Voltaire e il richiamo della fede

François-Marie Arouet, più noto con lo pseudonimo di Voltaire fu il peggior nemico che ebbe il Cristianesimo nel secolo XVIII: si era riproposto l'obiettivo dell’annientamento della Chiesa, di distruggere cioè da solo ciò che, reputava, fosse stato edificato da dodici uomini. Purtuttavia, Voltaire rimase sempre moralmente vicino all’insegnamento cattolico e alla legge naturale. Non potendosi esimere dall’uso della ragione (da buon profeta dei Lumi della Ratio), Voltaire finì per convertirsi. A riprova di ciò uno studio dello spagnolo Carlos Valverde: il tomo XII di una vecchia rivista francese, Corrispondance Littérairer, Philosophique et Critique (1753-1793) nel numero di aprile del 1778 (pagine 87-88), si incontra niente di meno che la professione di fede di M. Voltaire. Letteralmente dice così:
“Io, sottoscritto, dichiaro che avendo sofferto di un vomito di sangue quattro giorni fa, all’età di 84 anni e non essendo potuto andare in chiesa, il parroco di Saint Sulpice ha voluto aggiungere un’altra buona opera alle sue inviandomi a M. Gauthier, sacerdote. Io mi sono confessato con lui, e se Dio vuole, muoio nella santa religione cattolica nella quale sono nato, sperando dalla misericordia divina che si degnerà di perdonarmi tutte le mie mancanze, e che, se ho scandalizzato la Chiesa, chiedo perdono a Dio e a lei.
Firmato: Voltaire, il 2 marzo del 1778 nella casa del marchese di Villete, in presenza del signor abate Mignot, mio nipote e del signor marchese di Villevielle”. Firmano anche: l’abate Mignot, Villevielle. Si aggiunge: “dichiariamo la presente copia conforme all’originale, che è rimasto nelle mani del signor abate Gauthier, che abbiamo firmato, come firmiamo il presente certificato. In Parigi, il 27 maggio del 1778. L’abate Mignot, Villevielle”. Che la relazione possa stimarsi come autentica lo dimostrano altri documenti che si incontrano nel numero di giugno della medesima rivista, che non è per niente clericale certamente, perchè era pubblicata da Grimm, Diderot ed altri enciclopedisti.
Voltaire morì il 30 maggio del 1778. L’abate Mignot presenta al priore il consenso firmato dal parroco di Saint Sulpice e una copia (firmata anche dal parroco). Questo testo dimostra che Voltaire si era già convertito tre mesi prima di morire ma esiste un documento ancora più antico che, non solo anticipa la sua conversione (almeno il suo cambiamento nei confronti della religione) di diversi anni, ma dimostra anche che non fu né la paura della morte né la senilità a convertirlo. Il Cattolicesimo rimase per tutta la sua vita, un rifugio sicuro per Voltaire dall’intolleranza propria delle confessioni protestanti e dell’Islam.
Sua Santità Benedetto XIV
A riprova di ciò, il filosofo francese aveva imparato l‘Italiano perchè non solo era la lingua dell’amore, della poesia lirica e della cultura alta, ma anche e soprattutto la lingua corrente della curia vaticana. Non stupisce quindi che lo stesso autore francese, fra una lettera erotica e una richiesta di raccomandazioni -lungi da noi operare un giudizio morale su Voltaire, d’altronde si vuole mostrare solo che fu e si considerò sempre cattolico, non che fu un buon cattolico, quale nemmeno si riteneva come mostra il Trattato sulla Tolleranza - inaugurasse una fitta corrispondenza italiana con ecclesiastici di varia estrazione: il card. Passionei, già inquisitore a Malta; il card. Quirini, vescovo benedettino di Brescia e bibliotecario di Sua Santità; i gesuiti Boscovich e Jacquier, il camaldolese Calogerà, l’abate Sambuca, il futuro sovrintendente alla finanze pontificie Vergani e così via. Né stupirebbe che a un così accanito corrispondente di mezzo clero italiano potesse capitare di scrivere a due Papi. Nel 1761, quando è ormai riconosciuto patriarca antireligioso, tutt’a un tratto scrive a Clemente XIII gettandosi di nuovo “a j sacri piedi di sua beatitudine” in qualità di “gentiluomo della camera di sua maestà cristianissima”. La richiesta lascia basiti: lui e sua nipote, che nel frattempo è diventata la sua nuova concubina e alla quale non scrive più, “la supplican’umilmente di degnarsi di concedere loro alcune sante relliquie per l’altare della nuova chieza che Francesco di Voltaire edifica nel feudo di Ferney”. In una lettera parallela al card. Passionei Voltaire spiega: “Non domando un corpo santo. Sono indegno d’un tanto onore, basta per me un dito, un capelo”. Le ragioni per convincere il Papa sono ancora più scioccanti. La tenuta di Ferney si trova “nella vicinanza della herezia”, ossia a due passi dalla Ginevra calvinista, e Voltaire ritiene “che sia convenevole di spiegare tutti i segni della fede in faccia de gli inimici”. Non si sa se le reliquie arrivassero o meno a destinazione; ma la chiesa di Ferney venne allestita, col proclama DEO EREXIT VOLTAIRE sul frontone, e fu una parrocchia cattolica nella quale Voltaire di tanto in tanto prese anche la comunione con grande scandalo degli astanti.
