsa dei festeggiamenti (non viviamo forse nell’era dell’immortale antifascismo? Ecco allora, festeggiare la sconfitta della nostra patria!) del 25 aprile e in questa occasione la presidente della camera, signora Laura Boldrini sentenziò che non esiste un fascismo buono. Queste parole sono state pronunciate in occasione della visita ad uno dei monumenti della lotta resistenziale: Marzabotto.
   Marzabotto: allora vediamo cosa accadde a Marzabotto.
Il film “Miracolo a Sant’Anna” di Spike Lee, in proiezione nelle sale cinematografiche italiane, ha sollevato un tale vespaio su fatti avvenuti nel lontano 1944, che avverto la necessità di riproporre un mio studio su quegli avvenimenti.
Come il lettore potrà constatare si tratta di Storia e come tale suffragata di documentazione e testimonianze.
Sono stati eventi veramente tristi, da qualsiasi lato li si vogliano esaminare.
Qualche lettore avrà pur visto la trasmissione televisiva “Blu Notte” condotta dal bravo Carlo Lucarelli nella serata del 2 settembre 2007, dal titolo “L’armadio della vergogna”.
Lucarelli, tracciando la storia di questo “armadio tenuto nascosto” da decine di anni, attenzione! Dai Governi di Destra e di Sinistra, “armadio” che conterrebbe documenti sulle atrocità commesse dai nazisti e dai “repubblichini di Salò” (sic). Ebbene, Lucarelli ha toccato vari argomenti che vanno dalle stragi di Marzabotto alle Fosse Ardeatine, dall’Isola d’Arbe (perché Lucarelli non l’ha chiamata col nome di oggi: Rab e il racconto sarebbe stato più veritiero), ai gas gettati sugli etiopi, dal campo di Fossoli alle stragi della Xa Mas e così di seguito.
Ritengo opportuno, pertanto, prima di entrare in argomento presentare quanto andrò a scrivere in più capitoli, capitoli che saranno trattati nei prossimi articoli.
Cominciamo con MARZABOTTO.
Lucarelli ha esordito affermando che alla strage hanno partecipato anche elementi della Xa Mas; è la stessa menzogna presentata da un collega di Lucarelli e precisamente da Arrigo Petacco. Ed ora entriamo in argomento.
Arrigo Petacco il 15 luglio 1989 presentò in televisione una delle settimanali trasmissioni “I giorni della storia”, la “storia delle mezze verità” naturalmente, la stessa “storia” presentata dal Lucarelli.
Sul video apparve una signora presentata da Petacco esattamente con queste parole: <La signora Clara Cecchin aveva otto anni il 19 agosto 1944, abitava a Valla, vicino S. Terenzio Monti, sulla strada per Marzabotto. Il suo paese fu visitato il 19 agosto 1944 dal famoso maggiore Reder dell SS con i suoi uomini e molti fascisti: G.N.R., Brigate Nere, forse anche Xa Mas che lo accompagnavano per fare quello che potete immaginare…>. A questo punto Petacco diede disposizioni di immettere, in video, un breve filmato sull’episodio, quindi riprese la trasmissione in diretta e riferendosi alle vittime disse: <Gente normale, bambini piccoli, anche feti, perché i fascisti e i tedeschi sventrarono anche alcune donne incinte. Sì, c’erano anche i fascisti e li comandava un certo Ludovici>. Indicando il nome “Ludovici”, Petacco passò dalla “mezza verità” che da sola è una menzogna, alla seconda “verità” che si trasforma in “Verità”. Se dimostrata.
Andiamo avanti. Petacco passò la parola alla signora Cecchin che testimoniò efficacemente il dramma da lei vissuto. In quel massacro dove persero la vita 107 persone la signora Cecchin fu l’unica miracolosamente sopravvissuta. Nella sua chiara e raccapricciante esposizione, sempre pungolata da Petacco, la signora Cecchin nominò sette volte i “tedeschi” e mai i “fascisti”. Terminata la testimonianza della superstite, Petacco riprese:<La lunga striscia di sangue tracciata da Reder e dai suoi dalla Versilia su in Lunigiana fino a Marzabotto, non fu un atto di ferocia gratuita, aveva un suo disegno strategico. I partigiani erano diventati una forza importante. Impegnavano tre divisioni tedesche e i tedeschi non avevano molte divisioni a disposizione sulla Linea Gotica, che era a ridosso della linea di sangue tracciata da Reder. Kesselring voleva avere le spalle al sicuro, quindi diede ordine a Reder di fare terra bruciata e spargere il terrore. I partigiani in quel momento erano già forti, potevano contare su circa 80.000 uomini impegnati in tutto il Nord Italia. Operavano ormai da mesi perché le prime formazioni erano nate subito dopo l’armistizio nel tardo autunno del ‘43>.
Nell’accusa lanciata da Petacco circa la presenza di “fascisti” nelle stragi, per quante ricerche abbiamo fatto, ci risulta che nessun “fascista” o componente dell’esercito della Rsi, abbia partecipato a quella serie di massacri.
Ne “I giorni dell’odio” pag. XXIV Alberto Giovannini attesta: <Uno degli episodi più noti della rappresaglia tedesca è rappresentato dalla strage di Marzabotto. Una cosa che al riguardo non è detta nella commemorazione ufficiale, è però che, con la popolazione locale, furono massacrati il cappellano delle Brigate Nere di Bologna e alcuni fascisti che, conosciute le intenzioni germaniche, si erano precipitati a Marzabotto per tentare, in qualche modo, se non di evitare, almeno di ritardare la feroce esecuzione di massa>. Mancano, purtroppo, più approfondite prove su questa interessante testimonianza. Infatti, se quanto riferito da Giovannini rispondesse a verità, si vorrebbe far passare per assassini, secondo la tesi di Petacco, coloro che, in effetti, sarebbero dei martiri.
Altra dichiarazione, simile a quella fornita di Giovannini ci viene riferita da Angelo Carboni nel“Elia Comini e i confratelli martiri di Marzabotto” pag. 86: <Un giovane, allora studente di Teologia, Alfredo Carboni, mi racconta come la vigilia di San Michele, il 28 settembre ’44, trovandosi nella località Fornace poco sotto la chiesa parrocchiale di Salvaro, un soldato della Guardia Repubblicana, già suo compagno di scuola alle elementari, di cui non può citare il nome, gli disse chiaramente: “O Alfredo, scappa e mettiti in salvo, perché domani ci sarà qui una tale razzia, che non resterà nemmeno il filo per tagliare la polenta”>. Frase caratteristica questa del nostro Appennino per significare che non sarebbe rimasto nulla.
Quale è stata la lunga striscia di sangue tracciata da Reder? Chi era Reder e quali furono le giustificazioni dei tedeschi per tante atrocità? Per una serena valutazione storica che non debba risentire di condizionamenti emotivi, è necessario immergersi in quel drammatico periodo che fu la guerra fra il ’43 e il ’45. In quegli anni l’attività partigiana si manifestava nel Centro Nord Italia con imboscate, attentati alle vie di comunicazione, colpi contro singoli soldati o civili. Questi fatti, che i partigiani chiamavano “azione di guerra” lasciano comunque comprendere le cause che portarono a spietate rappresaglie nell’Appennino emiliano, esattamente come attestato da Bocca e Zaccagnini. A seguito di queste “azioni di guerra”, il Maresciallo Kesselring, comandante supremo delle forze tedesche in Italia, lanciò, il 1° agosto 1944, un manifesto con il quale avvertiva che qualora quelle “azioni” fossero continuate di aver <impartito alle proprie truppe i seguenti ordini:
1) iniziare nella forma più energica l’azione contro le bande armate di ribelli, contro i sabotatori …
2) costituire una percentuale di ostaggi in quelle località dove risultano esistere bande armate e passare per le armi i detti ostaggi tutte le volte che nelle località stesse si verificassero atti di sabotaggio>.
