Addio a Giulio Andreotti

"Rispetto ad un’Italia che cambia o finge di cambiare rapidamente, muta convinzioni, gusti, pregi e difetti, Andreotti è una certezza: prevedibile, magari anacronistica, bistrattata, ma proprio per questo, tutto sommato, rassicurante. Permette al paese di specchiarsi nel passato, di riconoscersi e di distanziarsi dal secolo scorso; di sentirsi migliore, di rivalutarlo o magari di odiarlo, ha poca importanza. È una sorta di memoria storica dell’Italia, a partire dal 1945. 

E forse, il suo ruolo di nostalgico della Prima Repubblica, della guerra fredda e dei suoi equilibri cristallizzati e dunque protettivi si conserva grazie alla crisi del sistema attuale, finendo per fotografare le frustrazioni e l’insoddisfazione di un pezzo del paese. In questo senso, Andreotti incarna l’identità perduta non solo di una classe politica, ma di una porzione dell’Italia moderata; lo smarrimento dei suoi referenti interni e delle antiche coordinate internazionali". In questo ampio stralcio tratto dall’introduzione al suo ultimo libro (Andreotti. La vita di un uomo politico, la storia di un’epoca, Mondatori, 2008), Massimo Franco, notista politico del Corriere della Sera, riassume con una perfetta sintesi gli elementi che approfondisce nei ventitre capitoli che ha scritto per raccontare la vita di Giulio Andreotti. La storia di un "sopravvissuto" a due guerre mondiali, sette papi, la monarchia, il fascismo, la Prima repubblica e forse anche la seconda, se è vero che è in crisi. A sei processi per mafia e omicidio. Un Protagonista e testimone abbastanza unico del panorama italiano: amico di pontefici, capi di stato, suore, mendicanti, bancarottieri, santi, dittatori, attrici, emiri, pittori, calciatori, ladri, collusi con la mafia. Un ex-potente che si fa fatica a definire ex e del quali le giovani generazioni sanno poco e quelle vecchie ritengono di sapere (quasi tutto) anche se non a ragione.

Una silhouette curva che inevitabilmente per la sua corposità storica si intreccia con gran parte della storia del nostro Paese, "la storia di un’epoca" che, secondo una consolidata vulgata, è stata "segnata" da Andreotti nel bene e nel male. Un uomo dalle umili origini familiari che da parte degli estimatori, e non solo, del personaggio ne esaltano ancor maggiormente la figura (o se si vuole la leggenda) dell’uomo che ha scalato il potere dal basso, partendo “dal nulla”. E da qui fino, sostanzialmente, ai giorni nostri, la storia del "divo Giulio" che se da un lato si apre in un ambiente quasi favoloso, dove un bambino di otto anni riesce ad eludere la sorveglianza durante un’udienza papale e quindi ad avvicinarsi al Pontefice, dall’altro si chiude con la crudezza delle ricostruzioni processuali che hanno interessato larga parte dell’opinione pubblica alla fine del secolo proprio perché avevano come protagonista questo "simbolo" dell’Italia.

Andreotti conserva attorno a sé molteplici e contraddittori giudizi che derivano dalle considerazioni formulate delle diverse generazioni che hanno potuto apprezzarne o criticarne la figura. Ecco perché così come è semplice trovare persone anziane che ne rimpiangono la presenza attiva sulla scena politica è altrettanto possibile trovare giovani che lo considerano il retaggio di una politica "superata" quindi vecchia. Ma può accadere anche il contrario: anziani che vedono in Andreotti un passato che non passa e giovani che, avendone sentito decantare le lodi, lo apprezzano maggiormente rispetto ai politici di oggi. 

