Italiani contro Italiani: i 600 giorni della Repubblica di Salò


La Repubblica di Salò, emblema di una lacerazione aperta nella nazione da 20 anni di Fascismo e ancora non rimarginata, che riaffiora dalla storia del secolo scorso, stampata su una pagina nera come l’entusiasmo dei giovani che ne animarono i 600 giorni di vita,  ma anche come le cupe vicende di morte che la segnarono.
La Repubblica Sociale Italiana nacque il 18 settembre 1943: più che del messaggio radiofonico con cui il duce, liberato nell’Operazione Quercia di 6 giorni prima sul Gran Sasso, ne annunciò la nascita alla nazione con una voce proveniente dall’oltretomba, praticamente irriconoscibile per quei pochi che lo udirono su Radio Monaco, fu una creatura dell’8 settembre, “il giorno della vergogna” per qualunque fascista. 
Il duce tra le truppe della Repubblica Sociale
Alla luce della decisione di firmare l’armistizio con gli Alleati e del dramma nazionale della fuga del re dalla propria gente per trovare riparo a Brindisi sotto la protezione dell’esercito Anglo-Americano, molti Italiani, rifiutandosi di sparare contro quei tedeschi insieme ai quali avevano combattuto per tre lunghissimi anni, non accettarono il repentino rovesciamento di alleanze, e abbracciarono la causa alla quale erano stati educati: quella nazifascista. Il nuovo stato, ultimo bastione di un’ideologia sconfitta, si estendeva dal Lago di Garda al Veneto, non ebbe mai una Costituzione e un governo centralizzato. Gli uffici erano sparpagliati, in modo caricaturale, un po’ ovunque: a Cremona, il Ministero della Difesa Nazionale; a Brescia, le Finanze e la Giustizia; a Verona l’Economia Corporativa; a Padova l’Educazione Nazionale; a Venezia, la Camera dei Fasci e delle Corporazioni; a Salò, gli Esteri e il MinCulPop mentre il quartier generale del duce con il Consiglio dei Ministri era a Gargnano (BS). Questa mancanza di centralizzazione che fece sempre avvertire al Governo la propria provvisorietà e l’incertezza circa la legittimità della propria autorità, venne stabilita da Hitler, vero padrone della Repubblica, il quale, attenendosi all’antico principio del divide et impera, evitò la creazione di un forte potere centrale per aver pienamente sotto controllo le iniziative del neonato stato, di fatto, nulla più di una propaggine del Reich.
Mussolini a colloquio con un giovane soldato repubblicano
E infatti il fascismo di Salò fu profondamente diverso da quello che aveva contraddistinto i 20 anni precedenti: assunse sembianze molto più simili a quelle della Germania Nazista, come il nome stesso della RSI suggerisce: Repubblica, come quella di cui Hitler era cancelliere, Sociale (nel senso più lato, come disse Mussolini nel messaggio del 18/IX), per alludere ai tratti nazionalsocialisti della politica economica, quali la nazionalizzazione delle fabbriche. Ma, al di là dell’assetto istituzionale, la Repubblica di Salò fu prima di tutto storia di coloro che ne abbracciarono la causa, un’alleanza di nonni e nipoti (i "padri", gli uomini nel fiore della maturità, erano stati cancellati dalla guerra), ovvero un sodalizio dei fascisti della prima ora con quelli dell’ultima generazione, cresciuta sui banchi della scuola di regime e nelle organizzazioni paramilitari giovanili devote al duce. Per una parte si trattava di uomini e ragazzi che videro nell’adesione alla RSI la possibilità di finire la guerra al fianco di coloro con i quali l’avevano iniziata, e dunque il riscatto da quell’accusa infamante di “traditori” che l’8 settembre sembrava avergli gettato addosso. Per altri, soprattutto giovani, la guerra per il Fascismo rappresentava la causa alla quale erano stati cresciuti ed offriva l’occasione di contribuire al mito, costruito da vent’anni di propaganda, e così emulare quegli eroi fascisti, quali Carnera, la Nazionale di Calcio 2 volte Campione del Mondo, Italo Balbo ecc... , il cui culto era parte integrante dell’educazione scolastica. Per altri ancora, scegliere di arruolarsi nelle forze della Repubblica di Salò fu semplicemente una questione di vita o di morte: non rispondere, infatti, all’appello del Maresciallo Graziani, giacchè retinenza di leva, valeva la pena capitale. 
Alessandro Pavolini, il "padre" delle Brigate Nere
I Tedeschi non credettero gran che al valore di questi uomini e persino quelli da loro stessi addestrati, li rimandarono in Italia in ritardo e poco attrezzati. Parte di essi vennero inquadrati in truppe contro il c.d. ribellismo, impiegati alla caccia alle streghe contro l’opposizione interna. Proliferarono le brigate della morte, nulla più che gruppi di criminali, legalizzati dal regime, capaci di veder solo o fascisti o nemici da far fuori in un totale deserto morale: tra le più efferate, la Banda Carità e quella Koch, dal nome di Pietro Koch, il famigerato fondatore, che descrisse quella al partigiano come una caccia che dà piacere, passata tra alcool, divertimenti e prostitute. Fascisti e Partigiani, stesso sangue ma ideologie differenti, gli uni per l’onore, gli altri per una libertà di cui vent’anni di regime avevano cancellato nostalgia e ricordo. Se lo scenario apocalittico che avrebbe generato una vittoria nazista della guerra, mostra la falsità della causa che abbracciarono i repubblichini, la sconfitta comunque non cancella le barbarie compiute dall’altra parte, dalle brigate “Garibaldi”, le quali si dettero ad omicidi di industriali, preti e sospetti fascisti, in nome della lotta di classe, sognando più che la liberazione dallo straniero, la rivoluzione proletaria. E’ anche questo il dramma degli uomini e delle donne che, in buona fede, presero parte alla Repubblica Sociale: essere tacciati di una colpa, che prima dell’8 settembre, era imputabile a 40 milioni di Italiani, come ironizzò Churchill, quella di essere e sentirsi fascisti, e in virtù di ciò non esser considerati degni oltre che di umana comprensione per una scelta sbagliata, nemmeno del ricordo delle loro 50 mila vittime. E’ un dramma che va oltre la morte e rappresenta la triste sorte di uomini che da tutto, dal re che li abbandonò a loro stessi; dai falsi miti della retorica fascista da cui erano stati sedotti; infine, dalla Storia, che li considerò Italiani “indegni della libertà”, si ritrovarono traditi, per aver voluto dimostrare di “non aver tradito”.