Kesselring era un soldato d’onore, ma chi eseguì gli ordini non lo era.
Kesselring, nel compilare il sopraccitato ultimatum, si riferiva alle Convenzioni Internazionali firmate da quasi tutti i Paesi; tra questi la Germania e l’Italia. Dal volume “Diritto Internazionale” alla voce “Combattenti” fra l’altro si legge: <Sulla base delle Convenzioni de L’Aja del 1899 e del 1907 sulla guerra terrestre (…) si possono classificare quattro categorie di legittimi combattenti. Nella prima rientrano i militari delle Forze Armate regolari di uno Stato belligerante, purché indossino una uniforme conosciuta dal nemico, portino apertamente le armi, dipendano da ufficiali responsabili e dimostrino di rispettare le leggi e gli usi di guerra (…).
Gli illegittimi combattenti vengono dovunque perseguiti con pene severissime e sono generalmente sottoposti alla pena capitale. Nella guerra terrestre i franchi tiratori che operano nelle retrovie nemiche, infiltrandosi alla spicciolata sotto mentite spoglie, vengono passati per le armi in caso di cattura. Lo stesso dicasi per i “sabotatori”>.
Sempre dal “Diritto Internazionale”, voce“Rappresaglia”: <La rappresaglia si qualifica innanzitutto come “atto legittimo” (…). La rappresaglia condotta obiettivamente illecita, diventa, per le particolari circostanze in cui viene attuata, condotta lecita. La rappresaglia è, fondamentalmente una “sanzione”, cioè una reazione all’atto illecito e non un mero atto lecito, la cui liceità deriva dall’esistenza di un precedente atto illecito (,,,), Poiché la rappresaglia si pone come “risposta” ad un atto illecito, per essere legittima deve obbedire a queste condizioni: vi deve essere stata lesione di un diritto o di un interesse giuridico dello Stato autore e deve essere mancata la riparazione (…). Non può mai violare le leggi umanitarie, cioè fondamentali ed elementari esigenze di umanità (…). La scelta delle misure da infliggere spetta allo Stato offeso. Questo, però, prima di passare all’azione, deve assicurarsi che l’offensore non voglia o non possa riparare il danno (…). Compiuto inutilmente questi passi, potrà applicare le misure che meglio crederà, uniformando però la sua condotta alle condizioni di legittimità che abbiamo sopra esposte (…). La rappresaglia è, cioé, un atto di violenza isolato nel tempo e nello spazio, avente lo scopo di imporre il rispetto del diritto in relazione ad una violazione subita, sì che possa cessare appena riparata l’offesa. La nostra legge di guerra, approvata con R.D.8-VII-1938 n. 1415, regola poi la materia delle ritorsioni e delle rappresaglie in tempo di guerra con gli art.: 8-9-10, (1)”.
Come postilla è interessante riportare quanto previsto sempre dal “Diritto Internazionale”>.
<5 (…). L’art. 33 della IV Convenzione di Ginevra del 1949, in deroga a quanto prima era consentito dall’art. 50 dei regolamenti de L’Aja del 1899 e del 1907, proibisce in modo tassativo le misure di repressione collettive, di cui si ebbe abuso delittuoso nell’ultimo conflitto>. Dettato completamente dimenticato dai russi in Afghanistan, dagli americani in Corea, Vietnam, in Somalia e, ancor oggi in Irak; Afghanistan ecc., senza dimenticare le operazioni di spietata rappresaglia commessi dagli israeliani contro i palestinesi. Così si verifica che mentre si continua a condannare militari che operarono il “Diritto di rappresaglia”, quando questo era previsto dalle leggi, oggi, che è proibito “tassativamente” nessuno ne risponde ed il mondo si è dimenticato di quanto le leggi prescrivono.
Stabilite le parti essenziali del “Diritto Internazionale”, come si presentava il fenomeno partigiano nel territorio bolognese?
Le azioni partigiane, fra la fine del ’43 e gli inizi del ’44, furono isolate e a carattere individuale fino all’attentato condotto contro il Federale Eugenio Facchini, ucciso con sette colpi di pistola il 26 gennaio 1944 a Bologna.
Agli inizi di quell’anno i socialisti non disdegnavano di continuare il dialogo, iniziato da tempo, con esponenti della Rsi e si mantennero quindi decisamente neutrali. Furono i comunisti a prendere con decisione l’iniziativa di condurre la lotta contro il fascismo anche se, gradualmente seguirono tutti gli altri partiti, per non perdere l’opportunità di schierarsi dalla parte di coloro che avrebbero, poi, vinto la guerra.
Sulle montagne si organizzarono bande di partigiani, delle quali parleremo più avanti.
Nelle città i comunisti riuscirono costituire gruppi di guerriglia. Nei primi mesi del ’44, a Bologna, i comunisti, guidati da Giuseppe Alberghetti, nome di battaglia “Cristallo”, furono i primi a raccogliere adesioni per la nuova forma di guerriglia.
E’ opportuno riportare la tecnica adottata dai comunisti per radicalizzare la guerra civile, specialmente nell’Emilia e, come giustamente rileva Giorgio Pisanò nella sua “Storia della Guerra Civile in Italia”, a pag. 1162, osserva: <(...). Una tecnica che trova ancora oggi la sua spietata applicazione in ogni Paese del mondo dove i comunisti tentano la conquista del potere>.
Per capire con quale determinazione i comunisti applicarono quella “tecnica”, anticipiamo che nelle sole strade di Bologna furono uccisi, in attentati, più di 450 fascisti o “presunti tali”. I comunisti, con queste azioni, si aspettavano spietate rappresaglie, ma queste, sia per gli ordini di Mussolini, sia per il sangue freddo dimostrato dai Prefetti, furono rare e, in ogni caso, mai proporzionate alle perdite subite.
Per capire quale fosse la tecnica che i comunisti intendevano porre in essere, proponiamo un ampio stralcio del libro “7° Gap” di Mario De Micheli – Edizioni Cultura Sociale, Roma 1954:<Sin dall’ottobre 1943 il partito comunista aveva preso l’iniziativa di costituire le “Brigate d’assalto Garibaldi” e i “Gruppi d’azione patriottica”: le brigate dovevano operare sulle montagne, i gruppi dentro la città (…). I “Gap” dovevano essere gli arditi della guerra di liberazione, soldati senza divisa (…). Essi dovevano combattere in mezzo all’avversario, mescolandosi ad esso, conoscerne le abitudini e colpirlo quando meno se lo aspetta (…). I complici del fascismo e del tedesco non avrebbero più dovuto trascorrere i loro giorni indisturbati, in quiete e tranquillità; avrebbero, invece, dovuto vivere d’ansia, guardandosi continuamente attorno, trasalendo se qualcuno camminava alle loro spalle. Portare la morte a casa del nemico era insomma la direttiva con cui sorgevano i “Gap” (…)>.