Certamente si può affermare che dopo aver sperimentato le conseguenze non sempre brillanti, soprattutto in diversi contesti locali, dell’azione di persone che non ritengono che la formazione alla politica debba essere un elemento indispensabile per svolgere un’attività mirata alla ricerca del bene comune, la figura di Andreotti, che intraprende attività politica per fortunate coincidenze, incarna, come ricorda la lunga citazione iniziale tratta dal libro di Franco, "l’identità perduta non solo di una classe politica, ma di una porzione dell’Italia moderata". Proprio la definizione dei confini delle identità delle forze politiche che animano il dibattito politico italiano è un compito al quale la politica non può sottrarsi, pena il suo perdurante "fallimento". E, paradossalmente, se nell’epoca di Andreotti per molti versi le identità apparivano soffocanti, oggi, queste non riescono neppure ad emergere in modo chiaro sia per un preciso desiderio (che permane) sia per delle incapacità oramai ossificate. 
Giulio Andreotti con Giovanni Paolo II, uno dei 9 papi della sua vita.
Giulio Andreotti è, come scrive Franco, una "memoria storica" vivente dell’Italia. È necessario, pertanto, considerarla come tale. Ma se può essere fonte per capire il passato e scrutare il futuro, non può assolutamente trasformarsi in un comodo alibi per la politica di oggi. Dove non si arriva, dove non si riesce, dove non si comprende, ci si nasconde dietro il paravento degli errori della politica del passato. Una politica che certo non tornerà, ed è impressionante doverlo ribadire ancora una volta, ma che ci ha segnati; e se non riusciremo, una volta per tutte, a farci i conti, a capire che forse, anzi sicuramente, qualcosa di buono in "quella" politica c’era, non riusciremo a rianimare quella di oggi, che appare, costantemente, nei suoi caratteri generali, sempre più ripiegata su se stessa.
tratto da Errata Corige del 12 gennaio

Addio a Giulio Andreotti, ultimo uomo di una politica che non c'è più

È deceduto oggi alle 12 e 25 nella sua abitazione romana.

Giulio Andreotti è morto oggi alle 12 e 25 nella sua abitazione romana. Lo hanno reso noto i suoi familiari. Aveva compiuto 94 anni il 14 gennaio scorso. I funerali del senatore a vita Giulio Andreotti, scomparso oggi, si svolgeranno, a quanto si apprende, domani pomeriggio a Roma.
da corriere.it

Regola 5: l'arbitro

L’autorità dell’arbitro 
Ogni gara si disputa sotto il controllo di un arbitro, al quale è conferita tutta l’autorità necessaria per far osservare le Regole del Gioco nell’ambito della gara che è chiamato a dirigere.

Poteri e doveri
L’arbitro:

• fa osservare le Regole del Gioco;
• assicura il controllo della gara in collaborazione con gli assistenti e, laddove previsto, con il quarto ufficiale di gara;
• si assicura che ogni pallone utilizzato rispetti i requisiti previsti dalla Regola 2;
• si assicura che l’equipaggiamento dei calciatori rispetti i requisiti previsti dalla
• funge da cronometrista e prende nota degli episodi accaduti nel corso della gara;
• interrompe temporaneamente la gara, la sospende o la interrompe definitivamente, a sua discrezione, al verificarsi di ogni infrazione alle regole;
• interrompe temporaneamente la gara, la sospende o la interrompe definitivamente a seguito di interferenze esterne, di qualunque genere;

• interrompe la gara se, a suo giudizio, un calciatore è gravemente infortunato e si assicura che sia trasportato al di fuori del terreno di gioco; tale calciatore potrà rientrare sul terreno di gioco solo quando il gioco sarà ripreso e dopo aver ricevuto l’autorizzazione da parte dell’arbitro;
• lascia proseguire il gioco fino a quando il pallone cessa di essere in gioco se, a suo giudizio, un calciatore è solo lievemente infortunato;
• si assicura che un calciatore che presenti una ferita sanguinante esca dal terreno di gioco. Il calciatore potrà rientrarvi solo dopo aver ricevuto l’autorizzazione da parte dell’arbitro, il quale deve accertarsi che a perdita di sangue sia stata arrestata;
• lascia proseguire il gioco quando la squadra contro la quale è stata commessa un’infrazione beneficerà da ciò di un vantaggio e punisce l’infrazione iniziale se il vantaggio accordato non si è concretizzato nell’immediatezza;
• punisce l’infrazione più grave quando un calciatore commette simultaneamente più infrazioni;
• adotta provvedimenti disciplinari nei confronti dei calciatori che hanno commesso un’infrazione passibile di ammonizione o di espulsione; l’arbitro non è tenuto ad intervenire immediatamente, ma deve farlo alla prima interruzione di gioco;
• adotta provvedimenti nei confronti dei dirigenti (inclusi allenatori, medici, operatori sanitari e collaboratori in genere) che non tengono un comportamento responsabile e, a sua discrezione, li allontana dal recinto di gioco;
• interviene su segnalazione degli assistenti dell’arbitro per quanto concerne incidenti non direttamente controllati;
• fa in modo che nessuna persona non autorizzata entri sul terreno di gioco;
• indica la ripresa della gara dopo un’interruzione del gioco;
• invia alle autorità competenti un rapporto con le informazioni relative a tutti i provvedimenti disciplinari adottati nei confronti dei calciatori e/o dirigenti (inclusi allenatori, medici, operatori sanitari e collaboratori in genere), e a tutti gli altri incidenti eventualmente accaduti prima, durante e dopo la gara.