Monza 2012, torna il mito della velocità



Il Circus della Formula 1 fa tappa questo fine settimana in Italia, nello storico circuito di Monza dove sin dal 1922 si corre la gara di casa della Ferrari che quest’anno, dopo anni di sofferenze, arriva finalmente da prima della classe. Fernando Alonso guida il mondiale piloti con 24 punti di vantaggio su Vettel, ma per l’asturiano i rimpianti per il ritiro causato dall’incidente di Spa sono tanti.
Un'istantanea del terribile incidente alla prima curva di Spa domenica scorsa
L’ex pilota della Renault in occasione del GP di Monza ha rilasciato dichiarazioni di amore per la Ferrari, dichiarando “Se nel 2016 (attuale scadenza dell’attuale contratto, n.d.r.) sarò motivato, se avrò ancora fame continuerò solo con la Ferrari, questo è sicuro”. Fernando arriva alla scuderia di Maranello nella stagione 2010, dopo aver vinto il titolo iridato nel 2005 e nel 2006 ai danni della Rossa di Michael Schumacher, aver trascorso la stagione della spy-story alla McLaren litigando con Hamilton e tornando infine ad un’inconcludente Renault: alla prima gara del 2010, in Bahrein, centra il giro veloce e la prima vittoria. Il titolo 2010 andò a Vettel all’ultima gara, dopo una rimonta strepitosa della Ferrari che non riuscì a concretizzare una rimonta strepitosa per soli 4 punti.
Il 2011 è stato un anno di delusioni per Alonso quanto per la scuderia di Maranello, con un quarto posto finale a quasi 150 punti dal campione Vettel, incassando comunque i complimenti dei colleghi per aver reso competitiva una vettura piuttosto lenta, portandola sul podio ben 10 volte.
Nella stagione in corso la Rossa numero 5 è arrivata fra i primi 3 ben 6 volte con tre vittorie ed un solo ritiro, quello senza colpe dello sfortunato circuito di Spa-Francorchamps: in terra belga Alonso ha subito un ritiro alla prima stagione con la Minardi nel 2001, con la Renault nel 2005 e nel 2009 e con la Ferrari nel 2010 e la settimana scorsa.
La partenza del GP di Monza 2011
Nonostante ciò il favorito per il titolo iridato è ancora lui, che deve adesso amministrare i 24 punti di vantaggio sul Campione in carica: dato per accertato che la F2012 si comporta bene anche sui circuiti veloci come Spa - Massa quest’anno ha fatto meglio del quarto posto belga solo a Silverstone -, ci sia aspetta una grande gara casalinga per l’asturiano, fortuna permettendo. Fortuna dalla quale dice di essere stato baciato domenica scorsa, quando la Lotus di Grosjean gli è passata a 5 cm dal casco: il pilota francese è stato punito pesantemente dalla FIA, con una maximulta ed una gara di squalifica.