Nel 1745 Voltaire era in procinto di far pubblicare la tragedia Il Fanatismo, ovvero Maometto profeta, che oggi non gli guadagnerebbe parecchi fan fra i sostenitori del multiculturalismo. Per quanto sia valida la lettura obliqua del Maometto come critica a certi eccessi politici del Cattolicesimo, si tende a dimenticare facilmente che resta innanzitutto il ritratto poco lusinghiero di un profeta che “semina fanatismo e sedizione, e conduce la sua armata nel nome di un Dio terribile”. Voltaire intuisce che può avere in Benedetto XIV, già cardinal Prospero Lambertini, un alleato prezioso per la sua brillantissima cultura. Spedisce allora un abate, amico di un’amica della sua concubina M.me du Châtelet, a esplorare personalmente in Vaticano la propensione del Papa nei suoi confronti.
Scrive da Parigi il 17 agosto:«Vostra Santità perdoni la libertà presa da uno dei peggiori fedeli, anche se ammiratore zelante della virtù, di presentare al capo della vera religione questo componimento, scritto in opposizione al fondatore di una setta falsa e barbara. A chi avrei potuto con più decoro inscrivere una satira sulla crudeltà e gli errori di un falso profeta, che al vicario e rappresentante di un Dio di verità e di misericordia? Vostra Santità, pertanto, datemi il permesso di porre ai vostri piedi, sia il pezzo e l’autore della stessa, e umilmente a chiedere la protezione dell’uno, e la sua benedizione dell’altro, nella speranza di ciò, con il rispetto più profondo, le bacio i suoi sacri piedi».
L’esito è glorioso: Benedetto XIV fa arrivare a Voltaire dei medaglioni con la propria immagine che diventano il pretesto per una breve e un po’ surreale corrispondenza. A metà agosto 1745 Voltaire può infatti scrivere a Benedetto XIV, sempre nel suo Italiano immaginario, dichiarando di aver «ricevuto co i sensi della piu profonda venerazione e della gratitudine piu viva, j Sacri medaglioni di quali la vostra Santita s’e degnata honorar mi». S’inventa su due piedi di avere appesa «nel mio cabinetto una stampa di vostra Beatitudine» e domanda «al cielo che Vostra Santità sia tardissimamente ricevuta tra quegli Santi dei quali ella con si gran fatica e successo, ha investigato la canonizatione».
Si legge nei ringranziamenti per i medaglioni: «Le sembianze di Vostra Eccellenza non sono meglio espresse sulla medaglia che è stato così gentile da mandarmi, quanto lo sono le sembianze del suo pensiero nella lettera con la quale mi avete onorato: mi permetta di porre ai vostri piedi la mia riconoscenza sincera. Nella letteratura, come pure in materia di maggiore importanza, la sua infallibilità non è in contestazione: Vostra Eccellenza è molto più esperto in lingua latina del francese che si degnò di correggere. Io sono davvero stupito di come si poteva così facilmente appellarsi a Virgilio: i papi sono stati sempre classificati come i sovrani più dotti, ma tra loro credo non ci sia mai stato uno in cui tanto apprendimento e buongusto furono uniti. [...] Non posso fare a meno di considerare questo versetto come un felice presagio dei favori conferitemi da Vostra Eccellenza. Così Roma avrebbe acclamato quando Benedetto XIV è stato eletto Papa. Con il massimo rispetto e la gratitudine bacio i suoi piedi sacri, ecc».
Riguardo invece la lettera del papa di cui questa citazione è la risposta, risulta che nell’archivio vaticano il Papa risponde sì a Voltaire, ma non fa menzione del Maometto, mentre la copia in possesso di Voltaire parla espressamente de «la sua bellissima Tragedia di Mahomet, la quale leggemmo con sommo piacere». È ragionevole pensare che la smania per ottenere l’appoggio papale avesse spinto Voltaire a farsi ricopiare in bella grafia la lettera pontificia con le migliorie che riteneva necessarie alla propria gloria. Fatto sta che tanto la bella copia quanto il brogliaccio riportano il tradizionale congedo del Papa: «ed intanto restiamo col dare a lei l’apostolica Benedizione». 
Medaglie di Benedetto XIV
Si può rimestare nel torbido finché si vuole ma il dato di fatto è incontestabile: Voltaire s’è inginocchiato, il Papa l’ha benedetto, con buona pace di coloro che ritengono e scrivono sulla famigerata enciclopedia online Wikipedia, troppo spesso faziosa, foriera di relativismo nonché di falsità, che il filosofo francese avesse mandato lo scritto al papa per ironia. Questo processo alle intenzioni con cui i è ridicolo: per non fare della storia un’opinione, anziché una scienza, occorre limitarsi ad una sana attinenza al dato, dando delle interpretazioni tenenti conto delle giuste componenti e non di vuote supposizioni indimostrabili. Questi sono i fatti: Voltaire, che da piccolo era stato educato dai gesuiti, non abbracciò mai il protestantesimo pur avendo vissuto in Inghilterra e in Svizzera, scrisse volentieri a Papi e cardinali, attorno al suo cadavere si levarono i vespri funebri dell’abate di Scellières, e venne seppellito con messa solenne grazie ai buoni uffici di un nipote reverendo. È più che sufficiente a giustificare il sospiro che si lascia sfuggire nel Trattato sulla Tolleranza: «Grazie a Dio, sono un buon cattolico».