Decisioni dell’arbitro
Le decisioni dell’arbitro su fatti relativi al gioco, incluso se un rete è stata segnata o no ed il risultato della gara, sono inappellabili.

L’arbitro può cambiare una sua decisione soltanto se si rende conto che la stessa è errata o, a sua discrezione, a seguito della segnalazione di un assistente o del quarto ufficiale, sempre che il gioco non sia stato ripreso o la gara non sia terminata.

5 Maggio: la storia fatta poesia

 Oggi, 5 maggio, ricorre il 192° anniversario della morte di Napoleone Bonaparte: in una data considerata storicmente fondamentale per la storia modera, vogliamo ricordarla con le parole che la hanno resa nella letteratura, omaggiando dunque il più grande poeta della nostra letteratura, Alessandro Manzoni, che ha fatto della storia poesia di livello mai più raggiunto.

 5 Maggio
 Ei fu. Siccome immobile,
dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro,
così percossa, attonita 
 
la terra al nunzio sta,
muta pensando all’ultima
ora dell’uom fatale;
né sa quando una simile
orma di pié mortale
 
la sua cruenta polvere
a calpestar verrà.
Lui folgorante in solio
vide il mio genio e tacque;
quando, con vece assidua,
 
cadde, risorse e giacque,
di mille voci al sonito
mista la sua non ha:
vergin di servo encomio
e di codardo oltraggio,
sorge or commosso al subito
sparir di tanto raggio;
e scioglie all’urna un cantico
che fosre non morrà.
Dall’Alpi alle Piramidi,
 
dal Manzanarre al Reno,
di quel securo il fulmine
tenea dietro al baleno;
scoppiò da Scilla al Tanai,
dall’uno all’altro mar.
 
Fu vera gloria? Ai posteri
l’ardua sentenza: nui
chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
del creator suo spirito
 
più vasta orma stampar.
La procellosa e trepida
gioia d’un gran disegno,
l’ansia d’un cor che indocile
serve, pensando al regno;
 
e il giunge, e tiene un premio
ch’era follia sperar;
tutto ei provò: la gloria
maggior dopo il periglio,
la fuga e la vittoria,
 
la reggia e il tristo esiglio:
due volte nella polvere,
due volte sull’altar.
Ei si nomò: due secoli,
l’un contro l’altro armato,
Originaria stesura del 5 maggio manoscritta da Alessandro Manzoni.
 
sommessi a lui si volsero,
come aspettando il fato;
ei fe’ silenzio, ed arbitro
s’assise in mezzo a lor.
E sparve, e i dì nell’ozio
 
chiuse in sì breve sponda,
segno d’immensa invidia
e di pietà profonda,
d’inestinguibil odio
e d’indomato amor.
 
Come sul capo al naufrago
l’onda s’avvolve e pesa,
l’onda su cui del misero,
alta pur dianzi e tesa,
scorrea la vista a scerner
 
prode remote invan;
tal su quell’alma il cumulo
delle memorie scese!
oh quante volte ai posteri
narrar sé stesso imprese,
 
e sull’eterne pagine
cadde la stanca man!
oh quante volte, al tacito
morir d’un giorno inerte,
chinati i rai fulminei,
 
le braccia al sen conserte,
stette, e dei dì che furono
l’assalse il sovvenir!
e ripensò le mobili
tende, e i percossi valli,
 
e il lampo de’ manipoli,
e l’onda dei cavalli,
e il concitato imperio,
e il celere ubbidir.
Ahi! forse a tanto strazio
 
cadde lo spirto anelo,
e disperò; ma valida
venne una man dal cielo,
e in più spirabil aere
pietosa il trasportò;
 
e l’avviò, pei floridi
sentier della speranza,
ai campi eterni, al premio
che i desidéri avanza,
dov’è silenzio e tenebre
la gloria che passò.
 