Saranno però 24 - la Lotus ha diritto a schierare in griglia un sostituto, D'Ambrosio - le vetture che accenderanno i motori per la 20° prova del Campionato 2012, l’82° Gran Premio d’Italia. l’871° GP di Formula 1; le McLaren sembrano le più in forma, Vettel sembra tornato agguerrito come gli anni passati e Massa sembra essersi ricordato come si guida una Formula 1: un GP su una pista storica così veloce con tanti campioni - 6 campioni del mondo - non potrà che dare spettacolo.

Morale laica e famiglia: i dubbi di inizio anno in Francia

Il ministro francese dell'istruzione Vincent Peillon ha annunciato che a partire dall'anno scolastico oramai alle porte sarà istituito dal Ministero stesso un corso di formazione per i docenti, al fine di proporre, per l'anno scolastico 2013-2014, una categoria di professori competenti per una nuova materia: la morale laica.

La notizia ha avuto un grande eco superando i confini francesi ed affacciandosi prepotentemente sui nostri notiziari e quotidiani: appare logico - se non doveroso - avanzare qualche dubbio su tale proposta.

Enigma, la chiave della Seconda Guerra Mondiale



La Seconda Guerra Mondiale è stata la guerra della battaglia di El-Alamein, dell’attacco di Pearl Harbor, del bombardamento di Hiroshima, della resistenza sulla linea Maginot. Ma è stata anche - se non soprattutto - la guerra dello spionaggio: se il primo conflitto mondiale vedeva i messaggi più importanti trasmessi manualmente da fidati “corrieri”, le nuove tecnologie della Seconda Guerra misero le opposte fazioni nella situazione di poter intercettare le comunicazioni nemiche via etere, utilizzando altrettanto tecnologiche apparecchiature.
Interi reparti degli eserciti si specializzarono in crittografia, altri ancora in lingue straniere, poiché una volta decodificato, il messaggio nemico andava tradotto. La radio assunse un ruolo strategicamente fondamentale, e tuttavia non poteva garantire una segretezza assoluta, così da obbligare gli eserciti ad effettuare le comunicazioni più importanti tramite il telegrafo o, addirittura, di persona.
Ma non i tedeschi. I tedeschi si fidavano ciecamente della loro ricetrasmittente, chiamata Enigma, tanto da utilizzarla per comunicazione decisive per l’evolversi del conflitto, come data, ora e modalità di attacchi ed offensive.
Enigma era apparentemente simile ad una macchina da scrivere, ma con due tastiere, una tradizionale ed una “luminosa”, che evidenziava le lettere decodificate corrispondenti a quelle in codice digitate sull’altra, a seconda di determinati codici segreti. La macchina fu ideata e realizzata per la prima volta nel 1923, e fu destinata ad una commercializzazione che si rivelò ben presto fallimentare. Il governo tedesco si rese però conto che i messaggi - ritenuti fino ad allora segreti - fra la Germania ed i suoi mercantili durante la Grande Guerra erano stati intercettati e compresi dagli americani: Enigma fu allora acquistata in grandi quantità prima dalla Marina Militare, poi dall’Esercito ed infine dagli alti gerarchi nazisti. Tuttavia un’immediata azione di spionaggio francese mise subito al corrente il governo di Parigi dei codici per decodificare i messaggi di Enigma: sotto la Torre Eiffel tuttavia considerarono troppo dispendioso e poco proficuo realizzare un prototipo per intercettare i messaggi tedeschi, e i documenti furono rigirati a Varsavia. La Polonia era infatti ben consapevole che, qualora la Germania fosse scesa in guerra, sarebbe stata la prima nazione a farne le spese. Il matematico polacco Marian Rejewski riuscì non senza difficoltà a realizzare una macchina praticamente identica ad Enigma, chiamata Bomba: quando i tedeschi ne vennero a conoscenza modificarono i sistemi di codificazione dei messaggi moltiplicando per 60 le possibili combinazioni di decodificazione, rendendo vano gli sforzi della sfortunata Polonia.
Enigma si rivelò più volte decisiva per le sorti del conflitto, a tal punto da spingere gli inglesi a provare ogni offensiva possibile per venirne in possesso. Fra il 1940 ed il 1941 la Marina Inglese organizzò due operazioni, dal nome PRIMROSE, il cui successo avrebbe semplificato notevolmente il lavoro dei crittografi di Bletchley Park. La prima operazione mirava ad impossessarsi della macchina in dotazione agli uomini dell’ammiragli Donitz: il 12 febbraio 1940 l’U-Boot 33 dell’ammiraglio fu catturato ed Enigma ritrovata, ma resa inutilizzabile dai sabotaggi tedeschi che riuscirono nell’intento di non far comprendere ai nemici il funzionamento della macchina delle meraviglie.
Una rara immagine dell'U-boot 110 in semiaffioramento
La seconda - più fortunata - operazione è stata coperta da segreto di stato fino agli anni ‘70: i tedeschi avevano la consuetudine di utilizzare Enigma anche per le comunicazioni circa le condizioni meteorologiche e gli inglesi, venutine a conoscenza, optarono per abbordare una nave meteo tedesca. Il 9 maggio 1941 un OB-318 ed un U-201, due sommergibili della Marina di Sua Maestà, avvistarono l’U-Boot 110 contenente il gran bottino: l’abbordaggio da entrambi i lati fu relativamente semplice e i tedeschi - chissà per quale motivo - non sabotarono Enigma, pur essendo stato dato l’ordine di renderla inutilizzabile. Gli inglesi tornarono in Patria con le insegne di battaglia indicanti l'affondamento di sommergibile nemico - e non la sua cattura - imponendo una versione dei fatti che per decenni fu presa per vero.

