Messi-Barça: amore a vita?


Le agenzie di stampa battono in queste ore la notizia di un possibile prolungamento a vita del contratto di Lionel Messi con il Barcellona. Una notizia suggestiva, non c'è dubbio, e probabilmente anche piacevole per gli amanti del bel calcio: il numero 10 dell'Argentina con la camiceta blaugrana ha ottenuto tre palloni d'oro consecutivi eguagliando Le Roi Platini, il Barça ha riempito la bacheca con una serie infinita di trofei, fra cui due Champions League, cinque campionati spagnoli e due mondiali per club.
La squadra di Guardiola è riuscita ad esprimere per quattro anni un calcio stellare, diventato modello per molte squadre e canonizzato dalle vittorie oltre che della sua squadra anche della nazionale spagnola, la quale si è definitivamente imposta a livello mondiale con un'ossatura ed uno stile di gioco blaugrana.
Poter sperare di vedere Messi sempre con i colori con cui lo abbiamo visto sinora ci lascia davvero sperare di poter vedere ancora molto a lungo il calcio spettacolare che ci ha potuto mostrare in questi anni, sebbene potrebbe lasciarci per sempre l'eterno dubbio: Messi vincerebbe qualcosa in una squadra diversa dal Barcellona? Lui non ha mai mostrato alcuna insofferenza, né alcuna minima intenzione di lasciare il club blaugrana, il suo contratto scade nel 2016 e il suo ingaggio - di ben 10,5 milioni netti - non lo lascia insoddisfatto. Insomma, se la notizia del contratto a vita si rivelerà una bufala di mezza estate per riempire pagine di giornale, sono riusciti benissimo nel loro intento e abbiamo la speranza di vedere Messi dimostrare il suo valore con una maglia diversa da quella che lo ha visto crescere; se invece si trattasse di una notizia fondata, avremmo la conferma che la riconoscenza esiste anche nel mondo del calcio.

