Ora il PD ripaghi la fiducia

Queste amministrative hanno registrato un risultato molto amaro per l'asse Centro-Destra, perché nei 16 importanti ballottaggi tutti i candidati sindaco hanno perso. Anche a Brescia, Treviso, Siena (la città viene dal 'sinistro' scandalo MPS) e Roma, dove si giocava la gara più importante. Marino, il chirurgo di Genova(!), vince facile contro Alemanno, col 63%.

Insomma il PD ha vinto. Ma la vittoria va analizzata, e soprattutto a questa vittoria devono seguire fatti. 
Primo dato: l'astensionismo. Il vero vincitore di queste amministrative, infatti, è stato il non voto. Molti astenuti sono votanti di destra delusi dalla scarsa capacità di proporre nomi nuovi da parte dei propri partiti.
E già si potrebbe capire che non è vittoria vera quella in cui vota circa il 35% della popolazione. Ma la colpa è solo di quei cittadini che, come riflettevamo giorni addietro, hanno smarrito il loro senso civico.
Anche vero è che il centro destra ha deluso in molti comuni in cui ha ripresentato gli stessi nomi: già in clima non elettorale Alemanno veniva dato sfiduciato, così come Gentilini (LN) a Treviso.
Quindi il PD ha avuto parecchie "agevolazioni", ma ha comunque- bisogna riconoscerlo-portato avanti buone campagne elettorali.
Campagne Elettorali, come quella di Roma, dove si promette di Liberare la città, renderla più funzionale, a misura di bambino, ecc, ecc.
Marino ha conquistato Roma( il 60% del 35% della popolazione) anche con i suoi modi fare, facendo autocritica. 
Molti elettori cattolici però lo vedono come un pericolo, viste le sue posizioni da "cattolico" progressista, anche se il potere di un sindaco è meno esteso di quello del presidente del consiglio(che ieri ha detto che "il voto di questi giorni rafforza le larghe intese", anche se hanno votato in pochissimi e molto più a sinistra che a destra...uhm...), in materia etico-morale.

Adesso la palla pass al PD. Vediamo cosa riuscirà a fare, vediamo se dimostrerà di essere superiore agli "altri", come amano dire molti esponenti democratici. Oppure, vedremo se le situazioni problematiche rimarranno tali. Ma in quel caso la colpa sarà della destra oppositrice che non ha lasciato lavorare, questo è scontato...

Idem, Boldrini e il Gay Pride di Stato

Serve un forte impegno a livello nazionale e europeo per contrastare ogni tipo di discriminazione”. Firmato Josefa Idem.

Ecco le parole con cui il ministro ex canoista ha voluto motivare la propria decisione di partecipare al Gay Pride di venerdì prossimo, 14 giugno, a Palermo, mostrando un perfetto esempio di vuota retorica di quella stessa parte politica che aveva il coraggio di tacciare come demagogica la realista proposta di abolizione dell’IMU portata avanti dal PdL: una retorica che non pecca di populismo, bensì di ignoranza, se non addirittura volontà di ignorare una realtà ben chiara. Si tratta dei mulini a vento contro cui combatte l’onorevole Boldrini con al fianco la fedele scudiera Idem, si tratta di quelle discriminazioni che non esistono, si tratta di quella “realtà” creata da un’informazione indegna di questo nome ben lontana dalle nostre vite, si tratta di una tale distorsione dei fatti da descrivere l’Italia esattamente al contrario di come è veramente: si tratta, insomma, del mito dell’omofobia.

Un attendibilissimo centro di ricerche statunitense, il Pew Research Center, ha condotto uno studio il cui esito pone l’Italia nella top 10 dei paesi nei quali negli ultimi anni l’accettazione dell’omosessualità ha visto un notevole aumento, precedendo paesi come la Germania e la Spagna, che hanno da anni legalizzato unioni civili e gay (Italia +9%, Germania e Spagna +6%). Ma, a ben vedere, il dato non era poi così inattendibile per chi conosce – se non addirittura per chi non vuole disconoscere – la storia e la cultura del nostro Paese: il cattolico Regno d’Italia ha depenalizzato l'omosessualità nel lontanissimo 1866, ben prima dell’anglicana Inghilterra (1967) e della Germania comunista (1968).