Il ritrovamento di Enigma, con tanto di manuale di istruzioni e corrispondenza generale, dà il via a tante “incredibili imprese” della Marina inglese e della RAF, oramai a conoscenza non solo del luogo, ma anche del giorno e dell’ora degli attacchi nemici; appare dunque lecito interrogarsi su quali sarebbero stati gli esiti del conflitto se l’U-Boot dell’ammirgalio Donitz non fosse stato catturato. Anche se la storia non è fatta si se.

Carlo Maria Martini, l'uomo dell'ascolto


E’ passato il primo vento freddo di un’estate appena finita: la scomparsa, venerdì scorso, del Cardinal Carlo Maria Martini. Serenamente si è spento, nel sonno, affidandosi con fede a Dio, perché lo assistessero nel trapasso gli angeli e i santi, come aveva scritto in Conversazioni notturne a Gerusalemme. Un fiducioso abbandono, quale quello del bambino tra le braccia dei genitori, come Gesù predicò a Nicodemo, che supera anche la paura, che vince la battaglia che tutta la vita cristiana è nella sua continua lotta interiore con il male, la tentazione, il dubbio e che, con l’avanzare dell’età, per l’appressarsi della dipartita, si fa più dolorosa. Anche Gesù ebbe paura nel Getsèmani e Martini, da biblista, spesso lo aveva ricordato in riferimento alla propria paura, tutta umana, della morte, il duro calle come amava chiamarla con un’espressione dantesca. Si è spento un modello mirabile di un annuncio evangelico, sorretto da una profonda familiarità con la Parola, fatta ancor prima che di studio, di raccoglimento, interiorizzazione e ascolto. In ogni evento quotidiano cercava di scorgere il disegno della Provvidenza, facendo del fiat voluntas tua il paradigma del proprio coinvolgimento nelle vicende mondane. Non nascose mai di aver inviso il potere temporale del papato così come di volere una Chiesa più povera, eppure questo contemptus mundi non era per lui che un presupposto imprescindibile perché Essa potesse essere più vicina agli uomini. Pensava che i ministri di Dio dovessero essere generosi come il buon samaritano, fedeli come Maria di Màgdala, avere fede come il centurione, entusiasti come Giovanni il Battista, osare il nuovo come San Paolo. E proprio come quest’ultimo, il quale fece del dialogo con i pagani il fulcro della propria missione, ad esempio parlando difronte l’Aeropago in Atene, anche Martini fu un interlocutore privilegiato per i non credenti e coloro che vorrebbero credere ma non credono, convinto che alla base della fede, vi sia quella ricerca della Verità, comune a tutti quanti gli uomini. 
Un confronto che permette al cristiano del XXI secolo di evitare di pensare di avere la verità in tasca e di interrogarsi su quelle domande di cui Cristo, Via, Verità e Vita è risposta: il cardinale al riguardo affermava che la preghiera è anche quel colloquio interiore con il non credente che è in noi. Dialogo, fiducia e spiritualità: in una parola, ascolto del Signore, nei fratelli, nello spirito, nella Parola. Non era solo da biblista che teneva le Scritture sempre aperte su una scrivania, rigorosamente in formica verde, come i banchi di scuola,  ma più propriamente da pastore della Chiesa post-conciliare, quella che, con il Vaticano II, si era riappropriata della Bibbia, restituendola ai legittimi proprietari, i Cattolici. 
