La stagione che sarà


E siamo tornati al Campionato. Lasciati sotto gli ombrelloni i giornali pieni di indiscrezioni di calciomercato, siamo ormai agli sgoccioli del countdown per la prima partita della nuova stagione. Dopo Liga, Premier e Lingue 1, ha inizio domani la Serie A, in contemporanea con una insolitamente ritardataria Bundesliga tedesca. Le polemiche del Calcioscommesse hanno fatto quasi dimenticare quelle ferocissime seguite alla Supercoppa di Pechino ed hanno surclassato le voci di un mercato mai come quest'anno specchio della crisi economica del nostro paese; ma - si sa - la cosa migliore è sempre lasciar parlare il campo.
Il primo fischio d'inizio sarà a Firenze per Fiorentina-Udinese domani sera alle 18.00, in notturna poi farà il suo esordio in Serie A Massimo Carrera sulla panchina dei Campioni d'Italia della Juventus, che sfideranno in casa il Parma.
Domenica pomeriggio poi, sempre alle 18.00, il Milan presenterà alla neopromossa Sampdoria il nuovo manto erboso di San Siro, metà naturale e metà sintetico; alle 20.45 scenderanno in campo tutte le altre. Il Napoli si presenterà al Barbera di Palermo senza Lavezzi, con diverse novità ma con l'incognita Cavani, la nuova Inter di Cassano, difficilmente in campo, proverà subito se il Pescara senza Zeman è capace di farsi valere anche nella massima serie. Il Boemo sarà di scena all'Olimpico con la sua Roma, subito impegnata con l'ostico Catania. I cugini biancocelesti, reduci dalle faticose imprese europee al pari dell'Inter, faranno la loro prima stagionale in quel di Bergamo, contro l'Atalanta. Chiudono la giornata Chievo-Bologna, Siena-Torino e Genoa-Cagliari.
Sarà la prima stagione con sole tre italiane in Champions League, potrebbe essere l'ultima senza i giudici d'area, sarà l'anno della svolta per l'Inter e l'ultima chiamata per la Roma; sarà un duro esame anche per Milan e Lazio, che si presentano ai nastri di partenza leggermente indietro rispetto alle altre; sarà un anno senza niente da perdere ma tutto da guadagnare per il Pescara neopromossa alla ricerca del bel calcio espresso l'anno passato; potrebbe essere l'anno della consacrazione della Juventus - e, se torna a breve in panchina - anche di Antonio Conte. Sarà la Serie A 2012-2013. Buon divertimento.

