Mazzola, 70 del "Baffo"

È il tempo che passa, è la storia che continua: l'8 novembre Sandro Mazzola compirà 70 anni. E ne sono passati 50 dai giorni in cui si è conquistato un posto da titolare nell'Inter. Era il 4 novembre 1962, Inter-Venezia 2-0. Non è più uscito fino al 3 luglio 1977, la domenica della sua ultima partita (un derby). Mazzola ha accettato l'invito del Corriere della Sera ed è venuto in via Solferino a raccontare una piccola parte della sua immensa storia.

Quanto ha pesato esser il figlio di Valentino Mazzola?

«Moltissimo. C'è stato anche un momento in cui avevo deciso di smettere con il calcio e di darmi al basket. Mi voleva l'Olimpia Borletti, dopo avermi visto in un torneo scolastico al campo della «Forza e Coraggio». Giocavo play e non ero male. Ad ogni partita di calcio, invece, dovevo sentire qualcuno del pubblico che diceva: quest' chi l'è minga bun , l'è minga el so papà . Magari lo diceva una persona sola, ma a me sembrava che fossero mille. Per fortuna mio fratello Ferruccio è intervenuto: ma dove vuoi andare? Noi siamo fatti per giocare con i piedi, quelli invece lo fanno con le mani... È stata la svolta della mia vita».

È stata dura conquistarsi un posto da titolare nell'Inter?
«Tanto. Herrera era avanti anni luce rispetto alla media degli allenatori. È toccato a lui rivoluzionare gli allenamenti; a noi sembrava matto, ma da ragazzo, quando mi allenavo con le giovanili e guardavo che cosa facevano quelli della prima squadra, restavamo incantati. Lui allenava prima le testa e poi le gambe. E soprattutto: dieta rigida e massima professionalità. Lui veniva dal Barcellona e in Spagna andava di moda il 4-2-4. Ma allora non c'era la tv come adesso e non lo capivamo. Mi voleva far giocare attaccante, ma i difensori picchiavano e io pesavo soltanto 63,300 chili; io, anche pensando a mio padre, mi sentivo centrocampista. Nel campionato '61-62 mi aveva fatto giocare l'ultima partita con il Lecco, una partitaccia, mai visto il pallone; poi niente, finché è venuto il mio momento: prima a Palermo, poi con l'Atalanta, infine con il Venezia e da lì è cominciata la storia. Alla fine del '62-63 è arrivato il mio primo scudetto. Non avevo ancora 21 anni».

Si ricorda ancora il suo primo contratto?
«Indimenticabile. Il presidente Moratti era venuto a Bologna a vedere una partita del campionato riserve. Io avevo fatto un grande gol e lui mi aveva imposto a Herrera. Guadagnavo 40.000 lire al mese e in casa di soldi ce n'erano pochi, nonostante i sacrifici del mio patrigno, una persona eccezionale e di mia mamma. Dopo le prime partite da titolare mi chiamò la segretaria del presidente per il contratto. Moratti sapeva tutto di me e alla fine mi disse: tredici milioni di ingaggio vanno bene? Stavo per svenire. Mi dette anche sette milioni di conguaglio per il pregresso. A casa, mia mamma mi disse: te capì mal, te se sunà come una campana ».

La grande Inter non è mai stata una squadra di amici: è vero?
«No. Il problema erano i ritiri; siccome eravamo sempre insieme, quando Herrera, che era un cerbero, ci lasciava liberi, ognuno tornava a casa. Ma in campo eravamo uniti, un gruppo di ferro. Una volta contro il Borussia Dortmund, per difendere Jair, cercai di picchiare due tedeschi che erano il doppio di me».

Una volta vi siete anche ammutinati...
«Per forza, avevamo vinto il secondo titolo mondiale contro l'Independiente, settembre 1965; eravamo tornati a Milano alle due del pomeriggio e lui ci voleva portare in ritiro alle sette. Picchi, il nostro capitano in tutti i sensi, decise per l'ammutinamento e noi gli andammo dietro, dopo aver avvertito Moratti. Il giorno dopo Herrera non voleva nemmeno che ci allenassimo. Il presidente ci chiamò a rapporto: multa di un milione. Una brutta botta. Tre giorni dopo però battemmo l'Atalanta e Moratti, entrando negli spogliatoi, annunciò: bravi, premio extra di due milioni. Il doppio della multa».