Ecco come i capi comunisti riuscirono a superare gli scrupoli morali che nascevano negli animi dei componenti dei “Gap”: <(…). Creare la mentalità dell’attacco armato sull’uomo fu oltremodo difficile, occorreva vincere scrupoli e inquietudini morali oltreché il timore dello scontro diretto col nemico. Se può essere abbastanza semplice nel fuoco del combattimento, “a sangue caldo” diciamo, colpire e uccidere, non è altrettanto semplice colpire a sangue freddo con studio, premeditazione e calcolo (…). Il partito dovette, dunque, far sentire la sua volontà in maniera energica, dovette ancora una volta intervenire, illuminare, spiegare (…). E’ opportuno aggiungere che in quell’epoca non si era ancora creato quel clima di eroismo (?) che ha poi permesso tante memorabili gesta (…). Ai primi di gennaio, a Bologna, erano stati organizzati soltanto una decina di uomini con questi criteri. Dieci uomini divisi in due squadre. S’incominciò col deporre le bombe a scoppio ritardato nei luoghi di residenza del nemico. La prima bomba di questo tipo fu collocata alla finestra del Comando tedesco di Villa Spada, I tedeschi, che ancora non si attendevano colpi del genere in Bologna, furono irritatissimi. Lanciarono un manifesto carico di minacce e imposero il coprifuoco dalle 18 alle 6 del mattino: era il 18 gennaio (…)>.
E’ difficile credere che i capi e gli organizzatori di queste “eroiche” azioni non conoscessero quanto previsto nelle “Convenzioni Internazionali di Guerra” e le relative deliberazioni del diritto di rappresaglia. Tutto lascia credere, invece, che si volesse giungere ad estreme esasperazioni per ovvie finalità politiche che certi ambienti son riusciti, nel corso degli anni e sino ai nostri giorni, a così ben sfruttare.
Ecco in merito, qualora non fosse sufficiente quanto scritto dall’ex fascista ed ex partigianoGiorgio Bocca (in merito alla ricerca della rappresaglia) quanto si legge nel già citato “7° Gap”: <L’ostacolo più grande da sormontare per il timore delle rappresaglie contro la popolazione, il pensiero che per un’azione militare compiuta contro un tedesco o un fascista decine d’inermi e di innocenti sarebbero stati giustiziati. Allora non era ancora evidente a tutti che l’unico modo per stroncare il terrorismo (!) dei nazifascisti fosse quello di non dar tregua al nemico, di raddoppiare i colpi (…)>.
Così operavano i “gappisti” in città.. Come agivano invece, le «brigate» in mon¬tagna e principalmente nei più vicini con¬trafforti appenninici nei pressi di Bologna?
In questa località ed esattamente fra i fiumi Reno e Setta, operava, fra il settembre '43 ed il settembre ‘44 la formazione armata dei partigiani della ”Stella Rossa”, denominata “Brigata” posta agli ordini di Mario Musolesi di anni 29. La leggenda racconta che (dalla citata opera “Storia della guerra civile in Italia” pag. 1176): «i partigiani si batterono con coraggio leonino contro le S.S. e difesero i monti di Marzabotto palmo a palmo, seminando il terreno di uomini caduti con le armi in pugno: anche il comandante della “Stella Rossa” restò fulminato da una raffica nemica; ma alla fine questi eroi furono sopraffatti e i superstiti riuscirono a stento a raggiungere le linee anglo-americane... i tedeschi si scagliarono come bestie feroci contro la popolazione civile della zona e 1850 innocenti caddero massacrati confondendo il loro sangue con quello dei gloriosi partigiani rossi...». A commento di quanto sopra Pisanò continua: «Ma se questa è la leggenda ben altra è la verità». Infatti la verità è completamente diversa.
I partigiani uccidevano in agguati tedeschi isolati, fascisti in divisa e non. I tedeschi, guidati da Reder, regolarmente scagliarono la loro ira contro le popolazioni indifese e non solo nella zona di Marzabotto come vedremo appresso.
Si chiede Don Carboni nell'opera già citata (pag. 32): «Si era in tempo di guerra: la guerra ha le sue tremende leggi di sterminio e di vendetta: se ammazzate un tedesco (che importanza aveva l'ammazzare un tedesco nello svolgimento e nell'economia generale della guerra?) verranno fucilati dieci civili... Chi dobbiamo ringraziare noi, parenti delle vittime, delle reazioni tedesche? Non certo gli eroi che le provocarono e dopo si eclissarono dandosi alla fuga!». Questa è la domanda di don Carboni, giusta e naturale: «Che importanza aveva ammazzare un tedesco?».
Questa domanda va trasferita e analizzata nel contesto politico del disegno organico costruito dai più alti vertici del comunismo internazionale: uccidere un tedesco (o un fascista), attendere la rappresaglia e, di conseguenza, guidare il terrore e l'odio dei civili nella direzione desiderata e atteggiarsi, quindi, a giudici e vendicatori di tante vittime innocenti. Non possiamo che dar atto della loro cinica abilità.
Ma cosa accadde esattamente a fine settembre 1944 nella zona di Marzabotto?
Ancora dal volume “I confratelli Martiri di Marzabotto pag. 34: <Va pure ricordato che qualche giorno prima della strage qualcuno, segretamente, aveva avvertito la popolazione della imminente rappresaglia, ma quando si seppe che c'erano famiglie di agricoltori decisi ad abbandonare tutto, per mettersi in salvo, i partigiani li minacciarono con queste parole: «se non vi uccidono loro, vi uccidiamo noi se andate via: qui ci siamo noi a difendervi!» .
Questa testimonianza è stata resa da Bruno Paselli, agricoltore di San Giovanni di Sotto di Casaglia...».
Dato che i fascisti non parteciparono mai ad azioni di stragi tralasciamo la lunga lista di “azioni di guerra” condotta dai partigiani nel colpire i militari fascisti (o supposti tali), in quanto desideriamo seguire la storia del maggiore Walter Reder e delle sue S.S., principalmente, ma non solo nella zona di Marzabotto.
La brigata partigiana “Stella Rossa” nella primavera del '44 raggiunse la cifra di 500 effettivi. <Si trattava in gran parte di comunisti o simpatizzanti comunisti che non tardarono ad assimilare gli spietati sistemi di guerriglia instaurati dagli emis¬sari del P.C.I.».
Gli attentati contro militari tedeschi iniziarono con proditoria sistematicità. A Rioveggio due ufficiali tedeschi stavano passeggiando con due ragazze. Furono presi alle spalle e uccisi. I nazisti concessero 24 ore affinché gli autori dell'attentato si presentassero, dopodiché scelsero 11 ostaggi. Da quel che si dice a Rioveggio gli attentatori erano del luogo, eppure lasciarono fucilare senza intervenire 11 innocenti.
I partigiani continuarono ad uccidere tedeschi e fascisti isolati.
Racconta Don Alfredo Carboni, parroco a Ronca di Monte S. Pietro. Di questi fatti poco eroici se ne verificarono decine. A Gabbiano di Monzuno, per esempio, due tedeschi che stavano acquistando uova dai contadini furono sorpresi da una pattuglia partigiana comandata da un certo “Aeroplano”. I tedeschi capirono subito di non essere in grado di opporre resistenza e alzarono le mani in segno di resa. Ma i comunisti spararono ugualmente uccidendone uno. L'altro venne trascinato prigioniero alla base partigiana. Conoscendo la ferocia dei guerriglieri il soldato tedesco tentò inutilmente di impietosirli mostrando anche le fotografie della moglie e dei suoi due bambini. Lo legarono con i piedi ad un paletto e gli inchiodarono le mani trafiggendole con due pugnali. Poi lo lasciarono morire così.