Bella Immortal! benefica
fede ai trionfi avvezza!
scrivi ancor questo, allegrati;
ché più superba altezza
al disonor del Golgota
giammai non si chinò.
 
Tu dalle stanche ceneri
sperdi ogni ria parola:
il Dio che atterra e suscita,
che affanna e che consola,
sulla deserta coltrice
accanto a lui posò.

Un futuro non social: progresso o regresso?

In mano il BlackBarry Bold. Dall'altra parte (e in ogni parte), un tot di followers. Il dito pronto a inviare al suo pubblico gobale un tweet filosofico («Aggiorno, dunque sono»). Poi l'intuizione, che trasforma quel messaggio nell'inizio di un impianto teorico contro la socialità dei social media. «Aggiorno, dunque non sono». 

È da quel «cinguettio» che Andrew Keen partì per arrivare a denunciare, come fa oggi davanti alle platee di tutto il mondo - divise in scettici ed ammiratori - «la raccapricciante tirannia di un social network sempre più trasparente che minaccia la libertà individuale, la felicità e forse perfino la personalità stessa dell'essere umano contemporaneo». I patiti della connessione nicchieranno, ma è un fatto che «il guru di internet», «l'anticristo della Silicon Valley», o comunque Keen venga chiamato, sia la voce più ascoltata sulla «falsa rivoluzione» rappresentata da Facebook, Twitter, Google+, LinkedIn, ecc.

In questi giorni Keen è in Italia, per presentare il suo libro Vertigine digitale. Fragilità e disorientamento da social media(Egea 2013, 224 pagg., 20 euro, 11,99 e-pub). Incontri con gli universitari e un esordio al Festival del giornalismo di Perugia contro Occupy, Anonymous, Wikileaks, ma anche il Movimento 5 stelle: «La trasparenza è una delle ideologie più corrosive».

Con gli studenti dell'Università Iulm ha spiegato perché «la raccapricciante concezione di Zuckerberg dell'identità individuale non riesca ad afferrare la compessità della condizione umana» e lo ha fatto a suon di citazioni cinematografiche da The Social Network, 2010, il film di David Fincher su Marc Zuckerberg e gli altri creatori di Facebook (una battuta cult quella in cui Justin Timberlake-Sean Parker sentenzia: «Prima vivevamo nelle fattorie, poi nelle città e ora vivremo su internet!»), ma anche da Hitchcock (Vertigo, 1958), e The Truman Show, 1998.

La sua è una difesa appassionata «del mistero e della segretezza» di ciascuno. Una riaffermazione, pur con l'immancabile iPhone alla mano (dall'intuizione «cartesiana» ha intanto cambiato telefonino) del «diritto» di ciascuno alla privacy, all'autonomia, e perfino «alla solitudine, in un mondo che nel 2020 ospiterà circa 50 miliardi di apparecchi intelligenti in rete».

Puntando l'indice sulla «trappola della visibilità», Keen fa un attacco nemmeno troppo velato ai magnati della Silicon Valley - da cui lui stesso proviene e in cui ha fondato Audiocafe.com - , e all'uso che dei dati personali si fa nella rete, cavalcando la tendenza dei singoli utenti al protagonismo e al desiderio di costruire uan propria immagine pubblica. A volte drammaticamente diversa da quella reale.

Nell'«epoca del grande esibizionismo» Keen tenta di spiegare perché «i social media stanno indebolendo la nostra identità». Assicura che lungi dal creare «una nuova era comunitaria e di uguaglianza fra gli esseri umani», essi «ci disorientano e ci dividono», creando anzi una vera e propria «aristocrazia digitale». Tesi facile da sposare per chi non subisce il fascino del Web 3.0. Ma anche i maniaci del vivere «social» non potranno ignorare «il grande paradosso della nostra vita», segnalato fin dalla seconda di copertina del libro di Keen: «l'incompatibilità tra il nostro profondo desiderio di appartenenza alla comunità online e di amicizia e l'altrettanto forte desiderio di libertà individuale». E non sapranno contestare il suo autore quando - invitando a premere il tasto «rifiuta» se una app come Tweeti vuole usare la nostra posizione attuale - ci ricorda che «la nostra unicità come specie sta nella capacità umana di differenziarsi dalla folla, di tenersi fuori dalla società, di essere lasciati in pace, di poter riflettere e agire per conto proprio».
da Avvenire.it

Verso il Giro. I favoriti della vigilia

Continuiamo il nostro viaggio alla scoperta della 96esima edizione del Giro d’Italia con l’analisi dei favoriti per il successo finale al termine delle 21 tappe che porteranno il gruppo da Napoli a Brescia.