Suarez ha cambiato la storia di quella Inter...

«Io ho imparato tantissimo da lui. Si allenava anche il lunedì e mi spiegava: se lo fai, al martedì sei al 30% in più. Ho imparato da Luisito anche l'importanza di mangiare bene. Portava sempre una valigetta, contro la dieta del Mago: c'erano viveri e una bottiglia di vino. Del resto con Herrera qualche accorgimento dovevi prenderlo. In lui ho rivisto Mourinho: ha riportato la palla al centro dell'allenamento e lavora anche lui prima sulla testa».

C'è un punto di contatto fra Moratti padre e figlio?
«In alcune cose si assomigliano, anche se io vedo il papà con gli occhi di un ragazzo di vent'anni e Massimo con quelli di un uomo e di un professionista. Ma lui ha preso dal padre in molte cose».

Lei ha fatto tutto nel calcio: qual è il mestiere più difficile?

«Il dirigente, senza dubbio. Quando giochi, metti in campo le tue qualità e se non sai ti arrabatti. Da calciatore hai una fortuna: in 90' c'è un pallone e c'è un avversario e dipende tutto da te. Il dirigente conta all'inizio della stagione, quando deve fare scelte delicate. Poi è nelle mani degli altri».

L'acquisto più importante della sua vita?

«Lui, Ronaldo, anche per il modo in cui quell'acquisto è maturato. Maggio 1997: Cragnotti una sera mi chiama dal Sudamerica e mi chiede notizie sui contratti di immagine e altro. Capisco che sta comprando un campione. Penso alla Spagna e al Fenomeno. Chiamo Fioranelli e fa catenaccio; chiamo Branchini e mi insulta: voi non mi comprate mai un giocatore da me, non rompere. Però riesco a parlare con Ronie, che è in rotta con il Barcellona: se l'Inter mi prende, vengo subito. Guadagnava nove miliardi netti all'anno più clausola rescissoria di 49 miliardi. Abbiamo attivato gli sponsor, Nike e Pirelli; Moratti prima era dubbioso, ci ha pensato due ore e dopo ha dato il via libera all'operazione. Alla fine l'abbiamo preso».

Fra Ancelotti, Paolo Rossi, Vierchowod, Platini e Falcao: quattro campioni, che non sono arrivati all'Inter fra il '78 e l'84. Qual è il rimpianto maggiore?
«Platini: il più grande, per le doti individuali e perché ci avrebbe consentito il salto di qualità».

Forse lei diventerà presidente del comitato regionale lombardo della Lega Dilettanti. Quali sono i difetti del calcio di oggi?
«Siamo pieni di stranieri, che vengono da Paesi dove giocano a calcio per strada. Questo dovrebbe farci riflettere. Oggi nell'allenamento dei giovani c'è troppa tattica e c'è troppa atletica. Invece il pallone deve diventare una cosa loro, com'era ai nostri tempi. Noi eravamo dribblomani ed è stato giusto migliorare sul piano atletico. Ma ora stiamo eccedendo».

Com'è l'Inter di oggi?

«L'ultimissima Inter mi piace, mi sembra che Stramaccioni le abbia dato una mentalità giusta, senza essere troppo rinunciataria, ma sapendo di dover essere ancora guardingo. Non so quante squadre hanno tre attaccanti come l'Inter. Io Cassano non lo avrei preso, ma avrei sbagliato».