Quello che invece tacciono tanto la Boldrini quanto la Idem è la realtà che si sta creando nei paesi che hanno intrapreso la strada che le ministre si auspicano per il nostro Paese: la Francia, fresca di approvazione della legge sulle unioni gay, vive non solo una situazione incandescente dal punto di vista dell’ordine pubblico, ma anche una serie di palesi violazioni dei più elementari diritti personali, calpestati in nome di una superiore vocazione alla libertà. Jean-Michel Colo, sindaco di Arcangues, in Aquitania, rischia la sospensione e la revoca dal proprio incarico, un’ammenda fino a 45 000 € e fino a tre anni di reclusione per essersi rifiutato di sposare una coppia di omosessuali: “io ho una coscienza e un cuore, non posso sposare due persone omosessuali. La legge Taubira è illegittima, usurpa il termine matrimonio, e io non posso applicarla”. Una chiara obiezione di coscienza, che sottolinea come l’inerzia liberale del socialista Hollande abbia incredibilmente dimenticato le dichiarazioni rilasciate dal Presidente durante l’incontro con i sindaci nel 2012, in cui garantiva che la legge sulle unioni gay avrebbe contenuto la possibilità dell’obiezione di coscienza: promessa puntualmente sconfessata.

Non sarà forse che nella foga di far riconoscere i presunti diritti innegabili alle coppie gay ci si dimentica del diritto di una persona ad avere una coscienza? O forse di quello di un bambino ad avere una madre ed un padre? Ma la cieca volontà di vedere ovunque diritti negati porta anche alla negazione di diritti ben più importanti, come il diritto di manifestare e il diritto di opinione: il Centro europeo per la Legge e la Giustizia si è rivolto al Consiglio dei Diritti Umani per denunciare la repressione in corso da parte della polizia francese contro i manifestanti pacifici della Manif Pour Tous.

Ma allora, cara onorevole Boldrini e cara ministro Idem, perché non pensarci ancora un po’ se andare al Gay Pride venerdì prossimo? Magari considerando anche che si tratta di un gravissimo assalto alle stesse istituzioni che rappresentate: che cosa è in fondo il Gay Pride se non un'occasione per fare pressione sul Parlamento perché legiferi a favore delle unioni omosessuali? E magari vi rendereste finalmente conto di chi e che cosa rappresentate.

Ministro, quei diritti ci sono già

Il Ministro delle Pari Opportunità e dello Sport, Josefa Idem, vuole le unioni civili: «Tutti i cittadini devono avere gli stessi diritti». Benissimo, d’accordo. Prima però ci tolga una curiosità, una soltanto: ma oggi chi caspita glieli nega, alle coppie conviventi (anche omosessuali), quei benedetti diritti? Non di certo il temuto Vaticano – che rimane pur sempre uno Stato straniero e quindi, anche volendo, non potrebbe esercitare alcuna resistenza – e men che meno lo Stato italiano che tutto è, su questo versante, meno che oscurantista. Infatti, come fior di giuristi dicono inascoltati da mesi, anzi da anni, praticamente tutti o quasi quei diritti richiesti per le coppie di fatto sono presenti nell’ordinamento. Pronti, disponibili, accessibili anche subito: basta solo avere l’umiltà di informarsi, prima di agitare il solito spauracchio dell’Inquisizione.
Pensiamo ai diritti in materia successoria (esercitabili tramite testamento), al diritto di stipula di accordi di convivenza per interessi meritevoli di tutela (ex art. 1322 cc), di successione nel contratto di locazione a seguito della morte del titolare a favore del convivente (C.C. sent. n. 404/1988), di vista in carcere al partner (D.P.R 30 n. 230 del 2000), di risarcibilità del convivente omosessuale per fatto illecito del terzo (Cfr. Cass., sez. unite Civ., sent. 26972/08, Cass. III sez. pen. n. 23725/08), di obbligo di informazione da parte dei medici per eventuali trapianti al convivente (L. n. 91 1999), di permessi retribuiti per decesso o per grave infermità del convivente (L.n. 53 2000), di nomina di amministratore di sostegno (artt. 408 e 417 c.c), di astensione dalla testimonianza in sede penale (art. 199, terzo comma, c.p.p.), di proporre domanda di grazia (art. 680 c.p.).