Che cosa è la filosofia?

“Nel tempo reale, nella storia, ogni volta che un uomo si trova di fronte a più alternative opta per una di esse ed elimina e perde le altre; non è così nell’ambiguo tempo dell’arte, che assomiglia a quello della speranza o a quello dell’oblio”.

(Jorge Louis Borges, Nove saggi danteschi)

L’ambiguo tempo dell’arte di cui parla Borges, grande maestro della parola, è lo stesso ambiguo tempo della filosofia. Come l’artista, infatti, il filosofo può permettersi il raro lusso di non aver paura della scelta.

Nel mondo del pensiero, così irreale eppure così umano, le alternative si pongono ma non si escludono vicendevolmente. Esse si ripresentano sempre, si scartano e si ricompongono, senza che la scure del tempo si possa mai abbattere una volta per tutte su di loro.

La scelta è per essenza discernimento, divisione, esclusione ma nella filosofia essa diventa pluralità, contemporaneità, riproposizione. La filosofia pone domande, cerca risposte e, inevitabilmente, discerne. Ma nel suo discernimento c’è sempre una possibilità di revisione, di ritorno, di ripensamento, di riabilitazione, privilegi che raramente il “tempo reale” è in grado di concedere all’uomo.

Possibilità di ri-fare, di ri-pensare, di ri-agire e di reagire. Ecco cosa l’artista ed il filosofo trovano entusiasmante e profondamente consolatorio nelle loro vite: l’opportunità di non perdere mai nulla, la possibilità costante della ripresa.

Il tempo della filosofia è ambiguo proprio perché non coincide con il tempo della scelta. La scelta porta inevitabilmente verso l’unicità senza ritorno; l’ambiguità, invece, conduce sempre verso il doppio, il plurale, l’infinitamente possibile.

Il tempo della filosofia è quello della speranza; il tempo in cui con la sola forza della ragione si possono creare mondi ed in un attimo accade di vederli distrutti senza per questo smarrire l’impulso a ricostruirli, mai del tutto diversi.

Il tempo della filosofia è quello dell’oblio perché tutto si ripresenta, perché tutti i corni del dilemma possono sempre, di punto in bianco, tornare ad interrogare. Anche i più grandi sistemi di pensiero, le più ardite e sottili architetture della Scolastica, sottendono la cifra del ritorno, del ripensamento, del riciclo concettuale.

La filosofia, dunque, non elimina nulla definitivamente e, in fondo, non perde mai.

Il privilegio di essere immuni dalla crudeltà della scelta, però, non toglie al filosofo l’onere e la vocazione alla ricerca costante della verità. La speranza, il tempo filosofico per eccellenza, è sempre speranza di soluzione, di risoluzione. E l’oblio, volto più oscuro ed inquietante del binomio filosofico, rappresenta in realtà quell’infinito covo di idee senza le quali la ricerca non potrebbe andare avanti perché sarebbe ogni volta costretta ad iniziare daccapo.

Ripensamento, ambiguità, speranza, oblio, verità… un timido tentativo di definire la Filosofia.