da Il Corriere della Sera

Four more years, tutti su Internet



C’erano una volta le elezioni decise con i comizi nelle piazze e gli interventi radiofonici, i cui risultati tenevano sulle spine milioni di persone per ore ed ore durante la lunga e farraginosa fase di scrutinio e conteggio; le elezioni di oggi - su tutte quella del presidente statunitense - è un’altra cosa, inimmaginabile fino a pochi anni fa. Senza dubbio ha conservato grande importanza la presenza dei candidati sui palchi di tutti e 50 gli States, ma ne hanno avuta almeno altrettanta gli interventi sui social network e su Internet, dove fra l’altro è stata diffusa per prima la notizia dei risultati, dopo aver seguito in tempo reale ogni fase della campagna elettorale e del voto stesso.
Twitter ha comunicato che il record di tweet su uno stesso argomento appartiene alle ore immediatamente successive al faccia a faccia Obama - Romney dello scorso 3 ottobre, con ben 10 milioni di tweet: le fasi finali delle elezioni presidenziali hanno toccato la cifra astronomica di 31 milioni. Ha oramai fatto il giro del mondo - e non poteva essere altrimenti - la foto di Barack Obama abbracciato dalla moglie prima di uscire di casa per recarsi al quartier generale di Chicago subito dopo aver ricevuto la notizia della conferma alla Casa Bianca: ben 500 000 persone hanno re-twittato la foto, stabilendo l’ennesimo record dell’irrefrenabile e frenetica “corsa al tweet”. Nel sottolineare l’importanza di Internet nelle ultime elezioni presidenziali non si può certo trascurare l’attendibilità delle proiezioni di voto ottenute tramite i sondaggi su Facebook e Twitter, che si sono rivelate ben più attendibili dei molto più costosi exit-poll. E allora, come a detto Obama, ci aspettano four more years, tutti sulla cresta dell’onda di Internet (sempre che fra quattro anni esista ancora...).

Obama - Romney, la resa dei conti




L'America vota per scegliere chi tra Barack Obama e Mitt Romney sarà presidente per i prossimi 4 anni. I primi seggi sono già aperti sulla costa orientale in nove Stati, tra cui New York e New Jersey - dove ancora viva è l'emergenza per l'uragano Sandy - e la decisiva Virginia. Nel corso della giornata è previsto che si recheranno alle urne oltre 200 milioni di elettori in tutti gli States. Oltre che per il presidente si vota anche per rinnovare la Camera e un terzo del Senato. In alcuni Stati si vota anche per scegliere il governatore e per alcuni referendum, dalla legalizzazione della marijuana a quella delle nozze gay. I primi exit poll di rilievo sono attesi per l'una di notte italiana a partire dalla Virginia. All'1,30 dovrebbe quindi essere la volta del cruciale Ohio - lo Stato che potrebbe assegnare la vittoria - e alle 2 della Florida e della Pennsylvania. Il presidente Barack Obama è già a Chicago, in Illinois, dove si trova il suo quartier generale. Vi è arrivato in nottata dopo aver chiuso la campagna elettorale a Des Moines, in Iowa, con Bruce Springsteen e la First Lady Michelle. Aspetterà l'esito del voto - hanno raccontato nel suo staff - tra amici e anche con un pò basket per allentare la tensione. Il candidato alla Casa Bianca Mitt Romney - che ieri ha chiuso la sua campagna a Manchester, in New Hampshire - sarà invece di primo mattino a Boston, in Massachusetts, dove si recherà a votare con la moglie Ann. Poi un ultimo blitz in Pennsylvania e in Ohio, ma niente più comizi. Nel pomeriggio di nuovo a Boston nel suo quartier generale per attendere l'esito del voto. Barack e Michelle Obama hanno già votato nei giorni scorsi avvalendosi dell'early voting: il presidente recandosi di persona in un seggio di Chicago, la First Lady per posta. Obama è il primo presidente della storia americana ad aver votato in anticipo, così come è permesso dalla legge di alcuni Stati.

I sondaggi a livello nazionale dicono che Obama e Romney sono virtualmente in parità, pur con un lieve vantaggio del presidente uscente in diversi Stati vitali - soprattutto l'Ohio - che potrebbero dargli i 270 voti elettorali necessari a vincere.