FOIBE: il dramma rimosso



Foibe. In questa oscura parola è racchiusa la tragedia dell’Italia nord-orientale la quale riassume in sé le più dolorose vicende del secolo scorso e l’ansia di un tremendo e temuto destino per le oltre 15 mila vittime. Paurosa parola, Foibe, che mette ancora brividi a coloro che videro risalire da una fossa i cadaveri dei fratelli, vittime di un massacro consumatosi in due atti, il primo successivo all’otto settembre e ancora nel maggio 45 quando i titini occuparono Trieste per 40 giorni, vittime i primissimi di vendette collettive, la cui esecuzione si trasformò con l’arrivo delle truppe rosse dall’entroterra, in metodo per gli oppositori del regime nazionalcomunista jugoslavo quali , oltre i civili, anche i gruppi di liberazione nazionale bianchi. Costoro, proprio perché rappresentanti della nuova Italia, erano molto pericolosi nella prospettiva delle rivendicazioni territoriali titine al tavolo della Pace che di fatto ratificherà l’ignominiosa occupazione di Friuli, Dalmazia ed Istria, confinando 350 mila di Italiani al dramma dell’esilio. Il loro naufragio, gravoso costo della necessità da parte delle forze alleate di assecondare Tito che li relega a vittime della storia, venne appesantito dai silenzi,dalla marginalizzazione, dalla mancanza di attenzione da parte della politica, nonché dall’odio comunista che li designò come volontari esuli dalla dittatura del proletariato. 
La nostra storia millenaria ci impone di fare del passato un fedele maestro della cui lezione, opportunamente appresa attraverso un'attenta documentazione, dobbiamo far tesoro nella quotidianità della nostra attività intellettuale e ancor più nel responsabile esercizio dell'italiana cittadinanza. In virtù della secolare fratellanza, già solo il dovere naturale derivante da codesto legame, grida al nostro cuore di ricordare con dolore coloro che morirono per la sola colpa di essere italiani, ma l'identificazione nella medesima istituzione statale, cui apparteniamo e la cui nascita passò per il travaglio di un'estenuante lotta per la libertà, impone il categorico compito di piangere i nostri fratelli vilmente uccisi come dei martiri. Non esiste per qualsivoglia Paese, possibilità di un avvenire degno dell'essere umano, se quel Paese non sia prima capace di fare i conti con la sua storia. Il che significa, luce sul bene, ma, ancor prima, sul male che quel Paese ha segnato. E tra il male che questo Paese ha sofferto, stanno in primo luogo, le migliaia di individui, che nelle foibe, per mano assassina hanno trovato morte crudele: per una ragione, anzitutto, per essere, sentirsi e voler restare cittadini di questo Paese. Un Paese che, nelle sue espressioni istituzionali, per oltre mezzo secolo, li ha rimossi, ancor prima che dai libri di storia, dalla propria coscienza. Questo silenzio ha assordato per decenni la memoria di oltre ventimila uomini, donne, anziani, bambini, lasciati morire nel buio di una foiba, seppelliti vivi tra i morti, gettati nelle tombe carsiche l'uno incatenato all'altro perchè si risparmiassero le pallottole. La memoria di maestri, preti, soldati, operai, studenti seviziati e uccisi dalle milizie comuniste jugoslave nelle scuole, in strada, in Chiesa, in casa propria, uccisi per odi personali o interessi economici, innocenti vittime degli irredentismi e della partigianeria. 
L'insipienza e la viltà degli obblighi di partito hanno segregato nelle foibe del silenzio migliaia di cadaveri disseminati senza pietà lungo il confine nordorientale d'Italia: la nostra cortina di ferro fu un muro di martiri giuliani, dalmati, istriani, fiumani, olocausto umano sull'altare di Yalta, della spartizione a tavolino dell'Europa, pagata sulla pelle dei nostri fratelli. Sulla pelle di giovani donne torturate con tenaglie roventi, rinchiuse in gabbie di ferro, stuprate ed esposte al ludibrio degli uomini di Tito. Gli ignobili silenzi degli storici di partito e l'omissione complice della scuola pubblica italiana che, anzichè ricordare la disperazione dei 350 mila esuli italiani di Fiume, dell'Istria, della Dalmazia, costretti ad abbandonare le loro case, le loro terre, i loro ricordi