Il parroco di Riposa (un comune di Bologna), Don Libero Nanni, nativo del luogo dove si verificò un altro barbaro massacro, nel quale trovarono la morte anche suoi intimi parenti, si fece promotore di far erigere un tempietto titolato ”Monumento Sacrario ai Caduti di Piano di Setta”. Nel quarantesimo anniversario dell'eccidio fu scoperto un cippo marmoreo e una lampada votiva dalla fiamma sempre accesa. A ricordo dell'evento fu distribuito fra i presenti un foglio commemorativo ove fra l'altro si legge: <Una pagina di storia quasi dimenticata. “Nel lontano luglio del 1944, nel turbine della guerra sempre più distruttrice. l'alta valle del Setta e precisamente piano di Setta, fu scossa improvvisamente dalla feroce, fulminea, terrificante rappresaglia, che seminò morte, incendi, rastrellamenti”>.
Nella notte del 20 luglio, in un breve scontro fra partigiani e tedeschi (era una colonna che raggiungeva il fronte lungo la statale del Setta) ci furono feriti e morirono due tedeschi. Il 21 luglio trascorse lento e cupo; la mattina successiva si scatenò la rappresaglia: rastrellati gli uomini, razziato il bestiame, le donne e i bambini terrorizzati: gli anziani uccisi in un numero quasi imprecisato: forse 20. L'età? Dai 60 agli 80 anni!
<Tutta la valle fu percorsa dal pianto e dal terrore... Era la prima, grossa rappresaglia nella Provincia di Bologna, preludio alla grande rappresaglia di San Martino, Monte Sole, Casaglia, Gardelletta, Marzabotto, Pioppe di Salvaro, San Vincenzo, Piano di Setta - 15 luglio 1944».
Non si presentò alcuno a rivendicare la responsabilità dell'attentato né da parte dei partigiani fu tentato alcunché per salvare gli ostaggi>.
Il 23 luglio 1944 a Pioppe di Salvaro fu ucciso un altro tedesco. Furono rastrellati 10 infelici e uccisi a colpi di mitra. Né l'autore (o gli autori) dell'uccisione del tedesco, si presentò per salvare gli ostaggi né un colpo di fucile fu sparato dagli uomini del ”Lupo” per salvare quegli innocenti.
L'attività della Brigata partigiana “Stella Rossa” è un perpetrare di fatti del genere. Non va dimenticato che, nel frattempo, si susseguivano attentati mortali contro fascisti (o supposti tali) isolati. Ecco, ad esempio, quanto riporta uno dei “bollettini di guerra” diramato dalla “Stella Rossa”: <10 agosto: Una pattuglia del 4° distaccamento procedeva al fermo del fascista Bertoletti Duilio in località Farneto. È stato in seguito giustiziato»; “11 agosto: Una pattuglia del 1° distaccamento procedeva al fermo di un fascista repubblichino in permesso a Castel dell'Alpi. Veniva recuperato un moschetto con relative munizioni. Il fascista veniva più tardi passato per le armi”; ”14 agosto da una nostra pattuglia veniva catturato il fascista Zagnoni Lucio che veniva giustiziato”. E così di seguito. Tornando alle azioni che riguardavano la guerriglia contro i tedeschi, si legge sull' ”Indicatore Partigiano” n. 4 del 1949, ove viene riportato uno dei «Bollettini di guerra» della ”Stella Rossa”: «1 agosto: Nostra pattuglia in servizio esplorativo si scontrava, nei pressi di Castel d'Alpe, con una pattuglia guardafili tedesca composta da un sottufficiale e un soldato. All'intimazione dell'altolà tentarono di fuggire. Venivano presi, interrogati e confessavano di trovarsi in servizio. Venivano passati per le armi». Pisanò osserva: «... lo strano principio, contrario alle norme e alle convenzioni accettate in qualsiasi Paese e da qualsiasi esercito, in base al quale dei soldati fatti prigionieri potevano essere fucilati perché ”confessavano di trovarsi in servizio”».
Ad ogni azione di questo tipo seguivano rappresaglie con incendi, distruzioni, massacri di ostaggi: sette fucilati a Molinelle di Veggio, dieci a Molpelle. Pochi giorni dopo tredici a Pontecchio di Sasso Marconi e così di seguito. Nessun partigiano osò alcunché per tentare di salvare quella povera gente. Eppure si trovavano nei pressi, ed erano numerosi.
Nel frattempo la guerra continuava e la pressione degli alleati, a sud di Bologna si stava intensificando: il comando tedesco aveva necessità di avere le spalle sicure e le strade senza minacce di attentati.
I tedeschi inviarono negli accampamenti dei partigiani della ”Stella Rossa” alcuni parlamentari con la proposta che, se i partigiani fossero rimasti al loro posto, senza intraprendere azioni di disturbo contro i tedeschi questi, a loro volta, si impegnavano a non iniziare alcuna rappresaglia.
I parlamentari tedeschi furono trucidati. Questo fatto indusse il Comando germanico ad agire con la più grande decisione.
E veniamo ai terribili giorni di fine settembre 1944 e alla cosiddetta “Strage di Marzabotto”.
Marzabotto fu insignita di Medaglia d'oro al valor militare con la seguente motivazione:«Incassata fra le scoscese rupi e le verdi boscaglie dell'antica terra etrusca, Marzabotto preferì ferro fuoco e distruzione piuttosto che cedere all'oppressore. Per quattordici mesi sopportò la dura prepotenza delle orde teutoniche che non riuscirono a debellare la fierezza dei suoi figli, arroccati sulle aspre vette di Monte Venere e di Monte Sole sorretti dall’amore e dall'incitamento dei vecchi, delle donne e dei fanciulli. Gli spietati massacri degli inermi giovanetti, delle fiorenti spose e dei genitori caduti non la domarono ed i suoi 1830 morti riposano sui monti e nelle valli a perenne monito alle future generazioni di quanto possa l'amore per la Patria».
Abbiamo visto che alcune persone avevano preavvisato la popolazione dell'imminenza di un grande rastrellamento, dato che proprio in quei giorni nella zona di Marzabotto apparve un manifesto, un vero ultimatum, a firma delle SS und Polizeifuehrer-Oberitalien-West, ove, fra l'altro, era chiaramente indicato: «(...) 1) chi aiuta i. banditi è un bandito egli stesso e subirà lo stesso trattamento: 2) tutti i colpevoli saranno puniti con la massima severità (..). Gli autori degli attentati ed i loro favoreggiatori saranno impiccati sulla pubblica piazza. Questo è l'ultimo avviso agli indecisi ...» Cosicché a seguito di questi ammonimenti la popolazione locale aveva iniziato ad allontanarsi dalla zona. Come abbiamo precedentemente indicato, i partigiani intervennero e proibirono a quella povera gente di mettersi in salvo costringendola a tornare indietro garantendo che, se i tedeschi l’avessero minacciati, i partigiani della ”Stella Rossa” l’avrebbero protetta.
Fra il 20 e il 25 settembre era affluita nella zona una formazione di ”SS Panzer¬Grenadieren” della divisione ”Reichsfuehrer”, ammontante ad 800 uomini cir¬ca. Alla loro testa era il maggiore Walter Reder.
Questi era un austriaco di 29 anni. Fu sospettato, a suo tempo, di essere coinvolto nell'assassinio del cancelliere Dollfuss nell’operazione nazista del 1934. Tentativo vanificato dal deciso e pronto intervento di Mussolini.