I primi seggi chiuderanno in Indiana e Kentucky alle 18 (mezzanotte in Italia), gli ultimi sei ore dopo. I primi risultati saranno diffusi, come da tradizione, in New Hampshire poco dopo la mezzanotte, le 6 in Italia. Il testa a testa ha fatto sorgere il timore di un risultato discusso come quello del 2000, in cui il vincitore fu deciso alla fine dalla Corte Suprema Usa. Entrambi gli staff elettorali sembrano già pronti alla battaglia legale e hanno reclutato squadre di legali per affrontare possibili problemi nel voto, ricorsi o riconteggi delle schede. Oggi si vota anche per una parte dei seggi del Congresso. Nelle previsioni, i democratici manterranno la maggioranza al Senato, sia pur di poco, mentre i repubblicani sono favoriti alla Camera.

da Avvnire.it 

Giorgio La Pira, il Sindaco Santo

A 35 anni dalla morte di Giorgio La Pira non possiamo esimerci dal dedicare lo spazio odierno all'onorevole democristiano, ex sindaco di Firenze che, da siciliano, riuscì a guadagnarsi la stima e l'affetto dei fiorentini. Padre Costituzionale, prese parte alla gestazione ed al parto della nostra Costituzione, collaborando con figure del calibro di Andreotti e De Gasperi. Nel 1986, a soli 9 anni dalla morte, Giovanni Paolo II ha autorizzato l'avvio della sua causa di beatificazione, è Servo di Dio.

L'ultimo viaggio di un figlio d'Italia

Roma, 1921, ultimo anno “liberale” prima dell’inizio dell’epoca fascista. Nel giorno della tradizionale commemorazione dei Defunti, alla stazione Termini una folla commossa attende il solenne arrivo di un treno proveniente dalla lontana Aquileia, in provincia di Udine: è il convoglio del Milite Ignoto. Seguendo l’iniziativa di onorare la salma di una delle tante vittime senza nome della Prima Guerra Mondiale, propugnata già un anno prima dal Generale Giulio Douhet, si decise di tumulare nell’Altare della Patria – il famigerato Vittoriano, tanto inviso agli amanti delle belle forme della Roma Cristiana – uno tra undici corpi anonimi rinvenuti nelle principali zone del conflitto: Rovereto, Dolomiti, Altipiani, Grappa, Montello, Basso Piave, Cadore, Gorizia, Basso Isonzo, San Michele, tratto da Castagnevizza al mare. Le salme vennero poi disposte in undici bare, allineate all’interno della Basilica di Aquileia il 28 ottobre 1921.
La scelta su quale di esse dovesse essere quella da tumulare a Roma venne affidata a donna Maria Bergamas di Trieste, il cui figlio, Antonio, aveva, nel 1916, disertato l’esercito austriaco (Trieste era parte dell’Impero Asburgico nel ’15) per unirsi a quello italiano, perdendo poi la vita nella battaglia del Monte Cimone di Tonezza (16 giugno ’16) senza che il suo corpo fosse rinvenuto. La vedova sfilò molto turbata le prime bare (sulla seconda appoggiò un attimo lo scialle) ma la commozione la vinse alla decima, in corrispondenza della quale, urlando il nome del figlio, si accasciò, senza proseguire ulteriormente. La scelta cadde su questa decima bara, che venne collocata in una cassa di zinco (appositamente fatta pervenire ad Aquileia dal Ministero della Guerra) e, poi, posta sull’anfusso di un cannone e accompagnata da reduci Medaglie d’Oro sull’apposito vagone. Le altre dieci bare vennero vegliate da un picchetto d’onore fino al 4 novembre quando, in contemporanea con quella del defunto prescelto, vennero tumulate nel cimitero annesso alla Basilica - accanto ad esse, nel 1954, furono poste anche le spoglie mortali di Maria Bergamas -.
Il convoglio del Ignotus Miles fermò praticamente in tutte le stazioni presenti sulla linea Aquileia-Roma non limitandosi alle tappe di Udine, Treviso, Venezia, Padova, Rovigo, Ferrara, Bologna, Pistoia, Prato, Firenze, Arezzo, Chiusi ed Orvieto, previste dal programma: la velocità era talmente ridotta che in ogni stazione folle accorse dai paesi adiacenti, potessero inginocchiarsi e rendere il proprio omaggio a quell’uno dei 650 mila figli d’Italia che avevano risposto < PRESENTE> alla chiamata della patria nella Prima Guerra Mondiale, come emblematicamente rappresentato nel monumentale Sacrario di Redipuglia. Accolto a Roma dal Re Vittorio Emanuele III in testa, venne portato dapprima alla basilica di Santa Maria degli Angeli dove venne lasciato per un giorno al culto del popolo romano. Si narra, peraltro, che una donna, dopo essere rimasta assorta in preghiera dinanzi al feretro, abbia iniziato a chiedere piangendo che la bara venisse aperta poiché convinta che il corpo fosse quello di un suo caro. Il 4 novembre, 3° anniversario della vittoria bellica sancita dall’armistizio di Villa Giusti, la bara verrà solennemente traslata in un apposito sacello nell’Altare della Patria. Nel 1930 verrà tumulata in una cripta interna del Vittoriano in un sepolcro realizzato con materiali lapidei provenienti dalle montagne, teatro della Grande Guerra, il Grappa e il Carso, e riportante l’epigrafe <IGNOTO MILITI> con le date MCMXV e MCMXVIII, rispettivamente dell’inizio e della fine del conflitto.
La forte commozione destata dall’ultimo viaggio del soldato senza nome nel cuore di un popolo che aveva vissuto il dramma e il dolore della guerra mostra la centralità di questo romantico, seppur dolente, episodio nella storia della nostra identità nazionale, un valore che forse andiamo perdendo, sedotti dalle chimere di una retorica globalizzante, mossa, a ben vedere, da null’altro che il consumismo. Certi che l’amore per la patria sia tutt’altra cosa rispetto a quell’odio del diverso che il nazionalismo è, il Milite Ignoto chiede nella sua anonimità di guardare a lui come “Degno figlio di una stirpe prode e di una millenaria civiltà, resistette inflessibile nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruente battaglie e cadde combattendo senz'altro premio sperare che la vittoria e la grandezza della patria.”