radicati nei secoli e la memoria dei loro Morti ed indignarsi dinnanzi all'assoluzione dei responsabili dello sterminio, ha fatto finta di dimenticare anche le migliaia di persone scomparse e mai ritrovate. La congiura del silenzio, orchestrata dalle Botteghe Oscure, con il bene placito dell'Arco Costituzionale, è un ulteriore sterminio, un ulteriore sopruso ai martiri italiani, che accettarono di morire pur di non rinnegare il proprio sentimento di appartenenza al nostro Stato e agli esuli che tutto abbandonarono, tutto pur di sfuggire alla furia omicida degli assassini comunisti che perdurò fino all'inizio degli anni '50. Questa cospirazione mette in luce la vergognosa verità che in questo Paese gli odi di partito hanno non solo determinato decine di migliaia di vittime nella guerra civile seguita all’8 settembre e proseguita fino a dopoguerra inoltrato, ma addirittura fatto sì che nei già nominati luoghi del ricordo le brigate partigiane si unissero al 9° korpus titino nel sopprimere chiunque si opponesse all'occupazione jugoslava per poi cancellarne la memoria. Il protocollo rosso di questi carnefici, fatto di caccia alle streghe, pulizia etnica, massacri di civili, di deportazioni, ovviamente non punite internazionalmente, ha subordinato il sogno dell'insurrezione ed instaurazione della dittatura del proletariato alla vita di oltre ventimila italiani, affogati nelle trame contorte degli opposti irridentismi e vilmente sacrificati per la colpa di non voler assecondare l'espansionismo titino, appoggiato dalle stanze dei bottoni del Partito Comunista Italiano come attesta la lettera n.161,fascicolo 25049, inviata da Togliatti al Presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi il giorno dopo la strage della Brigata Osoppo a Porzus (incensata anche dal futuro Presidente della Repubblica Sandro Pertini); lettera nella quale egli minaccia di scatenare una rivoluzione qualora il CLNAI si fosse opposta all'occupazione jugoslava. Sei mesi prima il rappresentante del Pci presso il IX korpus titino, Vincenzo Bianchi, aveva indicato di liquidare le formazioni partigiane che si fossero opposte all'avanzata degli slavi in Friuli, ordini poi a più riprese sottolineate dai vertici del PCI. Le stragi degli infoibati, consumatesi in due fasi, la prima durante la guerra Civile (come testimoniano i vari macabri ritrovamenti fatti a Gorizia, Fiume e in Istria e Dalmazia) e la seconda, avente come epicentro Trieste, messa in atto durante i quaranta giorni di occupazione del capoluogo giuliano da parte dei titini (1/05-12/06), la quale trova il proprio emblema nella foiba di Bassovizza che, a differenza di Auschwitz, nota meta turistica, è stata chiusa per evitare ulteriori indagini, ma che al pari della località polacca esprime tutto il dramma della guerra. 
Ecco, la considerazione del genocidio degli Italiani come un dramma di serie B rende giustizia alla memoria di questi martiri? Rende forse giustizia alla memoria di chi rinunciò alla propria vita per aver rivendicato l'appartenenza della propria storia all'Italia? Una storia comune che deve farci sentire tutti dalmati, giuliani, istriani e fiumani, e che l'estremo sacrificio degli infoibati è al tempo stesso un'onta, per l'atto in sè, i silenzi che lo avvolsero, l'indifferenza prima e il disinteresse poi degli italiani (solo il 38% conosce i fatti) e un mirabile esempio di nobile amor patrio, rispetto al quale non possiamo che, chinando il capo, impegnarci a vivere la nostra italianità in modo più intenso, obiettivo, avveduto e consapevole che gli odi tra fazioni contrapposte (i quali dilaniano il nostro paese dalla notte dei tempi) nel corso dei secoli, anche quando l'Unità d'Italia raccolse il nostro popolo sotto un'unica bandiera, hanno avuto come estrema conseguenza il sacrificio di migliaia e migliaia di innocenti. Il ricordo dei martiri delle foibe e degli esuli istriani, giuliani e dalmati ci invita a guardare dentro di noi per ponderare oculatamente tali riflessioni e solerzie che la forza della verità storica ci pone innanzi insieme alla sconvolgente realtà che un popolo che dimentica i propri martiri, non può considerarsi tale.