E potremmo continuare ancora a lungo enumerando leggi e sentenze, se non ci fosse il serio rischio di abusare della pazienza dei lettori; se non fosse già palese che quella dei «diritti negati» è una bufala buona solo per sponsorizzare le unioni civili ed attaccare indirettamente (ma neanche tanto) la famiglia fondata sul matrimonio in un Paese, l’Italia, dove per la famiglia lo Stato già spende poco o niente e pure male. Dove se una donna incinta decide di abortire lo può fare benissimo gratis, paga Pantalone, mentre se sceglie di tenere il suo bambino è gentilmente pregata di arrangiarsi. Dove gli sgravi fiscali, quei pochi che ci sono, le coppie sposate spesso li conseguono dopo che si sono lasciate. Dove se contesti la presunta assenza dei diritti delle coppie di fatto sei oscurantista, ma se sorvoli sul diritto alla vita negato ogni anno a 130.000 tuoi concittadini rei di non essere ancora nati, sei rock. E magari ti fanno pure Ministro.

Regola 11: il fuorigioco

Posizione di fuorigioco
Essere in posizione di fuorigioco non è di per sé un’infrazione. Un calciatore si trova in posizione di fuorigioco quando:
• è più vicino alla linea di porta avversaria rispetto sia al pallone, sia al penultimo avversario.

Un calciatore non si trova in posizione di fuorigioco quando:
• si trova nella propria metà del terreno di gioco;
oppure
• si trova in linea con il penultimo avversario;
oppure
• si trova in linea con i due ultimi avversari.

Infrazione
Un calciatore in posizione di fuorigioco deve essere punito solo se, a giudizio dell’arbitro, nel momento in cui un suo compagno gioca il pallone o è da questo toccato, egli prende parte attiva al gioco:
• intervenendo nel gioco;
oppure
• influenzando un avversario;
oppure
• traendo vantaggio da tale posizione.

Non infrazione
Non vi è infrazione di fuorigioco quando un calciatore riceve direttamente il pallone:
• su calcio di rinvio;
• su rimessa dalla linea laterale;
• su calcio d’angolo.

Infrazioni e sanzioni
Nel caso di un’infrazione di fuorigioco, l’arbitro accorda alla squadra avversaria un calcio di punizione indiretto, che deve essere eseguito dal punto in cui l’infrazione si è verificata (vedi Regola 13 – Punto di esecuzione del calcio di punizione).

Achille e la tartaruga

Celebre sin dall’antichità, il paradosso di Achille e la tartaruga si articola così: se il Piè Veloce gareggiasse con una tartaruga concedendole un vantaggio iniziale di dieci metri, sarebbe incapace di raggiungerla, per quanto corra dieci volte più velocemente. In effetti, quando Achille ha finito di percorrere i dieci metri che lo separavano dal punto in cui si trovava la tartaruga, essa è avanzata di un metro. Mentre Achille percorre quel metro, la tartaruga avanza di un decimetro; e mentre Achille percorre un decimetro, la tartaruga avanza di un centimetro. E così via all’infinito, con Achille che si avvicina sempre più alla tartaruga ma non riesce a raggiungerla.

Tale paradosso è attribuito a Zenone d’Elea, discepolo di Parmenide vissuto nel V sec. a. C. L’attribuzione a Zenone è però incerta: non ci è infatti pervenuto alcuno scritto dell’epigono parmenideo. Il paradosso di Achille e della tartaruga, insieme ad altri altrettanto celebri, è riportato da Aristotele nella Fisica e da Simplicio nel Commento alla Fisica di Aristotele (e da questi attribuito, appunto, a Zenone).

Al di là della questione della paternità del paradosso, è importante capirne lo scopo: sembra che con esso il filosofo miri a negare il movimento e a difendere, così, il monismo parmenideo. Infatti, muoversi vuol dire passare dall’essere al non essere, e ciò è inaccettabile se si sostiene che esista solo l’essere. Per altri, invece, l’obiettivo critico di Zenone è la possibilità di una descrizione matematica della realtà, come era sostenuta, ad esempio, dai Pitagorici. L’argomento è basato sull’infinita divisibilità dello spazio: se lo spazio è infinitamente divisibile, dati due punti si può sempre trovare un punto in mezzo fra i due. Lo spazio sembra, cioè, avere una natura densa: esso assomiglierebbe ad una retta, in cui si può sempre trovare un punto in mezzo a due punti dati. Questa proprietà può essere attribuita anche all’insieme dei numeri razionali, ma non a quello dei numeri interi: fra 0 e 1, ad esempio, non vi è alcun numero intero. L’insieme dei numeri interi è detto, pertanto, discreto.