Seconda prova di maturità classica: Omero maestro di retorica, Quintiliano

TESTO

Igitur, ut Aratus ab Iove incipiendum putat, ita nos rite coepturi ab Homero videmur. Hic enim, quem ad modum ex Oceano dicit ipse amnium fontiumque cursus initium capere, omnibus eloquentiae partibus exemplum et ortum dedit. hunc nemo in magnis rebus sublimitate, in parvis proprietate superaverit. Idem laetus ac pressus, iucundus et gravis, tum copia tum brevitate mirabilis, nec poetica modo sed oratoria virtute eminentissimus. XLVII. Nam ut de laudibus exhortationibus consolationibus taceam, nonne vel nonus liber, quo missa ad Achillem legatio continetur, vel in primo inter duces illa contentio vel dictae in secundo sententiae omnis litium atque consiliorum explicant artes? XLVIII. Adfectus quidem vel illos mites vel hos concitatos nemo erit tam indoctus qui non in sua potestate hunc auctorem habuisse fateatur. Age vero, non utriusque operis ingressu in paucissimis versibus legem prohoemiorum non dico servavit, sed constituit? Nam et benivolum auditorem invocatione dearum quas praesidere vatibus creditum est et intentum proposita rerum magnitudine et docilem summa celeriter comprensa facit. Narrare vero quis brevius quam qui mortem nuntiat Patrocli, quis significantius potest quam qui curetum Aetolorumque proelium exponit?

TRADUZIONE
Ma ora passo in esame i generi stessi di lettura, che, a mio parere, più degli altri si convengono a chi si sforza di diventare oratore. Dunque, come Arato pensa che da Giove ogni principio trar si convenga, così a noi pare di dover prendere le mosse ragionevolmente da Omero. Perché questi, come da sé stesso dichiara che fiumi e fonti nascono dall’Oceano, così diede esempi e origine a tutte le parti dell’eloquenza. E nessuno può superarlo per sublimità nelle cose grandi e per proprietà nelle piccole. Egli è poeta, che può essere copioso e sobrio, gradevole e grave, meraviglioso ora per ricchezza ora per concisione di stile ed altissimo non solo per virtù poetica, ma anche per virtù oratoria. Infatti, per tacere delle lodi, delle parenesi, delle consolatorie, forse che nel nono libro, quello cioè dell’ambasceria ad Achille, o nel primo, che tratta della celebre contesa tra i capi, o nei pensieri del secondo non sono comprese e sviluppate tutte le arti dell’eloquenza forense e deliberativa? Certo, quanto agli affetti smorzati e a quelli concitati, non ci sarà alcuno così ignorante, da non ammettere che questo scrittore li abbia maneggiati da padrone. Ma suvvia! All’inizio di ambedue i poemi, non ha egli non dico rispettato, ma creato la legge degli esordi limitati a pochissimi versi? In sostanza, egli si rende benevolo chi ascolta, invocando le divinità credute protettrici dei poeti, ne suscita l’interesse col porgli innanzi la grandiosità dei fatti e lo rende ben disposto a seguirlo, comprendendo in poche parole la trama generale. E chi saprebbe raccontare con maggior concisione di quanto non fa il messaggero della morte di Patroclo, chi con più evidenza di colui che racconta la battaglia tra Cureti ed Etoli?

Traduzione tratta da Marco Fabio Quintiliano, L’istituzione oratoria, a cura di Rino Faranda, Torino, UTET, 1968, vol. II, p. 40

Troppi processi uccidono la rivoluzione



C'era l'invenzione che Grillo fosse una sorta di Bertoldo, uno che grazie alla sua vis comica sapeva spargere buon senso nelle teste coronate, come un picaro, un Don Chisciotte, male che vada l'ultimo dei Masaniello. Poi sono cominciati i processi. Fateci caso. È ormai questa la parola che ricorre di più nel melodramma dei cinquestelle. Processi. Processi a chi va in tv. Processi a chi parla troppo. Processi per chi ha perso la coscienza, chi critica il leader, chi si discosta dal guru, chi si perde la diaria, chi non è a cinquestelle, chi è troppo ambizioso, chi dice la sua, chi si perde nell'io e rinnega il noi, chi sta al Senato, chi è già troppo vecchio, chi vive in Sicilia, chi torna in Emilia, chi ha troppi master, chi è troppo bella.
È così che la democrazia diretta ha rimostrato il suo vecchio volto. Non c'è nulla da fare. Uno vale uno è la parola d'ordine e poi una alla volta le teste cominciano a cadere. Il buon Bertoldo getta la maschera e mostra il volto di Savonarola, con l'indice puntato e la rabbia di chi pretende di rieducare il prossimo. Quando poi il prossimo tentenna nel farsi rieducare cominciano i processi. È un attimo. Lo scenario si trasforma. La piazza, aperta, luminosa, non è più un'agorà, ma si fa scura, si chiude, lungo l'orizzonte qualcuno mette dei panni neri, e appare il tribunale. I cittadini sono improvvisamente giurati e il capocomico ha la toga, il ventre grasso da Balanzone e un martelletto per gridare tutto il suo potere. Chi dissente è perduto. La rivoluzione come al solito mangia i suoi figli.
Magari lo avete notato. Ormai quando si parla di grillini tornano certe parole lontane. Ortodossi contro deviazionisti, apocalittici contro integrati, lealisti e dissidenti, chi espelle e chi viene espulso e «la cittadina Gambaro deve spiegare perché ha voluto esprimere le sue critiche in pubblico, danneggiando il movimento». Il problema non è la questione politica. Grillo e Casaleggio vogliono difendere la loro creatura dalla sirene di Bersani. Non si fidano di chi vuole accomodarsi in qualche poltrona confidando nell'elemosina del Pd. Non vogliono che i loro parlamentari siano oggetto di scouting, un modo per dividere i buoni dai cattivi. Quelli buoni per il Pd e quelli da scartare. Tutto comprensibile. È il resto che non funziona. È quell'idea che la democrazia vera sia quella di piazza, e non importa che in questo caso sia una piazza virtuale. È il vizio culturale di chi pretende di considerare la sua parte il tutto. È qui che naufragano i cinquestelle. Ogni volta che dicono «gli italiani pensano, gli italiani vogliono, gli italiani chiedono». Gli italiani processano. Ma questo (ancora) non è un paese per forche e ghigliottine.