Il rogo dei Templari


Non nobis, Domine, non nobis sed nomini Tuo da gloriam: questo il motto del più famoso ordine monastico della storia, quello dei “Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Gerusalemme” , meglio conosciuti come semplicemente “Templari”, il cui fascino continua a vivere oltre che nelle pagine dei libri di storia riguardanti le Crociate, in trasmissioni televisive, pellicole cinematografiche e videogiochi, dedicati ai misteri dell’ordine. La parabola templare, a dire il vero, fu brevissima, poco più di due secoli: fondato nel contesto della prima crociata, quella di Goffredo di Buglione (1099), cantata dal Tasso nella “Gerusalemme Liberata”, riconosciuto ufficialmente nel 1129, l’ordine venne sciolto dal concilio di Vienne (1311-1312), dopo un lunghissimo processo-farsa contro di esso, lanciato il 13 ottobre 1307 dal famigerato Filippo IV di Francia. Il rogo dell’ultimo Gran Maestro templare, Jaques de Molay, a Parigi il 18 marzo 1314, fotografa mirabilmente la fine dei fasti del papato medievale, mostrandone la debolezza dinanzi i capricci, nemmeno di un Imperatore, ma di un Re regionale. Da quel momento la Chiesa, che aveva fieramente affermato la supremazia del Vicario di Cristo su ogni principe terreno con i gloriosi pontificati di Gregorio VII (il Santo Ildembrando di Soana) e Innocenzo III (Lotario dei Conti di Segni), dovette abbandonare ogni velleità universalistica e si ritrovò limitata a semplice dipartimento francese per opera dell’inetto Clemente V. Con la sua elezione, il papato conobbe la propria deportazione in Babilonia: i 70 anni di cattività avignonese, inaugurati dal blasfemo sodalizio tra il papa, il francese Bertrand de Got, e Filippo il Bello, colui che nell’autunno 1303 non si era fatto scrupolo di maltrattare papa Bonifacio VIII, in occasione dell’episodio che la Storia ricorderà come lo “schiaffo di Anagni”.
E proprio contro Bonifacio la strana coppia aveva condotto un primo processo postumo, caratterizzato da menzogneri capi d’imputazione, simili a quelli mossi poi contro l’Ordine templare. Quest’ultimo venne accusato di sodomia, pratiche omosessuali, riti diabolici nonché rinnegamento di Gesù, sputo sulla Croce durante l’iniziazione e adorazione dell’idolo pagano Bafometto. Entrambe le inique azioni giudiziarie avevano un preciso movente da parte del re di Francia: con il Paese in bancarotta e coperto di debiti fino al collo, non vide miglior modo di risanare le casse che confiscando i beni ecclesiastici e in particolare quelli del ricchissimo Ordine dei Templari. Esso in Francia, dove era nato, possedeva terre, abbazie, castelli, fortezze, nonché un immenso patrimonio finanziario costituito dalle decime offerte per le Crociate, donazioni di vari nobili ed altre pie elargizioni. Non bisogna, a tal proposito, dimenticare che i Templari svolgevano anche l’attività di banchieri quali prestiti, trasferimenti di somme in Terra Santa (al cui fine idearono l’assegno) nonché la riscossione delle decime papali. Una volta che  vennero definitivamente scalzati, nel 1291, dalla Terra Santa, alla cui difesa in un secolo e mezzo avevano sacrificato 12 mila uomini e 7 Gran Maestri, i Templari dovettero tornare in Europa nella generale antipatia di molti potenti, invidiosi della loro immensa ricchezza.
L’operazione di soppressione dell’Ordine, voluta da Filippo IV, ebbe inizio il 14 settembre del 1307 quando legati del re vennero inviati in tutte le province per radunare un esercito di 50 mila uomini, necessario all’esecuzione di un ordine reso noto solo il 13 del mese successivo. In tale data scattarono ovunque gli arresti di membri e dignitari templari. Nessuno di essi oppose resistenza, benché fossero abili soldati dato il carattere cavalleresco dell’Ordine, giacchè confidavano nella protezione della Chiesa. Tale tutela però non ebbe mai luogo, anzi la soppressione dell’Ordine venne decretata proprio nel Concilio di Vienne per “legittima suspicione”, nonostante la Pergamena di Chinon, rinvenuta nell’Archivio Vaticano, testimoni la volontà del papa di perdonare i templari, con un’assoluzione concessa nel 1314 ai dignitari dell’Ordine. Fatto sta che pochissimi dei 15 mila membri francesi riuscirono a salvarsi, fuggendo in disparati stati della Cristianità; gli altri, sotto tortura, furono costretti a confessare e finirono sul rogo. 
Tra essi figura anche il nome illustre dell’ultimo dei 23 Gran Maestri della breve storia dell’Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo: Jaques de Molay. Costui, dopo aver inizialmente confessato le false accuse (in caso di confessione la pena era l’ergastolo anziché la morte), decise di affrontare un valoroso martirio al pari di molti suoi predecessori.
Spogliatosi di ogni indumento eccetto quella camicia bianca con cui i primi Cavalieri di Gesù si erano presentati da Baldovino III per palesargli la propria volontà di difendere la Terra Santa, l’ultimo Gran Maestro chiese ai carnefici di essere assicurato al palo del rogo, rivolto verso la Vergine Maria, Madre di Dio (in termini geografici verso la Cattedrale di Notre Dame de Paris). Dopo l’ultima preghiera, il Gran Maestro convocò davanti al Tribunale di Dio il Papa entro 40 giorni e il Re nel giro di un anno: Clemente V morì dopo 37 giorni, otto mesi dopo si spense Filippo il Bello.
Vocazione al martirio, Spiritualità, Mistero: il rogo dell’ultimo Templare rappresenta perfettamente i termini in cui si consumò l’esperienza di un Ordine di monaci guerrieri, nato per difendere la Terra Santa e scomparso, ironia della Storia, proprio in concomitanza con la perdita definitiva di essa, come se ormai il suo compito si fosse esaurito e non potesse giovare in altro modo alla Cristianità. Giovò, certamente, invece, a Filippo il Bello, allettato dalle sue infinite ricchezze. Tuttavia, se il famigerato re francese strappò all’Ordine il tesoro finanziario, non altrettanto riuscì a fare con il patrimonio più prezioso dei Templari, l’affascinante aura di mistero che ne circonda una memoria che di certo non finì bruciata sul rogo di Parigi.



