Gli 86 anni di Papa Benedetto

Benedetto XVI compie oggi 86 anni. Nei giorni scorsi il fratello maggiore, monsignor Georg Ratzinger, lo ha raggiunto a Castel Gandolfo e domani trascorrerà con lui la giornata del compleanno.

Da tutto il mondo stanno intanto arrivando gli auguri dei potenti ma anche di tante persone semplici. Messaggi che ricordano l'impegno profuso dal Papa emerito in difesa dei deboli, come lo sono i poveri, i bambini non nati e le vittime della pedofilia.
In quasi otto anni di Pontificato, Benedetto XVI, infatti, non solo ha compiuto 24 viaggi all'estero e una trentina in Italia, percorrendo oltre 160mila chilometri, ma soprattutto ha voluto sempre e soltanto annunciare il Vangelo. E la Verità.
Come ha fatto nelle sue tre Encicliche: Deus Caritas est, Spe Salvi e Caritas in Veritate, e nei suoi tre libri su Gesù di Nazaret. Non ha avuto paura di puntare il dito contro la «dittatura del relativismo» e di proporre una fede ragionevole. In dialogo con tutti, anche con i non credenti.

Nato a Marktl am Inn, diocesi di Passau (Germania), il 16 aprile del 1927 (Sabato Santo), e battezzato lo stesso giorno. Il padre, Commissario di polizia, proveniva da un’antica famiglia di agricoltori della Bassa Baviera, di condizioni economiche piuttosto modeste. La madre era figlia di artigiani di Rimsting, sul lago Chiem, e prima di sposarsi aveva lavorato come cuoca in vari hotels. Dal 1946 al 1951 - anno in cui, il 29 giugno, viene ordinato sacerdote ed inizia la sua attività di insegnamento - si dedica agli studi di filosofia e teologia nell'Università di Monaco e nella scuola superiore di Filosofia e Teologia di Frisinga.

Nel 1953, con la dissertazione "Popolo e casa di Dio nella Dottrina della Chiesa di Sant'Agostino", consegue il dottorato e quattro anni dopo ottiene l'abilitazione all'insegnamento. Appassionato di musica, ma soprattutto brillante professore, diviene consulente teologico dell'arcivescovo di Colonia, Joseph Frings, e partecipa al Concilio Vaticano II in qualità di esperto.

Nel 1977 Paolo VI lo nomina arcivescovo di Monaco e lo crea cardinale nel Concistoro del 27 giugno 1977. Chiamato a Roma da Giovanni Paolo II, Ratzinger diventa Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Ma dal 1986 al 1992 è anche presidente della Commissione per la Preparazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, che dopo sei anni di lavoro presenta a papa Wojtyla il nuovo Catechismo. È autore di numerose pubblicazioni, tra cui spiccano "Introduzione al Cristianesimo" del 1968, "Dogma e predicazione" del 1973, "Rapporto sulla fede", libro-intervista del 1985, e "Il sale della terra" del 1996.

Nel 2002 i cardinali lo designano come Decano del Collegio Cardinalizio e in tale ruolo, alla morte di Giovanni Paolo II, presiede la Messa «Pro Eligendo Pontifice», alla vigilia del Conclave che, dopo soli due giorni, lo eleggerà Papa.
da Avvenire.it

Regola 2: il pallone


Caratteristiche e dimensioni
Il pallone deve essere:
  • di forma sferica;
  • di cuoio o altro materiale approvato;
  • di circonferenza massima di cm. 70 e minima di cm. 68;
  • di peso massimo di gr. 450 e minimo di gr. 410 all’inizio della gara;
  • di pressione fra 0,6 e 1,1 atmosfere (pari a 600 - 1100 gr./cm²) a livello del mare.
Sostituzione di un pallone difettoso
Se il pallone scoppia o diviene difettoso nel corso della gara:
  • la gara deve essere interrotta;
  • la gara riprenderà, con un nuovo pallone, con una rimessa da parte dell’arbitro nel punto in cui si trovava il pallone quando si è reso inutilizzabile, a meno che il gioco sia stato interrotto all’interno dell’area di porta, nel qual caso l’arbitro effettuerà la propria rimessa sulla linea dell’area di porta parallela alla linea di porta nel punto più vicino a quello in cui si trovava il pallone quando il gioco è stato interrotto. Se il pallone scoppia o diviene difettoso durate l’esecuzione di un calcio di rigore o durante i tiri di rigore appena si muove in avanti e prima che tocchi qualsiasi calciatore o la traversa o i pali della porta: il calcio o il tiro di rigore deve esse ripetuto. Se il pallone scoppia o diviene difettoso quando non è in gioco, durante l’esecuzione di un calcio d’inizio, di un calcio di rinvio, di un calcio d’angolo, di un calcio di punizione, di un calcio di rigore o di una rimessa dalla linea laterale: • la gara riprenderà con l’effettuazione della relativa ripresa di gioco. Il pallone non può essere sostituito durante la gara senza l’autorizzazione dell’arbitro.