Katyn: la storia dei vinti - PARTE II

Rara immagine di un'esecuzione a Katyn

L'invasione nazista del giugno del 1941 della Polonia precedentemente occupata dai sovietici provoca un rovesciamento della situazione, obbligando l'URSS ad improvvisare alleanze improbabili: il 12 agosto 1941 venne autorizzata la costituzione di un esercito polacco in territorio sovietico comandato dal generale Wladislaw. Nel dicembre dello stesso anno il generale chiese un colloquio a Stalin per avere delucidazioni sulla scomparsa di tutti i suoi ufficiali e sottufficiali detenuti a Kozel'sk, Starobel'sk e Ostaskov; Stalin, sebbene avesse firmato egli stesso d'ordine della fucilazione il 5 giugno dell'anno precedente, si dichiara assolutamente ignaro della sorte dei soldati polacchi, arrivando ad ordinare a Berija di ritrovare immediatamente gli ufficiali scomparsi.
Nell'aprile del 1941 si era cominciata a spargere, sia in ambienti polacchi che in quelli nazisti, la voce del ritrovamento di migliaia di cadaveri nei pressi di Smolensk: quando l'insistenza delle notizie a riguardo si fecero soffocati per l'Unione Sovietica, Stalin seppe approfittare della situazione accusando il governo polacco, nella persona del generale Sikorski, di collusione con Adolf Hitler, comunicandolo con due identiche lettere a Churchill e Roosevelt.
La risposta alleata alle richieste polacche di conoscere finalmente la verità sono sintetizzate magistralmente nelle diplomatiche parole si Churchill al general Sikorsky: "I morti sono morti e non c'è nulla che possa farli tornare in vita. Dobbiamo sconfiggere Hitler e questo non è il momento per litigi e accuse".
La Polonia riuscì ad inviare una propria commissione medica sui luoghi dell'eccidio, i cui studi si conclusero con la datazione nel 1940: tali risultati vennero comunicati solo al governo britannico con un documento segretissimo in copia unica reso noto solo nel 1989. Sui resti dei cadaveri furono effettuate analisi anche da altre due commissioni mediche: una internazionale presieduta da uno svizzero ed una sovietica presieduta dal dottor Burdenko. La prima datò la strage - come la Croce Rossa polacca - nella primavera 1940; la seconda, dopo la rioccupazione della zona da parte dell'URSS, la collocano ben più tardi, nell'agosto-settembre 1941, periodo in cui la regione era sotto il controllo nazista.
Il governo sovietico sperò a lungo di essere assolto dall'accusa dal Tribunale di Norimberga, ma questi non si pronunciò, in quanto non si trattava di crimine nazista: sì trattava di fatto di un'accusa nei confronti dell'Unione Sovietica, che tuttavia la storiografia non ha mai voluto accogliere come tale.
Una fossa comune a Katyn
Nel 1990 Gorbaciov ammise parzialmente le responsabilità sovietiche circa altre stragi analoghe, ma questo accenno di collaborazione da parte della Russia è rimasto tale: dal 2004 il Politburo ha vietato l'accesso a 116 dei 173 fascicoli riguardanti quegli anni coprendoli con il segreto di stato. Ancora oggi non si sa né nomi né luoghi di sepoltura di un numero imprecisato di polacchi, sicuramente superiore ai 3 000 uomini.
Finché è esistita, l'Unione Sovietica ha sempre temuto che si facesse chiarezza su Katyn o quantomeno che se ne avesse memoria: nel gennaio 1989 un sacerdote che si era impegnato pubblicamente per una lapide in memoria dei religiosi, cristiani e non, morti nella strage venne assassinato dai servizi segreti del morente regime comunista.
Il già citato film Katyn di Andrzey Wajda, la cui sceneggiatura è stata scritta sulla base delle lettere dei prigionieri nei campi sovietici e sul diario della madre del regista che attese per anni il ritorno del marito e che è morta senza conoscere mai la verità, è stato candidato all'Oscar come miglior film straniero. A Berlino, Varsavia e addirittura a Mosca il film è stato visto da milioni di persone, riscuotendo un successo enorme e riuscendo a smuovendo diverse coscienze. In Italia invece non è stato proiettato se non in poche sale, subendo una delle più vergognose censure della nostra storia.

"Non possiamo dimenticare le vittime del terrore nazista e poi di quello staliniano. Ci inginocchiamo presso le loro tombe sconisciute, consapevoli che essi hanno pagato il prezzo speciale della nostra libertà. Hanno dato la forma definitiva a quella libertà. Ci inginocchiamo soprattutto presso le tombe di Katyn. La verità di Katyn è sempre presente nella nostra coscienza e non può essere cancellata dalla memoria dell'Europa."

Giovanni Paolo II, Roma, 25/XII/1993

Buon Ferragosto


La Gazzetta del PAGO, che oggi non pubblica in quanto giorno festivo, ricordandovi che domani vi aspetta con la seconda parte dell'articolo sull'eccidio di Katyn, vi porge i migliori auguri per la Solennità dell'Assunzione in Cielo della Beata Vergine Maria.