Il martirio di Focherini, una lezione di carità


La Piazza dei Martiri di Carpi ricorda un eccidio compiuto dai nazifascisti. Ieri questa bella piazza ha visto salire all’onore degli altari un martire cristiano, Odoardo Focherini, portato alla morte dallo stesso potere pagano. È il «primo giornalista italiano a diventare beato» ha ricordato il cardinale Angelo Amato, che ha presieduto il rito, sottolineando come papa Francesco lo additi alla Chiesa come «esemplare testimone del Vangelo», che «non esitò ad anteporre il bene dei fratelli all’offerta della propria vita».
Sono in migliaia sotto un sole finalmente estivo, e quindi cocente, ad assistere con entusiasmo alla cerimonia. Concelebrano un centinaio di sacerdoti e una ventina di vescovi. Tra questi ultimi il vescovo di Palestrina Domenico Sigalini, assistente ecclesiastico dell’Azione cattolica, e gli arcivescovi di Modena-Nonantola Antonio Lanfranchi, di Ravenna-Cervia Lorenzo Ghizzoni e di Trento Luigi Bressan. E sono molti i fedeli venuti proprio dalla diocesi di san Vigilio, di cui era originaria la famiglia Focherini, per assistere al rito.

Il postulatore padre Giovangiuseppe Califano ricorda la biografia del nuovo beato: appena 37 anni di vita vissuta intensamente, la famiglia (ebbe sette figli e una cinquantina di discendenti sono in piazza), il lavoro come assicuratore, l’impegno all’Avvenire d’Italia, l’apostolato nell’Azione cattolica di cui fu presidente diocesano, la protezione dei perseguitati politici e degli ebrei in particolare che gli sarebbe costata l’invio al campo di concentramento e il martirio.

Il cardinale Amato, che è prefetto della Congregazione delle cause dei santi, ed è in questa veste che presiede alla cerimonia, legge la lettera apostolica con cui papa Francesco iscrive «nel numero dei beati», come dice la formula, Odoardo Focherini. Significativamente il porporato consegna copia della Lettera papale anche a due laici: al direttore di Avvenire Marco Tarquinio e al presidente dell’Azione cattolica italiana Franco Miano.

Nella sua omelia il cardinale Amato ricorda «la difesa generosa degli ebrei perseguitati operata dal Focherini», evidenza la «lezione della carità» che ci lascia col suo martirio, e indica l’esempio «della sua coerenza alla fede battesimale e al fondamentale codice umano-divino del decalogo». A questo proposito il porporato auspica che «la nostra patria, nel confuso stradario contemporaneo» ritrovi «la via retta del vivere fraterno, operoso, solidale» testimoniata dal nuovo beato. Il cardinale sottolinea poi come «i cristiani anche oggi, soffrono persecuzione, non solo culturale, ma fisica», tanto che «in alcune nazioni europee spesso vivono in un clima di intolleranza, subendo insulti, minacce, discriminazioni sul lavoro e nei luoghi pubblici». Inoltre «ancora oggi, in moltissime regioni del mondo i cristiani non solo non sono protetti ma mancano di libertà religiosa, di libertà di coscienza e spesso vengono costretti con forza a rinnegare la propria fede». Ecco quindi «il valore della testimonianza cristiana» del beato Focherini, «difensore dei fratelli perseguitati e quindi difensore della vera umanità».

Le parole del cardinale vengono accolte con attenzione, anche dalle molte autorità presenti. Ci sono i sindaci della diocesi e l’assessore regionale Gian Carlo Muzzarelli, in rappresentanza del governatore dell’Emilia Romagna Vasco Errani.