I sacerdoti uccisi dai partigiani rossi


In copertina foto di Rolando Maria Rivi, seminarista assassinato dai partigiani il 13 aprile 1945, riconosciuto come martire in odium fidei il 28 marzo scorso.
Emilia Romagna: tra il 7 agosto 1941 e il 4 febbraio 1951 vengono uccisi 130 sacerdoti tra parroci, religiosi, cappellani militari oppure semplici curati. Si respira il rovente clima di terrore rosso che si visse almeno fino al 1948 nel famoso «Triangolo della morte», in città e regioni dove i comunisti avevano acquisito il controllo di prefetture e delle forze di polizia. E il discorso si allarga fatalmente, oltre ai poveri preti uccisi - che finalmente vengono restituiti alla memoria e, quindi, alla pietà -, per spostarsi su migliaia di altre vittime, anch'esse spesso cadute dopo la fine ufficiale del conflitto civile: quegli «sconosciuti 1945», se non di più, di cui si è occupato con grande successo di pubblico Giampaolo Pansa.
In alcuni casi, rari, i killer sono stati perseguiti; ma su moltissimi altri casi regna il buio, anche perché l'omertà, sembra incredibile, copre ancora le colpe a tanti decenni di distanza. E quando non si tratta di omertà, si è aggiunto un ulteriore oltraggio la diffusione sulle vittime di dicerie infamanti, quasi a giustificarne l'uccisione.
È Roberto Berretta, giornalista di Avvenire, ad affrontare, nel volume Storia dei preti uccisi dai partigiani, tale capitolo, tra i più oscuri, della storia nazionale nel periodo della Resistenza, contribuendo a minare l'immagine, fin da subito oleografica, della lotta di Liberazione, e soprattutto quella del partito comunista quale vera avanguardia della lotta medesima. Si tratta dell’ennesimo capitolo di una lotta che i partigiani non conducevano solo contro tedeschi e fascisti, ma anche contro i compatrioti antifascisti, se questi si opponevano alle loro pretese egemoniche e rivoluzionari, non aderendo alla loro ideologia. Porzus docet - potremmo dire - o, almeno, dovrebbe farci imparare che il Partito Comunista ebbe la «sua» politica da seguire e che i Gruppi di Azione Partigiana (Gap) e le Brigate «Garibaldi» agirono il più delle volte con assoluto disprezzo della pur ufficialmente accettata autorità del Cln. A rendere più infamante il crimine di guerra della strage dei preti è, in primis, il fatto che le uccisioni continuarono ben dopo la guerra, non permettendone alcuna giustificazione, sempre che fosse possibile, ricorrendo a quella «sospensione della moralità», propria della situazione di conflitto, per la quale l'uccisione del nemico comporta però anche la difesa dell'amico, dell'alleato,  ma che, alla fine delle ostilità, termina con esse. L’altro, fondamentale, elemento, che fa di questa strage non una componente della Guerra di Liberazione, ma un eccidio dai moventi prettamente ideologici, aventi le proprie radici nell’ateismo e anticlericalismo comunisti, è riscontrabile, semplicemente constatando che , tra le vittime, troviamo cappellani - due soli cappellani di milizia fascista, gli altri semplici assistenti spirituali dell'esercito -, dei «sospettati», dei «padroni» - preti ai quali si poteva imputare la colpa di essere possidenti -, dei «traditi» - preti che aiutavano i partigiani, alcuni addirittura cappellani di formazioni partigiane.
Da sinistra Padre Sigismondo Damiani, ex cappellano militare, eliminato dai da comunisti slavi a San Genesio di Macerata l'11 marzo 1944; don Aldemiro Corsi, parroco di Grassano (RE), assassinato nella sua canonica con la domestica Zefferina Corbelli da partigiani comunisti la notte del 21 settembre 1944; don Giuseppe Jemmi ucciso a Felina (RE) il 19 aprile 1945.
Scrive Berretta: «Erano colpevoli? E, se lo erano, meritavano di morire come sono stati uccisi, per giustizia sommaria, senza processo, talvolta "prelevati" e mai più ritrovati, tal altra seppelliti senza alcun funerale, fatti fuori anche vari mesi dopo la guerra sulla base di sospetti mai verificati, o anche di vendette personali fatte passare per motivi politici, diffamati in vita e ancor più in morte, perché più l'accusa era importante, più si sarebbe digerito il delitto? Non so, ciascuno giudichi. In me (che la guerra non ho vissuto) ha finito per prevalere la pietà per queste figure, tanto spesso innocenti o al massimo colpevoli quanto può esserlo qualunque uomo messo alle strette dalle circostanze della vita». (p. 14)
Da sinistra. Don Sperindio Bolognesi, parroco di Nismozza (RE), ucciso dai partigiani comunisti il 25 ottobre 1944;don Luigi Manfredi, parroco di Budrio (RE), fulminato nella sua canonica dai partigiani comunisti il 14 dicembre 1944 per aver deplorato gli eccessi a cui si abbandonavano nella zona i guerriglieri rossi; don Dante Mattioli, parroco di Coruzzo (RE), prelevato dai partigiani rossi la notte del''11 aprile 45 non fece più ritorno.
La dinamica delle uccisioni, ricostruita da parenti, amici e la loro volontà di ricordare le vittime, è sempre la medesima: il prete che viene chiamato fuori casa con l'inganno - in genere, chiedendo l'assistenza per un morente -; le intimidazioni e le minacce, nel più classico stile malavitoso, contro chi può aver visto o sentito troppo; il divieto addirittura di celebrare un funerale in forma pubblica; la diffamazione postuma della vittima - con netta preferenza per le «questioni di donne» -, per rendere - come dice Beretta stesso - più «digeribile» il delitto.L'ultimo prete ucciso per «motivi politici» è don Ugo Bardotti, pievano di Cevoli, nella diocesi di San Miniato in provincia di Pisa. Verso le ore 22 di domenica 4 febbraio 1951 tre persone bussano alla canonica e l'anziana zia del prete, che gli fa da perpetua, apre perché sente un cognome conosciuto in zona. Poi tre colpi di pistola: don Bardotti cade, ultima vittima di una malattia tremenda, l'odio, senza il quale, del resto, non possono sussistere le ideologie che hanno devastato il secolo appena trascorso.