Una questione di buonsenso


Tutti noi abbiamo negli occhi la famosa immagine che affianca Gigi Buffon a Sulley Muntari davanti alla porta di San Siro, l'uno esaltante, l'altro intento a tirare fuori dalla porta un pallone che aveva varcato palesemente la fatidica linea.
Abbiamo tutti davanti agli occhi i titoli di giornale e i servizi televisivi sulla rivoluzione dell'introduzione dell'occhio di falco a partire dai prossimi Mondiali per Club.
Chi ha buona memoria ricorderà certamente quando, oramai tre anni orsono, la UEFA introdusse i cosiddetti "arbitri di porta", tra lo stupore generale e lo scetticismo di molti. Ricorderanno anche la rispettabile opinione allora esposta da Michelle Platini: "meglio altri due occhi umani piuttosto che una macchina".
Ricorderanno certamente tutti la piacevole partita di sabato a Pechino fra Juventus e Napoli, rovinata da una prestazione scadente della - oramai - cinquina arbitrale guidata da Mazzoleni. I giornali sono andati giù pesanti contro il direttore di gara ed i suoi assistenti, accusando di aver profanato il tempio dello spirito olimpico, teatro delle imprese di Bolt; De Laurentis è andato giù ancora più pesante, facendo disertare la premiazione prima e concedendosi sorridente ai giornalisti poi. Proprio davanti ai microfoni ha chiesto con molto garbo e rispetto dove avesse imparato il macedone l'assistente Stefani e chiedendo un po' di buon senso da parte della classe arbitrale.
Le parole del patron napoletano non hanno avuto risposta dai palazzi dell'AIA né da quelli della Lega, ma semplicemente dai fatti: se la classe arbitrale manca di buonsenso, dicasi la stessa cosa dell'intero mondo del calcio, in riferimento all'inutile quanto deleteria buffonata messa in scena da De Laurentis. Gli arbitri sono parte di questo magnifico gioco che è il calcio, al pari dei calciatori e degli allenatori; ma se un attaccante sbaglia un gol a porta vuota, o un portiere subisce un gol sotto le gambe, o un allenatore sbaglia la formazione della propria squadra, sono errori ammissibili, se l'arbitro sbaglia ad assegnare un rigore e l'assistente a segnalare un fuorigioco tutti riflettori vengono puntati su di loro e piovono condanne da ogni dove. Ecco cosa manca al nostro calcio: non il microchip nel pallone, non l'occhio di falco, non la moviola in campo, non il sesto ed il settimo arbitro, ma il buonsenso. Da parte di tutti.

Rivoluzione con l'oceano in mezzo


Gli eventi della seconda parte del 1700 e dei primi anni del secolo successivo sono di assoluta importanza per la storia dell’Europa e dell’America, a tal punto che oscilla in questo periodo la data spartiacque che divide l’età moderna da quella contemporanea: senza aver la pretesa di identificare questa data con l’anno della Rivoluzione Francese o del Congresso di Vienna o con la discesa di Napoleone in Italia, possiamo affermare senza timore di essere contraddetti che le due grandi rivoluzioni di fine Settecento possono sono a tutti gli effetti i primi eventi della Storia Contemporanea.
Difatti la Rivoluzione Francese e quella Americana non segnano soltanto il completo riassetto politico-sociale di una nazione e di la nascita di un’altra, ma contraddistinguono in maniera inequivocabile anche la nascita della cultura su cui fonda le basi la nostra società. In particolare le grande teorie politiche sviluppate in questi anni non poterono essere ignorate nei secoli successivi né in America né in Europa.
Allo stesso modo alla base della Rivoluzione Americana vi sono tesi ed idee di matrice innegabilmente europea, che nascono dalla vivacità e molteplicità intellettuale che caratterizzava il Vecchio Continente e non aveva possibilità di esistere oltre oceano; nonostante ciò l’intraprendenza delle tredici colonie e l’apertura intellettuale degli Americani portò ad una Rivoluzione che addirittura anticipasse quella che sconvolse la Francia, dove furono partorite tali idee: la Rivoluzione Americana inoltre, partendo da ideologie molto vicine a quelle che diedero il via a quella francese, giunge ad affermazioni di significato ben diverso, soprattutto in ambito politico.  Nell’ottobre del 1765 il Congresso di New York affermava “che ai fedeli sudditi di sua Maestà in queste colonie spettano tutti i diritti innati e tutte le libertà dei sudditi nati naturalmente nel regno di Gran Bretagna[1]. È dunque chiaro come il principio di diritti innegabili ai sudditi americani e l’ideale di uguaglianza canonizzato sotto la Bastiglia pochi decenni più tardi fosse già presente in America agli inizi della Rivoluzione Americana. Tuttavia l’assoluta novità di questa rivoluzione sta nell’ideale di rappresentanza politica, presente fino ad allora solo nel sistema politico inglese, che è sancito con forza nella dichiarazione dell’assemblea del Connecticut nel 1765: “Tutte le forme di governo legittimo derivano dal consenso del popolo. Ogni qualvolta i limiti [posti dal popolo] vengano oltrepassati, il popolo ha il diritto di riassumere direttamente l’esercizio di quell’autorità che aveva precedentemente delegato a determinati individui[2]. Questa deliberazione, ben più drastica di quella newyorkese, pone le radici ideologiche  nella teoria di “contratto sociale” già portato avanti da Hobbes e Locke fra XVI e XVII secolo, ma gli eventi della Rivoluzione Americana si propongono di dare attuazione pratica a principi teorici che in Europa erano rimati tali.
 Appare quindi scontata la reazione del Parlamento Inglese davanti a tali affermazioni di giustificazione teorica della Rivoluzione: “E si dichiari e stabilisca inoltre, in base all’autorità predetta, che tutte le deliberazioni, i voti, le ordinanze e i procedimenti [...], che neghino o contestino il potere e l’autorità del Parlamento di Gran Bretagna di emanare leggi e statuti sono nulle a tutti gli effetti”.[3] Quanto affermato nel primo congresso continentale americano nel 1774 a Filadelfia circa i diritti dei coloni conferma infine la vicinanza fra le due Rivoluzione prese in esame; alcune delle affermazioni pronunciate durante i lavori del Congresso sono rintracciabili anche nella Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, che, elaborato nel corso della Rivoluzione Francese, ha costituito uno dei più alti riconoscimenti della libertà e dignità umana: “il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali ed imprescrittibili dell’uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione[4] si afferma in quest’ultima, riaffermando ancora una volta quanto già sostenuto dal Congresso: “essi i coloni hanno diritto alla vita, alla libertà e alla proprietà: e che non hanno mai ceduto ad alcun potere esterno il diritto di disporre di queste senza il loro consenso[5].