Una Parola su cui, per poterla meglio frazionare tra i fratelli, in modo particolare quelli dell’arcidiocesi di Milano, affidatagli nel 1980, in pieno stragismo, il Cardinale gesuita era solito meditare a lungo, raccolto in preghiera, da uomo che il Vangelo non lo studia: lo vive. Respirò a lungo i luoghi della vita, morte e risurrezione di Cristo, in Terra Santa, interrogandosi su come Gesù interpreterebbe l’evangelizzazione del Duemila. Questa l’eredità che ci lascia, quella di un annuncio al passo con i tempi nella forma quanto fedele alla Tradizione nel contenuto, per poter riscoprire quelle radici del credere che il mondo dell’opulenza sembra aver perso di vista. Carlo Maria Martini è stato il volto di una Chiesa che cura le ferite di un Uomo affaticato ed oppresso, rimettendo al centro della missione le tre virtù teologali: la Fede di un’adesione, intellettualmente vivace, agli insegnamenti del Divin Maestro, la Speranza di un filiale affidamento alla Sua volontà e la Carità di una costante donazione al prossimo, rivelata da un Dio, morto in croce per Amore.

Dalla Chiesa, il prefetto dei 100 giorni


Erano le 9.20 del 30 aprile 1982 e la Fiat 131 su cui viaggiava Pio La Torre veniva obbligata a fermarsi ad uno stop mentre l'onorevole raggiungeva la sede palermitana del PCI: una moto di grossa cilindrata affianca l'auto del deputato e scarica sui due uomini a bordo - La Torre e Di Salvo - una fatale pioggia di piombo. Ha inizio così la parentesi palermitana del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il prefetto dei 100 giorni, ucciso anch'egli dalla mafia il 3 settembre dello stesso anno.
Il 16 giugno Palermo è sconvolta dalla Strage della Circonvallazione, in cui muoiono 5 persone: l'obiettivo di Cosa Nostra era il boss canadese Alfio Ferlito, catturato dalle forze dell'ordine ed ucciso durante un trasferimento da un carcere ad un altro insieme a tre agenti e un autista.
Il 5 agosto fra Bagheria, Castelluccio e Altavilla Milicia vi furono tre agguati, il giorno dopo altrettanti, sabato 7 un omicidio ed un sequestro, domenica ancora un omicidio: martedì 10 agosto il Generale Dalla Chiesa rilascia la sua ultima intervista, lanciando un ultimo disperato appello tanto alle istituzioni quanto alla gente comune.
La morte del generale precede di 10 anni quelle di Falcone e Borsellino, collocandosi in un contesto completamente diverso: la Madia siciliana usciva dalla seconda guerra di mafia, scoppiata nel 1978, che comportò oltre mille omicidi: vittime illustri di questo periodo furono Rocco Chinnici, Ninni Cassarà e Boris Giuliano.
Il generale Dalla Chiesa muore sotto i colpi - più di 30 - dello stesso Kalashnikov usato per gli agguati ai boss Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo, Salvatore Contorno e il già citato Ferlito. Si tratta, come affermò anche Falcone, della conferma che Dalla Chiesa fu ucciso da chi è uscito vincitore dalla seconda guerra di mafia, ovvero sui Corleonesi che ebbero la meglio della fazione capeggiata dallo stesso Bontate.
Carlo Alberto Dalla Chiesa non era siciliano, ma piemontese - oggi ci saranno due commemorazione della sua morte, una a Palermo ed una a Torino -: giunge a Palermo come prefetto solo 100 giorni prima di conoscere la morte per mano si quella Mafia che si proponeva di sconfiggere anche semplicemente riconoscendo a tutti i propri diritti, facendo così dei primi "dipendenti" di Cosa Nostra i primi alleati della lotta alla Mafia.
Nella sua ultima intervista il giorno di San Lorenzo il generale rispondeva ad una domanda del suo intervistatore Giorgio Bocca con un "Vedremo a settembre...": meno di un mese dopo Palermo starà piangendo l'ennesimo vittima coraggiosamente sacrificata nella lotta alla Mafia e nella difesa dello Stato.
Il messaggio che più di ogni altro sarà ricordato di quell'intervista è sicuramente la richiesta di aiuto alle istituzioni da parte di un prefetto che "a Palermo aveva gli stessi poteri del collega di Forlì" e che si era reso immediatamente conto che - usando le parole di Falcone - "si muore generalmente perché si è soli: la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere".