La Grecia alla Germania: "Il prezzo della storia"


 Italia-Germani degli europei di calcio di questa estate è stata vista da più di qualcuno come la rivincita dei “poveri” sui “ricchi”, di chi a livello politico, subisce le prese di posizione altrui, di chi insomma per il proprio governo aveva scelto - citando un noto slogan della scorsa campagna elettorale - “la Germania giusta”. E lo spot provocatorio del PDL non è che un indizio di un sentimento diffuso, che vede la recente politica italiana diretta nientemeno da Berlino tramite il fidato Monti. E allora, per un popolo come il nostro, che perde una partita di calcio come se fosse una guerra - citazione di Winston Churchill -, una bella rivincita sul rettangolo verde è u8na gran bella soddisfazione. Chi invece fra i “poveri” d’Europa ha intenzione di prendersi una bella rivincita su Merkel & Co. sembra la Grecia, che ha comunicato nei giorni scorsi di avere l’intenzione di avanzare una richiesta da 162 miliardi di euro come risarcimento per l’occupazione nazista subita durante la Seconda Guerra Mondiale: la cifra è stata calcolata da una commissione segreta di “saggi” (almeno all’estero fanno qualcosa...), ed il governo di Atene non ha né smentito né confermato l’intenzione di rendere pubblico il risultato dei lavori. “La decisione se pubblicarlo sarà presa al massimo livello, e non è questo il momento di aprire un nuovo scontro con Berlino” fa sapere l’esecutivo ellenico. La cifra sembrerebbe essere data dalla somma di 108 miliardi dovuti alla ricostruzione postbellica e a 54 miliardi versati coattamente nelle casse degli invasori dopo l’occupazione tedesca del biennio 1942-1944.