Bradley WIGGINS: dopo aver quasi dominato un facile Tour de France lo scorso anno il britannico è, per le sue doti a cronometro e l'ottimo passo in salita, l'uomo da battere. Da pistard a grimpeur, dovrò vedersela, dopo risultati non brillantissimi negli anni passati - quando ancora non era esploso - con le salite nostrane, certamente più impegnative di quelle affrontate quasi un anno fa alla Grande Boucle. 


Vincenzo NIBALI: dopo un’ottima primavera, impreziosita dai successi alla Tirreno-Adriatico e al Giro del Trentino, il siciliano si presenta al via della più importante corsa italiano per puntare al successo finale. Nelle ultime uscite è sembrato in discreta forma, forse già troppo in forma. In ogni caso si presenta in primissima fila per ambire alla vittoria.

Ryder HESJEDAL: dopo la vittoria quasi a sorpresa un anno fa non può non essere considerato per il bis. Sarà, certamente, difficile, ma bisogna prestare attenzione anche al canadese, che sembra aver preparato molto bene la corsa rosa. Abile in salita e a crono dovrebbe quantomeno inserirsi nella lotta per il podio.

Samuel SANCHEZ: ha cercato più e più volte di conquistare la Maglia Gialla. Quest’anno tornerà al Giro, sperando in una concorrenza meno agguerrita per arrivare finalmente ad un’affermazione importante in una corsa di tre settimane. Non parte da favoritissimo, ma va assolutamente considerato in ottica vittoria finale.


Michele SCARPONI: nonostante molte difficoltà, specialmente riguardanti l’inchiesta di Mantova, il vincitore a tavolino del Giro 2011 si presenterà al via della corsa rosa per tentare di bissare il successo. Nella prima parte di stagione ha colto molti piazzamenti, senza mai però dare la zampata per raggiungere il successo. In ogni caso le prestazioni, compresa quella di settimana scorsa alla Liegi, sono state confortanti: l’Aquila di Filottrano c’è ancora.

Cadel EVANS: non certamente positivo un anno fa al Tour, è a una delle ultime occasioni della carriera per poter ambire ad un successo importante. Rispetto alle ultime prestazioni servirebbe un’inversione di tendenza.

Robert GESINK: l’olandese, in proporzione al talento, probabilmente non ha mai raccolto molto. Abilissimo in salita, potrebbe diventare un fattore se riuscisse a superare indenne la prima settimana, che spesso gli è fatale. In questo caso potrebbe seriamente puntare al bersaglio grosso, un successo importante che ancora manca nella sua bacheca.

La nostra rubrica vi ricorda infine che potrete seguire tutte le tappe su RaiTre e RaiSport1 a partire dalle 15:00 circa.

Due anni fa Giovanni Paolo II Beato


A due anni dalla Beatificazione da parte del Papa Emerito Benedetto XVI del suo predecessore Giovanni Paolo II, vogliamo ricordare ancora una volta il grande santo del XXI secolo che, con la sua preghiera, ha fatto crollare il Muro di Berlino, che ha incontrato Gorbaciov nel lontano 1989 e Fidel Castro nel 2008, che ha accompagnato con la ferma mano del pastore la Chiesa di Roma nel XXI secolo. Avendo già riproposto sia l'omelia di Papa Benedetto in quell'occasione che la sua biografia letta due anni fa in Piazza San Pietro ed il suo testamento, vogliamo oggi commemorare l'evento con l'omelia con la quale, in quella lontana domenica 22 ottobre 1978 - oggi festa del Beato Giovanni Paolo II -, il Papa "venuto da lontano" si è presentato al mondo nella messa di intronizzazione.

1. “Tu sei il Cristo il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16).

Queste parole ha pronunciato Simone figlio di Giona, nella regione di Cesarea di Filippo. Sì, le ha espresse con la propria lingua, con una profonda, vissuta, sentita convinzione, ma esse non trovano in lui la loro fonte, la loro sorgente: “...perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” (Mt 16,17). Queste erano parole di Fede.