"Mentre a Roma si decide sul da farsi, Saluto è presa. Oggi non è Sagunto, ma Palermo. Povera la nostra Palermo..."
Card.Pappalardo ai funerali del Gen.Carlo Alberto Dalla Chiesa

Hitler e le trame di una guerra per la Grande Germania


Fu una stazione radio, quella di Gleiwitz, al confine tra Terzo Reich e Polonia, il teatro del casus belli della più orribile guerra del XX secolo, la II Guerra Mondiale. Se la scintilla che fece brillare la polveriera d’Europa nel 1914, l’attentato, a Sarajevo, all’Arciduca Francesco Ferdinando, è notissimo, non altrettanto può esser detto dell’episodio che decretò, il 1° settembre ’39, l’invasione della Polonia da parte della Wehrmacht. E probabilmente l’incidente di Gleiwitz è caduto nell’oblio della storia per il suo carattere del tutto fittizio: l’assalto alla stazione radio di alcuni soldati polacchi, finalizzato all’interruzione delle trasmissioni e alla diffusione di un messaggio antitedesco rivolto ai compatrioti in Germania Orientale, non fu, infatti, nulla più di una messa in scena orchestrata dallo stesso Hitler al fine di fornirsi un espediente utile per poter intraprendere la campagna di Polonia, già progettata da tempo, come dimostra la stipulazione, precedente al fatto, del patto Molotov – Von Ribbentrop. A fine luglio, il fuhrer aveva chiesto all’intelligence tedesca, l’Abwehr, di procurare 150 uniformi, armi e libretti paga dell’esercito polacco di cui, poi, sarebbero stati dotati 364 uomini del Sicherheitsdienst (SD), capitanati dall’Obergruppenfuhrer (alta carica delle SS ndr) Alfred Naujocks. Alcuni membri del SD, camuffati da soldati polacchi con questo materiale, avrebbero dovuto esplodere alcuni colpi a vuoto contro altri, travestiti, invece, da guardie di confine tedesche, per poi simulare il sabotaggio della stazione radio di Gleiwitz. Naujocks, che prese parte all’azione in prima persona, e i suoi, dopo aver interrotto le trasmissioni, fecero udire dai microfoni spari, grida ed alcuni messaggi sediziosi. 
Prima di allontanarsi, uccisero e lasciarono sul posto con indosso la divisa polacca, un prigioniero dai tratti slavi, prelevato dai campi di concentramento, per far sì che i giornalisti stranieri chiamati sul posto lo fotografassero, provando così l’autenticità dell’incursione. Strano gioco del destino, la torre della stazione radio, un’imponente antenna in legno, alta 111 metri, sopravvisse miracolosamente ai bombardamenti sovietici, ad imperitura memoria di un evento che accosta tra loro due elementi, la finzione e il dramma della guerra, impossibili da conciliare. Le operazioni militari della campagna di Polonia ebbero inizio alle 4 del mattino del 1° settembre, si sarebbero protratte per appena un mese, mostrando al mondo la terribile potenza dell’apparato bellico tedesco, costituito, nell’occasione, da 35 divisioni di fanteria, 6 divisioni corazzate con oltre 2 mila panzer a disposizione e, soprattutto, da altrettanti aerei della Luftwaffe, la temibile aviazione forgiata dal plenipotenziario di Hitler, Hermann Goring. La campagna polacca mise il mondo difronte un nuovo modo di concepire la blietzkrieg, non più straordinari dispiegamenti di uomini volti ad una veloce avanzata, nella sciocca pretesa che soltanto mostrando il proprio numero al nemico questo lasci il passo, ma una più raffinata strategia prevedente l’uso di mezzi corazzati e l’ausilio dell’aviazione. Così come poi in Francia, in Polonia la tecnica di avanzata della Wehermacht consistette nel creare su un ristretto fronte un rapporto di forte superiorità numerica di uomini e mezzi corazzati, organizzati in grandi divisioni capaci di avanzare autonomamente per molti chilometri nelle retrovie dei nemici per impedirne una ritirata ordinata. Tale azione era preceduta da massicci bombardamenti della Luftwaffe e completata dalle spinte laterali (costituite, nel caso della campagna polacca, dalle divisioni della Prussia Orientale e della Repubblica Slovacca).