Infine prende la parola il vescovo di Carpi, Francesco Cavina, che manifesta la «viva riconoscenza» della diocesi per papa Francesco, rappresentato secondo le norme dal cardinale Amato, e anche per il «Papa emerito Benedetto XVI, che ha riconosciuto il martirio di Odoardo Focherini e che è rimasto particolarmente colpito dalla vicenda umana, professionale e cristiana del nostro martire». «Il beato Odoardo – ha poi aggiunto il presule – ci darà il coraggio e la forza necessari per continuare nell’opera di ricostruzione spirituale e materiale delle nostre terre». È un giorno di grande festa, ma a Carpi c’è ancora molto da ricostruire dopo il terribile terremoto di un anno fa. Lo testimoniano, mute, le tantissime chiese ancora distrutte. E monsignor Cavina ha voluto, con delicatezza, ricordarlo.

Regola 12: falli e scorrettezze

I falli e le scorrettezze devono essere puniti come segue:

Calcio di punizione diretto
Un calcio di punizione diretto è accordato alla squadra avversaria se un calciatore commette una delle sette infrazioni seguenti in un modo considerato dall’arbitro negligente, imprudente o con vigoria sproporzionata:
• dà o tenta di dare un calcio ad un avversario;
• fa o tenta di fare uno sgambetto ad un avversario;
• salta su un avversario;
• carica un avversario;
• colpisce o tenta di colpire un avversario;
• spinge un avversario;
• effettua un tackle su un avversario.

Un calcio di punizione diretto è parimenti accordato alla squadra avversaria del calciatore che commette una delle tre infrazioni seguenti:
• trattiene un avversario;
• sputa contro un avversario;
• tocca volontariamente il pallone con le mani (ad eccezione del portiere nella 
propria area di rigore).

Il calcio di punizione diretto deve essere eseguito dal punto in cui l’infrazione è stata commessa (vedi Regola 13 – Punto di esecuzione del calcio di punizione).

Calcio di rigore
Un calcio di rigore è accordato se una di queste dieci infrazioni è commessa da un calciatore all’interno della propria area di rigore, indipendentemente dalla posizione del pallone, purché lo stesso sia in gioco.

Calcio di punizione indiretto
Un calcio di punizione indiretto è accordato alla squadra avversaria se un portiere, all’interno della propria area di rigore, commette una delle quattro infrazioni seguenti:
• controlla il pallone con le mani per più di sei secondi prima di spossessarsene;
• tocca di nuovo il pallone con le mani, dopo essersene spossessato e prima che lo stesso sia stato toccato da un altro calciatore;
• tocca con le mani il pallone dopo che è stato volontariamente calciato verso di lui da un compagno di squadra;
• tocca con le mani il pallone dopo averlo ricevuto direttamente da un compagno di squadra su rimessa dalla linea laterale.
Un calcio di punizione indiretto è parimenti accordato alla squadra avversaria se un calciatore, a giudizio dell’arbitro:
• gioca in modo pericoloso;
• ostacola la progressione di un avversario (senza contatto fisico);
• impedisce al portiere di liberarsi del pallone che ha tra le mani;
• commette qualunque altra infrazione non prima menzionata nella Regola 12, per la quale la gara è stata interrotta per ammonire od espellere un calciatore.

Il calcio di punizione indiretto deve essere eseguito dal punto in cui l’infrazione è 
stata commessa (vedi Regola 13 – Punto di esecuzione del calcio di punizione).

Sanzioni disciplinari
Il cartellino giallo è usato per comunicare che un calciatore titolare, di riserva o sostituito è stato ammonito.
Il cartellino rosso è usato per comunicare che un calciatore titolare, di riserva o sostituito è stato espulso.
Il cartellino rosso o giallo può essere mostrato soltanto ad un calciatore titolare, di riserva o sostituito.
L’arbitro ha l’autorità di assumere sanzioni disciplinari dal momento in cui entra sul terreno di gioco fino al momento in cui lo abbandona dopo il fischio finale. Un calciatore che si trova sul terreno di gioco o al di fuori dello stesso e commette un’infrazione punibile con un’ammonizione o un’espulsione nei riguardi di un avversario, di un compagno, dell’arbitro, di un assistente o di qualunque altra persona, deve essere punito in conformità alla natura dell’infrazione commessa.

Infrazioni passibili di ammonizione
Un calciatore titolare deve essere ammonito, mostrandogli il cartellino giallo, se commette una delle sette infrazioni seguenti:
1) è colpevole di un comportamento antisportivo;
2) protesta con parole o gesti nei confronti degli ufficiali di gara;
3) infrange ripetutamente le Regole del Gioco;
4) ritarda la ripresa del gioco;
5) non rispetta la distanza prescritta durante l’esecuzione di un calcio d’angolo, di un calcio di punizione o di una rimessa dalla linea laterale;
6) entra o rientra sul terreno di gioco senza la preventiva autorizzazione dell’arbitro;
7) esce volontariamente dal terreno di gioco senza la preventiva autorizzazione dell’arbitro.