[1] Dichiarazione del Congresso di New York, New York, 1765
[2] Dichiarazione dell’Assemblea del Connecticut, Connecticut, 1765
[3] Legge del Parlamento inglese, Londra, 1766
[4] Dichiarzione Universale dei diritti dell’uomo e del cittadino, art.2, Parigi, 1789
[5] Dichiarazione dei diritti, risoluzione 1, Filadelfia, 1774

Patti Lateranensi: le nozze senza amore tra il duce e il papa



Ci sposiamo senza amarci. Ci separeremo al più presto.” Così Don Primo Mazzolari, il profetico parroco di Bozzolo, commentò il Concordato firmato l’11 febbraio 1929 nel Palazzo Lateranense dal Duce d’Italia Benito Mussolini e dal Cardinal Segretario di Stato della Santa Sede Pietro Gasparri. Dopo quasi 60 anni dalla breccia di Porta Pia, la spinosa questione romana veniva risolta con il riconoscimento dello Stato Italiano da parte della Santa Sede. Questa, dal canto suo, al di là della conferma delle famose Guarentigie, dell’autonomia territoriale delle principali basiliche romane, di una congrua dello Stato Italiano al clero, ottenne che la Religione sarebbe stata fondamento e coronamento dell’Istruzione, in linea con le volontà di Pio XI al quale più che la questione romana, interessava la questione giovanile. Per il Santo Padre assicurarsi la formazione delle nuove generazioni, che il Fascismo avrebbe cresciuto come dei conquistatori, ben valeva il compromesso con un uomo quale Mussolini, come spiegò con la massima “pur di salvare un’anima, tratterei anche col diavolo”. Il duce, d’altro canto, aveva alle spalle una lunga carriera di anticlericale: oltre a non aver mai mostrato alcun accenno di Carità Cristiana, ateo furibondo, nato socialista, durante la Prima Guerra Mondiale aveva accolto irriverentemente la consacrazione dell’Esercito Italiano al Sacro Cuore. 
In gioventù Mussolini aveva scritto il romanzaccio impegnato “Claudia Particella, l’amante del cardinale” e nel programma di San Sepolcro non aveva omesso di proporre il c.d. “svaticanamento”: abolizione delle Guarentigie, confisca di tutti i beni ecclesiastici e gentile invito al Santo Padre di “sloggiare” ad Avignone. Poi lo scapestrato anarchico si accorse che in un’Italia in crisi valoriale, l’unica idea universale era quella della Chiesa: cancellò lo “svaticanamento” dal programma del PNF e in Parlamento nominò persino Dio, cosa mai avvenuta nel Parlamento del Regno, da sempre laico. Da Primo Ministro, fece rimettere il Crocifisso nei pubblici uffici e nelle scuole, varò una serie di norme filo-ecclesiali fino ad arrivare alla firma dei Patti quell’11 febbraio ’29. Certo una bella promozione per un tipo così passare da anticlericale convinto a “uomo della Provvidenza”, peccato che il papa non lo definì mai in questo modo, Pio XI, parlando il 13 febbraio del Concordato appena concluso con gli allievi dell’Università Cattolica disse: “E forse ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza Ci ha fatto incontrare (Mussolini nda); un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale, per gli uomini della quale tutte quelle leggi, tutti quegli ordinamenti, o piuttosto disordinamenti, […] erano altrettanti feticci brutti e deformi.” Dalle parole del pontefice si comprende che il Concordato, se matrimonio fu, lo fu d’interesse, certamente senza sentimento. Mussolini era alla ricerca di consensi, quelli dei cattolici, la Chiesa doveva garantirsi l’educazione della gioventù, allarmata dal tono militaresco dell’istruzione fascista; quale delle due parti fece il miglior affare era evidente: i Cattolici rimasero afascisti se non anti, come dimostra la loro partecipazione attiva alla Resistenza, la Chiesa, invece, si assicurò la fruttifera