Esse segnano l’inizio della missione di Pietro nella storia della salvezza, nella storia del Popolo di Dio. Da allora, da tale confessione di Fede, la storia sacra della salvezza e del Popolo di Dio doveva acquisire una nuova dimensione: esprimersi nella storica dimensione della Chiesa. Questa dimensione ecclesiale della storia del Popolo di Dio trae le sue origini, nasce infatti da queste parole di Fede e si allaccia all’uomo che le ha pronunciate: “Tu sei Pietro – roccia, pietra – e su di te, come su una pietra, io costruirò la mia Chiesa”.

2. Quest’oggi e in questo luogo bisogna che di nuovo siano pronunciate ed ascoltate le stesse parole: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.

Sì, Fratelli e Figli, prima di tutto queste parole.

Il loro contenuto dischiude ai nostri occhi il mistero di Dio vivente, mistero che il Figlio conosce e che ci ha avvicinato. Nessuno, infatti, ha avvicinato il Dio vivente agli uomini, nessuno Lo ha rivelato come l’ha fatto solo lui stesso. Nella nostra conoscenza di Dio, nel nostro cammino verso Dio siamo totalmente legati alla potenza di queste parole “Chi vede me, vede pure il Padre”. Colui che è Infinito, inscrutabile, ineffabile si è fatto vicino a noi in Gesù Cristo, il Figlio unigenito, nato da Maria Vergine nella stalla di Betlemme.

– Voi tutti che già avete la inestimabile ventura di credere,

– voi tutti che ancora cercate Dio,

– e pure voi tormentati dal dubbio:

vogliate accogliere ancora una volta – oggi e in questo sacro luogo – le parole pronunciate da Simon Pietro. In quelle parole è la fede della Chiesa. In quelle stesse parole è la nuova verità, anzi, l’ultima e definitiva verità sull’uomo: il figlio del Dio vivente. “Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivente”!

3. Oggi il nuovo Vescovo di Roma inizia solennemente il suo ministero e la missione di Pietro. In questa Città, infatti, Pietro ha espletato e ha compiuto la missione affidatagli dal Signore.

Il Signore si rivolse a lui dicendo: “...quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi” (Gv 21,18).

Pietro è venuto a Roma!

Cosa lo ha guidato e condotto a questa Urbe, cuore dell’Impero Romano, se non l’obbedienza all’ispirazione ricevuta dal Signore? Forse questo pescatore di Galilea non avrebbe voluto venire fin qui. Forse avrebbe preferito restare là, sulle rive del lago di Genesaret, con la sua barca, con le sue reti. Ma, guidato dal Signore, obbediente alla sua ispirazione, è giunto qui!

Secondo un’antica tradizione (che ha trovato anche una sua magnifica espressione letteraria in un romanzo di Henryk Sienkiewicz), durante la persecuzione di Nerone, Pietro voleva abbandonare Roma. Ma il Signore è intervenuto: gli è andato incontro. Pietro si rivolse a lui chiedendo: “Quo vadis, Domine?” (Dove vai, Signore?). E il Signore gli rispose subito: “Vado a Roma per essere crocifisso per la seconda volta”. Pietro tornò a Roma ed è rimasto qui fino alla sua crocifissione.

Sì, Fratelli e Figli, Roma è la Sede di Pietro. Nei secoli gli sono succeduti in questa Sede sempre nuovi Vescovi. Oggi un nuovo Vescovo sale sulla Cattedra Romana di Pietro, un Vescovo pieno di trepidazione, consapevole della sua indegnità. E come non trepidare di fronte alla grandezza di tale chiamata e di fronte alla missione universale di questa Sede Romana?!

Alla Sede di Pietro a Roma sale oggi un Vescovo che non è romano. Un Vescovo che è figlio della Polonia. Ma da questo momento diventa pure lui romano. Sì, romano! Anche perché figlio di una nazione la cui storia, dai suoi primi albori, e le cui millenarie tradizioni sono segnate da un legame vivo, forte, mai interrotto, sentito e vissuto con la Sede di Pietro, una nazione che a questa Sede di Roma è rimasta sempre fedele. Oh, inscrutabile è il disegno della divina Provvidenza!