Un calciatore di riserva o sostituito deve essere ammonito, mostrandogli il cartellino giallo, se commette una delle tre infrazioni seguenti:
1) si rende colpevole di un comportamento antisportivo;
2) protesta con parole o gesti nei confronti degli ufficiali di gara;
3) ritarda la ripresa del gioco.

Infrazioni passibili di espulsione
Un calciatore titolare, di riserva o sostituito deve essere espulso se commette una delle sette infrazioni seguenti:
1) è colpevole di un grave fallo di gioco;
2) è colpevole di condotta violenta;
3) sputa contro un avversario o qualsiasi altra persona;
4) impedisce alla squadra avversaria la segnatura di una rete o un’evidente opportunità di segnare una rete, toccando volontariamente il pallone con le mani (ciò non si applica al portiere dentro la propria area di rigore);
5) impedisce un’evidente opportunità di segnare una rete ad un avversario che si dirige verso la porta, commettendo un’infrazione punibile con un calcio di punizione o di rigore;
6) usa un linguaggio o fa dei gesti offensivi, ingiuriosi o minacciosi;
7) riceve una seconda ammonizione nella medesima gara.
Un calciatore titolare, di riserva o sostituito che è stato espulso deve abbandonare il recinto di gioco.

Il Riduzionismo in Filosofia della Biologia

Il dibattito sul riduzionismo è una componente preponderante della filosofia della biologia: esso si configura come una tesi ontologica, metodologica ed epistemologica.

Il riduzionismo ontologico è un’affermazione sulla realtà in base alla quale tutto ciò che esiste è nient’altro che un insieme di entità descrivibili in termini fisici. Tale concezione si radica nel fisicalismo,o tesi della completezza della fisica, tesi secondo la quale la fisica dei costituenti ultimi dell’universo esaurisce tutta la verità sul mondo. In biologia, il fisicalismo significa che ogni sistema biologico (organismo), per quanto complesso, è costituito solamente da un insieme di entità fisiche. Esso si avvale della nozione di sopravvenienza: per sostenere che un organismo è un oggetto fisico bisogna affermare che le sue proprietà biologiche sopravvengono su quelle fisiche. Secondo la definizione di sopravvenienza, P sopravviene su Q quando le proprietà di Q determinano P, ma non viceversa; ciò equivale a dire che due oggetti fisicamente identici devono avere le stesse proprietà biologiche ma, naturalmente, due oggetti con le stesse proprietà biologiche possono differire quanto alla loro costituzione fisica. La sopravvenienza è necessaria affinché si possa parlare di fisicalismo ma non è sufficiente per consentire la possibilità di una riduzione.

Il riduzionismo epistemologico – di cui quello ontologico è condizione necessaria ma non sufficiente – concerne la riduzione di un dominio scientifico ad un altro; esso si basa sull’idea che ridurre significa derivare le leggi ad un livello superiore dalle leggi che governano il livello inferiore. Secondo il riduzionismo epistemologico, teorie e leggi in un determinato ambito scientifico non sono altro che casi particolari di teorie e leggi formulate in settori scientifici diversi e più essenziali. Alla base di questa concezione riduzionista troviamo la tesi della gerarchia delle scienze, basata a sua volta su una concezione gerarchica della natura: alla base della realtà vi sarebbero le particelle elementari, seguite da atomi, molecole, cellule, esseri viventi multicellulari e gruppi sociali. Diretta conseguenza del fisicalismo, questa gerarchia delle entità riflette, a sua volta, la gerarchia delle rispettive scienze: la biologia sarebbe derivabile dalla biologia molecolare la quale sarebbe a sua volta derivabile dalla chimica e, questa, dalla fisica. In tal modo, si legittima la possibilità di una riduzione di tutte le scienze alla fisica, negandone l’esistenza come discipline autonome. Il riduzionismo epistemologico può anche essere espresso attraverso la relazione logica tra teorie: concependo le teorie come sistemi di enunciati esplicitamente formulati, un riduzionista epistemologico sostiene che ridurre una teoria T2ad una teoria T1 significa dedurre gli enunciati di T2 da quelli di T1. Nell’ambito della biologia, il riduzionismo epistemologico si traduce nell’idea che le verità della biologia debbano essere radicate in teorie fisiche in grado di correggerle e rafforzarle, renderle più accurate e complete. Le verità della biologia, quindi, discendono dalla fisica e devono essere ad essa riducibili; quando ciò non accade, è solo a causa dei nostri limiti cognitivi-computazionali.