Dinanzi questo dispiegamento di uomini e l’ennesima aggressione tedesca ai precari equilibri di Versailles, anche Regno Unito e Francia, furono costrette ad abbandonare quella politica dell’acquiescenza in nome della quale avevano, colpevolmente, lasciato fare ad Hitler il buono e il cattivo tempo in Europa. Così era stato pochi mesi prima a Monaco, dove Chamberlain e Daladier, con la mediazione di Benito Mussolini, avevano avallato l’invasione tedesca dei Sudeti, e, con essa, il sogno della Grande Germania, iniziato con l’Anschluss, l’annessione unilaterale dell’Austria, patria del fuhrer.
Egli l’aveva lasciata nel lontano 1914, da artista fallito, per non combattere nell’esercito austro-ungarico, “crogiuolo di popoli inferiori”, come ricordò nel Mein Kampf, vi rientrò in trionfo, accolto come un liberatore carismatico. In quell’occasione potè anche soddisfare un segreto desiderio, nato, passeggiando nelle sale del museo Hofburg di Vienna, nel 1909: possedere la Heilige Lanze, la lancia con la quale San Longino trafisse il costato di Cristo, acquistandone poteri immensi. Essa, secondo la leggenda, dopo esser stata portata in Occidente dallo stesso Longino, passò per le mani di tutti i più grandi sovrani dell’epoca cristiana: Costantino la ebbe con sé a Ponte Milvio, con essa Carlo Martello respinse gli Arabi a Poitiers, poi divenne il simbolo del potere per gli imperatori del Sacro Romano Impero, Carlo Magno, Ottone I, Federico Barbarossa fino ad arrivare alla gloriosa dinastia degli Asburgo che la collocarono nella Stanza del Tesoro al Hofburg di Vienna, dopo aver incastonato nella punta della reliquia un chiodo della vera Croce.
Si può solo immaginare l’enfasi con cui Hitler prelevò la lancia dalla propria teca, sollevandola sopra di sé, consapevole di stringere tra le mani il simbolo di padrone del mondo. La fece riporre nella Chiesa di Santa Caterina a Norimberga, dove rimase, opportunamente nascosta, fino al ritrovamento da parte degli Americani alle 14.10 del 30 aprile 1945, nelle stesse ore in cui la parabola di Hitler terminava nel suicidio di Berlino. Non è difficile pensare che Hitler considerasse la Heilige Lanze una sorta di amuleto, al possesso della quale attribuire parte dei propri successi militari. Certo è che essi furono in primo luogo imputabili all’appeasement britannico, all’arrendevolezza del governo di Londra dinanzi le violazioni tedesche del Patto di Versailles. Rileggendo l’ascesi di Hitler dal 1933 in poi ci si accorge che difficilmente si sarebbe potuti arrivare all’immane conflitto del 1° settembre 1939 senza il colpevole appoggio dei grandi d’Europa e della Società delle Nazioni alle iniziative del fuhrer. Le sue teorie sull’antisemitismo si possono leggere già nel Mein Kampf, pubblicato nel 1925, e l’aggressiva politica estera del Nazionalsocialismo era già prevista dal programma del NSDAP del 1920. Ad Hitler venne permesso il riarmo unilaterale, la militarizzazione della Renania, l’annessione dell’Austria e per ultimo lo smembramento della Cecoslovacchia, con l’invasione dei Sudeti, a Monaco. Come ebbe a dire Churchill, dichiaratamente contrario, da convinto assertore della democrazia, a tale politica: “Regno Unito e Francia dovevano scegliere tra la guerra e il disonore. Hanno scelto il disonore. Avranno la guerra”.
La ebbero