Si tratta di un episodio che riapre un fascicolo della storia recente del nostro continente mai chiuso - o forse mai aperto - sicuramente per volontà ben precise, ovvero le responsabilità economiche della Seconda Guerra Mondiale. Nelle tavolo del trattato di pace di Parigi nel 1947 prevalse la volontà statunitense di non ripetere l’errore compiuto a Versailles alla fine della Grande Guerra, con cui la Germania fu condannata a pagare tali indennità di guerra e tali restrizioni politiche da far definire dagli storici questa pace “cartaginese”, per le condizioni eccessivamente dure e gravose inflitte agli sconfitti. E tuttavia la storiografia moderna ancora discute sull’eventuale leggerezza dei trattati del secondo dopoguerra, che obbligarono sì la Germania a riconoscere indennità a Israele, URSS, USA, Belgio e Francia, ma lasciarono il timore che si trattasse di cifre irrisorie dinanzi all’incommensurabile gravità delle azioni naziste. Rimane inoltre l’ulteriore lacuna storica sui risarcimenti mai riconosciuti da Germania ed Unione Sovietica nei confronti dei prigionieri di guerra costretti ai lavori forzati, manodopera preziosissima per la sopravvivenza e la crescita dell’economia dei due paesi. Di vicende simili l’Europa ne è piena, con protagonisti da una parte i tedeschi, dall’altra non solo americani, inglesi e francesi , ma anche noi italiani: due mesi fa il Tribunale dell’Aja ha creato un pericoloso precedente accogliendo il ricorso della Germani per interrompere il pagamento dei rimborsi tedeschi per la distruzione del paese di Civitella (provincia di Arezzo) con oltre 200 vittime. “Un tribunale penale non può condannare uno stato sovrano che gode dell’immunità prevista dal diritto internazionale” ha sentenziato l’Aja: l’Italia dunque non potrà mai più chieder risarcimenti alla Germania per i numerosissimi eccidi nazisti. La vicenda, nonostante risalga a 60 anni fa, è di strettissima attualità: si tratta di una storia ancora tutta da scrivere, che aspetta solo la volontà politica di essere scritta, perché l’Europa del domani non sia scritta solo con l’inchiostro tedesco.

Crisi di coraggio

Non v'è dubbio. La politica nostrana è in crisi. Una crisi profonda, che gli elettori hanno segnalato nelle elezioni di febbraio, da cui ancora non riusciamo a venirne a capo. Una crisi anche e soprattutto di immagine, ancor prima che di idee.
Da un lato Bersani, uomo politico, ma non stratega. Era sicuro del successo suo e del PD, ed ha lasciato perdere Berlusconi e Renzi, l'uomo che forse avrebbe chiarito la posizione del Cavaliere. Non scordiamoci che molti voti Bersani l'ha persi per Vendola, personaggio singolare: esclude le alleanze con Monti e Berlusconi, ma apre a Grillo. I delusi del PD sono comprensibili: i democratici non si rinnovano, continuano a riproporre le stesse facce, da D'Alema a Concia, dalla Bindi a Franceschini. Linfa nuova al partito l'ha data però Tabacci, del centro democratico, ma non ha avuto un gran successo.
Ma se a sinistra i problemi ci sono, a destra la situazione non è tutta rose e fiori. Il Pdl è consapevole di aver messo i bastoni tra le ruote a Bersani, ma non ha vinto. Senz'altro Berlusconi non ha fatto la figura che molti gli auguravano, anzi. E' riuscito a convincere ancora 1/3 degli italiani a votarlo. Ma molta della buona fama è andata persa. Molti nomi nuovi del partito non emergono perché associati subito all'immagine di Berlusconi. QUindi tornando al discorso iniziale di crisi d'immagine, è chiaro che qualcosa non va. Quest'anno poi abbiamo assistito al boom di Beppe Grillo, un comico-politico-populista, e anche parecchio ineducato. Complimenti però al suo MOVimento 5 stelle, che ha conquistato grandi fette di popolazione: i delusi da csx e cdx, i non votanti, molti giovani. A conferma della crisi politica che viviamo, anche su questo partito incombono problematiche pesanti. I grillini vivono da segregati, non possono parlare, scrivere, votare liberamente, insomma molto fa pensare ad una dittatura interna. Non ffacendo pesar troppo questo problema se ne presenta subito un altro. Quello delle idee. Sono tante, ma sembrano quasi un insieme di populistiche combinazioni, mischiate a dittatoriali operazioni(abolizione delle reti televisive non...allineate,ecc). E molte sono cose note della politica italiana.
Solo due righe sul centro. Una sconfitta meritata quella dei tiepidi. Con Monti per l'Italia raccoglie poco, pochissimo. Casini e Fini ancora meno. Forse è ora che dicano dove vogliono schierarsi. Anche qui, crisi d'idee, e poi la figura di Monti agli italiani non è piaciuta. Fatto sta che il nostro presidente Napolitano ha optato per una continuazione del governo Monti, fino a nuovo presidente, che in pienmo possesso dei poteri potrà decidere chi dovrà formare il nuovo governo. Per poi rischiare di dover andare a nuove elezioni. Insomma una crisi bella e buona. Da cui forse si uscirà solo ricordandosi del coraggio che ebbero DC e PC nell'allearsi, solo per il bene del paese. Per una volta via i colori, in alto il Tricolore. Forse così la politica potrà recuperare la faccia perduta troppo tempo fa. Gli italiani sarebbero disposti a dare fiducia ancora all'unica cosa che salva-che dovrebbe farlo-un paese dal baratro.