Vandea: la vera faccia della Rivoluzione

La Vandea è un piccolo e tranquillo dipartimento contadino dell'Ovest francese: i libri di geografia di norma non ne parlano - al massimo la citano dell'elenco dei dipartimenti della Loira -, i libri di storia ne trattano solamente per un episodio, le rivolte che, a partire dal 1793, misero a repentaglio la Francia Rivoluzionaria.

Lo storico francese Pierre Chaunu ha affermato che l'unica cosa buona della Rivoluzione Francese è stato ciò che non è riuscita a cambiare: è stata difatti la storiografia successiva a presentare l'avvento del mostro biblico del Leviatano, sotto le sembianze dello Stato Etico, come il prevalere della luce della ragione sull'oscurità dell'ignoranza.

I Rivoluzionari non si accontentano di "ciò che é di Cesare", ma avanzarono pretese su "ciò che é di Dio": nel 1790 si data la Costituzione Civile del Clero, con la quale lo Stato chiedeva ai sacerdoti di prestare giuramento sulla Costituzione; chi si rifiutò - ribattezzato "refrattario" - fu costretto ad adempiere clandestinamente ai propri doveri sacerdotali, compresa la celebrazione della Messa.


L'unica coraggiosa risposta all'oppressione della coatta modernizzazione illuminista fu, oltre a quella dei preti refrattari, quella delle genti di Vandea, che non si mosse in difesa di un Ancièn Regime che oramai apparteneva al passato, ma nella speranza di un futuro libero da oppressioni ideologiche. Il 13 marzo 1793 un gruppo di contadini e tessitori prese a sassate la Guardia Nazionale uccidendone il comandante: la goccia che aveva fatto traboccare il vaso della sopportazione vandeana era stata la leva militare obbligatoria, con la quale si chiedeva loro di combattere e rischiare la vita per ideali che non solo non condividevano, ma che erano contrari ai propri valori.


La settimana successiva, il 13 marzo, un contadino di nome Jacques Cathelineau riunì nella propria fattoria i 27 giovani del paese che avevano rifiutato l'arruolamento e giurarono di essere pronti alla morte piuttosto che servire la Repubblica: nel giro di pochi giorni questo esercito contadino poteva contare 1 200 uomini.

I Vandenani dunque, intuendo quanto fosse falsa la libertà dei giacobini, divennero rei di mettere in dubbio l'utilità di Libertà-Uguaglianza-Fraternità giacobine, meritandosi la soluzione finale ordinata dal generale Carnot: "uccidere le donne, il solco generatore, e i bambini, i realisti del domani". Il condottiero Carrier si impegnò a portare a termine questa valorosa impresa, deciso a "fare un cimitero di tutta la Francia, piuttosto che non rigenerarsi secondo il nostro modo di volere".
Si tratta del primo genocidio della storia, con oltre 600 000 vittime in soli tre anni: la Parigi libertina e rivoluzionaria non poteva tollerare quella che il deputato giacobino Barère aveva definito l'"inspiegabile Vandea", una provincia fedele e cattolica.

"La nostra patria sono i nostri villaggi, i nostri altari, le nostre tombe, tutto ciò che i nostri padri hanno amato prima di noi. La nostra patria è la nostra fede, la nostra terra, il nostro re... Ma la loro patria che cosa è per loro? Voi lo capite? Loro l'hanno nel cervello, noi la sentiamo sotto i piedi".
Monsieur de Carrette, Beato Martite di Vandea