formazione della futura classe dirigente democristiana. Tuttavia anche a breve termine, il successo dell’abile diplomazia vaticana apparve così evidente che Mussolini, per paura di dimostrare di aver troppo concesso, nella primavera di quello stesso 1929 aprì il serratissimo scontro del dopo-Conciliazione tra il Fascismo e la Chiesa. Con il tono blasfemo, proprio dei suoi trascorsi socialisti, il duce definì il Cristianesimo “una delle tante sette generatesi nel clima rovente della Palestina” la quale, a suo dire, probabilmente si sarebbe spenta senza lasciare traccia di sé, se non fosse giunta a Roma, un’affermazione oltre che inesatta per il semplice dato storico che la Chiesa prima di arrivare a Roma già fioriva in Oriente, grazie alla testimonianza degli Apostoli, inaccettabile per il modo in cui riduceva la Verità Rivelata a una sètta paragonabile a quella degli Essèni. 
La risposta del papa che, legittimamente, attribuì il giudizio di Mussolini alla sua ignoranza, non si lasciò attendere. Il duce tornò alla carica ostentando gli attacchi squadristi all’Azione Cattolica e dichiarando di mantenere sotto controllo il clero secolare e regolare, quasi si trattasse di pericolosi delinquenti. Nel 1931, il papa rispose a Mussolini, che aveva fatto chiudere 5 mila circoli cattolici maschili e 10 mila femminili, con la scusa che fossero ritrovi di ex-popolari (scusa ridicola dato che si trattava di gruppi giovanili), con l’enciclica “Non abbiamo bisogno” (il cui titolo non può che risuonare come un’ironica allusione al motto del duce “Me ne frego”). Nel passo centrale di questa lettera la dottrina fascista veniva definita “una vera e propria statolatria pagana, in contrasto con i diritti soprannaturali della Chiesa...”. Mussolini minacciò rastrellamenti anticlericali ma poi accettò di riaprire i circoli chiusi. Tre anni dopo, le opere del filosofo di regime, Giovanni Gentile, il quale aveva cercato di rintracciare l’origine del patologico militarismo fascista nei Vangeli, vennero messe all’Indice: non era passato nemmeno un lustro, ma il Concordato della Conciliazione era ormai storia passata. In un momento nel quale il democratico Churchill in visita in Italia affermava “se fossi Italiano, penso che sarei fascista” e il buon Palmiro Togliatti si appellava ai fascisti come “ai fratelli in camicia nera”, la Chiesa era l’unica idea universale - per dirla con le parole di Mussolini - in contrasto ideologico totale con un regime, che si era lasciato battezzare vedendo nella Fede Cattolica, nulla più che uno dei prodotti nazionali, da valorizzare in tempo di autarchia. Dinanzi uno Stato totalitario, privo di libertà di pensiero e mosso dalle chimere della retorica mussoliniana, Pio XI scrisse “Io mi vergogno… Io non come papa ma come italiano mi vergogno! Il popolo italiano è diventato un branco di pecore stupide.”, un attacco mosso dallo stesso spirito con cui il papa definì ogni Cristiano, semita nella fede, a proposito delle leggi razziali, o si ritirò a Castelgandolfo in occasione della visita di Hitler a Roma nel maggio ’38 e dell’annessa apoteosi tributata dal regime a una croce (quella uncinata) nemica della croce di Cristo
La vetusta immagine di Pio XI, ritiratosi sdegnato a  Castelgandolfo, mentre, a Roma, il regime si autocelebrava nella vuota esteriorità delle sfilate della Morte, illustra chiaramente l’alterità tra Cristianesimo e Fascismo, mostrando che il Vangelo della Carità e della donazione incondizionata al prossimo non è conciliabile con la violenza insita in una dottrina squadrista: al massimo può trattare con essa, come farebbe col diavolo in persona, per strappargli qualche anima. 