Tuttavia, da questa proprietà di densità dello spazio sembra derivare la conseguenza paradossale che Achille non raggiungerà mai la tartaruga, in quanto fra i due vi sarà sempre uno spazio infinitamente divisibile. Poiché questo è controintuitivo (da qui la natura paradossale dell’argomento), Zenone deduce che lo spazio non è infinitamente divisibile e che il movimento è impossibile. Proprio per sottolineare la natura paradossale di tale argomento, l’autore ha preso ad esempio l’uomo più veloce della mitologia greca e l’animale considerato il più lento: appunto, Achille e la tartaruga.

La soluzione di questo paradosso sembra facile: è evidente, sulla base della nostra esperienza, che Achille raggiungerà la tartaruga; in effetti, si narra che già Diogene il Cinico lo avesse confutato dicendosolvitur ambulando (si risolve camminando). Eppure, per avere una risposta del perché il paradosso sia fallace, si è dovuto attendere il XVIII secolo con lo sviluppo dell’analisi matematica e del calcolo infinitesimale. Per più di venti secoli, dunque, il paradosso di Achille e la tartaruga non ha cessato di interrogare coloro che hanno cercato di risolverlo. Per un filosofo della scienza, esso è indubbiamente interessante in quanto pone quesiti su questioni cruciali della disciplina: questioni come, ad esempio, la natura dello spazio ed il rapporto tra lo spazio ed il tempo; la descrizione matematica della realtà ed il rapporto tra matematica e fisica; e, ancora, la natura dei numeri e quella dell’infinito matematico. Vediamo dunque di delineare alcune possibili soluzioni.

Già Aristotele, nell’esporre il paradosso, presenta una soluzione personale: tale soluzione è basata sulla distinzione tra infinito in atto e infinito in potenza. Per Aristotele, infatti, l’infinito esiste solo in potenza: si può quindi dire che lo spazio è potenzialmente divisibile all’infinito ma, di fatto, non lo è. La fallacia dell’argomento di Zenone starebbe quindi nel considerare attualmente “diviso” ciò che in realtà è solo potenzialmente “divisibile”. Il problema di questo argomento è che tutta la matematica si basa sull’infinito in atto: metterne in dubbio l’esistenza, dunque, mina le basi teoriche di tale scienza.

Uno dei modi di risolvere il paradosso si basa sulla geometria analitica. Esso consiste nel rappresentare i due moti, come rette, sugli assi cartesiani e nel trovare il punto in cui le due rette si intersecano: tale punto è quello in cui Achille raggiunge la tartaruga. Un’altra soluzione si basa, invece, sulla nozione di velocità relativa. Immaginiamo che Achille e la tartaruga si trovino su un tapis roulant che si muove alla stessa velocità della tartaruga ma in senso opposto; questo ci permette di considerare la velocità relativa della tartaruga pari a zero e, quella di Achille, data dalla differenza fra la sua velocità assoluta e quella della tartaruga (cioè quella del tapis roulant). Possiamo quindi affermare che Achille raggiunge la tartaruga poiché la sua velocità è superiore. Queste soluzioni sono entrambe corrette e confermano che Achille raggiunge la tartaruga; tuttavia, esse non ci mostrano in cosa l’argomento di Zenone risulti fallace.

In questo, invece, riesce la soluzione che ci deriva dall’analisi matematica; essa ha infatti dimostrato che una somma di infiniti elementi non dà necessariamente un numero infinito. Nel nostro caso, la somma 10 + 1 + 1/10 + 1/100 + …+ 1/10n delle distanze percorse da Achille tende ad un limite finito (cioè il punto in cui Achille raggiunge la tartaruga): si tratta di una serie convergente che tende ad un limite finito per n che tende ad infinito. Poiché la somma di una serie infinita è il limite della successione di somme, la somma di infiniti termini, in questo caso, dà un numero finito. Merito dell’analisi matematica è dunque quello di aver mostrato che non tutte le serie infinite hanno un risultato infinito: sebbene, cioè, si tratti di una somma di infiniti termini, il risultato è un numero finito.