Verso il 96° Giro d'Italia - Il percorso


Si avvicina il Giro d'Italia, per ogni Italiano, la "festa di maggio". La Gazzetta del PAGO accompagnerà le settimane che precedono la 96° edizione con una rubrica dedicatala alla mitica corsa rosa, ogni mercoledì. I protagonisti del passato, tappe indimenticabili, ormai entrate nella leggenda, i pronostici per l'edizione 2013: tutto questo e soprattutto la passione per un evento che ha segnato la nostra storia e contribuito non poco alla formazione dell'identità culturale della nazione caratterizzerano questo piccolo spazio.
Nel numero di oggi, analizziamo il percorso molto originale di questa edizione.
Si partirà da Napoli il 4 maggio per concludersi il 26 a Brescia dopo 3.405,3 km e un solo sconfinamento, in Francia, per la 15/a tappa con traguardo sul Col du Galibier, classica cima del Tour de France. Sette arrivi in salita, tre tappe a cronometro (una a squadre, una individuale e una cronoscalata, per un totale di 92,4 km), sette per velocisti e quattro con percorsi vallonati. Ecco il menu lungo tre settimane del Giro d'Italia 2013, presentato allo Spazio Pelota a Milano davanti a Ryder Hesjedal, ultimo vincitore, Joaquin Rodriguez, Thomas De Gendt, Alberto Contador, Mark Cavendish, Vincenzo Nibali, Ivan Basso, Taylor Phinney, Rigoberto Uran, Elia Viviani, Moreno Moser, Damiano Cunego e molti altri.
Ischia, Firenze e Longarone. Stelvio e Gavia (nello stesso giorno), Tre Cime di Lavaredo, Vajont e tanto sud, come non accadeva dall'edizione del 2008, partita da Palermo. Manca la Sicilia, per il resto il gruppo dei corridori toccherà tutte le regioni del meridione scendendo da Napoli verso la Basilicata e la Calabria, per poi risalire lungo la dorsale adriatica pugliese, molisana e abruzzese. Poi la crono individuale da 55,5 km verso Saltara, dove Paolo Bettini conquistò il tricolore e dove gli specialisti della prova contro il tempo potrebbero scavare il solco necessario per affrontare l'ultima settimana con la chance di vittoria.
NOVITA' — Nel 2013 il Giro renderà omaggio alle vittime della tragedia del Vajont, a Giuseppe Verdi, nella tappa di Busseto, e al grande Gino Bartali con la San Sepolcro-Firenze, su alcune delle strade del Mondiale toscano. Il finale è straordinario nel suo condensato di cime storiche e novità assolute, come la cronoscalata della Polsa e la cronosquadre di Forio di Ischia, dove nel 1959 si svolse una prova individuale. Finale a Brescia, - traguardo dove hanno recentemente trionfato Cipollini (2002), Bettini (2006), Greipel (2010) dedicato ai velocisti, a differenza di quanto avvenuto nelle ultime edizioni.