Non sarà primavera quest'autunno

Oramai oltre un anno e mezzo fa aveva inzio la cosiddetta “rivoluzione dei gelsomini”: il 18 dicembre 2010 l’ambulante tunisino Mohamed Bouazizi si suicidava dandosi fuoco come estremo gesto di protesta nei confronti della polizia del suo Paese, dando inizio ai moti che nei successivi mesi avrebbero preso il nome di “Primavera Araba”. Nei 20 mesi che ci separano da quei giorni hanno perso la propria poltrona presidenziale, se non la vita, quattro capi di stato: in Tunisia Ben Ali, il defunto Muammar Gheddafi in Libia, Mubarak in Egitto e Ali Abdullah Sale in Yemen. Comuni denominatori dei governi di questi quattro uomini di potere sono sicuramente molti: corruzione e cattivo governo, povertà, fame e malcontento nella popolazione, assenza di libertà individuali, violazione di diritti umani, disoccupazione esorbitante, aumento irrefrenabile del prezzo dei generi alimentari, desiderio di rinnovamento del regime politico; volendo rimanere sugli inoppugnabili dati numerici possiamo ritenere quest’ultimo il piú importante, considerata la lunga durata dei loro governi: il piú giovane, quello tunisino di Ben Ali, datava il suo inizio nel lontano 1987, Gheddafi addirittura nel 1969. 
La continuità politica che ha caratterizzato gli ultimi decenni di questi paesi e che ha esasperato la popolazione sino ai sanguinosi mesi di rivolta che purtroppo ben conosciamo sono una realtà tristemente comune e che, se accompagnata da altri pericolosi campanelli d’ allarme, possono farci temere nuove rimostranze che rischiano di portare molti paesi nelle misere condizioni attuali di Libia, Tunizia, Egitto e Yemen. Basti volgere la nostra attenzione ai paesi del ex-blocco sovietico, quelli del centro-Asia, che non hanno subito, a differenza di quelli “europei”, quel processo di “globalizzazione” - o “occidentalizzazione” che dir si voglia - che hanno consentito a molti di questi paesi di entrare nell'orbita dell'Unione Europea.  
Saparmurat Niyazov
Uzbekistan e Kazakistan vedono le proprie poltrone presidenziali occupate rispettivamente dal 1990 e dal 1991; il presidente del Turkmenistan é stato dal 1990 al 2006 Saparmurat Niyazov, alla cui morte la continuità é stata bene o male garantita da Berdymukhamedov.
Il timore di divenire da un momento all’altro i protagonisti di una nuova “primavera” asiatica ha provocato opposte reazioni: da una parte, consci del ruolo primario ricoperto dai social network e dalle telecomunicazioni, sono stati notevolmente incrementati i controlli da parte del governo di accesso a Facebook, Twitter e Internet in generale, prendendo lezioni dalla maestra Cina. E’ tuttavia innegabile che vi é stato allo stesso tempo un atteggiamento di apertura, che lascia ben sperare per la futura stabilità delle repubbliche centro-asiatiche: ne é un esempio la condotta dell’Uzbekistan, che ha effettuato diverse riforme politiche e amministrative e si é distinto per l’evidente cambio di atteggiamento nei confronti dei prigionieri politici, il cui numero é sostanzialmente diminuito.
La posizione geografica dei Paesi in questione é inoltre estremamente importante per l’equilibrio dell’Asia e del mondo intero: una serie di rivolte della veemenza di quelle nordafricane comporterebbe una pericolosa destabilizzazione della zona, rischio che non  possono correre le due vicine superpotenze Cina e Russia. Appare dunque scongiurato – almeno per ora – che il prossimo autunno sia caldo quanto la primavera dell’anno scorso.