Nonostante sia stato risolto grazie alla matematica, il paradosso continua a porre alcuni problemi. Innanzitutto, la questione della natura dello spazio: se lo spazio è veramente denso, come mai nella nostra esperienza quotidiana ci sembra discreto? E, ancora, il problema del rapporto tra lo spazio e il tempo: se lo spazio è denso, qual è la natura del tempo? Un’altra questione sollevata recentemente a proposito del paradosso di Achille è quella del “supercompito”: come può Achille compiere una serie di atti infiniti, ovvero quell’insieme di atti che gli permettono di raggiungere la tartaruga? E, se veramente si trattasse di una serie di azioni infinite, sarebbe possibile compierle in un tempo finito?

Non possiamo discutere in questa sede tutti i problemi ancora aperti legati a questo paradosso; possiamo però prendere spunto dal paradosso di Achille e della tartaruga per domandarci in che misura la scienza sia in grado di risolvere problemi filosofici. Sembra in effetti che, nel caso del paradosso di Achille, la scienza abbia avuto un potere risolutivo maggiore rispetto alla filosofia. Possiamo dunque dire che la scienza rappresenta uno strumento potente da applicare ai problemi filosofici ma solo nella misura in cui essa si basa sull’evidenza e cerca di formulare delle verità universalmente valide. Senza dimenticare che, per ogni soluzione, la filosofia non cesserà di sollevare un nuovo interrogativo.

Nota bibliografica:
per una rassegna dei paradossi di Zenone e delle loro soluzioni si consiglia Fano, V., I paradossi di Zenone, Carocci, Roma, 2012.

Quei partiti che non (con)vincono

Il nuovo parlamento è molto variegato, ma molti grandi nomi sono stati esclusi, a causa delle elezioni, alba della terza repubblica, dello scorso febbraio.
Andiamo a fare una rassegna degli esclusi, di quelli che in un modo o in un altro sono entrati, di quelli che hanno vinto ma non convinto.

Primo fra tutti Fini. L'ex presidente della Camera ha riscontrato, col suo Fli, un risultato inferiore allo 0,5%, dimostrazione della buona memoria degli italiani:chi bara, perde.
Poi i 'mitici' radicali: appena lo 0,2%, eppure con un ministro, Bonino, pronto a farci vergognare anche in Europa. "Pannellone", deluso, tornerà con una nuova forza politica, sempre...radicale, ma mai vincente...
Rimanendo a sinistra, dura sconfitta per i magistrati politicizati e rossi: Di PIetro, Ingroia, De Magistrais: non oltre il 2,8%, un risultato imbarazzante, se si pensa alla campagna che aveva fatto il partito, aiutato anche da Rai 3 e la cara Annunziata.
Di Pietro(0,9%), poi, in una vita in cui ha seminato protesta, ha raccolto tempesta. 
C'è chi è entrato, con pochi, ma è entrato. Parliamo dell'Udc(2%), il "nuovo" che avanza, infatti rimane nel piatto. Casini, a sua detta, ha perso voti per darli a Monti, ma se non c'era Monti(anche sul suo risultato si potrebbe discutere)Pierferdinando(il cattolico a difesa di vita e famiglia...divorziato-risposato)non sarebbe entrato.
E poi c'è chi ha vinto(22%,+coalizioni 29%), di qualche voto, ma ancora non ha convinto: non è riuscito a sedare le varie anime interne, a formare un governo, a scegliere il presidente, ecc. Parliamo del PD, che sta sopravvivendo solo aggiungendo una "L", ormai...
Anche a destra ci sono incertezze. la grande sconfitta, la Lega: un partito che rimane ancorato su posizione estreme e difficilmente condivisibili, perde i pezzi e i "capi": dove andrà a finire? (6% a febbraio). Ma qui, a dx, non si può non sottolineare invece l'exploit di Fratelli d'Italia(4,1%), un partito che ha subito colpito gli italiani, per il grande senso civico, e per la lotta a difesa di vita e Famiglia, in maniera coerente. Ora all'opposizione, per dare un segnale.
A mesi dalle elezioni capiamo il boom M5S(22%): non era boom, ma raptus degli italiani, che volevano dare un segnale: adesso, accortisi dell'errore, non lo votano, si pensi alle comunali.

Si potrebbe dire, che serve scriverne se son "morti"?
Il problema di fondo è che in Italia continuiamo a spendere per partiti finiti, a dar vitalizi a politici preistorici, anche se nessuno li vota più.

E allora, tanto vale perdere, non lavorare, e guadagnare, no?