Durante l'estate del '44 la brigata “Stella Rossa” aveva raggiunto una forza di 1500 uomini, ben armati e riforniti dai continui lanci aerei degli alleati.
La strage avvenne, come detto, sulle alture delimitate dai fiumi Reno e Setta e prese il nome da Marzabotto.
I tedeschi iniziarono i rastrellamenti all'alba del 29 settembre, bruciando e massacrando senza distinzione di sesso e di età: Cresta di Gizzana, 81 morti; Canaglia, 148; Casa Benuzzi, 38; Caprara di Marzabotto, 107; S. Giovanni, 47; Cradotto, Prunaro e Steccala, 145: Cerpiano, 49; Sperticano, 13; Pioppe, di Salvavo, 48. In totale 676 morti. E mentre si perpetravano questi eccidi dove erano i 1500 partigiani?
Va detto che gli uomini del ”Lupo” (Mario Musolesi) negli ultimi giorni del settembre '44 erano in attesa dell'arrivo degli alleati. Avevano allentato la vigilanza e tutti si erano dati a libagioni, bevevano e dormivano con le loro donne, convinti ormai che, per loro, la guerra era finita.
All'attacco dei tedeschi i partigiani, anche per l'allentata cautela, non tentarono alcuna difesa e, mentre alcuni si ”ritirarono” verso Monte Sole, altri fuggirono verso le linee alleate. Chi difese i civili dalla rabbia teutonica?
Ecco quanto racconta il partigiano Guerrino Avani in ”Marzabotto parla”, nelle pagine 46-47:«Prima dell'alba del 29 settembre, assalita da soverchianti forze nemiche la brigata si trovò stretta in una morsa di fuoco. Dopo alterne vicende, una parte di noi fu asserragliata sulla cima scoperta di Monte Sole, chiusa in una trappola impossibile da infrangere date le nostre scarse forze (?) in confronto al numero e all'armamento del nemico... Dalla cima del monte, col binocolo seguivo i movimenti dei ”nazifascisti” (?). Appena giorno, avevo contato 54 grandi falò di case isolate o a gruppi, bruciare intorno, vicino e lontano. Dal mio posto di osservazione vidi quanto i nazisti fecero nel Cimitero di Casaglia, la gente ammucchiata fra le tombe e loro che preparavano le mitraglie. Provammo a sparare, ma la distanza era troppa per un tiro efficace (perché non si avvicinarono? n.d.r.) ... Vidi cinque nazisti trascinarsi dietro sedici donne legate una all'altra con un grosso cavo; una stringeva al petto un bimbo di pochi mesi... Era per noi straziante assistere a fatti simili, impotenti a intervenire e tale visione terribile era più debilitante che il fuoco nemico»..
Ecco il giudizio nel già citato volume di Angelo Carboni, a pag. 50: «(...). La verità è una sola: i partigiani della “Stella Rossa” provocarono coscientemente le rappresaglie tedesche, lasciando incoscientemente che le SS massacrassero centinaia di civili né mai poterono ritornare sui luoghi seminati dalle vittime da loro provocate».
Per una più esatta valutazione delle persone che componevano la brigata ”Stella Rossa” va ricordato che, “come qualcuno ha raccontato”, ai primi colpi dell'attacco tedesco, alcuni partigiani, approfittando della occasione, uccisero il loro capo Mario Musolesi detto ”Lupo” per rubargli un tesoro che questi aveva accumulato per distribuirlo, diceva, a guerra finita, per alleviare le sofferenze di coloro che, dalla guerra, avevano subito più dolorose conseguenze. Quindi è una mistificazione quello che sostengono i partigiani e, cioè che il Lupo cadde combattendo eroicamente per contrastare l'attacco delle SS.
Altra montatura riguarda il numero dei caduti nell'”Eccidio di Marzabotto” indicato in 1830 vittime, cifra imposta dai partigiani a guerra finita. Ma la mistificazione apparve palese quando risultarono fra le vittime, persone ancora in vita, caduti nella prima Guerra Mondiale, deceduti per polmonite o per bombardamenti e, addirittura, nomi di fascisti uccisi durante (e dopo) la guerra civile.
Scrive al riguardo Pisanò, a pag. 1136 dell'opera già citata: «E sufficiente del resto una rapida visita al Sacrario inaugurato a Marzabotto nel 1961 per rendersi conto della mistificazione comunista. Nel Sacrario, infatti, sono raccolte solo 808 salme. Di queste. però, 195 sono di persone che morirono per scoppi di mine, e di militari deceduti nella Prima Guerra Mondiale: solo circa seicento appartengono a vittime del massacro...».
I1 primo ottobre 1944, quindi a poche ore dall'eccidio, il Rag. Grava, segretario comunale di Marzabotto, inviò un dettagliato rapporto alle autorità di Bologna e si presentò al vice prefetto De Vita che non credette al racconto del Grava e minacciò di farlo arrestare.
Il povero segretario comunale di Marzabotto descrisse con tanta concitazione «lo spettacolo terrificante» da non essere creduto, tanto che lo stesso ”Resto del Carlino” smentì «(...) le solite voci incontrollate prodotto tipico di galoppanti fantasie in tempo di guerra (..).». Oppure ordini superiori imposero di sconfessare, quanto, in effetti, era avvenuto.
Ma molti profughi, fuggiti dalle zone colpite dalle rappresaglie, si riversarono nelle città del Nord e quelle notizie non poterono non giungere sino a Mussolini.
A questo punto, per meglio fotografare i fatti nel loro insieme, riteniamo opportuno tornare indietro nel tempo e ripartire dal momento dell'arrivo in Italia di Reder nel maggio 1944. Reder è reduce dal fronte russo ove ha lasciato il braccio sinistro e, per questo, veniva soprannominato ”il monco”.
Inizialmente il suo reparto, il 16° batta¬glione della 16a divisione ”SS Panzer Grenadieren Reichsfuehrer”, si schiera sul fronte di Cecina-San Vincenzo (Livorno) quindi, a seguito della sia pur lenta, ma persistente pressione degli alleati, segue il ripiegamento delle linee germaniche. Il 25 luglio Reder è sull'Arno, il 9 agosto è a Pietrasanta. Qui il suo reparto è ritirato dal fronte e riceve l'ordine di tener ”pulito” il retrofronte. Così inizia la marcia dell'orrore e sangue che lo guidò dalla Toscana all'Emilia sino a Marzabotto.
12 agosto: Sant' Anna di Stazzema (Lucca) e zone circostanti, 560 morti. 19 agosto 1944:Bardine S. Terenzio: a seguito di un attacco di partigiani ad un camion tedesco che procurò ai nazisti la perdita di 16 militari, furono uccisi 53 civili.
Nello stesso giorno giunsero a Valla 107 persone (solo 5 uomini) posti sotto un pergolato e fucilati: in totale 160 innocenti trovarono la morte. Il conto esatto: 10 per ogni tedesco ucciso. Inutile ricordare che non solo non sì presentò mai alcun autore degli attentati alle autorità tedesche per salvare gli ostaggi, ma mai si arrischiò un intervento, da parte dei partigiani, per tentare di difendere i paesi ed evitare le rappresaglie.
24 agosto 1944; Vinca, Gragnola, Monte di Sopra, Ponte di Santa Lucia, Branza di Cucina; in questa zona, sembra che non ci fossero partigiani, così almeno attestava la sentenza di condanna di Reder: <(...) non c'erano partigiani, non c'erano combatti¬menti... c'era soltanto povera gente terrorizzata...». I tedeschi passarono per le armi chiunque incontravano.