Retroscena Churchill - Mussolini: un accordo segreto portò in guerra l'Italia


“Combattenti di terra, di mare, e dell'aria. Ascoltate! [...] La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia [...] La parola d'ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all'Oceano Indiano: VINCERE! E VINCEREMO, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all'Italia, all'Europa, al mondo” Con queste parole Benito Mussolini, annunciò alla nazione l’entrata in guerra dell’Italia al fianco dell’alleato tedesco, il 10 giugno 1940. 
Una decisione le cui motivazioni materiali vanno cercate più nella necessità oggettiva che nel Patto d’Acciaio, giacchè il sodalizio ideologico lasciava il tempo che trovava dinanzi il pangermanismo di Hitler, o nel famoso “Mi serve un migliaio di morti da gettare sul tavolo della pace”, riportata ai posteri dal famigerato Maresciallo Badoglio. L’entrata in guerra, di cui spesso, dalle pagine dei libri di Storia in primis, si accusa Mussolini, era, a ben vedere, inevitabile dato che la neutralità in caso di vittoria tedesca (come nel giugno ’40 era immaginabile) sarebbe costata all’Italia la marginalizzazione dal suo ruolo di piccola potenza, messo in evidenza a Stresa, Locarno e Monaco, nonché la rinuncia ad ogni vantaggio territoriale, parimenti, una vittoria inglese con la conseguente disfatta del nazismo, avrebbe certamente messo in discussione   l’esistenza stessa del fascismo, senza che questo avesse sparato almeno un colpo per la causa del totalitarismo in Europa. Se le particolari contingenze storiche mostrano poca incertezza sull’opportunità dell’entrata in guerra dell’Italia, escludono ogni dubbio su chi dovesse essere il suo alleato: la Germania nazista, cui era vincolata dal sopracitato Patto d’Acciaio, firmato da Von Ribbentrop e Galeazzo Ciano pochi mesi prima dell’inizio del conflitto. Tuttavia, l’avvio delle campagne belliche dell’Impero Italiano, fu tutt’altro che quello di un Paese, deciso a dare delle decise operazioni dimostrative sulla scena internazionale, per poter mostrare il proprio peso nella vittoria, al tavolo della pace. Ai soldati posti al confine con il nemico francese venne ordinato: - Se si incontrano forze francesi non essere i primi ad attaccare; non sorvolare il territorio francese; nessun reparto dovrà varcare il confine; restare a 10 km. dal confine -. 
In chiave anti-britannica, l’Italia che pure disponeva di una discreta flotta, tanto che Mussolini aveva meritato, nella primavera del ’40, l’epiteto di “arbitro del Mediterraneo” proprio dall’inglese Times, non si mosse affatto. Liberatosi il fronte tunisino dopo la resa della Francia (14 giugno 1940), le truppe di Balbo e Graziani non tentarono nemmeno un attacco in Africa Orientale, dove il generale Wawel difendeva un fronte lunghissimo (Kenia, Somalia, Sudan, Egitto ecc..) con forze ridotte all’osso. L’immobilismo italiano anche nella guerra marina, farà scrivere all'ammiraglio Andrew Cunningham, comandante in capo della flotta britannica nel Mediterraneo: «se la forza italiana avesse agito con maggior decisione ed avesse attaccato le navi inglesi certamente si sarebbe assicurata il dominio del Mediterraneo (…) Sarebbe bastato che alcuni mercantili carichi di cemento o di esplosivo si fossero affondati nel canale di Suez o davanti al porto di Alessandria, per paralizzare le operazioni navali britanniche (…) Ma poi se dopo la disfatta della Francia gli italiani avessero attaccato con le corazzate e con gli incrociatori noi avremmo dovuto ritirarci». Un episodio marginale, ma significativo,  toglie ogni dubbio sull’intenzionalità della mollezza bellica italiana: al generale di squadra aerea Santoro venne inflitto, dallo Stato Maggiore, un severo monito per aver ordinato, all'inizio delle ostilità, che una grossa formazione di bombardieri attaccasse Malta. E proprio contro Malta, che gli inglesi in quel momento temevano di perdere, non si fece assolutamente nulla. Questa stessa tregua, insperata per l'isola-fortezza britannica si rivelò, in seguito, fondamentale per lo sbarco alleato in Sicilia. Le ragioni di questa remissibilità, vanno ricercate nei mesi immediatamente precedenti l’entrata in guerra. Mussolini, che anche nel ’38 si era messo in mostra a Monaco come mediatore tra Hitler e la democrazia occidentale, non si sottrasse a quel doppiogiochismo fatto di scambi diplomatici, rigorosamente segreti, con il nemico designato, che aveva accompagnato l’Italia anche prima della I Guerra Mondiale. Il duce, in tal senso, sfruttò la propria amicizia fatta di una fitta corrispondenza con Winston Spencer Churchill, divenuto nel maggio ’40 Primo Ministro Britannico. Nelle lettere tra i due di quel periodo, consiste il famoso carteggio che Mussolini considerò tanto importante da portarlo con sé, fino alla cattura avvenuta a Dongo nell’aprile ’45. Documenti che riteneva capaci di rovesciare le carte sul tavolino della Storia, capaci cioè di dimostrare le reali ragioni che spinsero l’Italia alla Guerra e così garantirgli l’assoluzione dalla colpa di aver condotto il Paese nel baratro della disfatta. Il carteggio è rimasto top-secret, giacchè pochi mesi dopo la guerra, l’originale venne restituita al buon Churchill che fu molto sollecito nel cancellarne ogni traccia mentre un’altra copia venne consegnata ad Alcide De Gasperi, Primo Ministro all’epoca dei fatti.
Ciononostante dalle testimonianze dello storico Renzo De Felice e di Luigi Carissimi-Priori, si evince che le 62 lettere autografe di Mussolini e Churchill contenessero un accordo anglo-italiano: lo statista inglese chiedeva l’entrata in guerra dell’Italia per contenere le richieste tedesche al tavolo della pace. Anziché le classiche concessioni territoriali in cambio della neutralità – annessioni che la Germania non avrebbe certo accordato all’Italia che non aveva nemmeno sparato un colpo – Churchill propose a Mussolini una vera e propria farsa: Italia e Regno Unito avrebbero combattuto con un atteggiamento puramente dimostrativo, senza alcuna azione veramente seria (come telegrafò il duce a Vittorio Emanuele III e come confermarono le manovre italiane nell’estate ’40). Mussolini avrebbe potuto sedere da vincitore al tavolo della pace, Churchill avrebbe potuto contare sul ruolo di mediatore del duce. In realtà questo accordo aveva l’unico scopo di garantire a Churchill, il quale se avesse voluto veramente una pace vantaggiosa avrebbe potuto firmarla già all’indomani di Dunkerque, senza ricorrere all’amico Benito, un allargamento del conflitto (tutelandosi al contempo dall’incorrere nel rischio di essere impegnato seriamente), per poter indurre gli Stati Uniti all’entrata in guerra al proprio fianco: un delitto perfetto che più da quella del leader conservatore britannico sembra esser nata dalle menti di un’Agatha Christie o del maestro del brivido, Alfred Hitchcock. La distruzione del carteggio, con la complicità del PCI, che, entrato in possesso dei documenti a Dongo, mal vedeva una possibile riabilitazione storica di Mussolini, liberò Churchill da ogni prova di un inganno che certo ne avrebbe compromesso l’immagine e la credibilità a livello internazionale. D’altro l’inevitabilità dell’intervento e la scarsezza bellica italiana, non potevano che allettare un opportunista incallito come Mussolini al quale, per scoprire la reale natura della proposta, sarebbe servito di essere domiciliato anziché a Palazzo Venezia, al 221 di Baker Street.