Informazione e Tribunali: i superpoteri dei magistrati

In Italia il 42% dei processi di primo grado si concludono con sentenze di piena assoluzione. Negli Stati Uniti nessun procuratore distrettuale con una così alta percentuale d’insuccessi verrebbe mai rieletto. In Italia, invece, ogni magistrato continua nella sua progressione automatica di carriera e nessuno dovrà mai permettersi di giudicarlo”. Ad affermarlo è Luciano Violante, ex magistrato e deputato del Partito Democratico, ex deputato del PCI e – più recentemente – chiamato da Napolitano fra i 10 “saggi”. Si tratta di una dichiarazione che deve far riflettere su quanto sia profondamente radicata, motivata e condivisa la ferma posizione del Popolo della Libertà quanto a giudici e magistrati: la giustizia italiana necessita una riforma radicale con la stessa urgenza con cui si devono affrontare i grandi temi dell’economia, perché altro rischia di essere non solo uno strumento in mano ad una determinata parte politica del nostro paese, ma anche una macchina mangiasoldi al pari del mostro di Equitalia, con l’unica differenza che i contribuenti non sanno – e spesso non riescono nemmeno a immaginare - in quale misura gli organi di giustizia sperperano il proprio denaro.
Ecco allora che si palesa il primo grande problema della nostra povera giustizia malata: l’onnipotenza dei magistrati. Ed anche in questo caso ci viene in supporto la statistica: dal 1999 al 2010 il Consiglio Superiore della Magistratura ha avviato 1 703 “indagini interne”, di cui solo 12 si sono chiuse con la rimozione del magistrato in questione. Ovvio allora immaginare quale deterrente possa rappresentare per un magistrato il timore del giudizio del CSM, e con quale noncuranza e leggerezza possa esprimere sentenze, sicuro fra l’altro che un ulteriore ricorso lo solleverebbe anche dal solo peso “morale” della sentenza, aggravando la coscienza di un altro collega. Se c’è ancora qualcuno che si interroga se sia lecito o meno parlare di delirio di onnipotenza da parte dei magistrati – non per tutti, per carità, ma per una parte sicuramente -, ancora una volta l’attualità ci viene incontro: nel lontano 1995 Antonio Di Pietro chiese ai colleghi milanesi di essere il pm d’udienza nel processo per le tangenti alla Guardia di finanza a carico del Premier in carica, dichiarando di “voler sfasciare Berlusconi”, confermando poi la sua posizione rispetto al Cavaliere scendendo in politica 18 mesi più tardi. E ancora più recentemente abbiamo avuto l’ennesima prova di quanto sia considerato autorevole il CSM dagli stessi magistrati: Antonio Ingroia – guarda caso anche lui attivo in inchieste su PdL e Berlusconi – non solo si è candidato alle elezioni politiche dello scorso 24 febbraio senza dimettersi dalla Magistratura, ma ha addirittura inscenato una tragedia greca al momento dell’invito da parte del CSM di andare ad Aosta, unica regione d’Italia dove non si è presentato con la sua Rivoluzione Civile. E nel frattempo, fra ferie ed aspettative, sperando di poter evitare il trasferimento, guadagna 5 000 € al mese, pagati da quegli stessi cittadini che, solo tre mesi fa, lo hanno clamorosamente bocciato con il voto inappellabile.

Ecco allora che di dubbi ne sorgono ancora altri, e magari ci si interroga se la riforma della giustizia sia un’ossessione di un partito di “impresentabili”, se Berlusconi, “impresentabile” per eccellenza, non sia davvero l’ennesima vittima di un sistema marcio che lo perseguita con un processo ogni 7 mesi, se il processo Ruby non sia solo l’ultima battaglia di una guerra che qualcuno da 20 anni perde nelle urne e cerca di vincere nei tribunali. E magari se a domandarselo fossimo in tanti forse potremmo fare un’ulteriore considerazione: perché se Berlusconi parla di riforme costituzionali si grida allo scandalo mentre se Vito Crimi propone di abbreviare i tempi di revisione costituzionale lo si osanna? Perché se Berlusconi propone il semipresidenzialismo lo si tratteggia come un folle egocentrico mentre se ne parlano Renzi ed Epifani diventa improvvisamente un’occasione per ridare credibilità alla politica? Forse allora ci si renderebbe finalmente conto di quale assurdo ed antidemocratico potere possa arrivare a detenere questo mostruoso tribunale popolare che è l’odierna informazione di massa, la vera base dei superpoteri dei magistrati. Ma questa è un’altra storia.