17 settembre 1944: Bergiola (Carrara). Anche se non risulta che Reder in persona prendesse parte attiva alle stragi di questa zona, è certo che il suo reparto ne fu artefice. 107 persone furono trucidate lungo le sponde del Frigido. A Bergiola 72 le vittime, in maggioranza donne e bambini. (2)
E, infine, 29 settembre 1 ottobre: Marzabotto. E così il cerchio si chiude.
Ė doveroso ricordare che fra le tante centinaia di vittime di quei tristi giorni: 95 erano sotto i 16 anni, 110 sotto i 10 anni, 22 di 2 anni, 8 di un anno e, addirittura, 15 lattanti.
Il 4 agosto nel ricevere l'ordine di Kesselring di adottare contromisure nell'attività partigiana, il generale Wolf - responsabile delle azioni antiguerriglia - compilò una circolare che terminava:«L`onore del soldato richiede che ogni misura di repressione sia dura, ma giusta».
Da quello che abbiamo visto la repressione risultò al di là del limite della schizofrenia omicida e, quindi, decisamente ingiusta. Il grado di brutalità raggiunto forse è conseguenza non intenzionale di una operazione intenzionale. Ma le vittime innocenti furono reali; ed è altrettanto reale che tutto fu pianificato per cercare e procurare rappresaglie per un preciso e ben disegnato scopo politico.
Abbiamo visto con quale criterio i tedeschi intendevano la rappresaglia; e la voce di tante atrocità giunse fino a Mussolini, il quale il 17 agosto inviò una lettera all' ambasciatore Rahn, con la quale protestava violentemente per le azioni poste in essere dalle SS. Nella lettera Mussolini evidenziava i rapporti provenienti dalle province colpite e così esponeva il suo pensiero (stralcio dalla lettera): «... Dall'insieme delle segnalazioni che vi ho fatto in questa lettera, ne risulta che bisogna finirla con le requisizioni indiscriminate che hanno ridotto alla miseria intere province, finirla con le rappresaglie indiscriminate ... insomma bisogna dare ai 22 milioni di italiani della valle del Po la sensazione che esiste una Repubblica, un Governo e che tale Governo è considerato alleato e il suo territorio non è una “preda bellica” dopo 12 mesi dal riconoscimento ufficiale da parte del Reich... Occorre quindi che questo sistema sia cambiato, poiché in questa maniera non si riesce a distruggere la piaga del ribellismo, ma si fanno dei nuovi clienti al ribellismo stesso e si allontanano le simpatie di quelli rimasti a noi fedeli».
Questa lettera di Mussolini trovò riscontro e simpatia in Kesselring che emanò, il 22 agosto, nuovi ordini per reprimere, o almeno, moderare il furore dei suoi soldati. Egli faceva rilevare, fra l'altro: «(...) Le misure di rappresaglia i cui effetti si ripercuotono in ultima analisi sulla popolazione civile anziché sui ribelli. In dipendenza di codeste azioni si è venuto a cancellare in molti la fiducia nelle Forze Armate Germaniche... Sin da questo momento bisogna che i capi preposti alle azioni di rastrellamento ricevano precise istruzioni circa il modo di agire contro la popolazione civile di paesi infestati dai ribelli e circa le misure di rappresaglia da adottare contro i banditi... In linea di massima le misure di rappresaglia devono colpire soltanto i ribelli e non la popolazione civile innocente. A questo riguardo mi appello al senso di responsabilità dei singoli comandanti...».
Abbiamo visto come le azioni con attentati e colpi di mano da parte dei partigiani siano continuate e come da parte tedesca si sia risposto disattendendo, completamente, gli ordini di Kesselring del 22 agosto.
Proprio nel mezzo delle nuove, dissennate rappresaglie tedesche il 15 settembre Mussolini inviò una nuova, secca nota di protesta all’ambasciatore tedesco Rahn: «Ho lo stretto dovere e insieme il più profondo rammarico di dovervi segnalare un'altra serie di episodi di rappresaglia avvenuti in questi ultimi tempi in diverse parti del territorio della Repubblica, ad opera di reparti militari o di polizia germanici. Richiamo soprattutto la vostra attenzione sul fatto che sono stati uccisi molte donne e molti bambini e incendiati interi paesi gettando nella disperazione più nera centinaia di famiglie. Credevo che la circolare diramata in data 22 agosto dal Feldmaresciallo Kesselring avrebbe posto fine alle rappresaglie cieche, ma debbo constatare che si continua con lo stesso sistema ... Come uomo e come fascista io non posso più a lungo sopportare la responsabilità, sia pure soltanto indiretta, di questo massacro di donne e di bambini (...)>.
Purtroppo, nonostante i ripetuti e decisi interventi di Mussolini presso Rahn, le azioni di repressione continuarono con sanguinoso crescendo fino ai massacri della zona di Marzabotto.
Una ancora più violenta protesta di Mussolini chiamò in causa direttamente Hitler; questi predispose una commissione d'indagine composta di varie personalità diplomatiche e di alti ufficiali i quali iniziarono immediatamente le indagini.
Al termine di tali indagini, la commissione provvide alla sostituzione del Comandante militare della piazza di Bologna con la motivazione di aver tenuto nascosti i fatti. Nella relazione della commissione, fra l'altro, era scritto: «...(i tedeschi sono dispiaciuti che) qualche donna o bambino siano morti a Marzabotto, ma si è trattato soprattutto di fatalità, dato che si trovavano asserragliati nei rifugi dei partigiani».
Questa parte della relazione non è davvero una valida giustificazione per la folle e, soprattutto indiscriminata vastità delle stragi, però, non possiamo non ricordare, ancora una volta, che nel momento in cui i civili tentarono di fuggire dalla zona, che poi sarebbe diventato il teatro delle stragi, i partigiani della ”Stella Rossa”, lo impedirono minacciandoli e rassicurandoli: «Se non vi uccidono loro vi uccidiamo noi se andate via: qui ci siamo noi a difendervi»!
E, dato che abbiamo visto quanto sia falsa quella promessa («noi a difendervi»!) e tutto lo svolgersi delle azioni successive, non può non far nascere l'atroce sospetto che quella minaccia-promessa sia servita solo perché i partigiani della ”Stella Rossa” intendessero farsi scudo di poveri innocenti.

Altra obiezione potrebbe nascere spontanea; perché alle prime notizie di indiscriminate stragi Mussolini non inviò nelle zone ”a rischio” elementi militari della RSI per proteggere dai tedeschi (e dai partigiani) le popolazioni minacciate? La risposta può risultare ovvia: Mussolini doveva evitare che la già difficilissima convivenza con ”l'alleato” degenerasse sino allo scontro armato; cosa che, se questo si fosse verificato, si sarebbe esteso nel resto dell'Italia del Nord con sviluppi imprevedibili. È da notare, infatti, che i combattenti repubblicani schierati nei vari fronti, dalla Liguria alla Dalmazia, ignoravano quello che i tedeschi stavano commettendo ai danni della propria gente. È facilmente immaginabile quali sarebbero state le conseguenze se le notizie fossero giunte in tutti i reparti. Riteniamo che per questo motivo Mussolini abbia preferito tenere le notizie circoscritte il più possibile.