Lettera aperta al presidente Moratti

Carissimo presidente Moratti,
le vicende della settimana scorsa e le Sue dichiarazioni in merito sono un'ottima occasione per condividere con Lei qualche semplice riflessione sul mondo del calcio, per noi una passione, per lei anche un affare.
Fra coloro che seguono il calcio si possono distinguere tre tipi di persone: il tifoso "occasionale", che segue al massimo la nazionale ai mondiali, il tifoso della domenica, quello che si limita a vedere le partite della propria squadra, ed i "tifosi sfegatati", che non perdono un solo articolo di giornale o servizio televisivo sui propri beniamini; se dovessimo fare una classifica di "competenza calcistica" delle suddette categorie di tifosi, il primo posto spetterebbe sicuramente al "tifoso sfegatato". E tuttavia esiste un'ulteriore categoria di persone che si interessano al gioco del calcio che ne sanno di gran lunga di più anche del più esperto tifoso sfegatato: si tratta di chi, come Lei, vive il mondo del calcio dall'interno, non solo come una passione che vive dei ritagli di tempo, ma come attività principale cui dedicare gran parte dlle proprie giornate. Alla luce di questa breve digressione mi pongo dunque un interrogativo: dopo le Sue dichiarazioni sulla buona fede della classe arbitrale alla quale purtroppo non riesce più a credere è sembrato come se Lei, uno dei presidenti in carica (salvo qualche saltuaria dimissione) da più tempo nella nostra Serie A, all'interno dell'ambiente calcio da quando è nato, avesse dimenticato improvvisamente la storia recente del calcio nostrano. Sicuri che si tratti di una fuorviante apparenza, vogliamo ricordare un "paio" di circostanze per chiarire meglio quanto appena scritto, senza voler peccare di tracotanza.
Correva l'anno 2007, l'allenatore dell'Inter era Roberto Mancini, alla guida della squadra per quella che sarebbe stata la sua ultima stagione sulla panchina nerazzurra prima di lasciare Milano per approdare, nel 2009, a Manchester. Il campionato inizia il 26 agosto: l'Inter è di scena in casa contro l'Udinese: dopo il gol di Stankovic dopo 9 minuti del primo tempo, i friuliano trovano il pareggio grazie all'autorete di Cordoba nei minuti finali della ripresa. Nella stessa giornata la Roma, che si sarebbe rivelata l'avversario principale dei nerazzurri, sbanca il Renzo Barbera di Palermo con i gol di Mexes ed Aquilani nei primi 22 minuti della partita. Il campionato finisce il 18 maggio, con l'Inter vittoriosa a Siena e la Roma fermata sull'1-1 a Catania. Lo scudetto va alla squadra di Moratti.
Fra il 26 agosto ed il 18 maggio tuttavia non sono solo state giocate 38 partite qualsiasi di calcio, ma si è svolto un campionato deciso più con le decisioni dei fischietti italiani che con i gol di Del Piero e Ibrahimovic: nell'intero campionato sono riscontrabili 21 incontri dell'Inter con dubbie decisioni arbitrali nel complesso favorevoli per i nerazzurri. Si tratta delle partite con Empoli, Livorno, Sampdoria, Reggina, Juventus, Lazio, Atalanta, Fiorentina, Torino, Milan, Siena, Parma, Juventus, e ancora Empoli, Catania, Sampdoria, Roma, Juventus, Reggina, Atalanta e Siena.
Un incredibilmente lungo elenco di partite condizionate dal'operato arbitrale che, se fosse vero anche solo per la metà, avrebbe potuto far gridare allo scandalo ben più dell'attuale situazione che La ha portata a dichiarazioni non solo catastrofiche e disfattiste, ma anche accusatorie nei confronti dell'Associazione Italiana Arbitri, che Le permette di lucrare sulla sua passione, perchè - sempre meglio ricordarlo - gli arbitri possono pure sbagliare, ma senza di loro non si può giocare.
Vogliamo dunque chiederLe, presidente, se all'epoca le capitò di dubitare della buona fede degli arbitri o si appellò solo ad una certa sudditanza psicologica: a nostro parere, qualunque sia la Sua risposta, sarebbe quantomeno coerente considerare l'ipotesi che la situazione che La ha portata ad esprimersi così duramente sull'operato di Gervasoni domenica scorsa e di tutti i suoi colleghi nelle precedenti giornate non possa asomigliare a quella di ormai 5 anni fa, perchè - si sa - di corsi e ricorsi storici gli anni ne son pieni.


Cordialmente,
un tifoso italiano