Messi-Barça: amore a vita?


Le agenzie di stampa battono in queste ore la notizia di un possibile prolungamento a vita del contratto di Lionel Messi con il Barcellona. Una notizia suggestiva, non c'è dubbio, e probabilmente anche piacevole per gli amanti del bel calcio: il numero 10 dell'Argentina con la camiceta blaugrana ha ottenuto tre palloni d'oro consecutivi eguagliando Le Roi Platini, il Barça ha riempito la bacheca con una serie infinita di trofei, fra cui due Champions League, cinque campionati spagnoli e due mondiali per club.
La squadra di Guardiola è riuscita ad esprimere per quattro anni un calcio stellare, diventato modello per molte squadre e canonizzato dalle vittorie oltre che della sua squadra anche della nazionale spagnola, la quale si è definitivamente imposta a livello mondiale con un'ossatura ed uno stile di gioco blaugrana.
Poter sperare di vedere Messi sempre con i colori con cui lo abbiamo visto sinora ci lascia davvero sperare di poter vedere ancora molto a lungo il calcio spettacolare che ci ha potuto mostrare in questi anni, sebbene potrebbe lasciarci per sempre l'eterno dubbio: Messi vincerebbe qualcosa in una squadra diversa dal Barcellona? Lui non ha mai mostrato alcuna insofferenza, né alcuna minima intenzione di lasciare il club blaugrana, il suo contratto scade nel 2016 e il suo ingaggio - di ben 10,5 milioni netti - non lo lascia insoddisfatto. Insomma, se la notizia del contratto a vita si rivelerà una bufala di mezza estate per riempire pagine di giornale, sono riusciti benissimo nel loro intento e abbiamo la speranza di vedere Messi dimostrare il suo valore con una maglia diversa da quella che lo ha visto crescere; se invece si trattasse di una notizia fondata, avremmo la conferma che la riconoscenza esiste anche nel mondo del calcio.