Gli effetti dell' armistizio dell'8 settembre concedevano a Mussolini ristretti margini di manovra, ma si deve pur riconoscere che, anche se tali, seppe responsabilmente sfruttarli. E quali furono le ultime ”azioni” di Reder? Questi, a seguito della firma della resa delle truppe tedesche, fuggì in Baviera e fu, dopo pochi giorni, catturato dalle truppe americane a Salisburgo.
Il governo Badoglio aveva spiccato, sin dal gennaio 1945, ordine di cattura con l'accusa di ”criminale di guerra”. A carico di Reder pesavano accuse per sterminio di ebrei, fucilazioni di comunisti polacchi e partigiani russi.
Reder fu consegnato alle autorità italiane e fu processato dal Tribunale militare di Bologna. La condanna, emessa nel 1951, fu l'ergastolo. Nell'aprile del 1967 Reder si rivolse alla popolazione di Marzabotto, dichiarandosi pentito. Il Consiglio comunale di Marzabotto, ascoltati i parenti delle vittime e i superstiti, rifiutò la liberazione.
Una serie di petizioni, provenienti dalla Germania, dall'Austria e dall'Inghilterra riproposero la grazia per Reder. Questa grazia fu concessa dopo alcuni anni e dopo lunghe insistenze e reiterate dichiarazioni di pentimento.
Concludiamo ricordando la requisitoria nel processo di Bologna del Pubblico Ministero,Maggiore Stellacci che disse fra l'altro: «...Il soldato si distingue dagli assassini perché ha un senso del limite della propria azione».
Giudizio che ci trova assolutamente consenzienti; ma, se deve essere punito colui che commette il male, altrettanto colpevole è colui che potendo evitare che il male venga commesso, non si adopera a questo scopo. Più spregevole poi è colui che, per il raggiungimento di una determinata finalità, opera affinché il male venga posto in essere.

Gramsci il "Totalitario"

Pubblichiamo in modo esclusivo un articolo scritto a proposito di Antonio Gramsci dal sociologo Alessandro Orsini ed apparso sulla rubrica del Corriere della Sera, Sette, sabato 26 aprile 2012:
Caro Direttore, i documenti dicono che Gramsci,fino al giorno in cui fu libero di partecipare alla lotta politica, affermò che i giovani militanti di partito dovevano essere educati a chiamare gli avversari politici “porci” e “stracci mestruati”, ed esprimeva il suo giubilo quando i liberali venivano presi a cazzotti in faccia. Il 5 giugno 1920, negò il diritto alla vita degli avversari, affermando che la rivoluzione comunista prevedeva la loro uccisione. Contro i critici della violenza bolscevica, era solito riversare una valanga di insulti, come confermano le sue offese ai riformisti che avevano definito il metodo bolscevico “moralmente ripugnante”
(28 agosto 1920). Per Gramsci, Turati era un uomo spregevole. In una lettera a Palmiro Togliatti del maggio 1923, dichiarava di voler distruggere tutto ciò che il riformismo rappresentava. Il primo settembre 1924, Turati è “un semifascista”. Nei Quaderni, Turati è citato sette volte con disprezzo immutato. Il 28 agosto 1924, Giacomo Matteotti è definito, sprezzantemente, un “pellegrino del nulla”, per avere sprecato la sua vita politica dietro il riformismo. Tra il 21 luglio e il 18 agosto 1925, Gramsci si confrontò con il riformista Treves, il quale denunciava la soppressione della libertà di stampa in Russia. Gramsci difese energicamente quel tipo di società, che amava, pur essendo consapevole dell’esistenza della Gpu e delle sue funzioni, come emerge da una precedente lettera del febbraio 1923 scritta da Mosca.
Treves continuò a denunciare le violenze dei bolscevichi. Gramsci, privo di argomenti, lo offese sul piano personale: «Treves è un impostore »; «Treves è un povero imbroglione». Quando Togliatti ricoprì di fango la figura di Turati, nel giorno della sua morte, si limitò a ripetere ciò che Gramsci aveva sempre detto: Turati è un essere ributtante. Anche in carcere, Gramsci non sconfessò mai i principi che aveva posto alla base della sua pedagogia dell’intolleranza: impossessarsi delle menti dei giovani per educarli a concepire l’esistenza di una sola verità, quella marxista-leninista. In una lettera che Gramsci scrisse alla moglie per esporre il suo punto di vista sull’educazione dei figli (30 dicembre 1929), emerge la stessa concezione pedagogica che precede l’arresto: l’educazione al comunismo deve essere basata sulla coercizione. Le menti dei fanciulli devono essere sottoposte a un’autorità esterna anche con la forza e la violenza, se necessario.
Il tema dell’educazione torna in una lettera del 27 luglio 1931, quando il figlio Delio stava per compiere sette anni, un’età che Gramsci giudicava decisiva per imprimere l’ideologia comunista nella coscienza del
figlio. I bambini, scrive Gramsci, ricevono la comunione a sette anni perché la Chiesa cattolica ritiene che questa sia l’età migliore per gettare le basi della loro identità religiosa. I genitori comunisti avrebbero dovuto agire seguendo lo stesso principio catechistico. Per questo motivo, chiese alla moglie di esercitare il suo “potere coercitivo” sul figlio e di “impressionarlo” rivelandogli che il padre era in prigione per amore del comunismo. Gramsci ebbe una cocente delusione quando seppe che Giulia si era rifiutata di rivelare a Delio che il padre era “in catene” per evitare una profonda sofferenza psicologica al bambino. Gramsci, risentito, ricordò alla moglie di essere un “elemento dello Stato” e le rimproverò i suoi metodi troppo “libertari” che giudicava in contrasto con le esigenze dell’educazione comunista finalizzata all’indottrinamento delle menti. Il mio libro, frutto di un lavoro di scavo durato un decennio, contiene un’ampia documentazione a sostegno della tesi che Gramsci fu un teorico della pedagogia dell’intolleranza.
Qualcuno ha sostenuto che la guerra di posizione, teorizzata nei Quaderni, dimostrerebbe la tolleranza di Gramsci, il quale propose di conquistare il potere attraverso una guerra culturale. Ricordo che il fine della guerra di posizione è l’instaurazione della dittatura del Partito unico e non la creazione del socialismo turatiano basato sul pluralismo dei partiti, il rispetto degli avversari politici e il diritto all’eresia. NeiQuaderni non vi è alcuna condanna etico-politica della violenza. Gramsci accantonò la violenza rivoluzionaria non in quanto negazione del socialismo (come aveva affermato Turati) ma perché, dopo una

serie impressionante di sconfitte, era giunto alla conclusione che non poteva essere utilizzata con successo. A questo si riduce la differenza pedagogica tra i “due” Gramsci: il primo voleva instaurare la dittatura del Partito unico uccidendo gli avversari. Il secondo voleva instaurare la dittatura del Partito unico occupando la mente di migliaia di persone. Caro Direttore, il mutamento di prospettiva nella comunità scientifica richiede tempo. Talvolta, occorre sopportare anche gli attacchi scomposti e la denigrazione. Ma i documenti storici posseggono una verità che nessuna ideologia può nascondere per sempre.

Strage di Bologna: impronta fascista?


La strage della Stazione Bologna è stata attribuita in via definitiva a Francesca Mambro e Giuseppe Fioravanti. Sulla stazione è stata posta una targa a ricordo della ‘strage fascista’. VSembrerebbe tutto a posto, tuttavia ragionevoli dubbi sorgono in merito alla presunta paternità fascista dell’attentato sia riguardo il movente che il principale testimone che hanno contribuito alla condanna dei due sopranominati NAR.