Veniamo, infine, al terzo significato di riduzionismo: il riduzionismo metodologico. Anch’esso è di stampo analitico e sostiene che qualunque insieme possa essere scomposto in parti e che le proprietà delle parti singolarmente prese siano sufficienti a dar conto delle proprietà dell’insieme. Un riduzionismo così inteso sarebbe parte di un paradigma meccanicista, paradigma nel quale l’universo è assimilato ad una macchina il cui comportamento è comprensibile attraverso lo studio delle parti. Secondo il riduzionismo metodologico, quindi, il modo più fruttuoso di indagare un fenomeno è guardare ai suoi costituenti ultimi. In biologia, ciò significa che, per quanto un organismo possa essere complesso, lo studio dei suoi costituenti microscopici sarà sufficiente a garantirne una spiegazione completa. La migliore spiegazione di qualunque fenomeno biologico sarà quindi quella che ne rivela i fenomeni chimici e fisici sottesi. Il successo della biologia molecolare nello scoprire le basi dei processi genetici fondamentali e la scoperta del codice genetico dimostrerebbero che l’organismo non è altro che un insieme di molecole e giustificherebbero la fiducia nella capacità dell’indagine molecolare di spiegare tutti i fenomeni biologici.

Il riduzionismo ontologico è il presupposto per quello epistemologico e metodologico. Questi ultimi, però, non sono conseguenze necessarie del primo; né il riduzionismo epistemologico deriva dalla congiunzione di quello ontologico e metodologico.

Richard Lewontin (n.1929).
Nessuno mette in dubbio il riduzionismo ontologico; la possibilità di un riduzionismo epistemologico e metodologico, invece, è oggi sempre più discussa nonostante il nuovo impulso ricevuto a seguito della nascita della genetica molecolare. Da una parte, infatti, quest’ultima sembra fornire il tipo di leggi-ponte richieste da un riduzionismo interteorico per collegare la biologia al dominio della chimica e della fisica: la possibilità di esprimere le leggi della biologia in termini chimico-fisici ridurrebbe finalmente la biologia a branca della fisica, dando compimento all’unificazione delle scienze. D’altra parte, i successi predittivi ed esplicativi della genetica molecolare confermerebbero la validità del genocentrismo, legittimando lo studio a livello microscopico come il più fruttuoso ai fini dell’indagine del mondo del vivente. La possibilità di un programma di riduzione sembra quindi passare attraverso i progressi della genetica molecolare.

Ma la genetica molecolare fornisce effettivamente il supporto empirico per la riduzione. Oggi, una simile affermazione è messa sempre più in discussione. Il problema del riduzionismo è in effetti quello di non riuscire a dar conto dei sistemi biologici poiché molti aspetti del loro funzionamento sono impossibili da descrivere esclusivamente nel linguaggio delle scienze fisiche. Sebbene, cioè, un approccio analitico (quale quello tipico del riduzionismo) possa portare un contributo alla comprensione delle entità della biologia, non bisogna dimenticare l’importanza dell’approccio sintetico: un sistema è più della somma delle parti in quanto la complessità della loro relazione è impossibile da spiegare solo in base ai componenti microscopici. In un sistema biologico emergono proprietà nuove non deducibili da quelle delle sue componenti e comprensibili solo in una prospettiva dall’alto in basso (top-down), guardando, cioè, alle interazioni delle molecole tra loro e delle molecole stesse con il sistema che vanno a comporre. Queste osservazioni stanno dando luogo a diverse posizioni antiriduzioniste.

La posta in gioco nel dibattito sul riduzionismo è, da una parte, quella dell’autonomia della biologia come disciplina scientifica e, dall’altra, quella della peculiarità degli organismi viventi; sistemi, questi ultimi, di cui è impossibile capire il funzionamento sulla base di una mera indagine dei loro costituenti. La sfida è pertanto quella di una scienza che – senza perdere la fiducia nella propria capacità di conseguire la verità – sappia riconoscere l’insufficienza dei meccanismi biochimici nel rivelare il mistero della vita: «Oggi è assolutamente palese che neppure una conoscenza esaustiva di protoni, neutrini, quark, elettroni e qualsivoglia altra particella elementare esistente potrebbe fornirci il benché minimo aiuto per spiegare le origini della vita [...]»1.

Nota bibliografica: per un approfondimento del dibattito cfr. gli scritti di R. Lewontin; in particolare Lewontin, R. Gene, organismo, ambiente, Laterza, Roma-Bari, 2002, tr. it. a cura di B. Tortorella (ed. or. The triple helix: gene, organism, environment, Harvard University Press, 1998).


1 Mayr, E. L’autonomia della biologia, Sull’autonomia di una disciplina scientifica, tr. it. a cura di C. Serra, Cortina Raffaello editore, Milano, 2005 (ed. or. What makes biology unique. Considerations on the Autonomy of a Scientific Discipline, Cambridge University Press, 2004), p. 76.