4. Nei secoli passati, quando il Successore di Pietro prendeva possesso della sua Sede, si deponeva sul suo capo il triregno, la tiara. L’ultimo incoronato è stato Papa Paolo VI nel 1963, il quale, però, dopo il solenne rito di incoronazione non ha mai più usato il triregno lasciando ai suoi Successori la libertà di decidere al riguardo.

Il Papa Giovanni Paolo I, il cui ricordo è così vivo nei nostri cuori, non ha voluto il triregno e oggi non lo vuole il suo Successore. Non è il tempo, infatti, di tornare ad un rito e a quello che, forse ingiustamente, è stato considerato come simbolo del potere temporale dei Papi.

Il nostro tempo ci invita, ci spinge, ci obbliga a guardare il Signore e ad immergere in una umile e devota meditazione del mistero della suprema potestà dello stesso Cristo.

Colui che è nato dalla Vergine Maria, il Figlio del falegname – come si riteneva –, il Figlio del Dio vivente, come ha confessato Pietro, è venuto per fare di tutti noi “un regno di sacerdoti”.

Il Concilio Vaticano II ci ha ricordato il mistero di questa potestà e il fatto che la missione di Cristo – Sacerdote, Profeta-Maestro, Re – continua nella Chiesa. Tutti, tutto il Popolo di Dio è partecipe di questa triplice missione. E forse nel passato si deponeva sul capo del Papa il triregno, quella triplice corona, per esprimere, attraverso tale simbolo, che tutto l’ordine gerarchico della Chiesa di Cristo, tutta la sua “sacra potestà” in essa esercitata non è altro che il servizio, servizio che ha per scopo una sola cosa: che tutto il Popolo di Dio sia partecipe di questa triplice missione di Cristo e rimanga sempre sotto la potestà del Signore, la quale trae le sue origini non dalle potenze di questo mondo, ma dal Padre celeste e dal mistero della Croce e della Risurrezione.

La potestà assoluta e pure dolce e soave del Signore risponde a tutto il profondo dell’uomo, alle sue più elevate aspirazioni di intelletto, di volontà, di cuore. Essa non parla con un linguaggio di forza, ma si esprime nella carità e nella verità.

Il nuovo Successore di Pietro nella Sede di Roma eleva oggi una fervente, umile, fiduciosa preghiera: “O Cristo! Fa’ che io possa diventare ed essere servitore della tua unica potestà! Servitore della tua dolce potestà! Servitore della tua potestà che non conosce il tramonto! Fa’ che io possa essere un servo! Anzi, servo dei tuoi servi”.

5. Fratelli e Sorelle! Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà!

Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l’uomo e l’umanità intera!

Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!

Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!

Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna.

Proprio oggi la Chiesa intera celebra la sua “Giornata Missionaria Mondiale”, prega, cioè, medita, agisce perché le parole di vita del Cristo giungano a tutti gli uomini e siano da essi accolte come messaggio di speranza, di salvezza, di liberazione totale.

6. Ringrazio tutti i presenti che hanno voluto partecipare a questa solenne inaugurazione del ministero del nuovo Successore di Pietro.

Ringrazio di cuore i Capi di Stato, i Rappresentanti delle Autorità, le Delegazioni di Governi per la loro presenza che mi onora tanto.

Grazie a voi, Eminentissimi Cardinali della Santa Chiesa Romana!

Vi ringrazio, diletti Fratelli nell’Episcopato!

Grazie a voi, Sacerdoti!

A voi Sorelle e Fratelli, Religiose e Religiosi degli Ordini e delle Congregazioni! Grazie!

Grazie a voi, Romani!

Grazie ai pellegrini convenuti da tutto il mondo!

Grazie a quanti sono collegati a questo Sacro Rito attraverso la Radio e la Televisione!




Apro il cuore a tutti i Fratelli delle Chiese e delle Comunità Cristiane, salutando, in particolare, voi che qui siete presenti, nell’attesa del prossimo incontro personale; ma fin d’ora vi esprimo sincero apprezzamento per aver voluto assistere a questo solenne rito.

E ancora mi rivolgo a tutti gli uomini, ad ogni uomo (e con quale venerazione l’apostolo di Cristo deve pronunciare questa parola: uomo!).

Pregate per me!

Aiutatemi perché io vi possa servire! Amen.