Il Corriere ha pubblicato un’intervista all’ex presidente della Commissione Stragi, Giovanni Pellegrino, in cui l’ex senatore PDS ha sostenuto che il movente attribuito ai condannati per quell’eccidio, gli ex terroristi neri Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, “non ha alcun senso”. Mambro e Fioravanti hanno ammesso altri delitti assai gravi per i quali hanno ricevuto condanne pesantissime; ma si sono sempre professati innocenti per quella bomba alla stazione di Bologna il 2 agosto del 1980. Adesso la Cassazione ha annullato con rinvio la condanna per Luigi Ciavardini che sarebbe stato l’autore materiale di quel mostruoso gesto terroristico.
Senza iscriversi al fronte degli innocentisti che sostiene per partito preso l’assoluta estraneità di Francesca Mambro e Giusva Fioravanti per la strage di Bologna del 1980, occorre notare che da quando Mambro e Fioravanti sono stati chiamati in causa per quella vicenda i dubbi sono sempre aumentati e le certezze sempre diminuite.
Le perplessità sorgono dalle ragioni connesse all’annullamento della condanna di Luigi Ciavardini, e anche perché, come dice l’ex presidente della Commissione Stragi, non è verosimile né credibile la ricostruzione del fine politico della strage di Bologna che è sempre stato accostato, quasi si trattasse di un remake, a quello della bomba di piazza Fontana del 12 dicembre 1969.
Per fortuna questi dubbi sono ormai condivisi anche da quelle forze politico-culturali politicamente nemiche dei “neri” (oggi radicali) Mambro e Fioravanti. Un giornalista di sinistra, Gianluca Semprini, ha scritto un libro per la Bietti, “La strage di Bologna e il terrorista sconosciuto”, in cui spiega come per quell’orribile delitto (85 morti, oltre duecento feriti) a carico dei due ex terroristi non ci sia altro che l’assai dubbia parola di un pentito della banda della Magliana, Massimo Sparti.
Il 5 agosto 2003 Furio Colombo ha pubblicato sull’ Unità un articolo molto coraggioso in cui raccontava di aver “scritto e detto” – prima, da giornalista, su Panorama e su Repubblica , poi da parlamentare PDS – “di non credere che Francesca Mambro e Valerio Fioravanti fossero gli esecutori della strage alla stazione di Bologna” e di esserli andato a trovare, con questo spirito, in carcere. Dopodiché ha aggiunto che “non ci sono dubbi sulla matrice fascista della strage di Bologna”. Un evento luttuoso di cui poi, però, ha parlato in questi termini: “Una strage feroce, immensa e misteriosa, eseguita da mani oscure per motivi che restano oscuri e che forse sono ancora adesso protetti dalla condanna definitiva di due apparenti colpevoli”.
Colombo ha messo, come si suole dire, il dito nella piaga. Probabilmente qualcuno – in primo luogo i parenti delle vittime – teme che un’assoluzione di Mambro e Fioravanti possa rimettere in discussione la “matrice fascista” di quel misfatto e lasciarlo impunito. Ma per delitti di tale gravità (in realtà per qualsiasi delitto) non possiamo permetterci di additare degli innocenti alla colpevolezza solo perché questo ci conferma nell’idea che ci siamo fatti del delitto stesso. Non c’è alcun dubbio: quel processo è da rifare e se contro i due terroristi dei Nar non verranno fuori le prove convincenti che fin qui non sono emerse dovremmo avere, tutti, l’onestà intellettuale di chiedere a gran voce che il marchio dell’infamia (limitatamente a quel che riguarda Bologna) venga tolto dalla fronte di Francesca Mambro e Giusva Fioravanti.
Massimo Sparti, che viene citato più sopra, è il testimone che ‘inchiodò’ Mambro e Fioravanti sostenendo che due giorni dopo la strage Fioravanti era stato da lui a Roma per chiedergli documenti falsi per lui e la Mambro. E parlando aveva testualmente detto: ‘Visto che botto?’.
«Mio padre nella storia del processo di Bologna ha sempre mentito». Lo ha rivelato, in un’intervista esclusiva al Gr1, Stefano Sparti, figlio di Massimo Sparti, il pentito, testimone principale dell’accusa nel processo di Bologna, che ha inchiodato Francesca Mambro e Valerio Fioravanti. «Mio padre – ha spiegato Stefano Sparti – ha sempre affermato di essere a Roma due giorni dopo la strage di Bologna per ricevere la richiesta di documenti falsi da parte di Fioravanti e Mambro. In realtà eravamo tutti a Cura di Vetralla, vicino Viterbo, nella nostra casa di campagna, pronti a partire per le vacanze, nei giorni precedenti, nei giorni successivi e nel giorno stesso della strage».
Sparti, dopo avere accusato i due terroristi, viene scarcerato nel maggio del 1982 perché gli viene diagnosticato, dai sanitari del penitenziario di Pisa un tumore al pancreas. Massimo Sparti, secondo il racconto del figlio, avrebbe mentito anche sulla sua malattia, un tumore al pancreas che gli permise di uscire di galera nel 1981. «Mio padre – ha dichiarato Stefano Sparti – si è sempre vantato, di fronte a noi, con altre persone, di avere le lastre di un’altra persona, relative a una malattia che in realtà lui non aveva, cioè il tumore. Un’altra cosa a cui aveva fatto più volte riferimento è che aveva trovato una via per riuscire ad avere in carcere anfetamine così da simulare il dimagrimento da tumore».
Nel 1981 i medici dell’ospedale penitenziario di Pisa certificano che Sparti è un malato terminale e gli viene concessa dai magistrati di Bologna la libertà provvisoria. Nonostante la diagnosi – tumore al pancreas allo stadio terminale – Sparti rifiuta qualsiasi tipo di terapia, in particolare quella chirurgica. Una volta dimesso e scarcerato, torna a Roma e il 6 marzo 1982 è ricoverato all’Ospedale San Camillo. Dopo circa un mese di accertamenti, Sparti viene operato per una laparotomia esplorativa: «Negativa l’esplorazione dello stomaco, duodeno, fegato e pancreas». Il tumore è sparito. Nel maggio del 1997, quando i carabinieri vanno al San Camillo per acquisire la cartella clinica di Sparti, su ordine del pubblico ministero di Bologna, scoprono che la cartella è andata distrutta a seguito di un incendio scoppiato il 20 settembre 1991 proprio nell’archivio del nosocomio. Stefano ha quindi raccontato di essere andato a trovare il padre in una clinica, tre giorni prima che morisse, perché voleva «chiudere il cerchio»: «Quando gli chiesi come mai si fosse infilato in quella situazione mi disse ‘mi dispiace ma non potevo fare altrimenti’». Quanto al perché non abbia rivelato prima tutto ciò ai magistrati, Stefano Sparti ha risposto: «Sto pensando di andare sinceramente. Non che questo possa cambiare la situazione perché ho visto come sono state trattate le tre persone che hanno sempre detto la verità: mia madre, mia nonna e la tata. Non sono mai state credute».

Nel 1980 l’Impero (sovietico) scricchiolava, i servizi segreti del Patto Atlantico ne erano a conoscenza e quella strage è stato il primo colpo di coda di un Regime che non sapeva come rinnovarsi, che doveva vivere con un “mostro” da combattere perché per quello era stato progettato, costruito e sostenuto. I fatti ritornano, anche oggi siamo in una situazione in cui si deve trovare un “contro” che unisca.