Olimpiadi Azzurre - Settimana 2


Nella settimana della sconfitta azzurra più scottante, quella del doping di Schwazer, è doveroso concedere lo spazio che merita a chi si presenta alla sua ottava olimpiade con 47 primavere alle spalle e dopo aver chiuso quinta a tre decimi da una storica medaglia si concede sorridente ai microfoni dicendo: "È stato bello sognare insieme". Questa è Josefa Idem, questa è un'atleta straordinaria, da portare ad esempio per tutti coloro che dopo una prestazione deludente abbandonano il grande palcoscenico per "staccare un anno e fare quello che mi diverte" (ogni riferimento a persona o fatti realmente accaduti è puramente intenzionale...). 
Ieri pomeriggio è arrivata finalmente la prima medaglia del nuoto azzurro, con l'inaspettato bronzo di Martina Grimaldi nella 10 km, che addolcisce almeno un po' le delusioni del nuoto italiano oltremanica.
La scherma si conferma la regina delle Olimpiadi azzurre, con le sette medaglie all'attivo, con un invidiabile primato nel fioretto a squadre sia maschile che femminile, e nell'individuale femminile con il podio tricolore che rimarrà nella memoria di molti.
Rimane un piccolo grande rimpianto dopo questa settimana olimpica, e risponde al nome di Vanessa Ferrari, solo quarta nel corpo libero: prende la sua ennesima medaglia di legno e non riesce a trattenere le lacrime per una medaglia sfuggitale per soli 3 decimi per un cavillo del regolamento.
Fortunatamente ci pensa l'atletica a regalarvi qualche soddisfazione, con il meravoglioso bronzo di Fabrizio Donato nel salto triplo, che fa risuonare per la prima volta in terra inglese l'Inno di Mameli su un podio dello sport regina, l'atletica leggera; a Pechino avevamo raggiunto il podio con Schwazer e la Rigaudo nella marcia, ma nessun podio olimpico sul campo.
Che non fosse nemmeno pensabile avvicinare le 36 medaglie di Roma 1960 era dato per certo, ma non era nemmeno eccessivamente ottimistico pensare di raggiungere le 27 medaglie cinesi di quattro anni fa; arrivare a due giorni dalla conclusione dei giochi con una sola medaglia nel nuoto è davvero una delusione scottante, alla luce della considerazione delle soddisfazioni che questo sport ci ha dato negli ultimi anni e che, nonostante tutto, 19 medaglie rimangono comunque un discreto bottino.