Il vero errore del Massimino



La bufera del Massimino è ormai passata, cancellata da una giornata di campionato che da una parte ha concentrato le attenzioni su squadre ed allenatori più che sui direttori di gara, dall’altra la buona prestazione delle giacchette nere ha cancellato con un colpo di spugna le pesanti critiche della domenica. E tuttavia ciò non ci esime dall’esprimere la nostra modestissima opinione a riguardo.
Senza voler esprimere giudizi definitivi su arbitri ed assistenti fra i più competenti d’Italia, ci limitiamo a sottolineare un aspetto della vicenda forse non evidenziato finora a sufficienza.
Un fuorigioco di pochi centimetri può essere visto o non visto, un dubbio su chi abbia toccato per ultimo la palla può capitare, come un attimo di incertezza in cui chiedere l’intervento dell’assistente. Invece la nostra informazione sportiva e non si è soffermata su questi aspetti tecnici, senza considerare a sufficienza l’immediatezza della scelta, la difficoltà nel prendere la decisione in pochi istanti con decine di telecamere puntate. Una decisione sulla quale un arbitro di Serie A - se non addirittura internazionale - non può avere il minimo dubbio è quella circa le “vivaci” proteste della panchina: un assistente che rileva a 40 metri di distanza un fuorigioco di una spanna - o anche meno - non può permettersi di non rilevare un’infrazione tanto evidente quanto grave come quella commessa dalle riserve della Juventus che hanno abbandonato panchina ed area tecnica.
Se non è - per fortuna - minimamente pensabile qualsiasi forma di influenza della Juventus sulle decisioni arbitrali, forse è individuabile in alcuni comportamenti di alcuni direttori di gara una scarsa rigidità nell’applicazione del regolamento nei confronti dei giocatori bianconeri: un giocatore che, come Pepe al Massimino, si scaglia dalla panchina verso un assistente per aggredirlo verbalmente e fisicamente non può che essere espulso; di un giocatore che, come Bonucci in svariate circostanze, parte dalla propria linea difensiva per protestare con l’arbitro a 30-40 m di distanza, non può che ricevere un provvedimento disciplinare.

Auguri

Oggi, solennità di Ognissanti, La Gazzetta del PAGO non pubblica. Auguri a tutti i lettori.